venerdì 11 novembre 2011

Pensare è muoversi nell'infinito

“L’uomo non è nulla più di un giunco, il più debole della natura; ma è un giunco pensante” diceva Pascal. Non si può non essere d’accordo col grandissimo matematico e filosofo francese. Eppure, di questi tempi, guardandosi attorno si ha come la sensazione che di giunchi pensanti ce ne siano sempre meno. Oh, certo, non c’è un solo uomo che non pensi. Peccato, però, che la maggior parte del genere umano pensi con la testa degli altri perché della propria non sa che uso fare. È un semplice accessorio, una scatola vuota. Per altro, non è forse vero che viviamo nell’epoca del “pensiero debole”? E strapeccato, aggiungo, che molti dei cosiddetti “intellettuali”, da cui ti aspetti un florilegio di pensieri intelligenti e utili, soprattutto nel momento del bisogno, asserviscano la propria intelligenza al potere e al denaro. Per cui si limitano a produrre solo pensieri sterili, artificiali, strumentali, stupidi e cattivi. In sostanza, si pensa molto al giorno d’oggi ma circolano poche idee ma chiare. In più, si è diffusa la convinzione che se vuoi che le persone pensino che sei intelligente devi essere d’accordo con loro. Sapete cosa vedo intorno a me? Vedo troppe persone incapaci di formulare pensieri critici, personali, liberi. I più aprono la bocca per dare fiato a opinioni fragili e giudizi che hanno la consistenza dei coriandoli a carnevale. Si ragiona per sentito dire, per partito preso, per averlo letto o sentito, perché è più comodo accettare le verità preconfezionate che indagarle personalmente. È evidente che la nostra società ha molti problemi da affrontare: uno di questi è che i liberi pensatori sono diventati rari come le mosche bianche. 
A questo punto, è opportuno che io chiarisca cosa intendo esattamente per libero pensatore. Inizierò col dire cosa non intendo. Da un punto di vista storico, la locuzione “libero pensatore” appare e si afferma agli albori dell’Illuminismo. Con essa venivano definiti gli esponenti della cultura e della vita sociale che avendo aderito al deismo o dichiarandosi atei si opponevano alle posizioni etiche e religiose del clero cristiano. In sostanza, il libero pensatore del secolo XVII combatteva il dogmatismo religioso. Va da sé che io utilizzo l’espressione “libero pensatore” in un’accezione più moderna e meno riduttiva. Per me, è un libero pensatore chi ha la capacità di pensare con la sua testa ascoltando anche il suo cuore. Meglio ancora, chi pensa liberamente attingendo non solo alla ragione ma anche alla sua coscienza, fonte di verità e divinità. Jules Renard disse: “Libero pensatore. Basterebbe dire pensatore”. Aveva ragione; se non fosse che i pensieri difficilmente sono il frutto di un dialogo interiore dell’anima con se stessa, come suggerì Platone, bensì eruzioni emozionali, calcoli algebrici o semplici sfoghi frettolosi. Quando non sono il risultato di influenze esterne e condizionamenti. Il libero pensatore è colui che col suo libero pensiero si affranca dalla conoscenza imposta dall’autorità e dalla tradizione, si svincola dalle visioni dogmatiche e aderisce alla libera ricerca della verità. Inoltre non si fa scrupolo di esprimere liberamente le proprie idee e di manifestare la propria opinione senza essere impedito o censurato. È pur vero che anche il libero pensatore non è libero al 100% (il suo pensiero è debitore dell’ambiente, dell’educazione e dell’esperienza) pur tuttavia egli si distingue dal pensatore convenzionale perché non ha paura di essere sincero, franco, diretto e originale. Non teme di andare controcorrente, di rendersi antipatico, di rischiare sgradevoli effetti collaterali. Perché ciò sia possibile, il libero pensatore non deve dipendere da altri (soprattutto economicamente), non deve essere padrone o servo di nessuno, come consigliava l’imperatore-filosofo romano Marco Aurelio. 
Io credo di appartenere a questa categoria scomoda e invisa agli stupidi e a chi vorrebbe che gli esseri umani accettassero acriticamente le idee comuni, il pensiero dominante, la conoscenza ufficiale. Ho il vizio di ragionare conciliando il pensiero logico con quello analogico, di cercare la verità al di fuori del recinto. Ho l’abitudine di scrivere ciò che penso. Ormai, scrivo a tempo pieno. Ovunque e di tutto, quasi volessi soddisfare un bisogno primario che è cresciuto col passare degli anni e che ha prodotto non pochi frutti. Per questa ragione, pensavo di essere uno scrittore. Per questa ragione, ho intitolato il mio blog Giuseppe Bresciani, scrittore. Ma ieri, all’improvviso, per una illuminazione scaturita dopo aver ricevuto l’ennesimo post di un blog che seguo e si chiama Pensare liberi, ho capito che prima d’essere uno scrittore, e aldilà del fatto di esprimere attraverso la parola scritta le mie idee, le mie opinioni, le mie emozioni, io sono fondamentalmente un libero pensatore. Appartengo a questa razza dannata. E se qualcuno mi domandasse cosa me lo fa credere  – ovvero, cosa mi fa credere che i miei pensieri non siano condizionati ma liberi – risponderei che a darmene la certezza è l’inquietudine, la sete, la passione con cui la mia mente esplora ogni campo della conoscenza – essoterica ed esoterica – alla ricerca di risposte dirette e non mediate o filtrate.
“Pensare è muoversi nell’infinito” ha scritto Lacordaire, uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo liberale ottocentesco. È esattamente questo che fa un libero pensatore quale io penso d’essere: muoversi nell’infinito. Per ora, il mio volo è ancora incerto e limitato. Ma è già incoraggiante, al punto di avere deciso di cambiare nome al mio blog. Giuseppe Bresciani, scrittore ha consegnato il testimone a Giuseppe Bresciani, libero pensatore. Prometto a chi mi segue che malgrado i miei limiti continuerò a muovermi nell’infinito.

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