venerdì 6 gennaio 2012

Il futuro è nelle mani dei tre porcellini


Del doman non v’è certezza, così cantava Lorenzo il Magnifico. Come dargli torto? Il futuro è nelle mani di Dio. L'affermazione è condivisibile, salvo dichiararsi agnostici o atei e quindi negarla, ma è altrettanto vero che il futuro dipende da noi. Ma c’è una terza variabile. Il nostro futuro, e in particolare il nostro benessere economico, minacciato da una crisi epocale, è sempre più nelle mani dei tre porcellini, che non sono quelli della fiaba da cui, nel 1933, Walt Disney trasse un famoso cartone animato, bensì le tre grandi agenzie mondiali di rating: Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch. Per chi ancora non lo sapesse, il rating è la valutazione di affidabilità di un’azienda, di un soggetto privato o pubblico e dello Stato. Queste tre agenzie, che gestiscono un business stratosferico con utili abnormi, occupandosi di un mercato finanziario che ammonta a 70.000 miliardi di dollari, hanno un potere immenso. I loro giudizi nei confronti di chi emette debito e degli strumenti usati per autofinanziarsi, cioè le obbligazioni, possono determinare euforia sui mercati come terribili rovesci finanziario-economici. Negli ultimi tempi più i secondi che la prima. Di fatto, tagliando a colpi di mannaia l’indice di solidità delle nazioni e istituzioni finanziarie europee sono riuscite a indebolire l’euro e a destabilizzare l’economia del vecchio continente. L’emorragico declassamento dei titoli privati e di Stato dipende dai tre porcellini ma ovviamente non sono loro a causarlo. È invece il risultato degli sbagli commessi da chi ha un cattivo bilancio. L’Italia è un esempio lampante: con un debito pubblico che a metà 2011 era pari al 122% del Pil, cioè 1.901 miliardi di euro – il ché significa che aumenta di 2.800 euro ogni secondo che passa e che ogni italiano ha un debito di 31.000 euro – e una crescita dell’economia asfittica e prossimamente nulla, è scontato che il rating affondi. Purtroppo Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch sono come certe commissioni d’esame di prima del Sessantotto: meritocratiche e implacabili. Di fatto, la triade che decide i voti della pagella e li rende pubblici mette paura a chi ha un cattivo profitto ed è così severa e potente che non è azzardato affermare sia una sorta di governo ombra internazionale. Il suo potere è immenso, quasi teocratico e paragonabile a quello che un tempo avevano il sovrano del Celeste Impero o il faraone. Saranno loro, nei prossimi mesi, a decretare se possiamo farcela, se l’Italia (ma anche l’Europa) ha la capacità di riaffiorare. Qui, però, emerge un dubbio. I tre porcellini sono realmente imparziali? Il dubbio è più che legittimo. In primis perché le agenzie di rating si sono snaturate. Fondate e sostenute dagli investitori per controllare gli emittenti di obbligazioni, oggi sono sovvenzionate dagli stessi emittenti. Ne consegue che non sono indipendenti e neppure neutrali. Fanno l’interesse di chi le paga, è ovvio. Secondariamente, sono tre istituzioni americane e in qualche misura cadono sotto l’influsso delle politica del governo a stelle e strisce. Moody’s appartiene per il 13% al miliardario americano Warren Buffett e quindi è pappa e ciccia col sistema bancario statunitense. Standard&Poor’s fa capo alla società finanziaria newyorchese McGraw-Hill Companies e anche lei è legata al sistema finanziario. Fitch Ratings, il porcellino meno influente e noto, è invece controllata da un gruppo internazionale di servizi di supporto alle imprese che ha sede a Parigi ed è la meno americana delle tre. L’anomalia è che non esiste un’agenzia di rating super partes europea, il ché rende l’Europa un fragile bersaglio di chi non la vuole solida e autosufficiente. Di chi parlo? È evidente: del governo e delle grandi istituzioni degli Stati Uniti d’America. Si sa che gli yankees sono come Giano bifronte. Con la faccia perbene Washington annuncia e promuove iniziative in sinergia con l’Unione Europea per contrastare la crisi, ma con l’altra faccia, che mostra solo in privato, ammicca per indebolire l’euro e il rating delle aziende e delle nazioni del vecchio continente. In tempi di crisi, gli americani applicano il principio “mors tua vita mea”. Come certi naufraghi ricchi del Titanic, non esitano a pagarsi il posto sulle scialuppe di salvataggio a discapito di donne e bambini della terza classe.  I tre porcellini assegnano valori che vanno dalla tripla A (il rating massimo) fino alla D, che sta per default, cioè fallimento. In questo momento, l’Italia non raggiunge la sufficienza e rischia il default, la bocciatura. Bisogna confidare nel nostro orgoglio ma anche nella benevolenza altrui. Così come a scuola ci lamentavamo perché i giudizi non ci parevano equi e c’era sempre chi studiava meno di noi ma era simpatico alla professoressa, per cui aveva voti migliori dei nostri, auguriamoci che Timmi, Tommi e Gimmi siano abbastanza onesti e non abbiano alle spalle un lupo cattivo che li ammaestra.

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