mercoledì 19 ottobre 2011

Zanzibar, la perla nera


Si pensa che il nome dell’isola di Zanzibar derivi dal persiano zangh, che significa “nero” e da bar, che significa “terra”. Indicherebbe dunque la “Terra dei neri”. Ma l’esploratore inglese Burton asseriva che esso derivi invece dalla frase araba “zayn za’l barr”, che vuol dire “Bella è quest’isola”. Entrambe le spiegazioni sono valide. La prima cosa che balza all’occhio a chi si reca a Zanzibar è che l’isola è molto bella e la si può giustamente definire “perla nera”.  A volere essere generosi, questo piccolo arcipelago – composto da due isole maggiori: Unguja e Pemba, più quaranta isolette – facente parte della Repubblica della Tanzania, meriterebbe altre definizioni. La storia insegna che è “l’isola dei sultani” e da ciò si comprende l’atmosfera unica che vi aleggia ed evoca visioni islamiche suggestive. Ma poiché viene suggerita da taluni una terza etimologia – il termine arabo zanjabl significa “zenzero” – è opportuno considerare Zanzibar “la terra delle spezie”. Oltre allo zenzero, qui si coltivano i chiodi di garofano, la noce moscata, la cannella, il cardamomo e il pepe. Che abbondanza! – si è tentati di esclamare. E quanti spunti in un luogo che si apre al visitatore come uno scrigno dai contenuti sorprendenti oltre che profumati! In ogni caso, Zanzibar è una marmitta dove ribolliscono svariati ingredienti; la cultura araba, persiana e bantu, tanto per cominciare. Poi la versatilità del commercio che da sempre lega Zanzibar al Medio Oriente, all’India e alla Cina. E quando si parla di commercio, purtroppo ci si riferisce anche alle stragi di elefanti per procurarsi l’avorio e affiora il ricordo del tristissimo fenomeno della “tratta degli schiavi”. Infine, la componente swahili. Lo swahili è la lingua franca dell’Africa Orientale e i fieri masai sono il pro memoria vivente che qui palpita l’anima nera di un’Africa cara agli avventurieri i cui principali connotati sono gli umori della foresta pluviale (sempre più ridotta al lumicino) e i colori strappalacrime dell’Oceano Indiano, dove i tramonti insanguinano il cielo e lo fanno implodere. Zanzibar è tutto questo e molto di più. È un posto dove elimu ni maisha si vitabu - in cui “si impara dalla vita, non dai libri”, come afferma un detto locale.
Zanzibar vanta un record difficilmente battibile: la guerra più rapida di ogni tempo. Nel 1896, accadde infatti che gli inglesi, padroni di Zanzibar dopo che il trattato di Heligoland del 1890 aveva trasformato l’isola in un protettorato britannico, furono sfidati dall’Oman, che voleva imporre loro un sultano non gradito. Scoppiò la guerra anglo-zanzibariana che si concluse dopo soli 45 minuti dall’inizio del conflitto. Tanto bastò alla marina di Sua Maestà, che bombardò la capitale Stone Town, per ottenere la resa senza condizioni del nemico. Un altro proverbio locale ammonisce che “Ng’ombe akivunjika guu hukimbilia zizini”, cioè: “quando la vacca si rompe la zampa, ritorna nel recinto”. È ciò che fecero gli abitanti di Zanzibar, il cui rapporto con gli inglesi è sempre stato di amore-odio. A proposito di inglesi, nel marzo 1866, il famoso esploratore Livingstone, che era fissato con la scoperta delle sorgenti del Nilo, che per lui valeva più del santo Graal, partì per la sua impresa da Zanzibar. Va da sé che qui si arriva e si parte con la sensazione di avere trovato una parentesi da riempire.
Zanzibar è un paradiso tropicale e il mare è struggente. Ha gli stessi colori delle Mauritius e delle Maldive ma è più capriccioso, vagamente scorbutico. Si mostra con generosità e insieme con garbata ritrosia. Il gioco delle maree ne rivela l’ancestrale timidezza, accompagnata però da una generosità che altrove manca. Le lunghe e bianchissime spiagge coralline di Zanzibar sono ricche di conchiglie incantevoli e su tutte spicca il genere “cipree” dal colore viola chiaro. Nel passato, queste conchiglie erano usate come moneta in alcune zone dell’Africa Occidentale e in ragione di ciò Zanzibar era una sorta di zecca primitiva del continente. I fiorini, i ducati, i dobloni, le sovrane e le altre monete del passato avevano di certo un valore più alto agli occhi dei mercanti e dei signori. Ma erano mute. Le cipree non tintinnavano né brillavano al sole pur tuttavia emanavano un suono che sfiorava le corde del cuore. Appoggiando all’orecchio queste conchiglie dalla forma ovoidale si udivano i lamenti del mare e dei naviganti in esso dispersi. Si sentiva la voce degli antenati.
Anche Zanzibar ha il suo eroe. O meglio, il suo mito. Si chiama Freddie Mercury. Sì, proprio lui, il cantante leader dei Queen che qui venne al mondo nel 1946 e che morì giovanissimo di AIDS a Londra, nel 1991. Sul lungomare di Stone Town c’è un ristorante che porta il suo nome e una statua che lo ricorda (ce n’è una anche a Montreux, sul lago di Ginevra). In suo onore è stato persino battezzato un crostaceo isopode endemico: la Cirolana mercuryi. In realtà, il vero cognome di Freddy era Bulsara. I suoi genitori erano inglesi e fu ribattezzato “Mercury” in onore del dio greco messaggero dell’Olimpo. Per molti, questo illustre figlio di Zanzibar era un dio della musica. Chissà se oggi la sua voce da tenore leggero delizia gli dei nei campi elisi o consola Proserpina nell’Ade…
Non si può considerare di certo un eroe un altro personaggio nativo dell’isola: Tippu Tip. Chi è costui, dal nome che sembra tratto da un musical di Broadway? – è lecito domandarsi. Era un mercante swahili originario del Tanganica che è passato alla storia come il più abile e implacabile razziatore di schiavi. Faceva battute di caccia all’uomo nel cuore dell’Africa nera: Malawi, Zambia, Congo e Uganda. Ha sradicato dalla propria terra tanti di quegli esseri umani, condannandoli alla deportazione e alla schiavitù, da costruirsi un karma terrificante. Ritiratosi dal commercio nel 1891, fece in tempo a scrivere un libro autobiografico che fu tradotto in tedesco e in inglese. Alla sua morte, avvenuta a causa della malaria, Tippu Tip possedeva sette piantagioni, un harem fornito, diecimila schiavi e un tesoro in monete e preziosi. Non penso ci siano dubbi sul fatto che oggi marcisca all’Inferno.
Stone Town, la “città di pietra”, è un luogo strano, sgangherato per via della caotica scacchiera che me determina la fisionomia. L’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. La sua valenza architettonica, artistica e culturale è notevole. Ma è inevitabile pensare che un tempo, prima di iniziare la costruzione di un edificio, qui si usava gettare tra le fondamenta uno schiavo vivo per ingraziarsi gli spiriti benevoli. Gli antichi palazzi dei sultani, le fortificazioni del periodo omanita, le moschee, gli antichi bagni persiani, il forte portoghese, i vicoli stretti e maleodoranti, i portali intagliati nel legno, i balconi decorati e le costruzioni in stile swahili rendono Stone Town suggestiva ma anche triste, tralignante al punto da suggerire nostalgie e rimpianti non sempre condivisibili. Le melodie del taarab, il genere musicale della cultura swahili in cui si fondono melodie, ritmi e strumenti della scuola araba e indiana, accrescono la sensazione di malinconia e di morte. Eppure, molti amano l’afflato poetico e il sogno esotico che Stone Town induce negli animi sensibili, e ne restano incantati. È il fascino della decadenza, che irretisce attraverso le icone più semplici: uomini dalle lunghe e candide vesti, donne velate di nero dalle mani e dai piedi decorati con l’henné, bambini dal sorriso languido che annunciano che qui il tempo non si è fermato del tutto, è solo incatenato alle ataviche colpe da una sorta di malia che il turismo non può sconfiggere né il progresso scalfire.
Chiunque va a Zanzibar finisce per imparare una filastrocca in swahili che si scolpisce nella memoria e diventa il souvenir di un viaggio indimenticabile. Recita così:  Jambo jambo bwana. Habari gani? Nzuri sana. Wageni wakaribishwa Zanzibar yetu hakuna matata! Significa: “Ciao ciao signori. Come state? Molto bene. Turisti benvenuti nel nostro Zanzibar, nessun problema!”. Eccola, la parola magica per capire Zanzibar e l’Africa nera di cui è la preziosa appendice: Hakuna matata. Non c’è problema. Molti ricorderanno che è anche l’allegro ritornello canoro del Re Leone, lo stupendo film di animazione della Disney che è portavoce di valori e insegnamenti preziosi. Che dire, dunque, di tanta semplicità, serenità e cordialità da parte di gente che ha conosciuto la schiavitù e la miseria e che ancora conduce una vita grama, legata a ritmi e abitudini ancestrali? Mahaba ni tongo – “l’amore è cieco” dicono i guerrieri masai, che facilmente si innamorano delle donne bianche e vorrebbero sposarle. Sì, non si può non amare l’aromatica, pittoresca, romantica e misteriosa Zanzibar, nonostante le sue debolezze. Le perle rare vanno poste accanto al cuore.

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