martedì 20 dicembre 2011

L'Europa e la sindrome di Cassandra

La cara, vecchia Europa soffre della sindrome di Cassandra, una patologia che induce a formulare sistematicamente previsioni negative circa il proprio futuro. È una tendenza psicologica maniacale che provoca derive colpevolizzanti e conduce alla depressione. Tale sindrome è ispirata al racconto omerico della profetessa Cassandra, che non poté salvare Troia e nemmeno se stessa, e si manifesta nelle persone e negli ambienti in crisi. Va da sé che l’Europa è in una crisi finanziaria, culturale e politica senza precedenti e che i cittadini europei temono non solo la catastrofe socio-economica ma la fine del sogno comunitario. Una fine che in questo momento sembra inevitabile, sempreché il pericolo non ci faccia correre ai ripari e il bisogno non aguzzi l’ingegno. Il disfacimento dell’Unione Europea, suggerito dagli spettri incombenti del default finanziario-economico, è stato annunciato dal ribaltamento dei ruoli tradizionali rispetto agli emisferi emergenti. L’Europa non è più un faro. Ci fu un tempo prospero in cui i popoli europei colonizzavano, adesso sono colonizzati. I nuovi padri pellegrini vengono dall’Islam e ci impongono il loro credo, o dalla Cina e ci comprano. È probabile che nel 2012 il fenomeno della conquista incruenta si accentui; le multinazionali americane e soprattutto asiatiche potrebbero acquistare in massa le imprese europee in crisi. Corriamo il rischio che si avveri la profezia del poeta Valery: “L’Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico”. La sindrome di Cassandra è giustificabile. La bufera è reale e il fallimento della Costituzione europea è forse il simbolo oltre che il segnale primigenio della tempesta. La cosa più assurda è che i cattolici (De Gasperi, Adenauer e Schuman) vollero fortemente l’Europa unita e gettarono le fondamenta del condominio, pur tuttavia, i tecnocrati che oggi reggono le sorti dell’Unione Europea hanno rinnegato la matrice cristiana dell’Europa, rifiutandosi di inserire nella carta costituzionale il richiamo alle radici cristiane. Questi stessi tecnocrati, ottusi e vili, ci hanno portato sull’orlo del precipizio. Oggi, l’Europa paga non solo il fallimento del modello culturale keynesiano e del mito mendace della globalizzazione a ogni costo, paga la codardia, l’egoismo, la miopia e l’apatia di chi ha la pancia piena. In un mondo che è preso in un vortice folle mancano i progetti atti a rafforzare il processo di unificazione reale dell’Europa, sicché il traguardo federale auspicato dai padri fondatori s’allontana anziché avvicinarsi. Abbiamo la moneta comune ma siamo privi di una politica economica e fiscale comune. L’euro ha dilatato la finanziarizzazione del sistema bancario e i divari fra gli stati. La riluttanza ad approvare il Trattato costituzionale ha messo a nudo gli egoismi dell’Unione Europea, il cui principale limite è di non essere un vero soggetto politico. Gli interessi nazionali continuano a prevalere sul bene comune. Nell’epoca del multipolarismo, l’Europa è un’entità ibrida e vulnerabile a causa della sua fragilità giuridica, che riflette l’incertezza politica. Questi fattori critici la rendono soggetta a forti attacchi. I nemici dell’Europa sono tanti: le stesse nazioni europee egemoni, i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e gli americani. Ancora oggi, gli ingenui pensano che gli americani attaccarono l’Iraq per smantellare l’arsenale atomico di Saddam Hussein. In realtà, Saddam fu aggredito dopo che aveva dichiarato che l’Iraq avrebbe adottato l’euro al posto del dollaro per le transazioni internazionali. Gli americani non gradiscono l’idea di un’Europa indipendente e temono l’euro forte. Ci considerano vassalli più che alleati, e per smorzare le nostre velleità contano sulla tradizionale quinta colonna: la Gran Bretagna. I britannici sono fuori dall’eurozona e perciò vi remano contro. Non si sono mai sentiti europei, tant’è che a Londra circola ancora questa vecchia battuta: “c’è molta nebbia nella Manica, da oggi l’Europa è ancora più isolata!”. Washington e Londra premono perché l’Europa stampi denaro, al fine di indebolire l’euro. I cinesi, invece, si limitano a scavare mettere nel tessuto economico e finanziario internazionale e si fanno carico del debito sovrano. Stanno seduti sulla riva del fiume e aspettano che passino i cadaveri dei nemici. Anche l’idea tradizionale di nemico è cambiata. L’Unione Sovietica è stata sostituita da soggetti trasversali. Ne consegue che l’Europa, assediata e depressa, è sull’orlo di una grave crisi di nervi. 
Che fare? Intanto, dobbiamo guarire dalla sindrome di Cassandra e non è facile. Ogni volta che un summit internazionale apre uno spiraglio, il giorno dopo qualcuno fa uno starnuto pernicioso che disturba i mercati finanziari. I guastatori sono agguerriti e sanno dove e come colpire; cercano d’impedire che l’euro respiri e i malati più gravi (ieri la Grecia, la Spagna e l’Irlanda, oggi l’Italia) guariscano. Poi bisogna avere il coraggio di riformarla questa Europa vecchiotta e imbarazzante. Come? Urge creare uno ius publicum europaeum e un organismo sovranazionale deputato alla sicurezza e alla difesa (in sostanza l’esercito europeo). Bisogna rinunciare in parte agli interessi nazionali in nome dell’interesse comune, e per fare ciò occorre che i Paesi aderenti cedano parte della loro sovranità agli organismi comunitari. Occorre accelerare il processo di costituzione di un grande stato federativo forte di una politica economica, sociale e culturale finalizzata a creare una nazione europea moderna, realmente democratica e votata all’equità. Ci serve un’Europa che faccia suo il motto dei moschettieri: “Tutti per uno, uno per tutti”. Altrimenti, il vecchio continente si trasformerà in una riserva indiana oltre che in un caotico campo di battaglia. Come accadde in Italia nel XVI secolo. La prospettiva è di subire saccheggi, divisioni e pestilenze. Per evitarlo bisogna promuovere la coesione e la sinergia in nome dell’ideale comunitario. Ma soprattutto, occorre sentirsi europei. Lo so, qui cade l’asino. Ispirandomi a Massimo D’Azeglio, che nel 1861 notò che l’Italia era fatta ma bisognava fare gli italiani, oggi si può dire la stessa cosa dell’Unione Europea, che è un’incompiuta. I francesi hanno la puzza sotto il naso e si atteggiano come se Napoleone fosse ancora vivo. I tedeschi sono macchine a trazione integrale. Degli inglesi ho già parlato. Noi italiani costituiamo una spina nel fianco. Siamo la croce  e la delizia d’Europa. Eppure, aldilà del passaporto, apparteniamo tutti al vecchio continente e il futuro, perché sia roseo, dovrà vedere giocoforza la nascita degli Stati Uniti d’Europa. C’è una priorità, dunque: fare gli europei. Il primo passo perché ciò avvenga è ripristinare il concetto di responsabilità individuale e collettiva. Il secondo è inculcare nei bambini l’idea che L’Europa è la nostra culla comune. Il terzo è riscoprire, in barba alla gemebonda Cassandra, la vitalità che permise a Roma di unire i popoli e diffondere la civiltà nel Mediterraneo e oltre.

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