giovedì 17 novembre 2011

Bisogna abbattere tutte le caste


Corrisponde al vero l’affermazione che l’India è il Paese delle caste. Ce ne sono quattro, cui si aggiungono le sottocaste e i fuori casta o paria, che un tempo venivano chiamati “intoccabili” e che Gandhi ribattezzò misericordiosamente “figli di Dio”. In sostanza, chi nasce in India è ingabbiato in un rango sociale da cui non potrà mai evadere. La casta, incisiva come un marchio impresso a fuoco, determinerà la sua educazione, il suo matrimonio, il suo futuro. In Italia funziona diversamente. Nasciamo tutti uguali – per quanto l’ambiente e la famiglia facciano subito la differenza – ma ci diversifichiamo in tempi brevi, mediante le scelte scolastiche e le frequentazioni. La vera e definitiva diversificazione, però, si verifica il momento in cui, completati gli studi, entriamo nel mondo del lavoro. È lì che ci scontriamo col roccioso sistema delle caste, non meno rigido e doloroso di quello indiano. Ed è lì che scopriamo che l’Italia, repubblica fondata sui privilegi corporativi e i diritti inalienabili, non è molto diversa dall’India. Ultimamente si è parlato con insistenza e indignazione della casta dei politici, la casta per eccellenza. In realtà, essa è solo la punta di diamante di una società che coltiva la diseguaglianza e difende coi denti e coi rostri le proprie franchigie. È l’espressione più odiosa di un sistema anchilosato ma ancora vitale, che nasce e si diffonde a partire dal XII secolo per regolamentare e tutelare le attività dei membri della stessa categoria professionale. È il regime medievale delle corporazioni delle arti e mestieri, che anticamente aveva un senso ma che oggi risulta anacronistico, inutile e iniquo. Sicché In Italia, non meno che in India, esistono diverse cricche dominanti, discriminanti e gerarchizzate come una feroce milizia. Sono gilde compatte che operano per conservare il proprio egoistico monopolio, inibire la concorrenza, mantenere privilegi e influenze che non hanno ragione d’essere in un mondo globalizzato e in continua evoluzione. Mi riferisco alla casta dei notai, dei magistrati, dei medici e dei farmacisti, dei bancari, dei baroni universitari, dei giornalisti e degli intellettuali e a molte altre che in questo momento non mi vengono in mente. La mente, tuttavia, mi suggerisce un’icona metaforica ed emblematica di questo parterre de rois. Il famoso dipinto di Rembrandt “Lezione di anatomia” – raffigurante gli allievi del dottor Nicolaes Tulp raccolti attorno a un cadavere da sezionare – potrebbe rappresentare i delegati delle maggiori caste nazionali. Inutile dire che il cadavere siamo noi, i fuori casta. Ho citato alcune categorie professionali di cui non è possibile far parte per il solo fatto di avere conseguito una laurea col massimo dei voti o di saper svolgere un determinato lavoro. Occorrono ben altri titoli, altre credenziali. Bisogna essere raccomandati, disporre di risorse economiche, avere ereditato un titolo nobiliare (il figlio del notaio riceverà l’investitura con facilità mentre il figlio del fruttivendolo, che è plebeo, se lo sogna di diventare notaio) o passare sotto le forche caudine (esami di stato, noviziato, prostituzione morale e affini) perché il ponte levatoio si abbassi e si possa accedere alle lussuose stanze del castello fortificato. Dopodiché è una pacchia. È relativamente importante che il medico sia capace, l’avvocato onesto e il giornalista indipendente. “La casta, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare per tutta la vita”. Questa frase, che ho pescato nel libro “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è riferita alla casta politica, ma credo sia estensibile ad ogni altra lobby. Le caste sono tali per garantire ai cittadini la qualità del servizio, affermano i baldi castellani. Se così fosse, gli ostacoli che gli aspiranti nuovi adepti delle corporazioni vigenti nel XXI secolo devono superare sarebbero giustificati. Ma è davvero così? A osservare la realtà sorge il dubbio che le ragioni di tanta selettività siano altre. C’è di mezzo l’interesse. Prendiamo il caso della professione notarile, un’autentica miniera d’oro. L’accesso alla miniera è regolato da criteri arcigni: bisogna essere “patronati” o “molto fortunati” per potere accedere. Un anno fa, il concorso notarile nazionale venne interrotto perché furono riscontrate troppe irregolarità; in sostanza, venivano sfacciatamente favoriti gli iscritti a una famosa scuola di notariato di Roma frequentata dai figli dei politici e dei notabili. Se quella dei politici è la casta più odiosa, forse quella dei notai è la più odiata. Molti notai (non tutti, fortunatamente) sono sanguisughe in doppio petto, parassiti arroganti la cui sicumera fa pensare al marabù. Molti si arricchiscono a dismisura, trasudano potere e sono mantenuti dall’apparato burocratico di uno stato inefficiente e manutengolo. Alcuni loro diritti sono obsoleti; l’autentica notarile, ad esempio, è un balzello insensato. Penso sia arrivata l’ora di dire basta all’arcaico monopolio dei notai e al numero chiuso delle sedi notarili. Bisogna allargare le funzioni notarili agli avvocati, ai commercialisti e ai funzionari amministrativi comunali, sgonfiando i costi e abbassando le arie a chi si crede un podestà. Ma lo stesso vale per gli appartenenti a molte altre caste, di cui potrei parlare a lungo e male. Per altro, chiunque abbia avuto a che fare col sistema sanitario nazionale ha sperimentato l’insopportabile protervia di certi medici secondi solo a Dio. Chiunque abbia frequentato l’università ha conosciuto l’odiosa sicumera dei tronfi baroni universitari. E chiunque sia finito negli ingranaggi della macchina burocratica dello stato ha rischiato di rimanere stritolato dai suoi funzionari senz’anima. Le caste ricorrono facilmente al gioco sporco per vincere. I concorsi per notai non sono gli unici truccati; l’esame di stato per gli avvocati e i concorsi per magistrati sono alterati come certi vini d’infimo valore. Le caste sono diffidenti; accolgono i neofiti non in base ai loro meriti e alle reali capacità. I criteri selettivi sono più prosaici e utilitaristici; ce la fanno sicuramente i “figli di…” e gli “amici di…”, chi unge le ruote, chi ha lo sponsor, chi ha virtù recondite.  Va da sé che non è facile entrare nelle fortezze inviolabili che macinano a profusione denaro e potere. E perciò, il cittadino comune guarda al maniero dei castaioli con lo stesso disagio (e una certa invidia) con cui, nel Medio Evo, il contadino pagava le gabelle e portava le vettovaglie al signore del feudo. La gente semplice, più umile, ha quasi paura dei castaioli, ha soggezione di loro e s’inchina umilmente. Al cospetto degli assessori, dei magistrati, dei pubblici ufficiali, dei primari d’ospedale, ci si fa piccoli come Puffi. Scherziamo? Politici, amministratori pubblici, notai, avvocati, magistrati, medici, intellettuali e direttori di banca non sono semidei, non hanno l’aureola. Sono bipedi come noi, solo che sanno sfruttare al meglio la loro posizione erettile. Si fanno forti del fatto di appartenere a corporazioni potenti, use a tenere il petto in fuori e sfregarsi le mani (salvo aprirle per ricevere). Nell’estate 2011, il senatore del PdL Raffaele Longo ha presentato un disegno di legge per abolire l’esame di stato per l’abilitazione professionale. Anche l’ex ministro Tremonti ha provato a inserire nella manovra fiscale la proposta di abolire gli ordini professionali. Come pensate sia finita? Apriti cielo! Le proposte hanno suscitato la vibrata indignazione delle caste e sono finite nel nulla. Temo che in Italia le ingessature feudali non si scioglieranno mai e non potremo mai fare a meno di dipendere dai feudatari che ci impongono dazi gravosi. Poco male, se non fosse che un Paese che si regge sulla prevaricazione del forte sui deboli, sulle nomenclature, i monopoli e le concessioni anziché sul merito, rischia di compromettere il proprio futuro. Perché il futuro non appartiene a chi si preoccupa solo di conservare gelosamente la propria leadership socio-economica, di starsene beato sulla torre eburnea, ma a chi cerca di costruire ex novo. Se vogliamo uscire da questa crisi asfissiante e diventare finalmente un Paese moderno, dobbiamo fare al più presto le necessarie riforme per affrancare le energie imprigionate del mondo del lavoro e creare sviluppo. Bisogna liberalizzare l’ingresso nel mondo del lavoro anziché frustrare l’intraprendenza dei giovani e demotivare chi vale. Gli ordini professionali dovrebbero continuare ad esistere solo per espletare le funzioni associativistiche e non per esercitare una gretta politica di salvaguardia degli interessi di categoria, che si traduce nella realtà dei fatti in controllo, influenza e manipolazione. Il tutto, grazie alla collusione coi partiti e le istituzioni. Fa specie che la parola “casta”, di origine portoghese, significhi “puro, non contaminato”. Ironia del lessico. Fosse per me, che non appartengo a nessuna lobby e sogno una società più etica, le caste andrebbero abolite, gli ordini professionali riformati e le discriminazioni eliminate. Bisognerebbe smantellare le roccaforti in cui vivono gli esseri umani che si credono “puri” e quindi migliori degli altri solo per il fatto di stare dentro e non fuori. In realtà, molti di loro sono solo individui “furbi” e approfittano del fatto che la mamma degli stupidi è sempre gravida. Bisognerebbe ma...
Non mi illudo più. Ho imparato che gli esseri umani più dotati o semplicemente favoriti dalla sorte non aspirano ad essere migliori in virtù della loro capacità e del merito; preferiscono inseguire la ricchezza e il potere, illudendosi che ciò garantisca loro il diritto di guardare gli altri dall’alto verso il basso. Eppure… come sarebbe diversa, certamente migliore, la società in cui viviamo se nello svolgere la propria attività i castaioli mettessero in pratica la golden rule. Cos’è? Non è altro che la “Regola d’Oro” che accomuna molte religioni. Essa detta il principio cardinale del comportamento umano e si esprime sia in forma positiva che negativa. La prima dice: “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. La seconda recita: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. L’ha detto Gesù. Ma l’avevano già detto il Buddha e Confucio. È scritto nel Mahabharata e in altri testi sapienziali antichi. È la saggezza che faceva breccia nei cuori timorati di Dio prima che le corporazioni e gli ordini professionali sostituissero la morale cristiana con l’etica del profitto a qualunque costo.

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