mercoledì 30 novembre 2011

Le leggi sono come tele di ragno

Ho sempre pensato che essere italiani sia un privilegio. Scusate la presunzione ma non credo esista un popolo migliore del nostro. Detto questo, sono però costretto a lamentare una mastodontica falla nel sistema Italia. Una sola? Beh, sicuramente c’è un ambito sociale in cui il fatto di essere italiani è una iattura. Di più, un’aggravante. Mi riferisco alla giustizia, che volutamente cito con la “g” minuscola. A tale proposito, è ancora attuale il messaggio del film Detenuto in attesa di giudizio diretto nel 1971 da Nanni Loy e interpretato in modo magistrale dall'indimenticabile Alberto Sordi. Molti lo ricordano. Un geometra romano, stimato professionista da anni trasferitosi in Svezia e sposatosi con una donna scandinava, fa ritorno in Italia per le vacanze con la famiglia e alla frontiera viene fermato e arrestato senza che gli venga fornita alcuna spiegazione. Dopo tre giorni di carcere scopre di essere accusato di avere assassinato un cittadino tedesco, dopodiché viene internato in una cella di isolamento. Subisce un calvario giudiziario e viene trattato come un delinquente benché sia innocente. In quanto “detenuto in attesa di giudizio” subisce trattamenti umilianti. L’amore di sua moglie e l’ostinazione del suo avvocato difensore gli permettono di uscire dall’incubo. Viene prosciolto e riacquista la libertà. Ma ormai è un uomo segnato fisicamente e psicologicamente. Non è casuale che il cognome del protagonista di questa storia sia “Di Noi”. È un evidente riferimento al fatto che ognuno “di noi” potrebbe incappare in una disavventura giudiziaria simile a quella del tapino che Sordi ha reso immortale. Ognuno “di noi” potrebbe finire stritolato dalla farraginosa macchina della malagiustizia italiana per omonimia, per uno sbaglio, per una denuncia anonima, per la soffiata strumentale di un pentito. Perché? Perché in Italia la giustizia latita. Ma esiste la legge, che è bara e capricciosa. Inchieste insabbiate, processi che non si celebrano, gente comune che aspetta anni e anni in attesa di vedere riconosciuti i propri diritti e spesso viene beffata… questi sono alcuni degli aspetti più odiosi di un sistema che non ha bisogno di ripristinare la pena di morte per uccidere. I giudici corrotti, i magistrati in cattiva fede e gli avvocati malavitosi ci hanno portato a conquistare il 155° posto su 178 nella graduatoria dell’efficienza della giustizia nel mondo (rapporto della Banca Mondiale del 2007, anno in cui lo stato italiano ha dovuto rimborsare ai cittadini 56 milioni di euro per errori giudiziari!). La legge, in Italia, è paragonabile al mostro della saga fantascientifica Alien. Se ti punta sei finito! Il mostro ragiona secondo il principio Summum ius summa iniuria, che oggi si traduce così: “Se devi farla sporca falla grossa perché mi accanirò solo sui deboli e sui piccoli”. In effetti, è difficile non farsi scappare una risata quando si entra in un’aula di un qualsiasi Palazzo di Giustizia. Avete presente la scritta “La legge è uguale per tutti”? È una chiara presa per i fondelli. La legge è più o meno malleabile in funzione del denaro e delle amicizie. Ha più credibilità lo slogan “vinca Francia vinca Spagna purché se magna” in uso nella penisola quand’eravamo in balìa degli stranieri. Ma che dico? In fondo siamo ancora alla mercé degli invasori, per quanto il nostro territorio non sia occupato militarmente da truppe straniere. Eludo le magagne e i funambolismi sistematici del nostro sistema giudiziario – sono troppi e troppo noti – per concentrarmi su un aspetto specifico della malagiustizia. Ho la sensazione che in Italia la legge sia più benevola con gli stranieri di quanto non lo sia con gli italiani. È solo un’impressione? Mi pare che a parità di reato, oggi ci sia la tendenza ad essere più clementi col delinquente di origine extracomunitaria o dell’Europa dell’Est rispetto al povero cristo nato nel Mezzogiorno. Forse per finto buonismo o eccesso di solidarietà? Perché è politicamente corretto? Chissà?! Comunque, si mostra più indulgenza verso il pusher marocchino che vende la morte di quanta i giudici non ne abbiano per un italiano alla deriva. Se un branco di rumeni ammazza di botte un padre italiano che è corso in difesa del figlio è probabile che un esercito di psicologi, sociologi e avvocati in cerca di visibilità corra in loro difesa. Se invece un italiano compie un delitto, difficilmente troverà comprensione, a meno che non disponga di denaro o l’abbia fatta veramente grossa, nel qual caso i mass media ne faranno un personaggio da reality. Se un albanese ubriaco e senza patente distrugge la vita del malcapitato che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada, e perciò ci ha lasciato la pelle, è probabile che l’omicida resti in carcere il tempo necessario per rilasciare qualche intervista e farsi qualche amico. Se un tunisino infoiato sfoga i suoi istinti bestiali violentando una donna nel sottopassaggio della Metropolitana è facile che venga rilasciato per mancanza di prove. È anche facile che i reati commessi dai presunti profughi (molti dei quali sono in realtà criminali espulsi dai paesi d’origine) cadano in prescrizione o che s’invochino per loro mille attenuanti. Ma se a commettere uno sbaglio è un italiano, possibilmente un povero disgraziato, allora la pena (e spesso l’accanimento) è sicura al 100%. Molti italiani che finiscono nei guai solo per sfortuna o disperazione, ma sostanzialmente sono brave persona, e comunque recuperabili dalla società, vedono la loro vita distrutta dalla legge, che è prepotente coi deboli quanto è servile coi forti. Mia figlia, che è giurista ma anziché fare l’avvocato o il magistrato si occupa di emergenze umanitarie, aiuta da anni un uomo di origine toscana che è in carcere da troppo tempo per avere commesso un reato che un boss cinese avrebbe già scontato tre volte. Purtroppo, il poveretto è italiano, non possiede i mezzi per ottenere sconti della pena o una revisione del processo né vanta santi in paradiso. Come lui ce ne sono parecchi. Non credo di sbagliarmi affermando che il garantismo è più pronunciato nei confronti dei clandestini di quanto non lo sia verso molti giovani connazionali che spesso sbagliano perché la società non offre loro opportunità di lavoro né un briciolo di speranza nel futuro. Meglio essere zingari. I Rom non pagano le tasse, vivono di furti e violenze impunite e quando lo stato interviene per sgomberare i campi ricevono la “buonuscita” per togliere il disturbo. Mi viene il sospetto che a un cittadino italiano (possibilmente sardo o calabrese per via dell’idioma) converrebbe travestirsi da esule maghrebino prima di commettere un reato. Probabilmente la vittima capirebbe, il giudice chiuderebbe un occhio e Bruno Vespa lo inviterebbe a “Porta a porta”. A patto, però, di non tradire le proprie origini. Oggi è una disdetta essere italiani senza padrini quando si cade nella tela vischiosa della legge e a poco vale proclamarsi innocenti. Meglio distruggere i documenti d’identità e dichiararsi apolidi. Un Caino senza patria può sfuggire al ragno più facilmente di un Abele connazionale di Cesare Beccaria. Per finire; chiedo scusa se ho peccato di razzismo e fors’anche di xenofobia. In verità non ho nulla contro gli stranieri, purché abbiano voglia di lavorare e siano onesti. Ma quelli che girano per le strade con le mani in tasca e la sigaretta in bocca, quelli che ostentano arroganza pur essendo nullafacenti, quelli che si ubriacano sulle panchine e danno in escandescenza e poi deve intervenire il 118, quelli che si comportano da predatori, quelli che se ne fregano delle leggi del nostro Paese…. Beh, quelli vorrei proprio che finissero nella tela del ragno. Non un ragno qualsiasi, beninteso, bensì la temibile malmignatta, più nota come vedova nera.

sabato 26 novembre 2011

Cronache marziane


Al mio arrivo, sono stato accolto come un amico. Di più, un fratello. Sapevano che venivo da molto lontano e hanno fatto di tutto per farmi sentire a mio agio. Le autorità locali mi hanno offerto un alloggio e un buon lavoro, conforme alle mie attitudini. Prima, però, mi hanno mostrato com’è il loro mondo. “È giusto che tu sappia come viviamo” – mi hanno detto – “qualora decidessi di fermarti qui.”­ Ho notato prima di ogni altra cosa che i bambini sorridono, non dicono parolacce e sono felici. Amano i giochi che sviluppano la mente e il fisico. Per quanto la loro società sia tecnologicamente avanzata, i genitori scoraggiano i figli dal passare troppo tempo davanti al televisore e coi videogiochi. L’uso dei telefonini è limitato al reale bisogno di comunicare qualcosa di utile o necessario. Altrimenti ci si incontra e si parla vis à vis. A scuola vige ancora l’abitudine di alzarsi in piedi quando entra il maestro in classe. La società è informata da principi etici che garantiscono l’armonia e il benessere della comunità. Tutti hanno una casa confortevole e svolgono una mansione ben retribuita. Tutti hanno a cuore il bene comune. Nessuno è malato di sesso, denaro e potere. Tutti aspirano al bene. È raro che un cittadino si ammali ma se capita può fare affidamento su un servizio sanitario gratuito ed efficiente. Il sistema scolastico è selettivo e premia i meritevoli. Perciò, un medico è veramente capace di curare e un amministratore locale viene collocato al posto giusto, secondo le sue capacità. Per occuparsi di opere pubbliche occorre essere esperti di ingegneria e di edilizia. Non basta essere amico di un uomo potente o far parte di una consorteria per sedersi nella stanza dei bottoni. Non esistono partiti politici né lobbies. Non esistono caste. Ciò permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in base ai meriti effettivi. La legge è veramente uguale per tutti. Non esiste la criminalità organizzata. Non ci sono discriminazioni razziali. Gli imprenditori vengono aiutati dalle banche e dallo stato, i lavoratori sono assistiti e non subiscono ricatti. Il prelievo fiscale è equo e tutti pagano le tasse. Il valore di un uomo è determinato non solo dal suo talento ma dalla sua capacità di rendere migliore la vita degli altri. Gli anziani sono amati e rispettati poiché custodiscono la sapienza dei popoli. Si onorano le memorie del passato ma si vive tesi come archi verso il futuro. Si produce e si consuma il necessario. Non si accumula l’inutile, non c’è spreco né mistificazione. Le discariche pubbliche sono posizionate in luoghi distanti dai centri abitati. L’ambiente non è tutelato dalle ordinanze; non servono poiché ognuno agisce nel rispetto della natura. Si sfrutta l’energia del sole, del vento e dell’acqua. La prevaricazione dei forti e lo sfruttamento dei deboli appartengono al passato remoto. I rapporti interpersonali sono all’insegna del reciproco rispetto e dell’amore. Ci fu un tempo in cui un predicatore illuminato insegnò: “Amatevi gli uni gli altri”. La sua lezione fu accolta e ha prodotto frutti dalla polpa nutriente. Non ci si offende né si alzano le mani per motivi futili. Non si fa violenza sui deboli, sui bambini e sulle donne. La sola idea di compiere un gesto malsano è considerata stupida. Ma se accade – esiste sempre l’eccezione che conferma la regola – il reo viene punito in modo esemplare e nessuno parla di lui, così da inibire lo spirito di emulazione. I mass-media diffondono solo notizie incoraggianti e trasmettono programmi educativi. Si coltiva lo spirito e ci si rilassa con la buona musica, le passeggiate nella natura, i viaggi formativi, le letture piacevoli, gli spettacoli edificanti. Ci si diverte con giochi e passatempi allegri. Il calcio è lo sport più diffuso ma non esiste la violenza negli stadi né il professionismo. Non esistono armi né forze dell’ordine. Sono inutili; l’ordine è mantenuto dai cittadini stessi grazie al loro senso di responsabilità e all’innata vocazione per l’autodisciplina. Le guerre sono state messe al bando. In caso di controversie fra nazioni ci si siede al tavolo delle trattative e si discute pacatamente, cercando soluzioni eque. I negoziati sono leali e i problemi vengono risolti. Anche la caccia è stata abolita. Gli animali non vengono uccisi né sfruttati; ci si ciba solo dei doni della natura. Non ci sono chiese né preti; il cuore è il tempio dove il Creatore di tutte le cose è custodito e adorato. Tutto funziona splendidamente là dove mi sono ritrovato all’improvviso. La vita è meravigliosa e per questa ragione ho scelto di trasferirmi lì. Voglio vivere in un mondo che assomigli all’arcobaleno. 
Peccato fosse solo un sogno. Tuttavia è stato bello ritrovarmi per qualche ora in un contesto che pur non essendo reale è possibile. Lo so, proiezioni oniriche di questo genere fanno parte del regno dell’utopia, di cui fu cantore Tommaso Moro. In effetti, il sogno è la domenica dei pensieri. E oggi, guarda caso, è domenica. Chi mi impedisce anche solo per un giorno d’immaginare che potrebbero esistere società giuste, quasi perfette, dove gli esseri viventi vivono in pace, aiutandosi gli uni con gli altri, soddisfacendo solo bisogni leciti, avendo come fine primario l’evoluzione della coscienza? Sì, forse esistono i mondi evoluti. Ma certamente non sul nostro pianeta di cui lamento l’irreversibile disfacimento fisico e morale. Forse su altri pianeti dove pulsa la vita intelligente. Forse, c’è qualcuno negli spazi siderali che potrebbe darci il buon esempio e, perché no, una mano. Mi piace pensare che tutti noi, abitanti di una Terra agonizzante, stiamo per assistere alla fine fisiologica di un ciclo e all’inizio di una nuova era. Sono convinto che presto affronteremo una palingenesi dolorosa ma foriera di nuove prospettive luminose. Ma chiamatemi pure “marziano”, se pensate che viviamo nel migliore dei mondi possibili ed è utopistico sperare in un mondo diverso.

martedì 22 novembre 2011

Il catalogo degli extraterrestri (seconda parte).

La prima parte del post si era conclusa con queste parole di Solaris: “dovrai fissare nella tua mente la figura di una sorta di albero genealogico che ti permetterà di orientarti tra le fronde dei nomi che sto per farti”. Esploriamolo, dunque, questo albero sorprendente....
“In cima all’albero ci sono i Liriani, i patriarchi della razza mammifera che popola la galassia a spirale che voi chiamate Via Lattea. Vega è il cuore pulsante della costellazione della Lira e ne costituisce il centro animico e spirituale, cui fanno capo tutte le forze di luce della galassia cui appartiene SaraS. Dai Veghiani, la civiltà più antica, discendono tre razze: bianca, mulatta e acquatica. La prima si è sviluppata su Andromeda per poi differenziarsi e dare origine ai Pleiadiani. La seconda corrisponde ai popoli di Sirio, la stella del Cane. La terza si identifica con gli Arturiani. Ora, se hai afferrato questa linea generazionale puoi comprendere il gioco della connessioni e delle alleanze che costituiscono lo zoccolo duro della Confraternita Cosmica. Di essa fanno parte i Veghiani, naturalmente, e gli Andromediani, di cui esistono due specie diverse. La prima vive nella costellazione boreale di Andromeda, nella sesta dimensione, e perciò è una razza eterica, priva di un corpo fisico. La seconda è costituita da una genia fisica insediatasi su Zenetae, un pianeta che ruota intorno alla stella Mirach, nella quinta dimensione. Questi ultimi hanno la pelle blu, sono molto alti e viaggiano nell’etere utilizzando una tecnologia tra le più avanzate: la distorsione spaziotempo olografica. Dagli Andromediani discendono gli abitanti delle sette sorelle che gli antichi popoli di SaraS adoravano. Sto parlando delle sette stelle che si trovano nella costellazione del Toro, da voi chiamate Pleiadi. I Pleiadiani hanno un fortissimo legame con voi; non solo condividono la vostra stessa origine (anche voi, come loro, avete iniziato il cammino su Lira) ma hanno vissuto sul vostro pianeta, contribuendo alla sua civilizzazione. Perciò vi amano e vi stanno aiutando ad entrare nella quinta dimensione. I Pleiadiani sono ventidue milioni di anni più avanti di voi dal punto di vista spirituale e poco meno di cinque milioni di anni più avanti di voi dal punto di vista tecnologico. Sono una razza molto energica per via di una eccellente tradizione ed esperienza bellica. Essi amano le arti militari più di qualsiasi altra civiltà galattica, adorano anche la scienza e si occupano di xenologia, ovvero lo studio della forme di vita aliena. Degli abitanti di Sirio, voglio dirti per prima cosa che in un’epoca ormai remota combatterono contro i Pleiadiani per il possesso di SaraS, malgrado fossero loro alleati contro i Rettiliani di Orione. Ma da tempo è in vigore un patto di ferro tra i Siriani, i Pleiadiani e i Bellatrixiani. I Siriani sono riuniti nella Federazione dei Tre Soli e la loro capitale si trova sul pianeta Nagal, nel sistema Sirio B, gemello del sistema solare, in cui ha sede il Consiglio dei Maestri di Sirio. È un pianeta simile al vostro ma grande il doppio, ricco di vasti oceani, ampie vallate e città di colore bianco accecante, abitato anche nel sottosuolo. I Siriani sono umanoidi dalla carnagione ambrata, simile a quella dei vostri popoli mediorientali. Perciò voi li identificate come Semitici; in effetti, sono legati agli antichi Ebrei. Oggi sono una razza aperta e pacifica, che ama sopra ogni altra disciplina la medicina e la politica. […] Adesso ti parlerò degli Arturiani, che noi consideriamo i pastori della galassia per via del fatto che si occupano dei greggi sperduti e di quelli che senza guida non potrebbero trovare l’ovile cosmico. Vivono nella settima dimensione e assistono le civiltà con la frequenza vibrazionale ancora troppo lenta, vigilando sulle razze in cammino verso il risveglio spirituale. Sono umanoidi androgini dall’aspetto assai solenne, maestoso. Hanno una lunga chioma dorata e voi li confondete spesso con gli angeli. Collaborano strettamente coi Vegani, coi quali hanno fissato una base avanzata su uno degli anelli di Saturno, quel Cronos da cui provengo. Sono anche in stretta relazione col popolo dei delfini e dei cetacei che vivono nei vostri mari. Molte altre civiltà hanno responsabilità di primo piano in seno alla Federazione Intergalattica. Come i Cassiopei, i Centauriani, gli Ummiti, le razze originarie della Chioma di Berenice, i Pegasiani, i popoli di Altair, i Taucetani, gli Alphaceutiani e gli abitanti del remoto e pacifico pianeta Iarga. Di costoro, voglio dirti che hanno un corpo massiccio e la testa equina. Pur vivendo su un pianeta ostile, sono molto evoluti e hanno fondato una società stabile e giusta, malgrado la loro popolazione sfiori ormai i trecento miliardi. Sono grandi scienziati, come gli Arturiani. Dei popoli di Bellatrix, un astro della costellazione di Orione, ti dirò che costituiscono un’eccezione. Pur appartenendo alla stirpe rettiloide, si sono votati al bene e forniscono alla Federazione Intergalattica astronavi e truppe che si distinguono per il modello organizzativo e per valentìa. Potrei continuare elencandoti una lista di nomi che ti confonderebbe. Ma a che pro? È però doveroso dirti che fra i membri più attivi della Federazione Intergalattica ci sono gli abitanti di alcuni pianeti del sistema solare. Vi osservano e interagiscono con voi da tempo immemorabile. […] So che i vostri scienziati ritengono improbabile, per non dire impossibile, che ci siano forme di vita intelligente su Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Per tacere poi dei satelliti e dei cinque pianeti nani e dei corpi celesti che non avete ancora scoperto. Eppure, io sono la prova vivente che sbagliano: la mia casa si trova su un satellite di Saturno di cui ignorate l’esistenza. Ma la scienza di cui andate orgogliosi non ha accesso alle dimensioni superiori in cui si svolge la vita nel vostro piccolo sistema planetario. Per questo motivo non può scoprire le molteplici forme di vita evoluta di natura extraterrestre presenti in esso. Accetta, dunque, di sapere che c’è vita su Marte, Giove e altri corpi celesti ruotanti intorno al Sole e che i Venusiani hanno legami di sangue di vecchia data con voi. Per altro, alcuni di loro vivono in mezzo a voi. La Federazione Galattica comprende razze molto diverse fra loro e occorrerebbe parecchio tempo per spiegarti in cosa esse si differenziano. Non lo farò, dunque, tuttavia ti parlerò brevemente dei caratteri comuni. Le civiltà facenti parte della Fratellanza Cosmica hanno smesso da tempo di essere divise. Hanno perciò realizzato un governo unico, intergalattico, affidando al Gran Consiglio di Vega il compito di mantenere la pace e l’armonia degli infiniti universi. Noi non abbiamo più confini, dogane e tasse. Condividiamo tutto quello che abbiamo con amore e fraternità. Abbiamo realizzato i principi di un comunismo sano, dove la libertà e la giustizia non subiscono attentati né vengono messi in discussione. Nei nostri mondi tutto appartiene a tutti, nessuno pensa ad accumulare per sé o a possedere più degli altri. Nessuno compra o vende, se qualcuno ha bisogno di qualcosa la prende e la usa, per poi rimetterla a disposizione della comunità. Abbiamo abolito il concetto di nazione e non abbiamo governanti che decidono in nome del popolo. Ogni cosa è perfettamente organizzata e nel momento in cui sorge un imprevisto il collegio dei saggi si riunisce e adotta subito le contromisure più efficaci. Ciò avviene perché i nostri cuori vibrano sulla stessa lunghezza d’onda dell’Uno, che conosce una sola legge: l’amore. Il lavoro pesante viene svolto dalle macchine e nessuno deve faticare per la propria sussistenza. La nostra principale attività consiste nel metterci al servizio di chi ha bisogno d’aiuto, ovunque egli si trovi. I nostri scienziati collaborano con gioia ai progetti biologici riguardanti il vostro mondo; così come i nostri militari si occupano del salvataggio delle anime elette quando i mondi si autodistruggono. Noi non conosciamo l’avidità, l’egoismo e la violenza. Ci consideriamo fratelli e l’unica cosa che desideriamo è migliorarci per migliorare la vita degli altri. Siamo una grande famiglia ricolma d’amore. Ma non siamo perfetti. Non possiamo interferire nel karma altrui né impedire a chi rifiuta le leggi dell’universo di sbagliare. Per questa ragione, conviviamo con le civiltà refrattarie a tali leggi, con cui capita di scontrarsi anche se, lo ribadisco, aborriamo la violenza e cerchiamo di evitare l’uso della forza, salvo che non sia l’extrema ratio. Ora ti parlerò dei fratelli siderali che minano l’equilibrio dell’universo. I Gizeh, che voi definite Grigi per via del colore della pelle, vivono su Zeta Reticuli, presso la stella di Barnard, un mondo moribondo a causa della forte radioattività, dove la vita è possibile solo nel sottosuolo. Essi hanno infatti costruito una rete di città sotterranee. Nonostante il loro aspetto, alcuni di loro hanno scelto la via della luce e della verità. Come i Blu di cui parlano i racconti degli Hopi e degli Apaches. Ma altri hanno scelto di gravitare intorno ai Rettiliani e ai Draconiani, che sono il fulcro della Fratellanza Oscura. I Gizeh sono vegetariani ed ermafroditi. Hanno un’aspettativa di vita non inferiore a trecento anni e si riproducono per clonazione e genetica non lineare. Sono xenofobi e poco resistenti alle malattie. Amano esplorare i mondi meno evoluti del loro per compiere razzie e fare prigionieri che poi utilizzano come schiavi. Sono i principali responsabili del rapimento dei vostri simili per fini utilitaristici. Alcuni di loro, che voi definite Zetas, hanno rapporti col governo degli Stati Uniti d’America. Altri, chiamati Agariani, vivono nel sottosuolo della Terra. Anche quelli che voi chiamate Arancio per via del colore arancione brumato della pelle vivono presso la stella di Barnard; essi intrattengono rapporti commerciali coi Gizeh. Sono bassi e hanno arti lunghi e sottili, il viso che ricorda l’incrocio fra un umano e un suino. Hanno la facoltà di cambiare forma rapidamente e con grande facilità. Ho deciso che non ti parlerò delle civiltà riunite sotto i vessilli della Fratellanza Oscura poiché è meglio che tu sappia il meno possibile di loro. Ti dico soltanto che i Draconiani sono una razza guerriera potente ed evoluta che vive prevalentemente su Orione, Rigel, Capella e Alpha Draconis, che dà loro il nome con cui li conoscete. Voglio tu sappia che potrebbero invadere e distruggere SaraS senza alcuna difficoltà e l’avrebbero certamente fatto, se non fosse che le razze rettiloidi dispongono di finestre d’accesso al vostro mondo così strette da non potervi accedere in massa. Costituiscono un pericolo per l’armonia, ma al momento non sono in grado di nuocervi, anche in considerazione del fatto che la flotta interstellare della Federazione vigila perché nessuna astronave della Fratellanza Oscura costituisca per voi una minaccia…”. 
Per adesso, è tutto. Ma non finisce qui… (continua)

lunedì 21 novembre 2011

Il catalogo degli extraterrestri (prima parte).

Credenti o atei, ci unisce la passione tassonomica. Ci piace classificare ogni cosa, illudendoci, così facendo, di avere tutto sotto controllo. Non sfugge alla regola neppure il mondo variegato e stupefacente degli alieni. Eh già, perché si fa presto a dire "extraterrestri"! La verità è che ce ne sono talmente tante di creature appartenenti ad altre galassie che è doveroso fare un po’ di ordine. Solaris ci prova ne Il Vangelo Cosmico, il libro in cui ho affrontato il tema della vita negli infiniti mondi attraverso l’esperienza chiamata “abduzione”, narrata in prima persona. Il maestro cosmico offre al lettore una classificazione forse generica delle specie aliene ma non per questo banale. Va capito, sarebbe come chiedere a un terrestre di istruire un ospite proveniente da Aldebaran sulle tipologie umane. Chi di noi, figli di Gea, conosce veramente le infinite varianti della nostra razza? Chi sa quante etnie ci sono sulla Terra? Difficile rispondere, in ogni caso sono innumerevoli. Inoltre, va tenuto conto del fatto che noi siamo solo un puntino insignificante nel mare magnum del cosmo. La capocchia di un ago disperso in un fienile avrebbe più consistenza. In ogni caso, le informazioni di Solaris sono interessanti e perciò ripropongo a chi mi segue la sua classificazione, che è preceduta da una lunga premessa. Cosa sapete dei figli delle stelle?” chiede il maestro. “Non sapete nulla. Ci fu un tempo non troppo lontano in cui ci chiamavate Marziani e parlavate di noi come di creature di piccola statura e dalla pelle verdastra. Poi, vi siete accorti di quanto fosse ingenua e limitativa questa visione e l’avete allargata. I vostri studi, le vostre ricerche, i contatti negati ma reali con alcuni di noi, vi hanno indotto agli azzardi tassonomici. Sicché oggi credete di conoscerci, di sapere da dove veniamo, quanti siamo e di quali alleanze facciamo parte. Illusi! La verità non può essere conosciuta da chi la manipola o la respinge a causa dell’orgoglio. Ci avete suddiviso a secondo del colore della nostra pelle. Chiamate Grigi quelli dalla carnagione le cui sfumature oscillano fra il grigio chiaro e il marrone, e dall’aspetto di uomini adulti ma con caratteri infantili. Li descrivete snelli ma di bassa statura, glabri, con grandi teste ed enormi occhi scuri a mandorla, sovente privi di labbra. Pensate che provengano dal sistema stellare Zeta Reticuli ma di ciò non avete la più pallida prova. Così come nulla sapete della razza Arancio; eppure siete convinti che Andromeda sia la loro patria. È pur vero che avete raccolto notizie utili e veritiere attraverso i contattisti, gli addotti e gli studi effettuati sui corpi dei nostri fratelli che avete avuto modo di catturare e interrogare. Ma in virtù di qualche informazione pensate veramente di conoscere la verità? Siete affascinati soprattutto dagli umanoidi, attratti dai fratelli che vi piace chiamare Nordici in ragione della pelle di colore chiaro, degli occhi azzurri e dei capelli biondi, e nei vostri dossier segreti, quelli che definite X Files, sostenete che siano originari delle Pleiadi. Nella stessa categoria inserite i Semitici, un’altra razza evoluta che credete nativa di Altair, la dodicesima stella più brillante del cielo. Vi siete poi convinti che esistono extraterrestri dal cuore malvagio e d’aspetto mostruoso, che vedete come una minaccia per il vostro pianeta; essi colmano di paura il vostro immaginario e turbano il vostro sonno. Li chiamate Rettiliani per via delle squame che ricoprirebbero il loro corpo. Oppure pensate che siano simili agli insetti, e che il loro corpo, costituito da un esoscheletro sottilissimo, sia fornito di ali e antenne sporgenti. Ai Mothman, che descrivete dotati di ali e con occhi rossi, attribuite anche una patria: la costellazione del Drago. Ma nessuno, forse, vi fa inorridire più di quanto non riesca alle creature siderali simili ai vostri anfibi, che chiamate Dargos e dipingete come esseri acquatici alti almeno tre metri, con la pelle liscia o squamosa e le membrane infradito. Ma siete andati oltre. La vostra arroganza, unita al bisogno endemico di assumere il controllo della natura, anche se sconosciuta, vi ha illuso di poterci inquadrare con schemi ingenui oltre che elementari, e classificarci come se fossimo piante o animali rari da studiare. Avete creato teorie sulle razze aliene e ne andate fieri. Quella che oggi vanta maggiore credito fra i vostri esperti propone la suddivisione delle infinite civiltà siderali in quattro formati. Ma è un gioco semplicistico! La parola formato, poi, implica un punto di vista egocentrico; vi credete il fulcro dell’universo e pur ignorando ogni cosa dell’universo vi illudete di poterlo misurare e descrivere. Di più, vi sforzate di ingabbiare le forme di vita secondo il principio che l’uomo è la misura di tutte le cose. Nel formato Alfa inserite gli esseri di bassa statura, col cranio molto sviluppato, la pelle biancastra o grigia, la bocca a fessura senza labbra, gli arti allungati e con un numero di dita che varia da tre a sei. Sostenete che gli Alfa abbiano spiccate facoltà mentali e intenzioni pacifiche. Inoltre, pensate siano il braccio armato di una imprecisata alleanza galattica. Nel formato Beta riunite quelli di aspetto fisico simile al vostro, tant’è che ipotizzate sappiano nascondersi in mezzo a voi senza essere scoperti. Ne farebbero parte gli esseri spirituali dotati di aureola che confondete con alcune figure religiose. Non li considerate ostili, ovviamente, mentre diffidate di una varietà di Beta cui attribuite i caratteri della malvagità e dell’ambiguità. Classificate nel formato Gamma le creature pelose che vivono sulla Terra in luoghi isolati, come lo yeti, e per ultimi confinate nel formato Delta gli alieni dall’aspetto più orripilante secondo i vostri canoni estetici, ossia i Rettiloidi, i Mothman e gli Uomini-falena. Mi fermo qui. Non voglio esprimere giudizi sulle congetture umane. Però sappi che le teorie, le credenze e in genere le classificazioni che ci riguardano sono semplicistiche e forvianti; servono solo ad alimentare aspettative o timori infondati. Molte delle vostre supposizioni attingono alla fonte della verità. Altre sono false e devianti, invece, e la travisano.” 
Fatta questa premessa, Solaris inizia a dispensare una conoscenza nuova, più precisa. Egli ammonisce il genere umano affermando che: “la vostra visione bipolare vi ha indotto a credere che nell’universo ci siano due schieramenti che le opposte prospettive e i dissonanti progetti rendono nemiche. Il primo schieramento lavorerebbe per il bene, la pace, l’unità e l’evoluzione del cosmo. Vi sarebbe amico poiché vi considera fratelli bisognosi di aiuto e di protezione. L’altro schieramento, invece, propugnerebbe la discordia, inseguirebbe sogni di conquista e vorrebbe estendere il proprio dominio sui mondi più deboli ma ricchi. Esso guarderebbe alla Terra con avidità, come il predatore alla preda. Purtroppo devo confermarti che le vostre intuizioni sono fondate. Nell’universo si contrappongono due forze in disaccordo: la Federazione Galattica o Confraternita Cosmica e la Fratellanza Oscura. Quest’ultima è una lega ibrida di civiltà alleatesi in nome dei comuni, bassi interessi. Sì, esistono civiltà aliene costruttive e altre distruttive, che si ribellano alle leggi divine e agognano le conquiste e le razzie anziché la pace. Non tutti i figli delle stelle rispettano la vostra biodiversità, dunque. Alcune civiltà poco evolute non vi amano affatto e considerano il vostro pianeta una fonte di risorse sfruttabili, un potenziale terreno di caccia. Noi, invece, vegliamo su di voi come fratelli maggiori. […] Siamo i vostri tutori cosmici e costituiamo una moltitudine immensa, difficile da calcolare Non puoi proprio immaginare quanti siamo. Non siamo uniformi perché veniamo da galassie e dimensioni diverse. Ma ci accomunano i valori etici e i principi, ci unisce l’osservanza delle leggi che l’Intelligenza Cosmica di cui siamo l’emanazione ha dettato all’inizio dei tempi. Ci preoccupiamo costantemente del benessere dell’universo, ci prendiamo cura della sua integrità. Perciò ci occupiamo anche di voi. Abbiamo costituito un’alleanza, una sorta di patto di ferro del quale fanno parte moltissime civiltà evolute. È una Federazione, già lo sai, e il suo Gran Consiglio ha sede nella quinta dimensione, sul pianeta Vega, la stella alpha della Lira. È lì che ha avuto origine la stirpe mammifera. […] Ti confermo che in effetti non è poi così scorretto suddividere le civiltà aliene senzienti ed evolute in quattro categorie. Alla prima appartengono le razze di aspetto umanoide e i precetacei, ossia i mammiferi in generale, che hanno origine dalla razza felinoide. Della seconda fanno parte  i Rettiliani e i Dinoidi, generati dalla razza madre dei Kariak. La terza comprende gli Insettoidi, la razza indipendente che si rifiuta di entrare nella Federazione Galattica ma che ha preso le distanze anche dalla Fratellanza Oscura, alla quale, però, è attualmente asservita. La quarta ed ultima categoria è costituita dagli esseri di pura energia, privi di un corpo fisico. Possiedono un corpo di luce e vivono nei mondi della sesta dimensione e oltre. Fra poco ti parlerò delle principali civiltà umanoidi che hanno aderito alla Federazione Galattica. Ma prima… dovrai fissare nella tua mente la figura di una sorta di albero genealogico che ti permetterà di orientarti tra le fronde dei nomi che sto per farti…”
A questo punto, Solaris inizia a rivelare verità che in parte collimano con le nostre conoscenze e in parte se ne allontanano, offrendoci un quadro così complesso della realtà da restarne frastornati. Egli sostiene che…. (continua)

giovedì 17 novembre 2011

Bisogna abbattere tutte le caste


Corrisponde al vero l’affermazione che l’India è il Paese delle caste. Ce ne sono quattro, cui si aggiungono le sottocaste e i fuori casta o paria, che un tempo venivano chiamati “intoccabili” e che Gandhi ribattezzò misericordiosamente “figli di Dio”. In sostanza, chi nasce in India è ingabbiato in un rango sociale da cui non potrà mai evadere. La casta, incisiva come un marchio impresso a fuoco, determinerà la sua educazione, il suo matrimonio, il suo futuro. In Italia funziona diversamente. Nasciamo tutti uguali – per quanto l’ambiente e la famiglia facciano subito la differenza – ma ci diversifichiamo in tempi brevi, mediante le scelte scolastiche e le frequentazioni. La vera e definitiva diversificazione, però, si verifica il momento in cui, completati gli studi, entriamo nel mondo del lavoro. È lì che ci scontriamo col roccioso sistema delle caste, non meno rigido e doloroso di quello indiano. Ed è lì che scopriamo che l’Italia, repubblica fondata sui privilegi corporativi e i diritti inalienabili, non è molto diversa dall’India. Ultimamente si è parlato con insistenza e indignazione della casta dei politici, la casta per eccellenza. In realtà, essa è solo la punta di diamante di una società che coltiva la diseguaglianza e difende coi denti e coi rostri le proprie franchigie. È l’espressione più odiosa di un sistema anchilosato ma ancora vitale, che nasce e si diffonde a partire dal XII secolo per regolamentare e tutelare le attività dei membri della stessa categoria professionale. È il regime medievale delle corporazioni delle arti e mestieri, che anticamente aveva un senso ma che oggi risulta anacronistico, inutile e iniquo. Sicché In Italia, non meno che in India, esistono diverse cricche dominanti, discriminanti e gerarchizzate come una feroce milizia. Sono gilde compatte che operano per conservare il proprio egoistico monopolio, inibire la concorrenza, mantenere privilegi e influenze che non hanno ragione d’essere in un mondo globalizzato e in continua evoluzione. Mi riferisco alla casta dei notai, dei magistrati, dei medici e dei farmacisti, dei bancari, dei baroni universitari, dei giornalisti e degli intellettuali e a molte altre che in questo momento non mi vengono in mente. La mente, tuttavia, mi suggerisce un’icona metaforica ed emblematica di questo parterre de rois. Il famoso dipinto di Rembrandt “Lezione di anatomia” – raffigurante gli allievi del dottor Nicolaes Tulp raccolti attorno a un cadavere da sezionare – potrebbe rappresentare i delegati delle maggiori caste nazionali. Inutile dire che il cadavere siamo noi, i fuori casta. Ho citato alcune categorie professionali di cui non è possibile far parte per il solo fatto di avere conseguito una laurea col massimo dei voti o di saper svolgere un determinato lavoro. Occorrono ben altri titoli, altre credenziali. Bisogna essere raccomandati, disporre di risorse economiche, avere ereditato un titolo nobiliare (il figlio del notaio riceverà l’investitura con facilità mentre il figlio del fruttivendolo, che è plebeo, se lo sogna di diventare notaio) o passare sotto le forche caudine (esami di stato, noviziato, prostituzione morale e affini) perché il ponte levatoio si abbassi e si possa accedere alle lussuose stanze del castello fortificato. Dopodiché è una pacchia. È relativamente importante che il medico sia capace, l’avvocato onesto e il giornalista indipendente. “La casta, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare per tutta la vita”. Questa frase, che ho pescato nel libro “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è riferita alla casta politica, ma credo sia estensibile ad ogni altra lobby. Le caste sono tali per garantire ai cittadini la qualità del servizio, affermano i baldi castellani. Se così fosse, gli ostacoli che gli aspiranti nuovi adepti delle corporazioni vigenti nel XXI secolo devono superare sarebbero giustificati. Ma è davvero così? A osservare la realtà sorge il dubbio che le ragioni di tanta selettività siano altre. C’è di mezzo l’interesse. Prendiamo il caso della professione notarile, un’autentica miniera d’oro. L’accesso alla miniera è regolato da criteri arcigni: bisogna essere “patronati” o “molto fortunati” per potere accedere. Un anno fa, il concorso notarile nazionale venne interrotto perché furono riscontrate troppe irregolarità; in sostanza, venivano sfacciatamente favoriti gli iscritti a una famosa scuola di notariato di Roma frequentata dai figli dei politici e dei notabili. Se quella dei politici è la casta più odiosa, forse quella dei notai è la più odiata. Molti notai (non tutti, fortunatamente) sono sanguisughe in doppio petto, parassiti arroganti la cui sicumera fa pensare al marabù. Molti si arricchiscono a dismisura, trasudano potere e sono mantenuti dall’apparato burocratico di uno stato inefficiente e manutengolo. Alcuni loro diritti sono obsoleti; l’autentica notarile, ad esempio, è un balzello insensato. Penso sia arrivata l’ora di dire basta all’arcaico monopolio dei notai e al numero chiuso delle sedi notarili. Bisogna allargare le funzioni notarili agli avvocati, ai commercialisti e ai funzionari amministrativi comunali, sgonfiando i costi e abbassando le arie a chi si crede un podestà. Ma lo stesso vale per gli appartenenti a molte altre caste, di cui potrei parlare a lungo e male. Per altro, chiunque abbia avuto a che fare col sistema sanitario nazionale ha sperimentato l’insopportabile protervia di certi medici secondi solo a Dio. Chiunque abbia frequentato l’università ha conosciuto l’odiosa sicumera dei tronfi baroni universitari. E chiunque sia finito negli ingranaggi della macchina burocratica dello stato ha rischiato di rimanere stritolato dai suoi funzionari senz’anima. Le caste ricorrono facilmente al gioco sporco per vincere. I concorsi per notai non sono gli unici truccati; l’esame di stato per gli avvocati e i concorsi per magistrati sono alterati come certi vini d’infimo valore. Le caste sono diffidenti; accolgono i neofiti non in base ai loro meriti e alle reali capacità. I criteri selettivi sono più prosaici e utilitaristici; ce la fanno sicuramente i “figli di…” e gli “amici di…”, chi unge le ruote, chi ha lo sponsor, chi ha virtù recondite.  Va da sé che non è facile entrare nelle fortezze inviolabili che macinano a profusione denaro e potere. E perciò, il cittadino comune guarda al maniero dei castaioli con lo stesso disagio (e una certa invidia) con cui, nel Medio Evo, il contadino pagava le gabelle e portava le vettovaglie al signore del feudo. La gente semplice, più umile, ha quasi paura dei castaioli, ha soggezione di loro e s’inchina umilmente. Al cospetto degli assessori, dei magistrati, dei pubblici ufficiali, dei primari d’ospedale, ci si fa piccoli come Puffi. Scherziamo? Politici, amministratori pubblici, notai, avvocati, magistrati, medici, intellettuali e direttori di banca non sono semidei, non hanno l’aureola. Sono bipedi come noi, solo che sanno sfruttare al meglio la loro posizione erettile. Si fanno forti del fatto di appartenere a corporazioni potenti, use a tenere il petto in fuori e sfregarsi le mani (salvo aprirle per ricevere). Nell’estate 2011, il senatore del PdL Raffaele Longo ha presentato un disegno di legge per abolire l’esame di stato per l’abilitazione professionale. Anche l’ex ministro Tremonti ha provato a inserire nella manovra fiscale la proposta di abolire gli ordini professionali. Come pensate sia finita? Apriti cielo! Le proposte hanno suscitato la vibrata indignazione delle caste e sono finite nel nulla. Temo che in Italia le ingessature feudali non si scioglieranno mai e non potremo mai fare a meno di dipendere dai feudatari che ci impongono dazi gravosi. Poco male, se non fosse che un Paese che si regge sulla prevaricazione del forte sui deboli, sulle nomenclature, i monopoli e le concessioni anziché sul merito, rischia di compromettere il proprio futuro. Perché il futuro non appartiene a chi si preoccupa solo di conservare gelosamente la propria leadership socio-economica, di starsene beato sulla torre eburnea, ma a chi cerca di costruire ex novo. Se vogliamo uscire da questa crisi asfissiante e diventare finalmente un Paese moderno, dobbiamo fare al più presto le necessarie riforme per affrancare le energie imprigionate del mondo del lavoro e creare sviluppo. Bisogna liberalizzare l’ingresso nel mondo del lavoro anziché frustrare l’intraprendenza dei giovani e demotivare chi vale. Gli ordini professionali dovrebbero continuare ad esistere solo per espletare le funzioni associativistiche e non per esercitare una gretta politica di salvaguardia degli interessi di categoria, che si traduce nella realtà dei fatti in controllo, influenza e manipolazione. Il tutto, grazie alla collusione coi partiti e le istituzioni. Fa specie che la parola “casta”, di origine portoghese, significhi “puro, non contaminato”. Ironia del lessico. Fosse per me, che non appartengo a nessuna lobby e sogno una società più etica, le caste andrebbero abolite, gli ordini professionali riformati e le discriminazioni eliminate. Bisognerebbe smantellare le roccaforti in cui vivono gli esseri umani che si credono “puri” e quindi migliori degli altri solo per il fatto di stare dentro e non fuori. In realtà, molti di loro sono solo individui “furbi” e approfittano del fatto che la mamma degli stupidi è sempre gravida. Bisognerebbe ma...
Non mi illudo più. Ho imparato che gli esseri umani più dotati o semplicemente favoriti dalla sorte non aspirano ad essere migliori in virtù della loro capacità e del merito; preferiscono inseguire la ricchezza e il potere, illudendosi che ciò garantisca loro il diritto di guardare gli altri dall’alto verso il basso. Eppure… come sarebbe diversa, certamente migliore, la società in cui viviamo se nello svolgere la propria attività i castaioli mettessero in pratica la golden rule. Cos’è? Non è altro che la “Regola d’Oro” che accomuna molte religioni. Essa detta il principio cardinale del comportamento umano e si esprime sia in forma positiva che negativa. La prima dice: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. La seconda recita: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. L’ha detto Gesù. Ma l’avevano già detto il Buddha e Confucio. È scritto nel Mahabharata e in altri testi sapienziali antichi. È la saggezza che faceva breccia nei cuori timorati di Dio prima che le corporazioni e gli ordini professionali sostituissero la morale cristiana con l’etica del profitto a qualunque costo.

domenica 13 novembre 2011

Tutto è possibile a chi crede

Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto.”         (Hikmet, Il più bello dei mari, 1942) 

Questi versi del poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963) sono un inno alla fiducia nel futuro e insieme un semplice ma profondo momento di autostima. Costituiscono l’anti-manifesto dei nostri giorni, conditi di un insano pessimismo che sta rasentando la rassegnazione. Sarebbe sciocco negarlo: mala tempora currunt. E ogni giorno porta la sua pena, come ci ricorda il Vangelo. Motivi per sorridere ce ne sono pochi e si rafforza la convinzione che stiamo avanzando a grandi falcate verso un disastro di proporzioni bibliche. Un’apocalisse morale, culturale, ambientale, socio-politica ed economica. Non la fine del mondo – solo uno sciocco può temerla o auspicarla – bensì la fine di un’epoca e di un sistema visibilmente in cancrena. La società di cui facciamo parte è scoraggiata, esasperata, dispnoica. I sogni sembrano finiti e le prospettive sono asfittiche. Come si fa a nutrire la speranza che le cose cambino, visto che volgono sempre più verso il peggio e non si intravede la fine del tunnel? Bisogna essere sinceri: non stiamo attraversando uno dei tanti momenti di crisi planetaria che assecondano la logica dei corsi e ricorsi storici. La verità è che stiamo vivendo una mutazione senza precedenti, stiamo assistendo al definitivo tramonto dell’Umanesimo e dei suoi valori, il ché comporta che l’humanitas sia sopraffatta dalla ipertecnologia, dalle vane chimere materialistiche, dagli inganni dei sensi, dagli impulsi bestiali che sanciscono il trionfo dell’egoismo, dell’avidità e della morte sulla vita. Ergo, dobbiamo preoccuparci seriamente, dobbiamo paventare il cataclisma antropologico. Sono un po’ troppo disfattista? È vero il contrario, invece. Sono un inguaribile ottimista e confido nel futuro, che al momento ci sembra nero come il carbone ma che cambia a secondo di come lo guardiamo. La Fisica quantistica non ci ha forse insegnato che è l’osservatore a costruire la realtà? E poi, se veramente l’universo è in espansione, come potrebbe il nostro mondo subire una contrazione irreparabile? Se ho scelto di commentare i versi di Hikmet è perché ho sperimentato più volte che anche dal fondo di un pozzo si può ammirare il cielo. Basta alzare lo sguardo verso l’alto anziché fissarlo sulle bassezze e la miseria dell’animo umano. Alfredo Panzini diceva che la pagina aperta della vita è bella ma più bella è la pagina sigillata. Al pari di Hikmet, ho fondato la mia esistenza su un credo coraggioso: il meglio deve ancora capitarmi perché non c’è limite al meglio. Qualcuno penserà il contrario, è ovvio, ed effettivamente la sorte di molte persone è triste: quando pensano di avere toccato il fondo ecco che si apre sotto i loro piedi un’altra voragine e precipitano in un vuoto ancora più profondo. Pur tuttavia, se ciò accade è perché hanno in qualche modo attirato su di loro le disgrazie. Sì, le cose non capitano a caso. Fortuna e sfortuna sono attirate dai nostri pensieri, dalle nostre azioni, dai nostri meriti e dalle nostre colpe. La vita obbedisce alla legge di analogia, per cui ci capitano le cose che hanno assonanza con la nostra condizione umana, la nostra psiche, le nostre scelte. Perciò occorre essere ottimisti, fiduciosi, propositivi e tendere le mani aperte verso il futuro. È l’unico modo per scongiurare la “sfiga”, che non è affatto cieca. È l’unico modo per attirare la buona sorte. Dobbiamo credere che il meglio debba ancora venire per noi perché risponda al nostro richiamo. In caso contrario, difficilmente ci verrà incontro. Se penseremo che i tempi migliori appartengono al passato e che il futuro ci riserverà solo affanni, è pressoché certo che ciò avverrà. Tutto è possibile a chi crede, ci ricordano le Sacre Scritture. È dunque indispensabile credere che il nostro domani ci riserverà doni e gioie, che le cose miglioreranno, che vivremo intensamente ogni attimo e che la pagina sigillata della vita ci sorprenderà coi suoi contenuti meravigliosi. Dipende solo da noi.
Io che ho avuto la fortuna di navigare in lungo e in largo su mari splendidi, col sole che mi baciava la fronte, sono realmente convinto che il più bello dei mari non l’ho ancora navigato. Io che ho messo al mondo tre figlie di cui vado orgoglioso sono convinto che il migliore dei miei figli non è ancora cresciuto. E penso che il più bello dei miei giorni debba ancora presentarsi, per quanto la mia vita sia stata ricca di successi, fortuna e gioie. Per ultimo, sono anche convinto che le imprese più belle, più grandi, io devo ancora realizzarle. Mi sono incarnato per questo. Guai se dubitassi del mio destino. Guai se mi ritenessi soddisfatto di ciò che ho fatto finora (e non è poco), di ciò che ho imparato dalla vita, di ciò che possiedo. E non mi riferisco certamente ai beni materiali. So che se dicessi a me stesso: “hai avuto tanto, non aspettarti più nulla dalla vita”, comincerei a invecchiare. Mentre io voglio restare giovane per affrontare la magnifica avventura del futuro con lo stesso spirito di quand’ero un adolescente. Per vivere le mie stagioni più luminose, stagioni di grazia. È giocoforza mandare un messaggio di fermezza e di fiducia alla vita perché la vita si mostri docile con noi. È indispensabile avere fede nelle idee che ci verranno domani, nelle opportunità che qualcuno ci offrirà, negli incontri che faremo, nella saggezza che acquisiremo anche attraverso le preoccupazioni, le delusioni, le sconfitte. In tempo di guerra (era il 1942), Hikmet ebbe la forza di affermare con la poesia che nulla è impossibile a chi crede. In fondo, anche noi siamo in guerra. Una guerra invisibile contro noi stessi prima ancora che col resto del mondo, che mai come in questo momento ci appare ostile. Abbiamo il dovere di credere che trionferemo e che la pace sarà con noi e il nostro spirito conoscerà le beatitudini che il futuro ci riserva.





venerdì 11 novembre 2011

Pensare è muoversi nell'infinito

“L’uomo non è nulla più di un giunco, il più debole della natura; ma è un giunco pensante” diceva Pascal. Non si può non essere d’accordo col grandissimo matematico e filosofo francese. Eppure, di questi tempi, guardandosi attorno si ha come la sensazione che di giunchi pensanti ce ne siano sempre meno. Oh, certo, non c’è un solo uomo che non pensi. Peccato, però, che la maggior parte del genere umano pensi con la testa degli altri perché della propria non sa che uso fare. È un semplice accessorio, una scatola vuota. Per altro, non è forse vero che viviamo nell’epoca del “pensiero debole”? E strapeccato, aggiungo, che molti dei cosiddetti “intellettuali”, da cui ti aspetti un florilegio di pensieri intelligenti e utili, soprattutto nel momento del bisogno, asserviscano la propria intelligenza al potere e al denaro. Per cui si limitano a produrre solo pensieri sterili, artificiali, strumentali, stupidi e cattivi. In sostanza, si pensa molto al giorno d’oggi ma circolano poche idee ma chiare. In più, si è diffusa la convinzione che se vuoi che le persone pensino che sei intelligente devi essere d’accordo con loro. Sapete cosa vedo intorno a me? Vedo troppe persone incapaci di formulare pensieri critici, personali, liberi. I più aprono la bocca per dare fiato a opinioni fragili e giudizi che hanno la consistenza dei coriandoli a carnevale. Si ragiona per sentito dire, per partito preso, per averlo letto o sentito, perché è più comodo accettare le verità preconfezionate che indagarle personalmente. È evidente che la nostra società ha molti problemi da affrontare: uno di questi è che i liberi pensatori sono diventati rari come le mosche bianche. 
A questo punto, è opportuno che io chiarisca cosa intendo esattamente per libero pensatore. Inizierò col dire cosa non intendo. Da un punto di vista storico, la locuzione “libero pensatore” appare e si afferma agli albori dell’Illuminismo. Con essa venivano definiti gli esponenti della cultura e della vita sociale che avendo aderito al deismo o dichiarandosi atei si opponevano alle posizioni etiche e religiose del clero cristiano. In sostanza, il libero pensatore del secolo XVII combatteva il dogmatismo religioso. Va da sé che io utilizzo l’espressione “libero pensatore” in un’accezione più moderna e meno riduttiva. Per me, è un libero pensatore chi ha la capacità di pensare con la sua testa ascoltando anche il suo cuore. Meglio ancora, chi pensa liberamente attingendo non solo alla ragione ma anche alla sua coscienza, fonte di verità e divinità. Jules Renard disse: “Libero pensatore. Basterebbe dire pensatore”. Aveva ragione; se non fosse che i pensieri difficilmente sono il frutto di un dialogo interiore dell’anima con se stessa, come suggerì Platone, bensì eruzioni emozionali, calcoli algebrici o semplici sfoghi frettolosi. Quando non sono il risultato di influenze esterne e condizionamenti. Il libero pensatore è colui che col suo libero pensiero si affranca dalla conoscenza imposta dall’autorità e dalla tradizione, si svincola dalle visioni dogmatiche e aderisce alla libera ricerca della verità. Inoltre non si fa scrupolo di esprimere liberamente le proprie idee e di manifestare la propria opinione senza essere impedito o censurato. È pur vero che anche il libero pensatore non è libero al 100% (il suo pensiero è debitore dell’ambiente, dell’educazione e dell’esperienza) pur tuttavia egli si distingue dal pensatore convenzionale perché non ha paura di essere sincero, franco, diretto e originale. Non teme di andare controcorrente, di rendersi antipatico, di rischiare sgradevoli effetti collaterali. Perché ciò sia possibile, il libero pensatore non deve dipendere da altri (soprattutto economicamente), non deve essere padrone o servo di nessuno, come consigliava l’imperatore-filosofo romano Marco Aurelio. 
Io credo di appartenere a questa categoria scomoda e invisa agli stupidi e a chi vorrebbe che gli esseri umani accettassero acriticamente le idee comuni, il pensiero dominante, la conoscenza ufficiale. Ho il vizio di ragionare conciliando il pensiero logico con quello analogico, di cercare la verità al di fuori del recinto. Ho l’abitudine di scrivere ciò che penso. Ormai, scrivo a tempo pieno. Ovunque e di tutto, quasi volessi soddisfare un bisogno primario che è cresciuto col passare degli anni e che ha prodotto non pochi frutti. Per questa ragione, pensavo di essere uno scrittore. Per questa ragione, ho intitolato il mio blog Giuseppe Bresciani, scrittore. Ma ieri, all’improvviso, per una illuminazione scaturita dopo aver ricevuto l’ennesimo post di un blog che seguo e si chiama Pensare liberi, ho capito che prima d’essere uno scrittore, e aldilà del fatto di esprimere attraverso la parola scritta le mie idee, le mie opinioni, le mie emozioni, io sono fondamentalmente un libero pensatore. Appartengo a questa razza dannata. E se qualcuno mi domandasse cosa me lo fa credere  – ovvero, cosa mi fa credere che i miei pensieri non siano condizionati ma liberi – risponderei che a darmene la certezza è l’inquietudine, la sete, la passione con cui la mia mente esplora ogni campo della conoscenza – essoterica ed esoterica – alla ricerca di risposte dirette e non mediate o filtrate.
“Pensare è muoversi nell’infinito” ha scritto Lacordaire, uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo liberale ottocentesco. È esattamente questo che fa un libero pensatore quale io penso d’essere: muoversi nell’infinito. Per ora, il mio volo è ancora incerto e limitato. Ma è già incoraggiante, al punto di avere deciso di cambiare nome al mio blog. Giuseppe Bresciani, scrittore ha consegnato il testimone a Giuseppe Bresciani, libero pensatore. Prometto a chi mi segue che malgrado i miei limiti continuerò a muovermi nell’infinito.

sabato 5 novembre 2011

Crisi, è finito il tempo dell'aria fritta


È stato scritto che siamo un Paese alla deriva e le cassandre profetizzano il nostro default. In effetti, non godiamo di buona salute e troppi uccellacci del malaugurio stanno presidiando il nostro capezzale. Gli avvoltoi hanno scommesso sul nostro fallimento e fanno di tutto per vincere la posta. Nonostante ciò, il pessimismo cronico di queste ultime ore non mi sembra del tutto giustificato. Credo che l’Italia non fallirà. “Gli italiani, se ci si mettono di picca, non muoiono neanche se li ammazzano” diceva Giovannino Guareschi. Certo, fa specie che al G20 di Cannes il Capo del governo dichiari che non c’è crisi perché i ristoranti e gli aerei sono pieni. In effetti, conosco persone che hanno perso il lavoro eppure si concedono costosi week-end all’estero senza soluzione di continuità, come se i soldi non fossero un problema. In realtà, lo sono per tantissimi italiani che fanno i conti della serva e non sanno come fare per arrivare a fine mese. Il fatto certo è che l’Italia è un Giano bifronte. Ha due facce: quella del debito pubblico che si allarga come una voragine, degli sprechi, della politica ottusa e arrogante, del ladrocinio e dei privilegi iniqui, dell’assistenzialismo, del bordello istituzionale, del conformismo. E poi abbiamo l’Italia che lavora e produce ricchezza, non molla mai, fa sacrifici, piega la schiena per la fatica e subisce il continuo salasso tributario limitandosi a brontolare anziché prendere d’assalto la Bastiglia. È quest’ultima la vera Italia, per quanto non siamo più tosti come una volta. Credo che il Paese reale non sia in ginocchio e che gli italiani, che hanno carattere e infinite risorse, conservino la forza per reagire e uscire dalle sabbie mobili. A condizione, però, che siano rispettati alcuni punti fermi. 
Primo: mettiamoci in testa che la crisi è globale, è stata provocata dai giochi pericolosi del sistema creditizio-finanziario e da altri fattori internazionali che hanno causato il dissesto socio-economico di buona parte del pianeta. La crisi senza precedenti che l’Italia sta attraversando non dipende solo dal malgoverno. Tuttavia, è palese che i nostri politici e amministratori pubblici hanno gravissime colpe e forti ritardi. In più, mancano della necessaria determinazione e unità d’intenti per prendere le decisioni drastiche che servono. Insomma, pare proprio non abbiano le palle né l’acume tattico che serve. Se sono in grado di fare le cose giuste bene, altrimenti si tirino da parte, aprendo nuovi scenari politici. Non si può andare avanti a colpi di litigi, tentennamenti e ripensamenti. Non si può negare la verità per partito preso e fingere che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibili. L’abbiamo visto in questi giorni: siamo con l’acqua alla gola. Anche i tempi supplementari sono agli sgoccioli, l’arbitro internazionale sta per fischiare la fine della partita e rischiamo di essere eliminati. 
Secondo: non servirebbe a granché fare le riforme o chiedere altri sacrifici se insieme non cambiamo il nostro modo di pensare e di agire. L’Italia è un paese masochista, che ama farsi del male, ma è ancora incredibilmente vitale e ricco. Bisogna abbattere i pilastri su cui si regge il sistema socio-politico: la corruzione e il clientelarismo. Occorre demolire la cultura della furbizia e dell’inettitudine. Bisogna ripristinare il principio-guida che fa crescere una nazione: la meritocrazia. Siamo in pericolo e il bisogno deve aguzzare l’ingegno, ecco perché occorre premiare chi merita, dare fiducia ai giovani che mostrano reali capacità, smetterla di alimentare l’ingordo leviatano statale. Pochi giorni fa, il Capo del governo ha accarezzato l’insano pensiero d’imporre al Paese soluzioni choc per dare un segnale forte a chi alimenta la sfiducia nell’Italia. Per un attimo (ha avuto anche lui un attacco ischemico transitorio come Cassano?), ha ipotizzato un prelievo forzato dai conti correnti degli italiani (cioè una rapina in nome della legge) e una tassa patrimoniale. Naturalmente faceva finta, quel giorno era su “scherzi a parte”.  Eppure, ci servirebbe eccome uno choc. Ne suggerisco i termini: la rinuncia allo stipendio da parte dei boiardi della politica, la rinuncia alle auto-blu, la rinuncia all’immunità politica, la rinuncia al cadreghino. Ma questo vale per tutti, non solo per Silvio Berlusconi che forse non si alza e se ne va perché qualcuno ha spalmato l’Attack sul sedile della sua poltrona. 
Terzo: dobbiamo avere più fiducia in noi stessi, nella nostra ingegnosità. Anche se abbiamo un deficit pari al 3,9% del Pil e un debito del 120,6% del Pil, non siamo un Paese moribondo. Abbiamo industrie floride e competitive, che producono ogni ben di Dio. Abbiamo idee vincenti e soluzioni applicabili. Se non saremo in grado di onorare il debito estero alla scadenza non sarà un’apocalisse. E se anche ci cacceranno fuori dal Club dell’Euro (ipotesi insensata) poco male; ne trarrà vantaggio la nostra industria con la crescita delle esportazioni. In ogni caso, smettiamola di vedere nero e fare la figura dei tapini nei confronti di altri stati. Anche i primi della classe non se la passano meglio di noi e c’è una sola cosa che dobbiamo invidiare loro: un establishment politico più serio e responsabile. 
Quarto: dobbiamo ignorare i sordidi capricci della Finanza. Non è il giudice supremo da cui dipende il nostro futuro. Non lasciamo il nostro destino nelle mani degli speculatori nazionali e internazionali, che oltre al profitto hanno un secondo fine. Non so quale sia, ma l’istinto mi dice che vogliono destabilizzarci perché le cose non cambino. Non è forse la lezione del Gattopardo? “Bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale” diceva il nipote del Principe Salina. 
Eppure, almeno una cosa deve cambiare se vogliamo affrontare la crisi con buone possibilità di uscirne fuori senza le ossa rotte: l’andazzo. Chi ci governa deve dare un segnale forte al Paese e alla comunità internazionale, deve smetterla di menare il can per l’aia, e chi sta all’opposizione deve proporre soluzioni concrete e offrire collaborazione anziché fomentare il caos. C’è un’emergenza da affrontare e occorre restare uniti, lavorare per il bene comune, non pensare e agire solo in chiave elettorale. Il tempo dell’aria fritta è finito. In questo momento servono concretezza, austerità e idee chiare. Da parte di tutti, nessuno escluso. Se i miei nonni fossero ancora in vita direbbero che bisogna rimboccarsi le maniche e versare olio di gomito. È l’unico modo perché la buriana passi. Non ci sono alternative: dobbiamo “metterci di picca”, come diceva Guareschi. In caso contrario, fra poco parafraseremo il titolo di un vecchio film di Roberto Benigni e Massimo Troisi: “Non ci resta che piangere”.

mercoledì 2 novembre 2011

La sapienza degli angeli

“La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” scriveva San Paolo ai Corinzi. E quella degli angeli? Gli angeli sono i panettieri nel cui forno lievita un nutrimento spirituale che può rendere gli uomini meno stolti. Il pane degli angeli – così Dante Alighieri definì la vera sapienza – è un alimento che rinvigorisce lo spirito e ne favorisce l’evoluzione. Nei post precedenti ho proposto alcune portate fragranti a base di panis angelicus. Ora servirò alla mia mensa gli ultimi bocconi, augurando a chi mi legge di gustarli libero dai pregiudizi.  
Abbigliamento. Gli angeli ci consigliano d’indossare abiti comodi, leggeri e fluenti, che “il vento faccia ondeggiare”. Per contro, essi sconsigliano l’uso di indumenti attillati e chiedono espressamente di non indossare pellicce o abiti di pelle, per confezionare i quali sono stati barbaramente uccisi i nostri fratelli animali. Suggeriscono anche nel vestire moderazione e garbo. Disdegnano le persone troppo vanitose o provocanti. La semplicità è la scelta più felice. In linea di massima non interferiscono più di tanto nelle nostre scelte, accettando il fatto che de gustibus non disputandum est. Tuttavia manifestano una particolare premura nel raccomandarci un uso sapiente dei colori. Nel post dedicato al cromatismo ho illustrato i simboli e gli effetti psichici e spirituali dei colori. Qui aggiungerò l’insegnamento che ripetono in continuazione. Ebbene, gli angeli ci chiedono di vestire di chiaro, preferibilmente di bianco, per “irradiare luce intorno a noi”. Anche lo Pseudo-Dionigi suggeriva a un cristiano: “vesti di un biancore abbagliante perché sfuggendo agli attacchi delle passioni con una salda e divina costanza e aspirando con ardore all’unità fa rientrare nell’ordine ciò che era sregolato, abbellisce ciò che era difettoso e risplende di una vita santa e pura”. Più semplicemente, le vesti bianche attirano e riflettono luce spirituale ed esaltano la parte migliore di noi. Vestirsi di bianco significa glorificare Dio e tenere a debita distanza i demoni che, notoriamente, non sopportano il candore. Il bianco è come un magnete, una potente calamita per coloro che cercano la luce e la verità. Non ritengo opportuno prendere in considerazione le sciocche obiezioni di chi crede che vestirsi di bianco sia solo una forma di esibizionismo dettato dalla vanità. A chi desiderasse approfondire la tematica del bianco, invece, consiglio la lettura del capitolo XLII di Moby Dick. In esso, Melville tratta con erudizione e sentimento i molteplici aspetti del colore che più di ogni altro è gradito a Dio. Per contro, il nero è il colore preferito da Satana. Gli abiti neri attraggono le energie negative, suscitano sentimenti malevoli (così come le vesti rosse caricano di aggressività), soffocano lo spirito. Da anni, ormai, il nero è di gran moda, soprattutto fra i giovani. È un caso? No, rispondono gli angeli. Vestirsi di nero da capo a piedi è mostrare il fianco al male, al vizio, alle tentazioni del mondo. Per molte persone si tratta di una adesione inconscia o comunque priva di consapevolezza. Esse rispondono ai dettami della moda o del gusto, senza immaginare i retroscena di una scelta che influenza l’umore e il ruolo sociale. Ma per altri, il nero è un’uniforme. I satanisti, gli spacciatori di droga, i seduttori di professione, i balordi in genere e le persone vacue, dominate dall’ego, si vestono quasi solo di nero. Una particolare raccomandazione che gli angeli rivolgono alle donne è quella di non usare indumenti intimi neri poiché la loro energia può provocare disturbi ginecologici. È forse vero che il nero rende più seducente una donna agli occhi dell’uomo che ama o vuole sedurre, ma sarebbe mortificante per lei pensare che il suo tasso di seduzione dipenda dal colore delle mutandine o delle calze. L’abito non fa il monaco, ammonisce un proverbio che tutti conoscono. Ma il diavolo non lo sa o finge di non saperlo, precisano gli angeli.  
Rosario. Come molti sanno, il santo rosario è la preghiera in onore della Vergine ma per estensione è anche la corona di piccoli grani con cui viene recitata tale preghiera. Furono San Domenico e i suoi frati a diffondere questa pratica devozionale che gli angeli raccomandano. Nel 1572, l’anno dopo la battaglia navale di Lepanto in cui i cristiani sconfissero i Turchi invocando la vittoria per mezzo del rosario,  fu per l’appunto istituita la Festa del rosario che si tiene ogni anno il 7 ottobre, e sorsero numerose confraternite del rosario tuttora esistenti. A Lourdes, la Madonna esortò l’umanità a questa devozione la cui pratica è stata raccomandata anche tramite encicliche dai Papi. Gli angeli ci invitano a recitare il rosario ma, soprattutto, a indossare la coroncina formata da cinque decine di piccoli grani separate l’una dall’altra da grani più grossi e terminante con una catenella con un grano grosso, tre grani piccoli, un altro grano grosso e una croce. Questa coroncina, infatti, è una sorta di scudo protettivo contro le tentazioni e gli attacchi del male. Il rosario è diffuso anche nelle altre religioni. I buddhisti usano un rosario di 108 grani con il quale ripetono i cicli delle loro giaculatorie o eseguono calcoli mentali. Anche gli induisti hanno il loro rosario, chiamato japamala. Infine, un rosario di 100 grani viene impiegato dai musulmani per ripetere il nome di Allah. La coroncina che gli angeli consigliano di portare sempre al collo, giorno e notte, come una catenina, ha il potere della conversione, della forza interiore e della protezione dalle influenze negative del mondo. È la corazza dei giusti.  
Spettacoli. Cinema e Televisione, che potenzialmente sono fonti di divertimento e di apprendimento, in realtà si rivelano troppo spesso strumenti del male. Molti film educano alla prevaricazione e alla violenza, così come molti programmi televisivi offrono modelli esistenziali squallidi e insipidi (basti pensare ai reality show). La cosiddetta “TV spazzatura” e una certa fiction cinematografica che capovolge i valori della vita rappresentano un pericolo contro il quale gli angeli ci mettono in guardia. Per sfuggire alla pubblicità troppo martellante, l’utente televisivo può fare zapping con il telecomando ma contro l’invadenza e la stupidità dei palinsesti c’è solo una soluzione: spegnere il televisore. Gli angeli ci chiedono di guardare la televisione il meno possibile e di fare molta attenzione all’esposizione televisiva dei bambini (il tubo catodico è un perfido ipnotizzatore). In un articolo pubblicato sul New York Herald Tribune nel 1956, il grande regista e attore Orson Welles confessò: “Odio la televisione. La odio come le noccioline. Ma non riesco a smettere di mangiare noccioline”. In casi estremi, gli angeli chiedono di ricorrere all’estremo rimedio. Nessuno ci obbliga a comprare noccioline. Per quanto riguarda i film, gli angeli sono più severi e selettivi dei critici più arcigni. Essi ci sconsigliano rigorosamente i film dell’orrore, poiché attirano energie negative in casa, o i film a luci rosse, che esaltano la lussuria anziché l’amore e la concordia familiare. Ci suggeriscono i film d’autore e quelli con un messaggio positivo. Ci ricordano che il Cinema è un’arte e come tale va considerato. Nessuno si sognerebbe mai di visitare una galleria d’arte dove vengono esposte croste pittoriche o scatolette piene di escrementi umani (come avvenne, per altro, alla Biennale di Venezia molti anni fa). Che senso ha, dunque, assistere a spettacoli cinematografici che mortificano il nostro spirito e lusingano la parte peggiore di noi? Nei suoi Minima moralia, Adorno ammise sconsolato: “Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di tornare, per quanto mi sorvegli, più stupido e più cattivo”. Forse esagerava, o forse non sapeva scegliere. Il mercato delle videocassette ci offre molte possibilità di sano divertimento dello spirito e di corretta educazione della mente. Esistono poi altre forme di spettacolo, meno popolari e più raffinate. I concerti, le opere liriche e il Teatro suscitano poche riserve e ancor meno apprensione nei nostri angeli custodi, la cui unica raccomandazione è quella di fare attenzione alla qualità. Infine, i lupi solitari hanno sempre la possibilità di trovare rifugio in un buon libro.  
Linguaggio. La lingua dell’uomo è il suo timone. Il modo in cui una persona si esprime suggerisce la sua rotta nella vita, la sua consistenza, il suo profilo. Gli angeli ci domandano soprattutto di usare un linguaggio pulito. Non sono così esigenti da chiederci di parlare in modo forbito,  anche se disdegnano l’ignoranza e la banalità, ma ci sollecitano a non ricorrere mai alla bestemmia, alle parolacce, agli insulti, alle imprecazioni, alle allusioni pesanti. Vorrebbero che usassimo le parole con maggiore intelligenza, cura e garbo, poiché esse possono ferire e produrre gravi conseguenze. Quando bestemmiamo o inseriamo come intercalare nel discorso una parte anatomica intima gli angeli sussultano d’indignazione e si addolorano per noi. Ogni parola sporca è un pugno di fango sul camice candido della nostra anima. Le parolacce sono un’invenzione del demonio per sporcare l’etere di serpenti. Serpenti? Proprio così, sono serpenti neri che escono dal 5° chakra. Gli angeli ci ricordano anche che il nostro linguaggio può condizionare chi ci è vicino, soprattutto i bambini, che ci osservano e poi ci imitano. L’insegnamento degli angeli è semplice: esprimetevi come se le vostre parole fossero in grado di plasmare la realtà. Ci richiamano, ognuno secondo il proprio livello culturale, secondo la propria capacità dialettica, ad essere d’esempio. L’obiettivo, dicono gli angeli, è udire la voce del Salmo 119. “Fiaccola ai miei passi è la tua parola, luce al mio cammino”. Quale miglior premio di queste parole potremmo ricevere in cambio di una maggiore cura e gentilezza di linguaggio?  
Fumo. Solo uno sciocco si rifiuta di credere che fumare fa male. Anzi, uccide come è scritto a chiare lettere sui pacchetti di sigarette. Eppure, milioni di persone nel mondo continuano imperterrite a fumare. È un vizio comprensibile nei paesi sottosviluppati, dove l’informazione e la consapevolezza sono bassi, ma l’ostinazione dei fumatori nel mondo occidentale appare davvero di natura diabolica. La psicologia del fumatore incallito, indifferente al male che si procura, ricorda quella del protagonista de Il Cacciatore, che ogni sera si puntava la pistola alla tempia e sfidava la sorte alla roulette russa mettendo in palio la propria vita. Penso sia nota a tutti anche la storia del cowboy che per anni apparve come testimonial sui grandi manifesti pubblicitari della Marlboro evocando immagini di forza e libertà. Nella sua selvaggia dignità pareva suggerirci alla maniera del Don Giovanni di Molière: “chi vive senza tabacco non è degno di vivere”. Ironia della sorte, l’eroe che buttava fumo negli occhi della coscienza è morto di cancro ai polmoni! Gli angeli considerano il tabagismo non soltanto un vizio deprecabile ma una debolezza spirituale tale da rendere fragile lo spirito. Essi ci fanno notare che il fumatore non avvelena solo i polmoni e invita a casa propria il cancro. Spesso complica la vita anche a chi deve subirne l’egoismo, giacché il fumo passivo non è meno pericoloso per i polmoni. Chi fuma indebolisce il suo corpo eterico e inquina il suo corpo astrale. Ciò significa che la nicotina contamina la spiritualità e incatena l’anima alla materia. Ne consegue una fragilità maggiore, che conduce al vizio e attira verso le tenebre anziché dirigere nella direzione della luce. “La sigaretta è il tipo perfetto di un piacere perfetto. È squisita e lascia insoddisfatti. Che cosa si può volere di più?”, commenta Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray. Anche il protagonista di questo celebre romanzo trovò infine una risposta beffarda e impietosa. Quando giunse al culmine della sua dissolutezza, all’apice della disperazione squarciò con un pugnale il ritratto che lo manteneva giovane e così facendo crollò a terra e morì, invecchiando di colpo e orribilmente. Gli angeli ci avvertono che se anche il fumo non lasciasse segni tangibili sul nostro corpo, - cosa improbabile - la nostra anima ne verrebbe lordata comunque. E prima o poi pagherebbe il prezzo dell’abbruttimento, come Dorian Gray. Gli angeli non si stancheranno mai di ripetere con amore: Smettete di fumare.  
Alcol, Droga ed Eccitanti. Relativamente alle bevande alcoliche valgono le stesse considerazioni fatte sulle sigarette e il fumo in generale. Gli angeli sono contrari a tutto ciò che “imbratta” l’anima. Anche il vino e la birra, che un tempo non costituivano un inquinante spirituale, purché consumati con parsimonia, oggi rappresentano un pericolo per l’anima a causa dell’alterazione cui vengono sottoposti. Per quanto concerne i liquori gli esseri di luce sono ancora più categorici. “Lo spirito fa male allo spirito”, ci rimproverano. E ci ricordano che non c’è spettacolo più avvilente di un’anima che si dispera nel corpo di un ubriaco. L’ebbrezza è l’anticamera della depravazione, il vestibolo che introduce lo spirito nelle sabbie mobili del vizio, dove il libero arbitrio rimane invischiato e affonda. Gli angeli di luce non possono entrare nelle nere paludi dove gli angeli caduti fabbricano le allucinazioni che invadono la mente dell’uomo quando i fumi dell’alcol l’annebbiano. L’uso degli eccitanti, anche i più blandi, come il caffè, è sconsigliato a chi ha intrapreso un cammino spirituale e desidera entrare in contatto con gli angeli. Ma l’allucinazione peggiore, l’illusione più schifosa è la droga, lo strumento più raffinato e perverso del maligno. La spaventosa crescita del fenomeno droga negli ultimi trent’anni indica una verità che non può essere taciuta. Gli angeli rivelano che esiste una potente organizzazione mondiale sotterranea e trasversale che in nome del profitto ha programmato di schiavizzare e indebolire il genere umano, soprattutto la gioventù. Questa lobby mondiale che associa i narcotrafficanti della Colombia alla Driade, la Mafia cinese, passando per le grandi capitali dell’Occidente e dell’estremo Oriente, dispone di un bacino d’utenza immenso e vulnerabile. I giovani vengono considerati carne da macello, tant’è che li si inizia subito nelle discoteche, con le pasticche, per poi avviarli verso la tossicodipendenza dura. È evidente che è in atto una perversa campagna di eugenetica dettata da interessi economici e avidità di potere, sostenuta da complicità e connivenze. Cui prodest? A chi giova, direbbero i latini, una simile devastazione la cui curva esponenziale porta a previsioni catastrofiche? La risposta viene dal Cielo. I Signori della droga mirano al controllo dell’economia, della società, delle menti. Più si arricchiscono e spappolano i cervelli dei giovani, più essi rafforzano la loro stretta sul pianeta. Chi li ispira in un disegno così orripilante? La mente che li guida non è umana. Essi agiscono in nome di Satana. È il Satana in doppio petto gessato e Rolex d’oro e brillanti al polso che interviene solo quando sul piatto c’è una posta pesante. E qui è in gioco niente di meno del futuro dell’umanità, perché il povero ragazzo riverso esanime sulla panchina di un parco cittadino, con la siringa conficcata nel braccio, non conoscerà mai il futuro che gli hanno rubato. E come lui milioni di giovani. Ma che futuro avranno i superstiti di questo gioco al massacro? Gli angeli ci supplicano di combattere la droga, di farlo subito, di opporci al male prima che sia troppo tardi. Perché la droga puzza di morte, la droga è lo sterco del demonio. Quest’ultimo insegnamento è anche un disperato grido di dolore. Se i ragazzi che si illudono di sfuggire alla realtà grazie all’eroina o di dominarla con la cocaina potessero vedere il proprio spirito guida, il proprio angelo mentre piange per loro, forse proverebbero una terribile fitta nel cuore e avvertirebbero il bisogno di alzarsi in punta di piedi. Anche nel fondo del pozzo in cui sono caduti potrebbero vedere la luce. Chi desidera veramente incontrare gli angeli (sarà il tema del prossimo post) deve prima disintossicare la propria aura e purificare i corpi sottili. Non deve fumare né bere alcolici. Deve essere parsimonioso col vino, rinunciare al caffè, non mangiare carne né pesce. È la direzione giusta, sempreché si intenda avanzare verso le dimensioni alte dello spirito anziché sprofondare nei terreni molli dell’epicureismo che addormenta lo spirito e abbassa le nostre frequenze vibratorie. Chi considera irrinunciabile il gusto unico di un Glen Grant o il voluttuoso aroma di un sigaro Avana difficilmente potrà assaporare il piacere sopraffino di un incontro angelico. (15. continua).