sabato 28 gennaio 2012

L'insostenibile leggerezza del divenire

Panta rei. Tutto scorre, diceva Eraclito. Lo stesso concetto appare nell’I Ching, il Libro dei Mutamenti. È incredibile come le cose cambino rapidamente e quando meno te lo aspetti. Ognuno di noi l’ha sperimentato almeno una volta nella propria esistenza e ha notato che durante il processo dinamico siamo soggetti a una legge dell’universo che ricorda un po’ il movimento di distensione e contrazione del collo di una tartaruga. Ci protendiamo in avanti e ci ripieghiamo in continuazione, incerti tra il fuori e il dentro, fra l’alto e il basso. Un po’ come lo spread che abbiamo imparato a conoscere dacché c’è la crisi e la finanza è diventata l’argomento del giorno. Indecisi da sempre fra l’essere e l’avere non possiamo esimerci dal divenire. Il divenire è la chiave di volta dell’esistenza, a differenza del rimanere statici, che non porta da nessuna parte. In effetti, fermi non siamo di certo in questo momento, se non per cause accidentali ed estemporanee come gli scioperi dei tassisti e i blocchi stradali degli autotrasportatori. Che ci piaccia o no, siamo entrati giocoforza in una fase nuova dopo tanto immobilismo e il fatto di esserci messi in cammino (verso l’uscita dal tunnel?) ci provoca i disturbi di una sindrome che potremmo definire “insostenibile leggerezza del divenire”. Abbiamo molti dubbi e paure, si capisce, perché il futuro è incerto e poi ci condiziona la profezia dei Maya, che sarà pure una “bufala” come sostengono i positivisti ma che non va sottovalutata. Arriveremo a fine anno? A chiederselo sono i milioni di italiani che vivono il divenire con la penna in mano e un foglio di carta su cui scarabocchiano qualche numero. Si sforzano di fare i conti, che non tornano mai. Per loro, il divenire è un macigno. Altri, invece, vivono l’attesa del domani, che immaginano radioso, con maggiore fiducia. Beati loro. Ma tutti noi cogliamo nell’aria il sentore che qualcosa stia cambiando. Anzi, è già cambiato. Si parla con insistenza di riforme, liberalizzazione delle professioni, nuove regole, semplificazioni, modernizzazione. Il governo Monti cerca di attuare contromisure efficaci per evitare il ristagno e far riprendere fiato al Paese. Fervono i lavori per un’Italia meno burocratizzata, meno conservatrice, meno obsoleta. Speriamo non durino in eterno come i lavori autostradali della Salerno-Reggio Calabria o non finiscano in vacca come tante opere pubbliche finanziate dai contribuenti e mai finite nel Mezzogiorno (e non solo). Si lavora alacremente per realizzare l’agognato cambiamento, che sarà lento e faticoso, ce ne rendiamo conto, e verrà ostacolato da chi non vuole rinunciare ai propri privilegi. Eppur si muove… direbbe Galileo Galilei. Sì, qualcosa si muove e bisogna avere fiducia e pazienza perché i cambiamenti non sono mai facili né tanto più indolori. Spiace, tuttavia, che talune carrozze del treno Italia che si sforza di rimettersi in moto sbuffando siano ferme al deposito. Non se ne parla proprio di associarle al convoglio. Un esempio di refrattarietà al divenire ci viene offerto dal divario salario-prezzi. L’aumento delle retribuzioni va troppo a rilento e penalizza il poter d’acquisto delle famiglie. In compenso, è salita la media dei mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto. Nell’ultimo anno è passata da 14,5 mesi a 24,9 mesi, come rivela l’Istat. Altri esempi? È ferma, anzi inchiodata, la coscienza civica di quegli italiani (e non sono pochi) che si credono furbi e potenti. Come i falsi invalidi, gli sciacalli sociali e della politica, i giornalisti prezzolati, i servi del potere, gli speculatori, gli evasori fiscali. Quando veniamo a sapere che il Fisco ha beccato una pensionata di Padova che si dichiarava indigente ma possedeva 14 case e una villa con la piscina, ci viene voglia di aiutarla. “Signora, si chini in modo tale che anche lei possa partecipare al processo del divenire”. Ma ci vuole ben altro che un calcio nel deretano per smuovere gli italiani che hanno scelto unicamente e avidamente di avere, non di essere. Ciò nonostante qualcosa riescono ad essere: la miserabile zavorra che ci portiamo dietro, così come la tartaruga fa col carapace, che almeno è utile. Il divenire del nostro Paese, qualora prendesse velocità, potrebbe garantire ai nostri figli e ai nostri nipoti maggiori opportunità di quelle attuali oltre che la ritrovata fiducia in noi stessi. Non abbiamo alternative serie a ciò che ci passa il convento e a nulla serve chiedere le dimissioni di Monti, come fa Bossi. Ma che si dimetta lui, piuttosto, che è ora di lasciare il posto ai giovani! Lasciamo a Monti il tempo di lavorare, di fare le riforme (condivisibili o no) che ci occorrono per rimetterci in piedi. Insomma, dobbiamo credere nel divenire anziché remare contro. Nulla ci vieta di vivere questi tempi difficili con legittima preoccupazione, distendendoci e contraendoci secondo il nostro temperamento. L’importante è andare avanti, darsi da fare ognuno secondo le proprie possibilità. Cerchiamo di affrontare il futuro con la consapevolezza che nulla è prestabilito. Torneremo a sorridere se avremo la capacità di essere fabbri del nostro destino. Eduardo De Filippo, figlio di una Napoli rassegnata e insieme ottimista, diceva: "Adda passà ‘a nuttata!" Chi può impedire all’alba di sorgere? La leggerezza del divenire si rivelerà insostenibile solo se non sapremo credere in noi stessi e nella forza creatrice della vita.

giovedì 26 gennaio 2012

C'è un terremoto in arrivo?

Ieri, alle 9:06, una scossa di terremoto di magnitudo 4,9 ha interessato una fascia territoriale del Nord Italia. Una seconda scossa più lieve di magnitudo 2,3 è stata registrata alle 9:24. Le scosse sono state avvertite dalla Lombardia al Veneto e l’epicentro del sisma è stato individuato in provincia di Reggio Emilia. Per nostra fortuna, il suolo ha tremato per pochi istanti e il fenomeno tellurico non ha fatto seri danni né alle cose né alle persone. Solo un grande spavento, foriero di allarme ed evacuazioni di scuole e uffici ma niente di più, è questo il primo consuntivo. Meno male. Eppure, c’è poco da stare tranquilli. Non è improbabile che presto la terrà tremerà nuovamente in Italia. Anzi, sono previste in futuro scosse di portata straordinaria. Chi lo dice? Qualche sismologo azzarda in privato previsioni che non può fare pubblicamente, altrimenti correrebbe il rischio che i soliti zelanti lo accusino (e denuncino) per procurato allarme. L’altro aspetto della faccenda è che non pochi veggenti e profeti hanno annunciato che presto l’Italia sarà colpita da un terremoto senza precedenti, i cui effetti devastanti saranno superiori a quelli provocati dai terremoti in Friuli, in Umbria e in Irpinia messi insieme. Ma finché lo gufano le cosiddette “figure carismatiche”, vale a dire le persone che sostengono di ricevere avvertimenti dalla Madonna, da Gesù e dagli extraterrestri, potremmo anche fare spallucce. Chi vivrà vedrà. 
Il fatto è che in ogni caso c’è poco da ridere perché un sisma non è improbabile se andiamo avanti così. A seguire le cronache di questi giorni si ha infatti l’impressione che c’è un terremoto sociale e antropologico in arrivo. Si avvertono già le prime vibrazioni, che altro non sono se non l’effetto della fibrillazione degli italiani scontenti, stremati, esasperati. Il Paese è sempre più nervoso e comincia a dare segni di impazienza. Si teme che il signor Monti non farà miracoli, non è Padre Pio, e per quanto il governo di emergenza stia producendo il massimo sforzo per ridare fiato e credibilità all’Italia, il piatto piange. Molti non credono più alle favole, altri si oppongono alle riforme, altri ancora aspettano solo che qualcuno orchestri la riscossa degli umili, che si spera sia pacifica. Ma nessun terremoto è pacifico. Il movimento dei forconi in Sicilia, la protesta sarda e lo sciopero degli autotrasportatori coi blocchi stradali potrebbero essere solo le prime avvisaglie di un fenomeno tellurico più ampio. Iniziò con un adagio anche la primavera araba che nel 2011 ha sconvolto la geopolitica del Mediterraneo. Si trasformò in un andante e poi in un crescendo veloce atto a stordirci. Se è vero che basta un cerino per bruciare ettari di bosco non dobbiamo sottovalutare lo spettacolo che la piazza ci mostra in questi giorni. Malcontento, preoccupazione, rabbia e una gran voglia di fare il quarantotto potrebbero alimentare presidi stradali, nei porti, nelle scuole e nelle piazze, potrebbero esasperare gli animi facendo esplodere il bubbone. Il vero problema che la casta degli intoccabili e le istituzioni sottovalutano è che ancora una volta la medicina propinata agli italiani ha il sapore sgradevole dell’olio di ricino. E meno male che ci è stato risparmiato il manganello! Ci hanno chiesto di fare i sacrifici, e ci sta per il bene comune, ma poi, guardandosi attorno, ci si accorge che il nostro Paese è ingessato: impossibile abolire i privilegi, le nequizie, le aberrazioni, le sperequazioni, le iniquità, le cattive abitudini. La gente è stufa di pagare le colpe degli altri, gli immuni e gli impuniti, e soprattutto anche per conto di chi non ha mai pagato e continua imperterrito a non pagare la sua parte. Non mi riferisco solo agli evasori parziali o totali. Ci sono tante categorie di furbi. Parlo in particolare di quelli che hanno affossato l’Italia (politici e bancari su tutti) e non pagano i loro errori e non si fanno da parte, al massimo si tolgono dal ginepraio in cui, invece, restano gli altri, i cornuti e mazziati. Chi sono gli altri? Siamo noi, è ovvio, che paghiamo le tasse fino all’ultimo centesimo, rispettiamo le leggi e la libertà altrui, facciamo il nostro dovere e ci concediamo, ogni tanto, il lusso di lamentarci. Per nostra fortuna, al momento le proteste sono per lo più corporative (ognuno cerca di difendere il proprio orticello) e contenute. Inoltre, all’orizzonte non si profila la figura di un Masaniello con l’aureola o tanto più quella di un Mussolini in grado di sedurre la massa. Ciò non significa, tuttavia, che la protesta fin qui più o meno civile non possa degenerare e che qualcuno possa cavalcarla. In fondo, nemmeno la Tunisia, l’Egitto e la Libia avevano l’uomo forte, eppure hanno abbattuto i regimi imperanti. Noi siamo un Paese democratico (si fa per dire!), perciò refrattario alle rivolte salvo quelle nelle carceri e allo stadio. Teoricamente, la prossima primavera non dovrebbe essere bollente né sconvolgere l’assetto nazionale, pur tuttavia i terremoti sono imprevedibili e le rivoluzioni non sono frutto di un processo di marketing. Non ci resta che seguire lo sviluppo dei fatti e non farsi trovare impreparati.
Cerco in tutte le canzoni e in un passero sul ramo lo spunto per la rivoluzione – cantava il compianto Rino Gaetano. Di spunti ne può trovare quanti ne vuole (e spesso sono buoni motivi) chi ha voglia di fare casino in un Paese che sembra stufo di vestire i panni della bella addormentata e non aspetterà il principe azzurro per risvegliarsi e dare una "pettinata" agli orchi e alle streghe cattive. Almeno, così mi auguro.

domenica 22 gennaio 2012

Leonardo e l'agognato posto di lavoro

Ho appena visitato la mostra dedicata a Leonardo da Vinci intitolata “Il Genio e il Mito” che è stata allestita nelle scuderie juvarriane della Reggia di Venaria Reale, antica dimora dei Savoia. Nella mostra è esposto il celebre Autoritratto conservato nella Biblioteca Reale di Torino. Si tratta di un piccolo disegno a sanguigna su carta databile agli anni 1515/17 che gli esperti considerano l’unica, vera immagine di Leonardo. L’ho ammirato a lungo, ammaliato non solo dalla finezza del disegno ma dalla sublimità del soggetto. L’opera mostra il viso di un vecchio bellissimo, con lunghi capelli e barba da filosofo greco. Lo sguardo è accigliato, l’espressione seria e quasi imbronciata. Sul volto di Leonardo non si leggono solo i segni del tempo, che hanno scalfito i tratti di un uomo che affascinava chiunque per la sua bellezza ed eleganza, ma anche le scorie di una vita intera, sicché vi si coglie la stanchezza, la delusione, l’amarezza. Per quale ragione Leonardo da Vinci doveva essere deluso e amareggiato? Chi conosce la sua storia sa la risposta. Agli altri, voglio ricordare che oggi Leonardo è un’icona universale (basti pensare che la Gioconda è il quadro più famoso e conosciuto al mondo) ma che in vita dovette inghiottire molti bocconi amari. L’ultimo gli guastò il palato quand’era al crepuscolo: fu denunciato all’inquisizione con l’accusa di profanare i cadaveri su cui praticava la dissezione necessaria per i suoi studi di anatomia. Nel 1516, Leonardo viveva a Roma ed era caduto in disgrazia. In pratica “lavoricchiava” per il Papa Leone X, che considerava il genio fiorentino un povero vecchio bislacco e aveva occhi e orecchie solo per l’astro nascente Raffaello Sanzio. Leonardo non era più di moda, veniva considerato il retaggio di un’epoca finita, quella dei grandi principi umanisti come Lorenzo il Magnifico, dei signori ambiziosi come Ludovico il Moro e dei condottieri sognatori come Cesare Borgia. Leonardo capì che la sua patria lo rinnegava e per non morire di crepacuore accettò l’offerta di Francesco I e si trasferì in Francia, sulle rive della Loira. Raccolse i suoi beni (quadri, disegni, taccuini, fogli sparsi, macchinari e altro) e alla bellezza di 66 anni valicò le Alpi a cavalcioni di un mulo. Trasferitosi nel piccolo maniero di Cloux (oggi Clos Lucé), un ridente sobborgo di Amboise, visse i suoi ultimi giorni avendo nel cuore l’Italia e rimpiangendo la considerazione e il rispetto che gli italiani gli avevano negato. Leonardo morì nel suo letto il 2 maggio 1519. Da quasi un anno, a causa di un ictus, sopravviveva al suo mito.
La sua vicenda umana mi offre lo spunto per chiedermi come sarebbero andate le cose per lui nell’Italia di oggi. Che fosse un uomo geniale e poliedrico è noto a tutti. Ma forse, pochi sanno che le sue immense qualità erano in qualche misura offuscate dai suoi piccoli difetti. Quali? Era lento nel lavoro e si stancava di ciò che faceva. Inoltre, era un uomo libero, alla continua ricerca di mecenati che finiva per deludere vista la sua ritrosia a prendere ordini e ancor più a eseguirli. Leonardo è infatti l’artista dell’incompiuto, capace di iniziare mille cose e finirne solo dieci, di applicarsi a opere straordinarie (Il cavallo di bronzo dello Sforza, l’affresco della battaglia di Anghiari, la macchina per il volo, ecc) che sono andate perdute o fallite per grossolani errori a lui imputabili. Eppure, il mondo ama Leonardo e giustamente gli riconosce la qualifica d’essere la mente umana più eccelsa mai apparsa sulla terra. Torniamo a noi: oggi come andrebbero le cose? Vediamo un po’... 

Il giovane Leonardo incontrerebbe gli stessi ostacoli dei giovani che attualmente cercano di entrare nel mondo del lavoro. O meglio, cercano l’agognato posto di lavoro. Dovrebbe preparare il suo curriculum vitae e bussare a un’infinità di porte, ricevendo in risposta tanti rifiuti. E già, perché il povero Leonardo non usciva nemmeno dall’università. Veniva dalla campagna ed era ignorante, però possedeva una curiosità e un’intelligenza fuori del comune, oltre che un talento artistico che non avrebbe certo affinato se suo padre, che di mestiere faceva il notaio, non l’avesse mandato a bottega dal Verrocchio. Il punto è questo: suo padre era un notabile e a quel tempo i giovani andavano a bottega per imparare un mestiere. Ma se messer Piero da Vinci fosse stato un contadino e non avesse avuto conoscenze altolocate a Firenze? E se non fossero esistite le botteghe dove i maestri formavano gli artisti? Anche oggi, trova facilmente lavoro chi è figlio di… Gli altri possono solo sperare in un colpo di fortuna. Che poi dipende. In una città come Como il lavoro si trova, basta avere pazienza e non fare gli schizzinosi. Ma a Catanzaro o a Gela? Immaginiamo che Leonardo nasca nel 1992 e che oggi, alla bella età di vent’anni, cerchi lavoro senza avere un titolo di studio ma solo tante idee in testa. Chi lo assumerebbe? E quali reali possibilità di fare emergere il suo talento avrebbe in un Paese dove le capacità e il merito sono difficilmente riconosciuti? Peggio, sono osteggiati, disprezzati, soffocati in nome dell’invidia, della stupidità, dei giochi di potere, della meschinità che ci porta a schiacciare gli altri non a favorirne la crescita. Nei colloqui per trovare un posto di lavoro il giovane Leonardo si troverebbe spaesato. Era un uomo dolce, educato, sensibile, acuto, incapace di alzare la voce e dare spallate. Non verrebbe notato e in caso contrario sarebbe deriso. Non gli resterebbe altro da fare se non cercare fortuna all’estero. Sì, Leonardo dovrebbe migrare come fanno le nostre migliori menti, che sono assunte negli Stati Uniti e in molti altri paesi del mondo. Comunque Leonardo redivivo dovrebbe accontentarsi di un lavoro umile, almeno all’inizio, e coltivare il suo talento come passatempo. Riuscirebbe a uscire dal branco in virtù della sua potenzialità? Non in Italia, probabilmente. All’estero dipende. Ma ora immaginiamo che Leonardo abbia fatto una normale carriera in Italia, magari come disegnatore di tessuti o pubblicitario e che l’azienda per cui lavora fallisca a causa della crisi. Ve lo immaginate un Leonardo di cinquant’anni a spasso, costretto a cercare un nuovo lavoro? Dovrebbe affrontare una Via Crucis lunga e dolorosa. Vivrebbe la sua Passione subendo umiliazioni a non finire. “Ma guardi che io ho ancora tante idee in testa… tante invenzioni!” si lamenterebbe coi responsabili delle agenzie di lavoro interinale alle quali si rivolgerebbe dopo avere ricevuto mille rifiuti dalle aziende. Mi immagino la scena. “Signor Da Vinci, ci sarebbe un posto da imbianchino a Pontassieve per un mese. Pagano a cottimo. Le andrebbe bene?”. Forse sto esagerando, un genio come Leonardo troverebbe lavoro a prescindere dalla crisi economica e dalla ottusità umana. Ma gli altri? Quante persone dotate, oneste e piene di entusiasmo trovano un lavoro adeguato alle loro possibilità, ai loro meriti, alla loro esperienza. Personalmente, ho imparato che l’errore più grande che un essere umano possa fare nella vita è mostrare agli altri d’essere più bravo di loro. Non te lo perdonano. Scattano nella mente meccanismi tali per ti ignorano, diventi invisibile. Oppure sei boicottato. In ogni caso vieni misconosciuto. Vale in qualsiasi ambito professionale, non solo nel campo artistico. Per emergere e avere successo devi essere mediocre, devi seguire l’onda, devi dire “Signorsì”, devi accettare i compromessi, devi conformarti al pensiero unico o del branco, devi fingerti poco intelligente. Gli stupidi rassicurano, le persone intelligenti fanno paura. Esistono le eccezioni, naturalmente, ma esistono per confermano la regola. Ahinoi, se Leonardo fosse nato sul finire del XX secolo, gli si prospetterebbe una scelta drammatica. Al termine del suo corso di studi, pieno di entusiasmo e fiducia nei propri mezzi si troverebbe di fronte all’aut aut che la nostra miserabile società gli imporrebbe: Signor Da Vinci, o abbassa le arie e accetta le nostre condizioni oppure si rassegni a far la vita di stenti dell’artista di strada. Leonardo, la cui unica vera amante fu la libertà, sceglierebbe l’autocastrazione piuttosto che la gogna.
Meno male che l’Uomo Universale, il geniale precursore della scienza moderna oltre che eccellente artista interprete dell’animo umano, visse negli anni a cavallo fra l’Umanesimo e il Rinascimento, altrimenti il mondo attuale sarebbe infinitamente più povero.

giovedì 19 gennaio 2012

O capitano! Mio capitano!

Non ci sono più le nevi di una volta, si lamentava il poeta Francois Villon. Nemmeno i capitani. Quanto è accaduto nelle acque del Giglio il 13 gennaio 2012 ci induce a credere che il mondo sia irriconoscibile. Ma come, una nave da crociera naufraga e il suo comandante si defila anziché mantenere il suo posto sulla città galleggiante e coordinare i soccorsi a bordo?! Siamo cresciuti nel culto dei capitani coraggiosi di Kipling e amando alla follia il capitano Achab, fedele fino all’ultimo al suo ruolo di vittima sacrificale della balena Moby Dick. Nelle gite scolastiche cantavamo con partecipata mestizia la ballata alpina in cui si parla del capitano della compagnia che detta il suo testamento, lasciando che il suo corpo sia tagliato in cinque pezzi. Insomma, ci siamo nutriti all’idea che essere capitani significa brillare per le proprie virtù, fra cui emerge quella di saper comandare, prendere decisioni delicate e dare il buon esempio. Fino al sacrificio finale. Come tifoso interista, mi viene spontaneo pensare a Javier Zanetti, il capitano per eccellenza per la sua serietà, correttezza e fedeltà alla maglia. Ma ogni tifoso di calcio o di altri sport ha il suo mitico capitano. Ebbene, renderci conto all’improvviso che esistono capitani come lo scellerato Schettino ci disorienta. Possibile che il comandante di Meta di Sorrento non abbia visto almeno una volta il film Titanic? Ne avrebbe tratto utile ispirazione. È infatti noto che quando ebbe inizio il calvario della RMS Titanic, il comandante Edward J. Smith invitò i passeggeri a comportarsi da galantuomini esclamando “Be english!”, “Siate inglesi!” – e solo quando capì che il transatlantico era perduto lanciò il famoso “Si salvi chi può”, affrancando l’equipaggio dai propri compiti e ritirandosi sulla plancia della nave, in attesa di una morte eroica. Altri tempi! D’altra parte, ve lo immaginate il comandante Schettino che nel marasma generale lancia il grido “Siate italiani!”. L’equipaggio, essendo composto per lo più da extracomunitari, non avrebbe capito, i passeggeri italiani avrebbero frainteso e quelli di nazionalità straniera avrebbero atteso invano la traduzione. Non voglio esprimere un giudizio su questa drammatica vicenda su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, per quanto l’ascolto della telefonata intercorsa fra Schettino e il capitano De Falco inchiodi il primo a gravi responsabilità (e fughe dalla responsabilità). Comunque, ci penseranno i giudici a condannare o assolvere colui che passerà alla storia come “Capitan Codardo”. Voglio invece sottolineare che ancora una volta gli italiani hanno dimostrato quanto meno di essere ipocriti. Lungi da me giustificare Schettino, ma quanti hanno il diritto di lapidarlo? Quanti di noi sanno fare la cosa giusta nel momento in cui occorre mantenere i nervi saldi? Non è necessario comandare una nave o trovarsi nel bel mezzo di una tragedia per scoprire quanto sia precario il nostro senso civico. Prima le donne e i bambini, si diceva una volta. E oggi? A giudicare dalle piccole cose, oggi ce ne freghiamo di certe regole etiche non scritte ma universali. Altrimenti, perché occupiamo con l’auto i posteggi dei disabili? Perché non cediamo il posto alle donne coi bambini e agli anziani sul bus o in metropolitana? Perché se al supermercato una donna incinta chiede legittimamente di passarci davanti nella fila di una cassa a lei riservata, ci mostriamo quanto meno infastiditi? E come ci comportiamo di fronte al pericolo? Di solito, scappiamo oppure facciamo i guardoni. In qualità di soccorritore del 118 ho spesso sperimentato che in caso di incidenti o eventi traumatici importanti il cosiddetto “astante”, ossia il curioso che si ferma e si precipita sulla scena dell’evento per curiosare, ostacola o quanto meno reca fastidio ai soccorsi. Per tacere delle omissioni di soccorso. Fossimo solo dei vigliacchi! In realtà, siamo insensibili, egoisti e meschini. Quali meccanismi scatterebbero nella nostra testa in caso di naufragio? La risposta la conoscono quelli che erano a bordo della Costa Concordia. Sono volati schiaffi e pugni, riferisce la cronaca, ed è venuta a mancare la capacità di essere “galantuomini” che un tempo era innata o veniva insegnata. Si può obiettare che nessun naufragio è scevro di comportamenti miserabili. Il Titanic insegna. Ma anche di gesti eroici. Per fortuna esistono le eccezioni. Giuseppe Di Girolamo, il batterista della Costa Concordia, ha lasciato il suo posto sulla scialuppa di salvataggio a un bambino e di lui non si è saputo più nulla. Attualmente è disperso, probabilmente annegato. La verità è che quando siamo sotto pressione diamo il meglio o il peggio di noi stessi. Non possiamo più mentire né recitare un ruolo sociale che spesso è inadeguato al nostro temperamento, al nostro reale valore. 
“O capitano! Mio capitano!” recita una famosa poesia di Whitman divenuta il filo conduttore del film L’attimo fuggente. Auguriamoci che per ogni capitano che “scivola” sulla scialuppa, ma tenendosi ben stretto il telefonino e il computer personale, ci siano nel nostro Paese novantanove capitani il cui “Salga a bordo, cazzo!” vale più di tante scuse. Possiamo sperarlo, ma senza troppa convinzione. 

mercoledì 11 gennaio 2012

If

“Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la perdono e te ne attribuiscono la colpa; Se riesci a non dubitare di te stesso quando tutti ne dubitano, ed essere indulgente verso chi dubita; Se sai aspettare, e non ti stanchi di farlo; e calunniato, non dai credito alla menzogna, e odiato, non ti fai prendere dall’odio e ciò senza sembrare troppo buono o troppo saggio; Se sai sognare senza rendere i sogni i tuoi padroni; Se sai pensare ma senza fare dei pensieri il tuo fine; Se sai trattare nello stesso modo questi due impostori - Trionfo e Disastro - quando li incontri; Se puoi tollerare di udire la verità che hai detto travisata dai farabutti per trarre in inganno gli ingenui, o vedere distrutte le cose per le quali hai dato la vita e piegarti per ricostruirle di nuovo, con strumenti logori; Se puoi fare un fascio di tutte le tue fortune e rischiarle con un colpo di testa o croce e perdere e ricominciare da capo e mai sussurrare una parola relativa alla perdita; Se sai forzare il cuore, i nervi e i muscoli a resistere anche quando sono esausti e così andare avanti finché in te non rimane altro tranne la volontà che dice: Tieni duro!; Se sai parlare alle folle senza sentirti un re e a passeggiare coi re senza disdegnare gli umili; Se non riescono a ferirti gli amici né i nemici; Se tutti contano per te, ma nessuno troppo; Se riesci a riempire l’attimo inesorabile dando valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi, tuo sarà il mondo e tutto ciò che vi è in esso e, ciò che più conta, tu sarai un uomo, figlio mio!” (Rudyard Kipling, If, 1895) 

È impossibile non amare questa poesia straordinaria che Kipling dedicò al figlio. Io l’ho amata fin dal primo istante e ricordo quel momento con precisione. Avevo compiuto tredici anni e un vecchio amico di famiglia mi fece dono di essa per il mio compleanno. Ero nell’età giusta per intuire la bellezza dei precetti di Kipling, per illudermi che fossero diretti a me e di conseguenza sentirli miei. Ho desiderato seguire gli insegnamenti di Kipling e ho cercato di essere l’uomo che lui auspicava diventasse suo figlio. Non so se ci sono riuscito ma certamente ci ho provato e mi sforzo ancora, malgrado l’età, di vivere come un uomo e non come una controfigura. Questo scritto dovrebbe essere letto e spiegato in tutte le scuole. Il suo valore educativo e pedagogico è straordinario, universale, evergreen. Kipling ci ricorda infatti che nulla è più importante, ai fini del consuntivo esistenziale, dell’autorealizzazione, che non consiste affatto nell’avere fatto una montagna di soldi o avere  fortuna o potere nella vita, come ci fanno credere i mass-media proponendoci modelli avariati e corrosivi. La vera realizzazione di sé si raggiunge solo attraverso l’armonia e la presa di coscienza delle vere, atemporali virtù di un uomo. Che a ben guardare, sono poi quelle che secondo i greci dimorano nell’aidos (istinto morale) e istruiscono l’essere umano all’areté, concetto cardinale che ha la sua traduzione immediata nella virtus declamata dai latini. Kipling mostra a suo figlio la via maestra per essere virtuosi e realizzati, per diventare uomini veri: la virtù. Mi accorgo, solo a pronunciarla, che in questi tempi barbari una parola così altisonante sembra fastidiosa oltre che obsoleta. Forse perché ci ricorda, come diceva Dante, che non siamo fatti per “viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza?”. Già, la povera, misconosciuta, dimenticata virtù. Quanti aspiranti uomini di oggi l’hanno mai pronunciata? Quanti ne conoscono il significato? E quanti aspirano ad essa anziché desiderare una vita all’insegna del materiale? Eppure, la virtù è il bene più prezioso che un uomo possa produrre e possedere giacché ci eleva, ci rende migliori, ci nobilita. Sic itur ad astra, dice Virgilio nell’Eneide. Così si sale in cielo.  Attenzione, però, la via maestra è ostica, pur essendo lineare s’inerpica e presenta molteplici difficoltà. Non è semplice il viaggio verso la virtuosa realizzazione della propria humanitas. Richiede fatica, perseveranza, forza. Ciò che amo nel dettato lirico di Kipling è la potenza evocativa e magnetica delle parole oltre che dei principi di cui il verbo è latore. È la limpida chiarezza con cui sono indicati gli strumenti e i modi. Ogni frase è un epitome, una sentenza. Ogni consiglio è un assioma. Nulla di ciò che Kipling suggerisce al figlio è contestabile. Nulla è risibile. E ogni volta che si rilegge If si scopre qualcosa di nuovo, s’impara a leggere fra le righe, ci si emoziona come se fosse la prima volta. Per quanto io sia ancora giovane, mi avvicino all’età in cui si comincia a fare il consuntivo della propria vita. E la vita, spesso è un pareggio. Non si vince né si perde del tutto, si pareggia. Ma il pareggio può avere un sapore unico, appagante se la partita l’abbiamo giocata con lo spirito giusto, lealmente e coraggiosamente, con bontà e rispettando le regole e gli avversari. Ciascuno, prima o poi, è chiamato dalla vita a rispondere alla propria coscienza. In quel frangente, dovrebbe chiedersi se ha saputo vivere da uomo e non da ominicchio o da bestia trionfante. If è il più bel parametro laico che io conosca per fare questo test. Solo il Vangelo, il contraltare sacro di If, ci offre pagine altrettanto belle e utili. Adesso che sono nonno, farò conoscere la poesia di Kipling alle mie nipotine, così come a suo tempo la feci conoscere alla mie figlie. Desidero sappiano che i “se” determinano la felicità. La nostra vita non è regolata dal fato capriccioso bensì dal nostro libero arbitrio. Sono le nostre scelte a decidere se il mondo intero ci apparterrà e, cosa infinitamente più importante, se apparterremo a noi stessi o saremo i servi sciocchi di qualcun altro. In definitiva, If è un rimedio omeopatico al male di vivere.

venerdì 6 gennaio 2012

Il futuro è nelle mani dei tre porcellini


Del doman non v’è certezza, così cantava Lorenzo il Magnifico. Come dargli torto? Il futuro è nelle mani di Dio. L'affermazione è condivisibile, salvo dichiararsi agnostici o atei e quindi negarla, ma è altrettanto vero che il futuro dipende da noi. Ma c’è una terza variabile. Il nostro futuro, e in particolare il nostro benessere economico, minacciato da una crisi epocale, è sempre più nelle mani dei tre porcellini, che non sono quelli della fiaba da cui, nel 1933, Walt Disney trasse un famoso cartone animato, bensì le tre grandi agenzie mondiali di rating: Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch. Per chi ancora non lo sapesse, il rating è la valutazione di affidabilità di un’azienda, di un soggetto privato o pubblico e dello Stato. Queste tre agenzie, che gestiscono un business stratosferico con utili abnormi, occupandosi di un mercato finanziario che ammonta a 70.000 miliardi di dollari, hanno un potere immenso. I loro giudizi nei confronti di chi emette debito e degli strumenti usati per autofinanziarsi, cioè le obbligazioni, possono determinare euforia sui mercati come terribili rovesci finanziario-economici. Negli ultimi tempi più i secondi che la prima. Di fatto, tagliando a colpi di mannaia l’indice di solidità delle nazioni e istituzioni finanziarie europee sono riuscite a indebolire l’euro e a destabilizzare l’economia del vecchio continente. L’emorragico declassamento dei titoli privati e di Stato dipende dai tre porcellini ma ovviamente non sono loro a causarlo. È invece il risultato degli sbagli commessi da chi ha un cattivo bilancio. L’Italia è un esempio lampante: con un debito pubblico che a metà 2011 era pari al 122% del Pil, cioè 1.901 miliardi di euro – il ché significa che aumenta di 2.800 euro ogni secondo che passa e che ogni italiano ha un debito di 31.000 euro – e una crescita dell’economia asfittica e prossimamente nulla, è scontato che il rating affondi. Purtroppo Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch sono come certe commissioni d’esame di prima del Sessantotto: meritocratiche e implacabili. Di fatto, la triade che decide i voti della pagella e li rende pubblici mette paura a chi ha un cattivo profitto ed è così severa e potente che non è azzardato affermare sia una sorta di governo ombra internazionale. Il suo potere è immenso, quasi teocratico e paragonabile a quello che un tempo avevano il sovrano del Celeste Impero o il faraone. Saranno loro, nei prossimi mesi, a decretare se possiamo farcela, se l’Italia (ma anche l’Europa) ha la capacità di riaffiorare. Qui, però, emerge un dubbio. I tre porcellini sono realmente imparziali? Il dubbio è più che legittimo. In primis perché le agenzie di rating si sono snaturate. Fondate e sostenute dagli investitori per controllare gli emittenti di obbligazioni, oggi sono sovvenzionate dagli stessi emittenti. Ne consegue che non sono indipendenti e neppure neutrali. Fanno l’interesse di chi le paga, è ovvio. Secondariamente, sono tre istituzioni americane e in qualche misura cadono sotto l’influsso delle politica del governo a stelle e strisce. Moody’s appartiene per il 13% al miliardario americano Warren Buffett e quindi è pappa e ciccia col sistema bancario statunitense. Standard&Poor’s fa capo alla società finanziaria newyorchese McGraw-Hill Companies e anche lei è legata al sistema finanziario. Fitch Ratings, il porcellino meno influente e noto, è invece controllata da un gruppo internazionale di servizi di supporto alle imprese che ha sede a Parigi ed è la meno americana delle tre. L’anomalia è che non esiste un’agenzia di rating super partes europea, il ché rende l’Europa un fragile bersaglio di chi non la vuole solida e autosufficiente. Di chi parlo? È evidente: del governo e delle grandi istituzioni degli Stati Uniti d’America. Si sa che gli yankees sono come Giano bifronte. Con la faccia perbene Washington annuncia e promuove iniziative in sinergia con l’Unione Europea per contrastare la crisi, ma con l’altra faccia, che mostra solo in privato, ammicca per indebolire l’euro e il rating delle aziende e delle nazioni del vecchio continente. In tempi di crisi, gli americani applicano il principio “mors tua vita mea”. Come certi naufraghi ricchi del Titanic, non esitano a pagarsi il posto sulle scialuppe di salvataggio a discapito di donne e bambini della terza classe.  I tre porcellini assegnano valori che vanno dalla tripla A (il rating massimo) fino alla D, che sta per default, cioè fallimento. In questo momento, l’Italia non raggiunge la sufficienza e rischia il default, la bocciatura. Bisogna confidare nel nostro orgoglio ma anche nella benevolenza altrui. Così come a scuola ci lamentavamo perché i giudizi non ci parevano equi e c’era sempre chi studiava meno di noi ma era simpatico alla professoressa, per cui aveva voti migliori dei nostri, auguriamoci che Timmi, Tommi e Gimmi siano abbastanza onesti e non abbiano alle spalle un lupo cattivo che li ammaestra.

martedì 3 gennaio 2012

Il sale della terra

Ho un debole per Marco Aurelio. I suoi Ricordi (Colloqui con se stesso) sono uno dei miei libri preferiti. Nel suo splendido testamento spirituale, il grande imperatore filosofo romano medita sulla condizione esistenziale, la vita, la morte, l’universo, la fortuna, i valori umani immortali. Si confessa senza remore e descrive l’aeternum internum, quel bene interiore che ci porta a una continua rinascita spirituale. Anche Seneca, in una lettera consolatoria, ricorda alla madre Elvia che serbiamo dentro di noi questo bene perenne e inalienabile. Sant’Agostino ha ripreso il concetto e lo ha esaltato. Per il famoso teologo e dottore della Chiesa, la nostra anima è l’unica depositaria del bene e della verità. 
Niente paura. Non sono un professore di lettere e non voglio annoiare chi mi legge. Ho l’età in cui ci si illude di avere imparato a vivere ma in realtà sto imparando a morire. Non che io desideri togliere il disturbo, sia chiaro. Intendo dire che quando finisce l’età delle illusioni, degli sforzi spesso vani per convincere gli altri che esisti, dell’affanno mondano, si accarezza con piacere la riflessione. Si abbandona la palestra in cui ci siamo fatti i muscoli per indulgere a una nuova disciplina, dove il silenzio diventa più amabile del frastuono e il disincanto ci apre gli occhi. Si muore dentro per rinascere diversi, migliori. In questa nuova dimensione del vivere, purché si tesorizzino gli errori del passato e ci si mantenga giovani nell’animo, corre l’obbligo di meditare, aprirsi a nuove scoperte e ritrovare le piccole-grandi cose smarrite a causa della disattenzione e della fretta. Come fece Marco Aurelio. “C’è un piccolo podere, una piccola villa di campagna, pronto rifugio al tuo dolore. Podere e villa hanno un nome: Interiorità tua”. Furono queste le sue conclusioni. 
Ai miei lettori, qualunque sia la loro età, voglio rivolgere lo stesso invito. Viviamo in una società alienante, che si appresta a toccare il fondo. Ammesso che ci sia un fondo. L’humanitas è mortificata dalla ricerca spasmodica del profitto, dagli interessi materiali, dai giochi sporchi della politica, dalla lotta senza scrupoli per il potere, dal consumismo e dal trionfo dell’effimero, dalla manipolazione e dal pensiero unico, mediato dal relativismo che confonde e annichilisce. Galleggiamo nel caos e nella frustrazione, coi sensi infiammati. Siamo confusi, avviliti, arrabbiati. Le ragioni? Basta guardarsi attorno per riconoscerle. Abbiamo a che fare con la precarietà, l’incertezza, la solitudine, la prepotenza, l’inganno, l’ingiustizia. La realtà è grigia, ci deprime, e rimpiangiamo il tempo in cui la vita era più docile, più solare, più facile. Per quanto non sia mai stato facile stare al mondo, senonché una volta chi seminava raccoglieva e non si viveva con la spada di Damocle sulla testa. Un malessere interiore non ben definito ci sta togliendo le forze nel momento in cui ci serve uno scatto d’orgoglio. Ma non è facile produrlo. Intorno a noi vediamo persone più stanche di noi e ormai rassegnate. Vediamo tanta brava gente che non ce la fa più, non riesce nemmeno più a esternare il proprio disagio. Avremmo bisogno della panacea per guarire. Ci servirebbe un nuovo umanesimo. Di più, il ritorno di un Illuminato. Buddha o lo stesso Gesù. Andrebbe bene anche l’uomo forte. Dirò una cosa che farà inorridire qualcuno: ci vorrebbe uno come Mussolini, naturalmente rivisto e corretto. Invece, dobbiamo sopportare i falsi e mediocri profeti e i cattivi maestri che inquinano le menti. La corruzione più smodata, nel nostro paese, non è quella perpetrata da una classe politica vomitevole. È la dissoluzione morale. È la resa incondizionata dello Spirito. 
Un giorno, Gesù disse: “Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa gli si restituirà?” (Mt V, 13). Queste parole devono farci riflettere. Se il mondo ci delude, non dobbiamo arrenderci né uniformarci ad esso. Possiamo recitare la nostra parte nel mondo senza diventarne succubi. Non occorre chiudersi in convento o fuggire su un’isola tropicale, due tentazioni che passano per la testa di chi è disgustato. Possiamo conservare la nostra indipendenza, la nostra libertà, la nostra dignità e integrità continuando a fare il nostro dovere anche in mezzo a gente che non ci capisce e non ci ama. Non è facile, lo so, ma provarci è un obbligo morale. La soluzione esiste: dobbiamo salvaguardare il nostro aeternum internum senza scendere a compromessi con la vita. Dobbiamo sforzarci di essere sapidi in un mondo di gente insipida. Abbiamo il dovere e il diritto di ribellarci alla stupidità, alla vacuità, all’ignoranza, alla cattiveria che ci circonda e che in certi momenti ci spaventa. Personalmente, ho imparato che c’è un solo modo per non cadere nel vuoto pneumatico che incombe: starne alla larga. Per questo motivo, potendo scegliere, ho preferito essere un piccolo ma saporito granello di sale anziché diventare un grosso, fetido pezzo di m…

domenica 1 gennaio 2012

Buon anno in cento lingue del mondo


L’idea del primo post del 2012 mi è stata suggerita dal “Global statistics” del mio blog, da cui risulta che nel 2011 (primo anno di vita) è stato visualizzato da lettori di 68 nazioni diverse. Per quanto molte visualizzazioni siano estemporanee, posso affermare di avere numerosi lettori in Italia e non pochi lettori in Germania, Stati Uniti d’America, Svizzera, Russia, Gran Bretagna, Singapore, Israele e Francia (in ordine d’importanza e frequenza). Vorrei essere poliglotta e coltivo la speranza che la torre di Babele sia ricostruita affinché gli uomini possano comprendersi di più. Ma basterebbe? Nel dubbio, e giusto per iniziare il 2012 con leggerezza, auguro “buon anno” a chi mi segue in cento lingue del mondo.

Saale nao mubbarak (afghani)
Gelukkige nuwe jaar (afrikaans)
Gëzuar vitin e ri (albanese)
Melkam addis amet (amarico, Etiopia)
Sana saiida (arabo)
Shnorhavor nor tari (armeno)
Gayoleru añu nuevu (asturiano)
Urte berri on (basco)
Z novym hodam (bielorusso)
Subho nôbôbôrsho (bengali, India)
Asgwas amegas (berbero)
Mbembe mbu (beti, Camerun)
Vesele Vanoce (boemo)
Sretna nova godina  (bosniaco)
Bloavez mad (bretone)
Čestita nova godina (bulgaro)
Hnit thit ku mingalar pa (birmano)
Feliç any nou (catalano)
Šťastný nový rok (ceco)
Kung hé fat tsoi (cinese cantonese)
Gongxi facai (cinese mandarino)
Seh heh bok mani bat uh seyo (coreano)
Sretna nova godina (croato)
Sala we ya nû pîroz be (curdo)
Godt nytår (danese)
Shana Tova (ebraico)
Felicxan novan jaron (esperanto)
Head uut aastat (estone)
Gott nýggjár (feringio, Fær Øer)
Gelukkig nieuwjaar (fiammingo)
Manigong bagong taon (filippino)
Onnellista uutta vuotta (finlandese)
Bonne année (francese)
Ath bhliain faoi mhaise (gaelico, Irlanda)
Bliadhna mhath ur (gaelico, Scozia)
Feliz aninovo (galiziano)
Blwyddyn newydd dda (gallese)
Gilotsavt aral tsels (georgiano)
Akemashite omedetô (giapponese)
Kali chronia (greco)
Rogüerohory año nuévo-re (guaranì)
Sal mubarak (gujarati, India)
Bònn ané (haitiano)
Hauoli makahiki hou (hawaiano)
Nav varsh ki subhkamna (hindi)
Jutdlime pivdluarit ukiortame pivdluaritlo (eschimese)
Sanah Jadidah (iracheno)
Farsælt komandi ár (islandese)
Selamat tahun baru (indonesiano)
Happy new year (inglese)
Hosa varshada shubhaashayagalu (kannada, India)
Sur sdei chhnam thmei (khmer)
Žany Žynylyzdar menen (kirghiso)
Umwaka mwiza (kirundi, Burundi)
Sabai dee pee mai (laotiano)
Felix sit annus novus (latino)
Laimīgo Jauno gadu (lettone)
Laimingų naujųjų metų (lituano)
E gudd neit Joër (lussemburghese)
Srekna nova godina (macedone)
Arahaba tratry ny taona (malgascio)
Selamat tahun baru (malay, India)
Sena gdida mimlija risq (maltese)
Kia hari te tau hou (maori)
Navīn varṣacyā hārdik śubhecchā (marathi, India)
Shine jiliin bayariin mend hurgeye (mongolo)
Godt nytt år (norvegese)
Bon annada (occitano)
Gelukkig Nieuwjaar (olandese)
Sâle no mobârak (persiano)
Szczęśliwego nowego roku (polacco)
Feliz Ano Novo (portoghese)
Un an nou fericit (rumeno)
S novym godom (russo)
La manuia le tausaga fou (samoano)
Prosperu annu nou (sardo)
Srecna nova godina (serbo)
Nain saal joon wadhayoon (sindhi, India)
Stastlivy novy rok (slovacco)
Srečno novo leto (sloveno)
Feliz año nuevo (spagnolo)
Wilujeng tahun baru (sudanese)
Mwaka mzuri (swahili)
Gott nytt år (svedese)
Manigong bagong taon (tagalog, Filippine)
Iniya puthandu nalvazhthukkal (Tamil, India e Sri Lanka)
Yaña yil belän (tataro)
Ein gutes neues jahr (tedesco)
Nuthana samvathsara subhakankshalu (telugu, India)
Sawatdii pimaï (thai)
La ora te matahiti api (thaitiano)
Tashi délek (tibetano)
Yeni yiliniz kutlu olsun (turco)
Z novym rokomc (ucraino)
Vyľ Aren (udmurto)
Boldog új évet (ungherese)
Naya saal mubarik (urdu, India)
Yangi yilingiz bilan (uzbeko)
Chúc mừng nam mới (vietnamita)
A gut yohr (yiddish)