giovedì 27 ottobre 2011

La fine dei tiranni ha un retrogusto amaro


Viviamo stagioni caratterizzate da forti eventi tellurici. Nemmeno i tiranni resistono alle scosse ed escono incolumi dai violenti sismi politici, sociali ed economici che caratterizzano i nostri tempi. Dopo Saddam Hussein e Mubarak (per altro, ancora vivo), è malamente uscito di scena anche Muhammar Gheddafi, il dittatore per antonomasia che pensavamo fosse immortale e sul quale nei giorni scorsi è stato versato un ribollente fiume di inchiostro che, a conteggiarne la lunghezza, farebbe sfigurare il Nilo. Il re è morto, viva il re, è stato scritto. Ovviamente detestavo Gheddafi, re e giullare a un tempo, e non vedevo l’ora che pagasse i suoi efferati delitti. Ma nell’ora in cui ha reso la sua povera anima a Dio, ho avvertito un disagio sottile e persistente. La sua fine ha un retrogusto amaro, un ché di sgradevole. Le immagini agghiaccianti della sua cattura, della sua esecuzione e dell’esposizione del suo cadavere fanno parte di un rituale che come cristiano fatico ad accettare, per quanto non sia nuovo né scandaloso in sé. Si sa che i tiranni di rado invecchiano e che per loro la resa dei conti è quasi sempre parossistica e associata alla giustizia sommaria, oltre che a un cerimoniale ignobile. Gheddafi è stato esposto al ludibrio generale così come a suo tempo venivano esposti a scopo di monito le salme dei briganti. E come fu esposto Benito Mussolini, appeso a testa in giù come s’usa fare coi quarti di bue in macelleria. Confesso che ancora oggi, guardando le fotografie o le riprese filmate di piazzale Loreto, sono toccato da un sentimento di pietà e di vergogna che nulla ha a che fare col fascismo e la giustizia. Mi indigna pensare che le spoglie di un essere umano possano diventare il bersaglio di una folla canagliesca. Gli sbagli di un uomo non giustificano la vendetta e l’abominio. Allo stesso modo, nonostante Gheddafi meritasse la fine che ha fatto, la sua immagine sanguinolenta e sfatta fa sorgere un afflato di commiserazione. Era un essere umano, per quanto crudele e infame. E come ogni essere umano su cui la morte ha steso il suo velo, meritava più rispetto. Si dice sia stato giustiziato per evitare che vuotasse il sacco. In effetti, cose da raccontare doveva averne tante l’uomo che l’Occidente odiava e nello stesso tempo blandiva con sussiego. Ma ve lo ricordate come si prostravano davanti al tiranno di Tripoli i nostri uomini politici? E cosa non facevano i nostri plenipotenziari per assicurarsi il petrolio libico! Sì, le verità del Colonnello potevano essere scomode e imbarazzanti per molti ed è meglio che abbia chiuso la bocca prima di svelare quanto sono ipocriti, cinici e corrotti i governi occidentali. Pur tuttavia, mi domando se per caso non sia stato commesso un errore maggiore oltraggiando la sua icona. E se ucciderlo come un cane rognoso contribuisse a fare di lui un martire? Se la sua morte, che non pochi, nei paesi arabi, assoceranno alla dignità di chi resiste fino all’ultimo e non si arrende, diventasse motivo di orgoglio ed emulazione? Gheddafi era un mostro eppure non tutti lo esecravano. La sua morte è stata pianta da molte migliaia di libici e da milioni di arabi. Tutta gente cattiva? Mah, chiediamoci piuttosto come e perché nascono dittature longeve come quella del Raìs. “Con quanta imprudenza molti cercano di levar di mezzo un tiranno senza essere in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno!” annotò il filosofo Spinoza. Adesso che Gheddafi non c’è più occorrerebbe distogliere l’attenzione dai clamori celebrativi e dalle manovre sotterranee sulla spartizione della torta libica – Chi mettiamo al potere? A  chi andranno le commesse della ricostruzione e del petrolio? – e concentrarci sulle ragioni per cui il mondo non può fare a meno dei suoi Policrate, Lisistrato e Dionisio. Forse aveva ragione Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe: “Tutti gli uomini sarebbero tiranni se potessero”. E molti lo sono, fatte le debite proporzioni. In casa, a scuola, nelle fabbriche e negli uffici. Molti si relazionano col prossimo cercando d’imporre il principio che Napoleone Bonaparte espresse senza remore: “Esigo che ci si sottometta anche ai miei capricci”. Siamo stati sulla Luna e andremo su Marte, eppure non riusciamo a liberarci di due vizi antichi: l’autoritarismo e il cesarismo. Lo dimostra il numero impressionante dei dittatori del Novecento, il secolo dei totalitarismi e dei genocidi: Hitler, Mussolini, Lenin, Stalin, Franco, Tito, Ceausescu, Idi Amin, Mobutu, Pol Pot, Bokassa, Chiang kai-Shek, Mao Zedong, Marcos, Suharto, Hoxha, Duvalier, Mengistu, Papadopulos, Ataturk, Peron, Videla, Pinochet, Fidel Castro… E lo conferma il fatto che nel mondo ci sono ancora tanti oppressori al potere e se anche fossero deposti verrebbero presto sostituiti da nuove leve di despoti, tiranni e autocrati che hanno in dispregio i diritti umani e la libertà dei popoli. I nomi? L’elenco è interminabile. Ecco i più famosi: Ahmadinejad in Iran, Islam Karimov nell’Uzbekistan, Bashar al-Assad in Siria, Choummaly Sayasone nel Laos, Il generale Than Shwe in Birmania, Kim Jong-il nella Corea del Nord, Omar Al-Bashir in Sudan, Robert Mugabe nello Zimbabwe, Afewerki in Eritrea, Meles Zenawi in Etiopia, Idriss Deby nel Ciad, Yahya Jammeh nel Gambia, Paul Biya nel Camerun, Lukashenko in Bielorussia, Raul Castro a Cuba. Per tacere del re d’Arabia Abdullah e del presidente della Cina Hu Jintao. La triste verità è che la razza cui apparteneva Gheddafi non si estinguerà mai. E ogni volta che uno di loro arriverà a fine corsa, noi esulteremo. Salvo accorgerci, qualora non fossimo del tutto insensibili, che ogni fine truculenta ha un sapore sgradevole. Quasi avvertissimo in cuor nostro che il tiranno è tale perché siamo affascinati dal male almeno quanto desideriamo il bene.

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