venerdì 7 ottobre 2011

Stiamo cadendo nel Maelstrom


Le tre grandi agenzie mondiali di rating hanno emesso la loro inesorabile sentenza. Dopo Standard&Poor’s e Moody’s, anche Fitch ha declassato il debito sovrano del nostro Paese. Che significa? In sostanza, significa che è stato tagliato il nostro grado di affidabilità, che abbiamo perso altri punti sul piano della credibilità e della competitività internazionale. È come se fosse stato annunciato al mondo intero: non fate più affidamento sull’Italia e tanto più sulla sua capacità di affrontare la crisi (e imminente recessione) in modo adeguato. È come se i professori di una scuola autorevole convocassero i genitori di uno studente e dicessero loro: “Il vostro ragazzo va male in ogni materia. Si applica agli studi poco e male. Insomma, è una bestia. Non illudetevi che sia promosso”. Bella prospettiva, vero? Purtroppo, le condanne internazionali, lungi dall’essere foriere di provvedimenti concreti, pesano moltissimo: nel nostro caso possono fare il vuoto intorno a noi e accrescere il forte sospetto che l’Italia sia perduta. Non è una tesi infondata: la stagnazione è più che allarmante, la frustrazione pericolosa. L’Italia è sempre più povera, impotente, arrabbiata. C’è bisogno di riforme immediate e radicali, ma nessuno se ne preoccupa o sembra in grado di farle. Ai giovani non vengono offerte opportunità di lavoro e sono costretti ad arrangiarsi o impigrirsi. I più fortunati scappano all’estero. Lo scenario politico è tale da suscitare non solo il vomito ma anche un dubbio legittimo: se è vero che ogni stato ha la classe politica che si merita, allora vuol dire che facciamo schifo. Tutti, senza eccezioni. Perché fare un distinguo fra il governo e l’opposizione è pretestuoso; i cialtroni stanno ovunque, al potere come all’opposizione. Mai come in questo momento bisogna avere il coraggio di riconoscere che siamo sull’orlo di un baratro di cui non si intuisce il fondo. 
A proposito di baratro, nel racconto dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe dal titolo Una discesa nel Maelstrom si narra di un gruppo di pescatori norvegesi la cui imbarcazione finisce nel mezzo di una violenta tempesta, sì che i flutti delle onde la sospingono al centro di un immenso vortice perenne. Per i pescatori è impossibile sfuggire a una sorte tragica: la barca, risucchiata con incredibile violenza nell’abisso a forma di cono, finisce per essere inghiottita nei fondali bui. Sembra la metafora della nostra derelitta Italia, di cui il parlare sarebbe “indarno”, cioè inutile, come già sosteneva Dante Alighieri, se non fosse che rassegnarsi significa arrendersi. E la resa è la peggiore forma di viltà. Lo so, serve a poco prendere atto che la nostra navicella, simile a un guscio fragile e col timone spezzato, sta sprofondando nel Maelstrom economico, sociale e morale, nonostante qualche timido tentativo di salvataggio. Per quanto ci si sforzi di essere ottimisti e di resistere, aggrappati come mitili allo scoglio, è giocoforza farsi prendere dallo scoraggiamento. Intorno a noi vediamo solo arroganza, stupidità e incompetenza. Televisioni e giornali mettono il dito nella piaga e ci mostrano che viviamo in un mondo alla rovescia, dove i cattivi trionfano e i buoni patiscono. Dove i furbi salgono alla ribalta e i giusti sono scherniti. Dove chi ruba continua a vivere impunito e chi rispetta la legge fa ridere i polli. Senza contare che il nocchiero non è lucido, neanche avesse scolato cinque pinte di rhum, i marinai sono terrorizzati e litigiosi, in più barca fa acqua da tutte le parti e ai poveri passeggeri paganti (che saremmo noi) non resta altro da fare se non gli scongiuri pagani. Eh sì, perché ci siamo anche dimenticati come si prega. Fortunati coloro che sono scesi a terra tempo fa, intuendo che la barca Italia è un Titanic di cartonato, dove si strepita e si folleggia, si promette e non si mantiene mentre l’abisso si avvicina. Come possiamo evitare di finire nel Maelstrom, ammesso e non concesso che ciò sia ancora possibile? Forse, il racconto di Poe può illuminarci. Non tutti i marinai vengono risucchiati dal vortice, uno di loro si salva aggrappandosi a un barile vuoto e tenendo duro, finché il vortice non si chiude. Poi, sospinto da correnti benigne, quel fortunato naufrago raggiunge la riva. Temo che la bufera che ha investito il nostro Paese farà molte vittime innocenti, pur tuttavia abbiamo la possibilità di salvarci aggrappandoci a un ideale barile che ci aiuti a stare a galla nel frangente. Ora, è chiaro che parlare di barili in un Paese dove lo scaricabarile è uno degli sport nazionali più in voga (è sempre colpa degli altri!) può sembrare una provocazione. Ed è anche vero che ci piace fare il pesce in barile, cioè i pusillanimi. Perciò chiarisco che l’unico barile al quale mi riferisco, e al quale urge aggrapparsi, è quello stipato di preziosi, antichi gavitelli. Quali? La forza interiore, la pazienza, la tenacia, la calma, la voglia di lottare, la capacità di rimettersi in gioco, la fiducia nei nostri talenti, la fede in un Dio che non pone mai sulle spalle di un uomo un peso superiore a quello che può sostenere. Cancelliamo il dubbio che da tempo ci arrovella: noi siamo migliori di chi ci governa e dei tanti sprovveduti e disonesti che ci hanno condotto sull’orlo del Maelstrom. Possiamo ancora dimostrarlo resistendo a oltranza, malgrado la fatica e la rabbia, la stanchezza e il disgusto. “Siamo gente dalle molte vite” diceva il Carducci. Non dobbiamo smettere di credere in noi stessi e nella possibilità di uscirne fuori salvi e salvi a dispetto di chi già intona il De profundis. Non siamo forse un popolo di navigatori? Certamente siamo navigati e dunque sappiamo che le bufere sono fisiologiche e bisogna affrontarle con coraggio e dignità. In fondo, ciò che non ci ammazza finisce per renderci più forti. Guai se pensassimo anche solo per un momento di non potercela fare. La caduta negli abissi diverrebbe inevitabile.

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