martedì 3 gennaio 2012

Il sale della terra

Ho un debole per Marco Aurelio. I suoi Ricordi (Colloqui con se stesso) sono uno dei miei libri preferiti. Nel suo splendido testamento spirituale, il grande imperatore filosofo romano medita sulla condizione esistenziale, la vita, la morte, l’universo, la fortuna, i valori umani immortali. Si confessa senza remore e descrive l’aeternum internum, quel bene interiore che ci porta a una continua rinascita spirituale. Anche Seneca, in una lettera consolatoria, ricorda alla madre Elvia che serbiamo dentro di noi questo bene perenne e inalienabile. Sant’Agostino ha ripreso il concetto e lo ha esaltato. Per il famoso teologo e dottore della Chiesa, la nostra anima è l’unica depositaria del bene e della verità. 
Niente paura. Non sono un professore di lettere e non voglio annoiare chi mi legge. Ho l’età in cui ci si illude di avere imparato a vivere ma in realtà sto imparando a morire. Non che io desideri togliere il disturbo, sia chiaro. Intendo dire che quando finisce l’età delle illusioni, degli sforzi spesso vani per convincere gli altri che esisti, dell’affanno mondano, si accarezza con piacere la riflessione. Si abbandona la palestra in cui ci siamo fatti i muscoli per indulgere a una nuova disciplina, dove il silenzio diventa più amabile del frastuono e il disincanto ci apre gli occhi. Si muore dentro per rinascere diversi, migliori. In questa nuova dimensione del vivere, purché si tesorizzino gli errori del passato e ci si mantenga giovani nell’animo, corre l’obbligo di meditare, aprirsi a nuove scoperte e ritrovare le piccole-grandi cose smarrite a causa della disattenzione e della fretta. Come fece Marco Aurelio. “C’è un piccolo podere, una piccola villa di campagna, pronto rifugio al tuo dolore. Podere e villa hanno un nome: Interiorità tua”. Furono queste le sue conclusioni. 
Ai miei lettori, qualunque sia la loro età, voglio rivolgere lo stesso invito. Viviamo in una società alienante, che si appresta a toccare il fondo. Ammesso che ci sia un fondo. L’humanitas è mortificata dalla ricerca spasmodica del profitto, dagli interessi materiali, dai giochi sporchi della politica, dalla lotta senza scrupoli per il potere, dal consumismo e dal trionfo dell’effimero, dalla manipolazione e dal pensiero unico, mediato dal relativismo che confonde e annichilisce. Galleggiamo nel caos e nella frustrazione, coi sensi infiammati. Siamo confusi, avviliti, arrabbiati. Le ragioni? Basta guardarsi attorno per riconoscerle. Abbiamo a che fare con la precarietà, l’incertezza, la solitudine, la prepotenza, l’inganno, l’ingiustizia. La realtà è grigia, ci deprime, e rimpiangiamo il tempo in cui la vita era più docile, più solare, più facile. Per quanto non sia mai stato facile stare al mondo, senonché una volta chi seminava raccoglieva e non si viveva con la spada di Damocle sulla testa. Un malessere interiore non ben definito ci sta togliendo le forze nel momento in cui ci serve uno scatto d’orgoglio. Ma non è facile produrlo. Intorno a noi vediamo persone più stanche di noi e ormai rassegnate. Vediamo tanta brava gente che non ce la fa più, non riesce nemmeno più a esternare il proprio disagio. Avremmo bisogno della panacea per guarire. Ci servirebbe un nuovo umanesimo. Di più, il ritorno di un Illuminato. Buddha o lo stesso Gesù. Andrebbe bene anche l’uomo forte. Dirò una cosa che farà inorridire qualcuno: ci vorrebbe uno come Mussolini, naturalmente rivisto e corretto. Invece, dobbiamo sopportare i falsi e mediocri profeti e i cattivi maestri che inquinano le menti. La corruzione più smodata, nel nostro paese, non è quella perpetrata da una classe politica vomitevole. È la dissoluzione morale. È la resa incondizionata dello Spirito. 
Un giorno, Gesù disse: “Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde il sapore, con che cosa gli si restituirà?” (Mt V, 13). Queste parole devono farci riflettere. Se il mondo ci delude, non dobbiamo arrenderci né uniformarci ad esso. Possiamo recitare la nostra parte nel mondo senza diventarne succubi. Non occorre chiudersi in convento o fuggire su un’isola tropicale, due tentazioni che passano per la testa di chi è disgustato. Possiamo conservare la nostra indipendenza, la nostra libertà, la nostra dignità e integrità continuando a fare il nostro dovere anche in mezzo a gente che non ci capisce e non ci ama. Non è facile, lo so, ma provarci è un obbligo morale. La soluzione esiste: dobbiamo salvaguardare il nostro aeternum internum senza scendere a compromessi con la vita. Dobbiamo sforzarci di essere sapidi in un mondo di gente insipida. Abbiamo il dovere e il diritto di ribellarci alla stupidità, alla vacuità, all’ignoranza, alla cattiveria che ci circonda e che in certi momenti ci spaventa. Personalmente, ho imparato che c’è un solo modo per non cadere nel vuoto pneumatico che incombe: starne alla larga. Per questo motivo, potendo scegliere, ho preferito essere un piccolo ma saporito granello di sale anziché diventare un grosso, fetido pezzo di m…

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