domenica 30 dicembre 2012

Rinunciare ai botti di Capodanno è un segno di civiltà

Mi rendo conto che chiedere a un napoletano di rinunciare ai botti delle festività natalizie, in particolar modo a quelli di Capodanno, è come pretendere che chi ha sciacquato i panni nell’Arno smetta di mangiare la bistecca alla fiorentina. Il tempo è galantuomo e quando la coscienza collettiva sarà più alta, i botti, non meno della famosa lombata di carne chianina, saranno un ricordo del tempo in cui eravamo meno evoluti. Per il momento, sarebbe un bel successo se la fine del 2012 e l’inizio del 2013 fosse salutata più civilmente, senza spargimento di sangue. È utopistico pensare che le nostre orecchie e quelle ancora più delicate dei nostri animali non debbano subire la barbara liturgia che ogni anno viene perpetrata in nome di una falsa eccitazione sensoriale? Temo sia effettivamente utopistico passare la notte di San Silvestro in santa pace. Certamente non a Napoli, dove stanotte saranno protagonisti il petardo Insigne e il terremoto Maya. Non mi resta che sperare che la crisi economica riduca le spese per i botti, alleggerisca la santa barbara degli incoscienti che non possono fare a meno di “sparare” per sentirsi veri uomini, riduca ai minimi termini il numero dei morti, dei feriti e dei mutilati. 
Avrete capito che sono contrario ai botti, anzi non li sopporto proprio. Le mie ragioni sono semplici ma ragionevoli. Intanto, chi l’ha detto che il concetto caro ai latini “semel in anno licet insanire” sia ancora valido? Non c’è bisogno d’impazzire una volta all’anno, lo facciamo spesso e senza misura. Sarebbe più intelligente festeggiare l’anno nuovo con garbatezza e intelligenza. E magari consapevoli che c’è poco da festeggiare, visto come vanno le cose nel nostro Paese. Va da sé che per farlo bisogna essere garbati, intelligenti e rispettosi dell’altrui sofferenza, il ché non è da tutti. Sofferenza? Ma certo, mi riferisco alla pena di chi ha perso il posto di lavoro e non ha voglia di festeggiare la sua entrata nel club dei nuovi poveri. Mi riferisco agli anziani, ai malati, ai bambini piccoli, ai carcerati, ai senza tetto, a chi ha non ha più nemmeno gli occhi per piangere. E mi riferisco agli animali, e non solo i cani e i gatti. Ho letto con rammarico la notizia che a Buenos Aires è morto Winner, l’ultimo orso polare e attrattiva amatissima del locale zoo. La causa quasi certa della morte è imputabile ai fuochi d’artificio sparati nella notte di Natale. Ora, essendo vegetariano, amando gli animali e riconoscendo loro il diritto di essere rispettati e rimanere in vita, mi innervosisco all’idea che i miei tre cani (uno dei quali malato) e i miei quattro gatti domani notte, come ogni anno, “daranno i numeri”. I primi latrando e comportandosi nervosamente quando avrà inizio il bombardamento e durante le ore successive, gli altri tirando fuori le unghie e facendo i loro bisogni ovunque fuorché nella lettiera. Intendiamoci, li capisco. Nemmeno io sopporto gli imbecilli che sparano i petardi e le bombe pirotecniche, indifferenti non solo alle reazioni degli animali, ma anche al fatto che l’effetto ritorno può coinvolgere obtorto collo chi non condivide tale pratica insulsa. Non è raro che il 1 gennaio io trovi nel mio giardino le testimonianze del fuoco amico (o nemico?) dei miei vicini. 
Ma torniamo agli animali e guardatevi bene dal risolvere la questione con un banale “chissenefrega”. E no, ci deve importare eccome il fatto che in Italia non meno di 5.000 animali domestici muoiano ogni anno a causa del Capodanno per lo spavento o per essere fuggiti di casa, disorientati e quasi impazziti prima d’essere travolti da una macchina. I boati della notte di San Silvestro agiscono sulla psiche degli animali come una tortura e francamente saprei dove infilare un petardo acceso lungo 30 cm. quando sento di pseudoesseri umani che si divertono allo spettacolo dei cani che guaiscono o girano come trottole impazzite su se stessi, si divincolano come se fossero morsi dalla tarantola e spesso si gettano nel vuoto. Incalcolabile, poi, è il numero di uccelli che muoiono la notte di San Silvestro. Terrorizzati e presi dal panico, si schiantano contro i lampioni e i muri delle case. Non voglio spendere troppe parole, invece, per i danni alle persone. Ogni anno, l’orgasmo pirotecnico si conclude con un bilancio impressionante. Ciò basterebbe per indurre le autorità a rendere illecito l’acquisto e l’uso dei botti. Ma come, perseguiamo il commercio della droga e fingiamo di non vedere quanti ne uccide o mutila il veglione di San Silvestro? Sarò cinico ma ritengo che ognuno abbia ciò che merita, con la sola eccezione delle vittime innocenti. Concludo con una riflessione. La gente compra e fa esplodere i botti senza dare un senso a questo rito primitivo, per il solo fatto di divertirsi o illudersi di farlo. Ma quanti conoscono i retroscena storici, culturali e antropologici dell’abitudine di dare fuoco alle polveri? In origine, i fuochi di fine anno erano un mezzo magico per affrancarsi dal male, dal peccato e dagli errori commessi nell’anno vecchio. Erano anche una forma di difesa e purificazione. Con le esplosioni assordanti si cacciava la paura delle streghe e dei demoni, della miseria e della guerra. I botti di oggi sono solo folclore. Sono il retaggio obsoleto di un’epoca remota. Smettiamola, dunque, di compiere gesti vani, svuotati di ogni ragione salvo quella di sentirci liberi. In realtà siamo fortemente condizionati. Dovremmo imparare dagli americani, dai francesi e dai britannici. Domani sera, questi popoli festeggeranno il 2013 scendendo in strada per fare un brindisi e ammirare i fuochi d’artificio offerti dai municipi. Accontentiamoci degli spettacoli pirotecnici pubblici. Non prendiamo iniziative private e, soprattutto, boicottiamo le vendite dei botti. È un mercato gestito dai cinesi e dalla camorra. Quest’anno, molti sindaci hanno fatto sentire la loro voce e hanno proibito i botti nelle loro città. Credo che le ordinanze comunali siano doverose ma servano a poco. Come ha notato il sindaco di Firenze, è impossibile intraprendere azioni restrittive e penali contro chi fa esplodere un petardo in un Paese dove non si riesce a fermare l’evasione fiscale. È meglio fare un appello al senso di responsabilità degli italiani, molti dei quali comprano i petardi per fare felici i bambini. Fateli felici regalando loro un animale domestico e insegnando loro che il cane è il migliore amico dell’uomo e il gatto è un antidoto contro la depressione. Spero che quest’anno vada meglio degli anni precedenti e l’odioso malvezzo di fare fuoco e fiamme segni il passo. Rinunciare ai botti è principalmente un segno di civiltà. Sarebbe ora di fare un passo avanti.

domenica 23 dicembre 2012

Non so voi ma io sto dalla parte del Grinch

Lo so, fra poche ore è Natale e dovrei essere più buono del solito, più docile. Ma confesso che il Natale di quest’anno mi sta sul piloro, come gli ultimi Natali per altro. Se non fosse che ho tre nipotine molto piccole, alle quali non posso certo sottrarre le illusioni e le atmosfere natalizie che resteranno impresse su di loro come un imprinting, disferei l’albero. Alla faccia dello Spirito del Natale di Dickens e di Babbo Natale! – dirà qualcuno. A proposito di Santa Claus, mi vengono in mente le parole di Jack La Motta, il grande pugile statunitense ma di origini italiane conosciuto come “Toro scatenato”. Diceva: “Eravamo così poveri che a Natale il mio vecchio usciva di casa, sparava un colpo di pistola in aria, poi rientrava in casa e diceva; spiacente ma Babbo Natale si è suicidato”. No, non è un aneddoto macabro. Se mai, è realista e attuale. La Motta era nato nel 1921 e da piccolo conobbe i Natali della “Grande Depressione”. Noi stiamo conoscendo Natali non meno depressivi e non solo perché c’è la crisi. La verità è che i Natali del XXI secolo sono affannose corse ad ostacoli verso il pranzo ipercalorico e i regali vacui e anziché indurre gioia e benevolenza sviluppano emozioni negative, sentimenti di rabbia, disgusto e rifiuto. Si sa che la gente si scanna per un parcheggio in centro alla vigilia di Natale, salvo poi convertirsi al buonismo per poche ore il giorno dopo, quando fa finta di credere che sia nato il Bambinello. Da tempo il Natale è asservito alle logiche perverse del consumismo e la sua sacralità si è progressivamente liquefatta, sicché il periodo natalizio assomiglia sempre più alle umilianti forche caudine. Bisogna passarci sotto per forza, con fatica, cercando di contenere le spese e limitare i danni. Ma è una prova che infiamma i nervi e genera stizza. Senza contare - è una questione di prospettive che andrebbero considerate - che Natale significa perpetrare l’olocausto degli animali. Come dice l’oca Ferdinand nel film Babe: “Natale significa mangiare e mangiare significa morte! La morte significa carneficina; il Natale è una carneficina”. In effetti, bisognerebbe chiedere ai tacchini e alle oche cosa pensano del giorno in cui Gesù venne al mondo in mezzo al bue e all’asinello. A parte questo, mi chiedo come si possa festeggiare ancora una ricorrenza in cui emergono in modo drammatico e odioso le sperequazioni sociali, le ingiustizie umane, l’egoismo e l’ipocrisia che i mediocri indossano come fosse un abito di gala. Confesso che mi viene il prurito alle mani quando penso che una minoranza della comunità cristiana ha troppo e sperpera cafonescamente mentre la parte più cospicua si nutre di vane speranze e rimpianti. Senza contare che ci sono persone che non possono permettersi nemmeno di sperare o rimpiangere. 
Due anni fa, il quotidiano La Provincia di Como, Lecco, Varese e Sondrio pubblicò un mio editoriale dal titolo: “E se abolissimo il Natale per scoprire quanto ci manca?” (http://www.giuseppebresciani.com/2011/01/e-se-abolissimo-il-natale-per-scoprire.html). Già allora mi lamentavo di cosa è diventato il Natale e perché sarebbe giusto abolirlo e insieme festeggiarlo ogni giorno. La mia proposta è caduta nel vuoto, naturalmente, e anche quest’anno abbiamo assistito alla liturgia mondana del Natale con scoramento, preoccupazione, mestizia. Il Natale 2012 è come una coperta sempre più corta e ruvida. Quest’anno ho deciso di non fare regali né di accettarne. È una forma innocua di contestazione e non ne abbiano a male coloro che pagheranno lo scotto della mia protesta. 
Quest’anno, e lo dichiaro senza riserve, sto apertamente dalla parte del Grinch. Avete presente di cosa parlo? Il Grinch è un personaggio fantastico creato nel 1957 da Dr. Seuss e fece la sua prima apparizione pubblica nel libro How the Grinch stole Christmas (“Come il Grinch rubò il Natale”). La sua popolarità negli Stati Uniti d’America è pari a quella di Pinocchio in Italia. La sua fama si è diffusa anche da noi grazie all’omonimo film uscito nelle sale cinematografiche dodici anni fa e interpretato dall’attore comico Jim Carrey. Chi ha visto il film ricorderà che il Grinch è una creatura verdognola, pelosa e sgradevole che vive come un eremita sulla cima di un monte e detesta il Natale, tant’è che ruba gli alberi natalizi dei Nonsochì, gli abitanti di Chinonso. Perché il Grinch odia il Natale? Perché non sopporta l’ipocrisia della gente, che passa la maggior parte del proprio tempo in preparativi, acquistando regali, addobbi e alimenti per festeggiare. Il suo fastidio lo porta persino a fulminare le luminarie. In città c’è una sola persona che si preoccupa di lui, è la piccola Cindy-Lou, che come il Grinch si sente a disagio a causa della ritualità del Natale e diventa sua amica. Il film ha un lieto fine; quando i Nonoschi capiscono il vero significato del Natale, anche il Grinch inizia a festeggiarlo. Io preferisco il Grinch prima maniera a quello che si converte a una religio del Natale la cui liturgia è insopportabile. Sì, preferisco il Grinch che punta il dito sul Natale e lo sconfessa dal momento che è consacrato allo scambio di doni forzati, all’ingordigia, all’ubriachezza, al sentimentalismo più melenso, all’impostura, alla noia e alle false virtù domestiche. La verità è che siamo tutti legati a un Natale che non esiste più e forse non è mai esistito. Un cordone ombelicale fatto di ricordi irrinunciabili e affetti ci vincola ai giorni di Natale della nostra infanzia, quando eravamo puri, ingenui al punto di credere a Babbo Natale, alle renne e alle strenne, e alla bontà del cuore. Ma siamo cresciuti e i tempi sono cambiati. L’umorista inglese Wodehouse profetizzava che “il Natale ci arriverà presto alla gola”. Aveva ragione. Credo che il Natale 2012 abbia provocato in molti italiani qualche conato. Non si è arrivati al punto di vomitare, sia chiaro (questo sfogo è più facile pensando alla miserabile casta dei politici nostrani), tuttavia è come se l’immaginario natalizio provocasse una reazione allergica. Un tempo non era così. Sono diventato un aspirante Grinch lentamente, gradualmente. Non ne posso più di fingermi felice e buono in base al calendario, di essere obbligato a spendere per compiacere i commercianti e l’industria, di salutare un avvento che è svuotato di sacralità e non rispetta le verità storiche. Non sarebbe ora di spiegare ai giovani che Gesù non è nato il 25 dicembre e che questa data fu scelta dai “politici” della Chiesa per sovrapporsi alla principale festività del mitraismo e fagocitarla? E non sarebbe il caso di raccontare ai bambini che il vero eroe del Natale non è l’omone con la barba bianca e la veste rossa ma il povero, scorbutico Grinch? 
In ogni caso, auguro ai miei lettori Buon Natale. E buona digestione, stomaco permettendo.

giovedì 20 dicembre 2012

21 dicembre 2012. Tranquilli, non ve ne accorgerete nemmeno!

Ci siamo. Finalmente è giunto il fatidico 21 dicembre 2012. Tutti sanno che domani finisce il mondo. Secondo i Maya, naturalmente, la cui famosa profezia, smentita però dalla comunità geofisica e astronomica, ha scandito il conto alla rovescia degli ultimi tempi favorendo le speculazioni, lo show business e domande del tipo: “Ma tu cosa farai e dove sarai il 21/12/2012?”. I più fortunati si riuniranno a Bugarach, nel sud della Francia, o nel comune di Angrogna, in Val Pellice; sono due piccole località legate al santo Graal che secondo le profezie saranno esenti dall’Apocalisse, come Cisternino in Puglia. So che molti andranno in alta montagna, convinti di essere al sicuro da ogni iattura e magari di avere un incontro ravvicinato del terzo tipo (con gli alieni o lo yeti?). Altri si nasconderanno nei bunker e nei rifugi amatoriali che hanno allestito per sopravvivere alla catastrofe. Altri si riuniranno in preghiera nelle chiese, nei conventi, nei templi delle comunità buddhiste e negli ashram. Altri ancora si limiteranno a meditare in proprio o in piccoli gruppi, avendo intuito che non ci sarà la fine del mondo ma al massimo quella di un’era. O meglio, di un b’ak’tun, un ciclo di 144.000 giorni (all’incirca 400 anni) secondo il calendario maya. Taluni, invece, sostengono che domani avrà termine un’era durata 26.000 anni. 
Personalmente, domani non farò nulla di speciale. Ho già dato il 12.12.12 e sono a posto così. Inoltre, credo che intorno all’argomento sia stato versato un fiume d’inchiostro che alla lunga si è rivelato nauseabondo, almeno per me. Non vedo l’ora che sia il 22, data a partire dalla quale spero che i guru della fine del mondo, i predicatori marketing oriented e i ciceroni dei turisti spirituali chiuderanno baracca e burattini. O forse no, terranno aperto il tendone del circo, che è redditizio, indicando col dito minaccioso nuove scadenze, alimentando un nuovo business. Sul 21 dicembre 2012 circolano troppe leggende metropolitane e imprecisioni mediatiche, troppe fantasie prive di fondamento e congetture campate per aria. Lo ripeto, domani non accadrà nulla di notevole, non nel mondo sensibile. Non arriverà Nibiru, il pianeta misterioso che appare ogni 3.600 anni, non cadranno asteroidi sulla Terra, non ci saranno tempeste magnetiche rovinose e non registreremo cataclismi apocalittici. Dal punto di vista astronomico, il solstizio d’inverno (che, lo ricordo, cade domani) potrebbe favorire un particolare allineamento del Sole con il centro galattico. Avverrebbe in concomitanza del termine della precessione terrestre, cioè la rivoluzione della Terra intorno al proprio asse. Nostradamus aveva profetizzato questo particolare momento, scrivendo “a quel punto il tempo sarà finito” (ma non intendeva la storia del pianeta bensì il tempo dell’allineamento della croce divina e della croce mondana, cioè l’istante in cui la Terra sarà posizionata al centro della galassia). Pare che l’evento si verifichi ogni 26.000 anni. Che dire? Gli scienziati escludono che domani il sole possa allinearsi col centro della galassia. Resta anche da vedere se ci sarà l’annunciata congiunzione di Marte, Giove e Saturno (il cui allineamento sarebbe un evento senza precedenti). Gli astronomi e le effemeridi negano che ciò possa accadere. Dal punto di vista astrofisico la questione è un’altra. Domani dovrebbe esserci un picco molto inteso dell’attività solare i cui effetti potrebbero manifestarsi attraverso l’inversione dei poli magnetici terrestri. Scusate se è poco! Molti sono convinti che l’aumento della risonanza di Schumann (la frequenza della Terra) fino a 13 cicli, entrando nel campo magnetico punto zero, comporterà l’arresto della rotazione terrestre. Dopo tre giorni, il pianeta dovrebbe ricominciare il suo moto rotatorio ma all’inverso. Questi sarebbero i temuti “tre giorni di tenebre” annunciati da molte profezie, dalla Madonna di Fatima e da Padre Pio. Ma che accada realmente un fenomeno di questa portata è pura fantascienza alla vigilia del dies irae. Quindi? Quindi, possiamo anche restare tutto il giorno col naso rivolto in su ma coi piedi saldamente per terra. Inutile farsi strane aspettative o nutrire timori irrazionali perché domani non vivremo nessuna delle drammatiche e spettacolari esperienze descritte nei film fantascientifici prodotti a Hollywood nell’ultimo decennio. 
Detto questo, non voglio però disconoscere che qualcosa di molto importante accadrà. In realtà sta già accadendo perché il tempo è solo una convenzione, come ci insegna la fisica quantistica, e le date sono opinabili. L’ho rimarcato nel post http://www.giuseppebresciani.com/2012/12/121212-oggi-ha-inizio-il-rinascimento.html; noi non siamo vittime di una macchinazione, di una cospirazione o più semplicemente della suggestione. Aldilà dell’aria fritta che i mass-media e una editoria fantasiosa hanno prodotto sul 21.12.2012, stiamo realmente vivendo una palingenesi. I grandi cambiamenti vibrazionali che si registrano dentro di noi e nel mondo esterno (nel microcosmo e nel macrocosmo a un tempo) indicano infatti che sta finendo un’era, questo sì. Ci stiamo rinnovando e preparando per una nuova età dell’oro, caratterizzata da un più alto livello di coscienza. Siamo entrati nell’era dell’Acquario. Non ci sarà la temuta fine del mondo, domani, ma sta già avvenendo senza clamori la fine di un certo mondo. Parlo del mondo della vecchia energia destinata ad essere spazzata via da una nuova energia positiva e co-creatrice. La presa di coscienza da parte di milioni di persone, la nuova consapevolezza che non possiamo andare avanti così, per forza d’inerzia, verso l’autodistruzione, ha generato un vortice planetario che si è rafforzato il 12.12.12 con l’apertura di un portale cosmico e l’ascensione, due fenomeni di cui ho parlato nel citato post. Stanno avvenendo profondi cambiamenti interiori ed esteriori, a dispetto degli scettici e degli scientisti. Concentrati come siamo sui problemi della crisi economica, politica, sociale e in molti casi personale, non ce ne rendiamo conto. Sarebbe comunque difficile farlo perché i cambiamenti non sono visibili, sensibili. Eppure, basterebbe indagare il nostro stato d’animo, il nostro strano malessere interiore, la nostra stanchezza e inadeguatezza all’evoluzione-involuzione della vita quotidiana per capacitarci che è in corso un processo di purificazione, di trasformazione. In breve, una svolta. Ho parlato di “rinascimento” nel mio post precedente. Lo ribadisco, il mondo sta per rinascere e probabilmente il 21.12.2102 sarà ricordata in futuro come una data simbolica oltre che epocale. Il 2012 come il 1492, l’anno in cui Cristoforo Colombo scoprì l’America e che viene considerato lo spartiacque fra i tempi vecchi  e l’era moderna. Non è necessario ricorrere alle liturgie della new age per vivere compiutamente questo momento topico. Domani transiteremo nella Storia con la “s” maiuscola e un giorno racconteremo ai nostri nipoti “io c’ero”. 
Siete pronti? Tranquilli, però, non ve ne accorgerete nemmeno. 
Il mio consiglio è di trascorrere il 21 dicembre 2012 privatamente, intimamente, serenamente. Senza farsi distrarre dalle voci isteriche, dai venditori di fumo, dalle tentazioni ingenue, dal timore che tutto possa finire. Mettiamola così, non è che domani finisce qualcosa, domani inizia una nuova vita. Ma che ciò accada dipende solo da noi. 
La fine è il mio inizio, diceva Tiziano Terzani. Auguro a tutti i miei lettori di (ri)cominciare nel migliore dei modi.

venerdì 14 dicembre 2012

La strana voglia di Bersanov


Roma, 26/2/2014. 
È trascorso un anno da quando il commissario Pier Luigi Bersanov ha trionfato alle elezioni politiche del 2013, realizzando il sogno di Togliatti, Berlinguer, Occhetto e D’Alema. Nel giorno in cui viene nominato ad honorem “Zar d’Italia”, isole comprese, il capo del governo di cui il PD è il fulcro fa il consuntivo con malcelato orgoglio del suo primo anno a Palazzo Chigi. Bersanov, affiancato dagli altri due componenti della trojka – il ministro dell’Interno Nikita Vendola e il plenipotenziario dell’Economia e del Lavoro Susanna Cammussoski – ha rimarcato i grandi successi ottenuti in soli dodici mesi. Grazie all’opera indefessa della Nomenklatura di Sinistra, in particolare i burocratisauri dei palazzi romani, l’Italia ha finalmente varato le grandi riforme di cui aveva bisogno per diventare una moderna nazione socialdemocratica. Con il contributo indispensabile dei magistrati rossi e degli attivisti del PD, che hanno dato vita al nuovo CSS (Comitato per la Sicurezza dello Stato), versione nazionale del più famoso KGB, è stato possibile applicare le nuove leggi progressiste e controllare che fossero rispettate. Bersanov ha così riassunto i grandi passi compiuti dall’Italia verso il futuro, che ovviamente non può essere roseo ma scarlatto, il ché è politicamente corretto. 
«Compagni, sono fiero dei risultati raggiunti in poco tempo grazie al lavoro di squadra. Ricordate quello che dissi quando la vittoria era ormai certa? "Oh ragassi, mi è venuta una voglia!" Chi non ce l’aveva quella voglia di giustizia sommaria? Chi, nel suo cuore, non rimpiangeva la falce e il martello e coltivava il desiderio di gridare: adesso comando io e vi faccio un c… così, busoni! Ce l’abbiamo fatta, compagni, a forza di cacciavite l’abbiamo svitato questo Paese di falsi ricchi e veri arricchiti e stiamo facendo rotta su Cuba. Stiamo smantellando il capitalismo a colpi di leggi anticostituzionali e provvedimenti d’emergenza, dopo avere smacchiato il giaguaro di Arcore e raso al suolo l’imprenditoria privata. Stiamo distruggendo la media e piccola borghesia, stiamo allineando l’Italia alle grandi repubbliche socialiste: l’Albania e il Kirghizistan. Ci si lamenta che il Brasile ci ha superato nella classifica mondiale del Pil nazionale e che siamo passati dalla settima all’ottava posizione. Ci sta. Ragazzi, parliamo del paese di Pelé e del samba, non so se mi spiego. L’anno prossimo ci faremo superare anche dalla Spagna. In fondo, glielo dobbiamo, sono i campioni del mondo e d’Europa di calcio. Ma consideriamo i nostri meriti. Il debito pubblico è cresciuto ma in compenso abbiamo finalmente imposto la patrimoniale prelevando dai conti correnti degli italiani un bottino sostanzioso, grazie al quale abbiamo potuto assumere 100.000 nuovi impiegati statali e aumentare lo stipendio dei ministri, dei sottosegretari e dei funzionari delle Cooperative rosse. Qualcuno si lamenta che la percentuale dei disoccupati è balzata al 18% e lo spread è volato come un deltaplano a quote appenniniche. Non è che si può accontentare proprio tutti! L’importante era compiacere la Merkel. Abbiamo aumentato l’IMU e dichiarato guerra a chi possiede più di un monolocale. Siamo soddisfatti perché in soli dodici mesi abbiamo tolto la casa a un milione di italiani che adesso vivono nelle baracche e nei camper forniti da aziende amiche del PD. Abbiamo varato misure anti-evasione straordinarie. In effetti non siamo riusciti a frenare la fuga dei capitali all’estero ma con l’imposizione del rivoluzionario balzello sui sogni, l’IEO (Imposta sull’Evasione Onirica), abbiamo recuperato un capitale sufficiente per pagare le pensioni d’oro. A chi si lamenta che i vecchietti hanno una pensione da fame, sicché muoiono di stenti, voglio ricordare che di qualcosa si deve pur morire. Compagni, noi non siamo zarlattani come Berlusconi e i suoi bravi di manzoniana memoria, noi siamo gente seria. Noi non ci facciamo le pugnette, noi facciamo le cose per bene, fino in fondo, e infatti vogliamo sradicare le abitudini borghesi degli italiani. Perciò abbiamo statalizzato le industrie che avevano debiti con le banche e stiamo statalizzando anche le banche. Vogliamo eliminare i contanti e rendere obbligatoria la PDcard, che col tempo sostituirà la Mastercard e la Visa. Vogliamo colpire a morte i padroni, i piccoli artigiani, i liberi professionisti, i mercanti al tempio e le scuole private. Sono i principali responsabili della crisi economica. La gente deve capire che il tempo in cui valeva la logica che più si è bravi più si guadagna è finito. Ma scherziamo? Non possiamo fare discriminazioni. A tale proposito, considero una vittoria personale il fatto che il governo abbia varato una legge per il riconoscimento giuridico dei gay. Era una priorità assoluta. Come i diritti degli extracomunitari e degli zingari. E chissenefrega dei diritti alla sicurezza, alla libertà e alla privacy reclamati dai cittadini. Gli zucconi moderati e liberali, i fascisti rifatti come i villani devono capire, o con le buone o con le cattive, che il vento è cambiato e non fischia più il sasso. Adesso gli fischiano le orecchie a quelli che non la pensano come noi. Ma devono ricordarsi, i tapini, che io sono l’arbitro. Ce l’ho io il fischietto e anche il cartellino giallo e quello rosso. A chi non gli sta bene il nuovo regime, che non è comunista né socialista come dicono i nemici del popolo ma riformista e basta, voglio ricordare che può sempre andarsene fuori dagli zebedei. Ma prima, deve pagare l’ISV (Imposta sull’Esilio Volontario), la TFL (Tassa Fissa sulla Lontananza) e accettare la confisca del 99% dei beni, somma che il governo utilizzerà per organizzare ogni anno le spartakiadi e il festival canoro della rinascita dei canti della filanda. Compagni, sono fiero dei risultati raggiunti. Un anno fa, l’Italia era sull’orlo del precipizio. Adesso, beh… adesso che è caduta nel precipizio è inutile preoccuparsi. Il saggio di sinistra dice: se hai un problema e puoi risolverlo non serve preoccuparsi. Se hai un problema e non puoi risolverlo a maggior ragione non ti devi preoccupare. Oh ragassi, smettete di preoccuparvi. Noi non possiamo risolvere il casino fatto da Berlusconi, possiamo solo rendere più breve l’agonia. Ed è per questo che da oggi mi onoro del titolo di Zar assegnatomi dal Politburò. Il Paese ha bisogno del colpo di grazia. Qualcuno si ostina a tenere duro. Errore! Dobbiamo convincerlo a mollare. Qualcuno s’illude che la fine del tunnel sia vicina. Errore! Abbiamo sbarrato l’uscita del tunnel. S’ode a destra uno squillo di tromba ma a sinistra risponde la piazza, che rumoreggia e chiede il pane. Ma io non sono Maria Antonietta che rispose ai parigini: se non avete il pane mangiate la brioche. Agli italiani voglio dire: digiunate che vi fa bene! Siete obesi da fare schifo. Avete bisogno della purga e di un po’ di sano esercizio. A giorni, verrà fatto un nuovo censimento. Tutti dovranno recarsi alle pese pubbliche e chiunque avrà raggiunto un peso superiore ai 60 kg. netti dovrà pagare l’IPE (Imposta sul Peso Eccedente) col cui ricavato il governo potrà istituire in mio onore la sagra annuale della fisarmonica e della coppa piacentina. Questo è quanto. Il resto è del Carlino.»
Un’ovazione si levò dai banchi del governo, alla Camera e al Senato, dove sventolarono le bandiere rosse. Poi, prima a bassa voce e in seguito con vigore sempre maggiore, si diffusero nell’etere queste parole: “In piedi, dannati della terra! In piedi, forzati della fame! La ragione tuona nel suo cratere, è l’eruzione finale. Del passato facciam tabula rasa. Folle, schiavi, in piedi! In piedi! Il mondo sta cambiando base. Non siamo niente, saremo tutto!”. Visibilmente commosso nell’udire il mitico canto dei lavoratori, Bersani versò alcune lacrime che diedero la misura dell’uomo. Per quanto egli fosse tifoso della Juventus, non seppe resistere al ritmo trascinante dell’Internazionale.