mercoledì 30 novembre 2011

Le leggi sono come tele di ragno

Ho sempre pensato che essere italiani sia un privilegio. Scusate la presunzione ma non credo esista un popolo migliore del nostro. Detto questo, sono però costretto a lamentare una mastodontica falla nel sistema Italia. Una sola? Beh, sicuramente c’è un ambito sociale in cui il fatto di essere italiani è una iattura. Di più, un’aggravante. Mi riferisco alla giustizia, che volutamente cito con la “g” minuscola. A tale proposito, è ancora attuale il messaggio del film Detenuto in attesa di giudizio diretto nel 1971 da Nanni Loy e interpretato in modo magistrale dall'indimenticabile Alberto Sordi. Molti lo ricordano. Un geometra romano, stimato professionista da anni trasferitosi in Svezia e sposatosi con una donna scandinava, fa ritorno in Italia per le vacanze con la famiglia e alla frontiera viene fermato e arrestato senza che gli venga fornita alcuna spiegazione. Dopo tre giorni di carcere scopre di essere accusato di avere assassinato un cittadino tedesco, dopodiché viene internato in una cella di isolamento. Subisce un calvario giudiziario e viene trattato come un delinquente benché sia innocente. In quanto “detenuto in attesa di giudizio” subisce trattamenti umilianti. L’amore di sua moglie e l’ostinazione del suo avvocato difensore gli permettono di uscire dall’incubo. Viene prosciolto e riacquista la libertà. Ma ormai è un uomo segnato fisicamente e psicologicamente. Non è casuale che il cognome del protagonista di questa storia sia “Di Noi”. È un evidente riferimento al fatto che ognuno “di noi” potrebbe incappare in una disavventura giudiziaria simile a quella del tapino che Sordi ha reso immortale. Ognuno “di noi” potrebbe finire stritolato dalla farraginosa macchina della malagiustizia italiana per omonimia, per uno sbaglio, per una denuncia anonima, per la soffiata strumentale di un pentito. Perché? Perché in Italia la giustizia latita. Ma esiste la legge, che è bara e capricciosa. Inchieste insabbiate, processi che non si celebrano, gente comune che aspetta anni e anni in attesa di vedere riconosciuti i propri diritti e spesso viene beffata… questi sono alcuni degli aspetti più odiosi di un sistema che non ha bisogno di ripristinare la pena di morte per uccidere. I giudici corrotti, i magistrati in cattiva fede e gli avvocati malavitosi ci hanno portato a conquistare il 155° posto su 178 nella graduatoria dell’efficienza della giustizia nel mondo (rapporto della Banca Mondiale del 2007, anno in cui lo stato italiano ha dovuto rimborsare ai cittadini 56 milioni di euro per errori giudiziari!). La legge, in Italia, è paragonabile al mostro della saga fantascientifica Alien. Se ti punta sei finito! Il mostro ragiona secondo il principio Summum ius summa iniuria, che oggi si traduce così: “Se devi farla sporca falla grossa perché mi accanirò solo sui deboli e sui piccoli”. In effetti, è difficile non farsi scappare una risata quando si entra in un’aula di un qualsiasi Palazzo di Giustizia. Avete presente la scritta “La legge è uguale per tutti”? È una chiara presa per i fondelli. La legge è più o meno malleabile in funzione del denaro e delle amicizie. Ha più credibilità lo slogan “vinca Francia vinca Spagna purché se magna” in uso nella penisola quand’eravamo in balìa degli stranieri. Ma che dico? In fondo siamo ancora alla mercé degli invasori, per quanto il nostro territorio non sia occupato militarmente da truppe straniere. Eludo le magagne e i funambolismi sistematici del nostro sistema giudiziario – sono troppi e troppo noti – per concentrarmi su un aspetto specifico della malagiustizia. Ho la sensazione che in Italia la legge sia più benevola con gli stranieri di quanto non lo sia con gli italiani. È solo un’impressione? Mi pare che a parità di reato, oggi ci sia la tendenza ad essere più clementi col delinquente di origine extracomunitaria o dell’Europa dell’Est rispetto al povero cristo nato nel Mezzogiorno. Forse per finto buonismo o eccesso di solidarietà? Perché è politicamente corretto? Chissà?! Comunque, si mostra più indulgenza verso il pusher marocchino che vende la morte di quanta i giudici non ne abbiano per un italiano alla deriva. Se un branco di rumeni ammazza di botte un padre italiano che è corso in difesa del figlio è probabile che un esercito di psicologi, sociologi e avvocati in cerca di visibilità corra in loro difesa. Se invece un italiano compie un delitto, difficilmente troverà comprensione, a meno che non disponga di denaro o l’abbia fatta veramente grossa, nel qual caso i mass media ne faranno un personaggio da reality. Se un albanese ubriaco e senza patente distrugge la vita del malcapitato che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla sua strada, e perciò ci ha lasciato la pelle, è probabile che l’omicida resti in carcere il tempo necessario per rilasciare qualche intervista e farsi qualche amico. Se un tunisino infoiato sfoga i suoi istinti bestiali violentando una donna nel sottopassaggio della Metropolitana è facile che venga rilasciato per mancanza di prove. È anche facile che i reati commessi dai presunti profughi (molti dei quali sono in realtà criminali espulsi dai paesi d’origine) cadano in prescrizione o che s’invochino per loro mille attenuanti. Ma se a commettere uno sbaglio è un italiano, possibilmente un povero disgraziato, allora la pena (e spesso l’accanimento) è sicura al 100%. Molti italiani che finiscono nei guai solo per sfortuna o disperazione, ma sostanzialmente sono brave persona, e comunque recuperabili dalla società, vedono la loro vita distrutta dalla legge, che è prepotente coi deboli quanto è servile coi forti. Mia figlia, che è giurista ma anziché fare l’avvocato o il magistrato si occupa di emergenze umanitarie, aiuta da anni un uomo di origine toscana che è in carcere da troppo tempo per avere commesso un reato che un boss cinese avrebbe già scontato tre volte. Purtroppo, il poveretto è italiano, non possiede i mezzi per ottenere sconti della pena o una revisione del processo né vanta santi in paradiso. Come lui ce ne sono parecchi. Non credo di sbagliarmi affermando che il garantismo è più pronunciato nei confronti dei clandestini di quanto non lo sia verso molti giovani connazionali che spesso sbagliano perché la società non offre loro opportunità di lavoro né un briciolo di speranza nel futuro. Meglio essere zingari. I Rom non pagano le tasse, vivono di furti e violenze impunite e quando lo stato interviene per sgomberare i campi ricevono la “buonuscita” per togliere il disturbo. Mi viene il sospetto che a un cittadino italiano (possibilmente sardo o calabrese per via dell’idioma) converrebbe travestirsi da esule maghrebino prima di commettere un reato. Probabilmente la vittima capirebbe, il giudice chiuderebbe un occhio e Bruno Vespa lo inviterebbe a “Porta a porta”. A patto, però, di non tradire le proprie origini. Oggi è una disdetta essere italiani senza padrini quando si cade nella tela vischiosa della legge e a poco vale proclamarsi innocenti. Meglio distruggere i documenti d’identità e dichiararsi apolidi. Un Caino senza patria può sfuggire al ragno più facilmente di un Abele connazionale di Cesare Beccaria. Per finire; chiedo scusa se ho peccato di razzismo e fors’anche di xenofobia. In verità non ho nulla contro gli stranieri, purché abbiano voglia di lavorare e siano onesti. Ma quelli che girano per le strade con le mani in tasca e la sigaretta in bocca, quelli che ostentano arroganza pur essendo nullafacenti, quelli che si ubriacano sulle panchine e danno in escandescenza e poi deve intervenire il 118, quelli che si comportano da predatori, quelli che se ne fregano delle leggi del nostro Paese…. Beh, quelli vorrei proprio che finissero nella tela del ragno. Non un ragno qualsiasi, beninteso, bensì la temibile malmignatta, più nota come vedova nera.

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