mercoledì 11 gennaio 2012

If

“Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la perdono e te ne attribuiscono la colpa; Se riesci a non dubitare di te stesso quando tutti ne dubitano, ed essere indulgente verso chi dubita; Se sai aspettare, e non ti stanchi di farlo; e calunniato, non dai credito alla menzogna, e odiato, non ti fai prendere dall’odio e ciò senza sembrare troppo buono o troppo saggio; Se sai sognare senza rendere i sogni i tuoi padroni; Se sai pensare ma senza fare dei pensieri il tuo fine; Se sai trattare nello stesso modo questi due impostori - Trionfo e Disastro - quando li incontri; Se puoi tollerare di udire la verità che hai detto travisata dai farabutti per trarre in inganno gli ingenui, o vedere distrutte le cose per le quali hai dato la vita e piegarti per ricostruirle di nuovo, con strumenti logori; Se puoi fare un fascio di tutte le tue fortune e rischiarle con un colpo di testa o croce e perdere e ricominciare da capo e mai sussurrare una parola relativa alla perdita; Se sai forzare il cuore, i nervi e i muscoli a resistere anche quando sono esausti e così andare avanti finché in te non rimane altro tranne la volontà che dice: Tieni duro!; Se sai parlare alle folle senza sentirti un re e a passeggiare coi re senza disdegnare gli umili; Se non riescono a ferirti gli amici né i nemici; Se tutti contano per te, ma nessuno troppo; Se riesci a riempire l’attimo inesorabile dando valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi, tuo sarà il mondo e tutto ciò che vi è in esso e, ciò che più conta, tu sarai un uomo, figlio mio!” (Rudyard Kipling, If, 1895) 

È impossibile non amare questa poesia straordinaria che Kipling dedicò al figlio. Io l’ho amata fin dal primo istante e ricordo quel momento con precisione. Avevo compiuto tredici anni e un vecchio amico di famiglia mi fece dono di essa per il mio compleanno. Ero nell’età giusta per intuire la bellezza dei precetti di Kipling, per illudermi che fossero diretti a me e di conseguenza sentirli miei. Ho desiderato seguire gli insegnamenti di Kipling e ho cercato di essere l’uomo che lui auspicava diventasse suo figlio. Non so se ci sono riuscito ma certamente ci ho provato e mi sforzo ancora, malgrado l’età, di vivere come un uomo e non come una controfigura. Questo scritto dovrebbe essere letto e spiegato in tutte le scuole. Il suo valore educativo e pedagogico è straordinario, universale, evergreen. Kipling ci ricorda infatti che nulla è più importante, ai fini del consuntivo esistenziale, dell’autorealizzazione, che non consiste affatto nell’avere fatto una montagna di soldi o avere  fortuna o potere nella vita, come ci fanno credere i mass-media proponendoci modelli avariati e corrosivi. La vera realizzazione di sé si raggiunge solo attraverso l’armonia e la presa di coscienza delle vere, atemporali virtù di un uomo. Che a ben guardare, sono poi quelle che secondo i greci dimorano nell’aidos (istinto morale) e istruiscono l’essere umano all’areté, concetto cardinale che ha la sua traduzione immediata nella virtus declamata dai latini. Kipling mostra a suo figlio la via maestra per essere virtuosi e realizzati, per diventare uomini veri: la virtù. Mi accorgo, solo a pronunciarla, che in questi tempi barbari una parola così altisonante sembra fastidiosa oltre che obsoleta. Forse perché ci ricorda, come diceva Dante, che non siamo fatti per “viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza?”. Già, la povera, misconosciuta, dimenticata virtù. Quanti aspiranti uomini di oggi l’hanno mai pronunciata? Quanti ne conoscono il significato? E quanti aspirano ad essa anziché desiderare una vita all’insegna del materiale? Eppure, la virtù è il bene più prezioso che un uomo possa produrre e possedere giacché ci eleva, ci rende migliori, ci nobilita. Sic itur ad astra, dice Virgilio nell’Eneide. Così si sale in cielo.  Attenzione, però, la via maestra è ostica, pur essendo lineare s’inerpica e presenta molteplici difficoltà. Non è semplice il viaggio verso la virtuosa realizzazione della propria humanitas. Richiede fatica, perseveranza, forza. Ciò che amo nel dettato lirico di Kipling è la potenza evocativa e magnetica delle parole oltre che dei principi di cui il verbo è latore. È la limpida chiarezza con cui sono indicati gli strumenti e i modi. Ogni frase è un epitome, una sentenza. Ogni consiglio è un assioma. Nulla di ciò che Kipling suggerisce al figlio è contestabile. Nulla è risibile. E ogni volta che si rilegge If si scopre qualcosa di nuovo, s’impara a leggere fra le righe, ci si emoziona come se fosse la prima volta. Per quanto io sia ancora giovane, mi avvicino all’età in cui si comincia a fare il consuntivo della propria vita. E la vita, spesso è un pareggio. Non si vince né si perde del tutto, si pareggia. Ma il pareggio può avere un sapore unico, appagante se la partita l’abbiamo giocata con lo spirito giusto, lealmente e coraggiosamente, con bontà e rispettando le regole e gli avversari. Ciascuno, prima o poi, è chiamato dalla vita a rispondere alla propria coscienza. In quel frangente, dovrebbe chiedersi se ha saputo vivere da uomo e non da ominicchio o da bestia trionfante. If è il più bel parametro laico che io conosca per fare questo test. Solo il Vangelo, il contraltare sacro di If, ci offre pagine altrettanto belle e utili. Adesso che sono nonno, farò conoscere la poesia di Kipling alle mie nipotine, così come a suo tempo la feci conoscere alla mie figlie. Desidero sappiano che i “se” determinano la felicità. La nostra vita non è regolata dal fato capriccioso bensì dal nostro libero arbitrio. Sono le nostre scelte a decidere se il mondo intero ci apparterrà e, cosa infinitamente più importante, se apparterremo a noi stessi o saremo i servi sciocchi di qualcun altro. In definitiva, If è un rimedio omeopatico al male di vivere.

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