domenica 13 novembre 2011

Tutto è possibile a chi crede

Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto.”         (Hikmet, Il più bello dei mari, 1942) 

Questi versi del poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963) sono un inno alla fiducia nel futuro e insieme un semplice ma profondo momento di autostima. Costituiscono l’anti-manifesto dei nostri giorni, conditi di un insano pessimismo che sta rasentando la rassegnazione. Sarebbe sciocco negarlo: mala tempora currunt. E ogni giorno porta la sua pena, come ci ricorda il Vangelo. Motivi per sorridere ce ne sono pochi e si rafforza la convinzione che stiamo avanzando a grandi falcate verso un disastro di proporzioni bibliche. Un’apocalisse morale, culturale, ambientale, socio-politica ed economica. Non la fine del mondo – solo uno sciocco può temerla o auspicarla – bensì la fine di un’epoca e di un sistema visibilmente in cancrena. La società di cui facciamo parte è scoraggiata, esasperata, dispnoica. I sogni sembrano finiti e le prospettive sono asfittiche. Come si fa a nutrire la speranza che le cose cambino, visto che volgono sempre più verso il peggio e non si intravede la fine del tunnel? Bisogna essere sinceri: non stiamo attraversando uno dei tanti momenti di crisi planetaria che assecondano la logica dei corsi e ricorsi storici. La verità è che stiamo vivendo una mutazione senza precedenti, stiamo assistendo al definitivo tramonto dell’Umanesimo e dei suoi valori, il ché comporta che l’humanitas sia sopraffatta dalla ipertecnologia, dalle vane chimere materialistiche, dagli inganni dei sensi, dagli impulsi bestiali che sanciscono il trionfo dell’egoismo, dell’avidità e della morte sulla vita. Ergo, dobbiamo preoccuparci seriamente, dobbiamo paventare il cataclisma antropologico. Sono un po’ troppo disfattista? È vero il contrario, invece. Sono un inguaribile ottimista e confido nel futuro, che al momento ci sembra nero come il carbone ma che cambia a secondo di come lo guardiamo. La Fisica quantistica non ci ha forse insegnato che è l’osservatore a costruire la realtà? E poi, se veramente l’universo è in espansione, come potrebbe il nostro mondo subire una contrazione irreparabile? Se ho scelto di commentare i versi di Hikmet è perché ho sperimentato più volte che anche dal fondo di un pozzo si può ammirare il cielo. Basta alzare lo sguardo verso l’alto anziché fissarlo sulle bassezze e la miseria dell’animo umano. Alfredo Panzini diceva che la pagina aperta della vita è bella ma più bella è la pagina sigillata. Al pari di Hikmet, ho fondato la mia esistenza su un credo coraggioso: il meglio deve ancora capitarmi perché non c’è limite al meglio. Qualcuno penserà il contrario, è ovvio, ed effettivamente la sorte di molte persone è triste: quando pensano di avere toccato il fondo ecco che si apre sotto i loro piedi un’altra voragine e precipitano in un vuoto ancora più profondo. Pur tuttavia, se ciò accade è perché hanno in qualche modo attirato su di loro le disgrazie. Sì, le cose non capitano a caso. Fortuna e sfortuna sono attirate dai nostri pensieri, dalle nostre azioni, dai nostri meriti e dalle nostre colpe. La vita obbedisce alla legge di analogia, per cui ci capitano le cose che hanno assonanza con la nostra condizione umana, la nostra psiche, le nostre scelte. Perciò occorre essere ottimisti, fiduciosi, propositivi e tendere le mani aperte verso il futuro. È l’unico modo per scongiurare la “sfiga”, che non è affatto cieca. È l’unico modo per attirare la buona sorte. Dobbiamo credere che il meglio debba ancora venire per noi perché risponda al nostro richiamo. In caso contrario, difficilmente ci verrà incontro. Se penseremo che i tempi migliori appartengono al passato e che il futuro ci riserverà solo affanni, è pressoché certo che ciò avverrà. Tutto è possibile a chi crede, ci ricordano le Sacre Scritture. È dunque indispensabile credere che il nostro domani ci riserverà doni e gioie, che le cose miglioreranno, che vivremo intensamente ogni attimo e che la pagina sigillata della vita ci sorprenderà coi suoi contenuti meravigliosi. Dipende solo da noi.
Io che ho avuto la fortuna di navigare in lungo e in largo su mari splendidi, col sole che mi baciava la fronte, sono realmente convinto che il più bello dei mari non l’ho ancora navigato. Io che ho messo al mondo tre figlie di cui vado orgoglioso sono convinto che il migliore dei miei figli non è ancora cresciuto. E penso che il più bello dei miei giorni debba ancora presentarsi, per quanto la mia vita sia stata ricca di successi, fortuna e gioie. Per ultimo, sono anche convinto che le imprese più belle, più grandi, io devo ancora realizzarle. Mi sono incarnato per questo. Guai se dubitassi del mio destino. Guai se mi ritenessi soddisfatto di ciò che ho fatto finora (e non è poco), di ciò che ho imparato dalla vita, di ciò che possiedo. E non mi riferisco certamente ai beni materiali. So che se dicessi a me stesso: “hai avuto tanto, non aspettarti più nulla dalla vita”, comincerei a invecchiare. Mentre io voglio restare giovane per affrontare la magnifica avventura del futuro con lo stesso spirito di quand’ero un adolescente. Per vivere le mie stagioni più luminose, stagioni di grazia. È giocoforza mandare un messaggio di fermezza e di fiducia alla vita perché la vita si mostri docile con noi. È indispensabile avere fede nelle idee che ci verranno domani, nelle opportunità che qualcuno ci offrirà, negli incontri che faremo, nella saggezza che acquisiremo anche attraverso le preoccupazioni, le delusioni, le sconfitte. In tempo di guerra (era il 1942), Hikmet ebbe la forza di affermare con la poesia che nulla è impossibile a chi crede. In fondo, anche noi siamo in guerra. Una guerra invisibile contro noi stessi prima ancora che col resto del mondo, che mai come in questo momento ci appare ostile. Abbiamo il dovere di credere che trionferemo e che la pace sarà con noi e il nostro spirito conoscerà le beatitudini che il futuro ci riserva.





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