sabato 28 gennaio 2012

L'insostenibile leggerezza del divenire

Panta rei. Tutto scorre, diceva Eraclito. Lo stesso concetto appare nell’I Ching, il Libro dei Mutamenti. È incredibile come le cose cambino rapidamente e quando meno te lo aspetti. Ognuno di noi l’ha sperimentato almeno una volta nella propria esistenza e ha notato che durante il processo dinamico siamo soggetti a una legge dell’universo che ricorda un po’ il movimento di distensione e contrazione del collo di una tartaruga. Ci protendiamo in avanti e ci ripieghiamo in continuazione, incerti tra il fuori e il dentro, fra l’alto e il basso. Un po’ come lo spread che abbiamo imparato a conoscere dacché c’è la crisi e la finanza è diventata l’argomento del giorno. Indecisi da sempre fra l’essere e l’avere non possiamo esimerci dal divenire. Il divenire è la chiave di volta dell’esistenza, a differenza del rimanere statici, che non porta da nessuna parte. In effetti, fermi non siamo di certo in questo momento, se non per cause accidentali ed estemporanee come gli scioperi dei tassisti e i blocchi stradali degli autotrasportatori. Che ci piaccia o no, siamo entrati giocoforza in una fase nuova dopo tanto immobilismo e il fatto di esserci messi in cammino (verso l’uscita dal tunnel?) ci provoca i disturbi di una sindrome che potremmo definire “insostenibile leggerezza del divenire”. Abbiamo molti dubbi e paure, si capisce, perché il futuro è incerto e poi ci condiziona la profezia dei Maya, che sarà pure una “bufala” come sostengono i positivisti ma che non va sottovalutata. Arriveremo a fine anno? A chiederselo sono i milioni di italiani che vivono il divenire con la penna in mano e un foglio di carta su cui scarabocchiano qualche numero. Si sforzano di fare i conti, che non tornano mai. Per loro, il divenire è un macigno. Altri, invece, vivono l’attesa del domani, che immaginano radioso, con maggiore fiducia. Beati loro. Ma tutti noi cogliamo nell’aria il sentore che qualcosa stia cambiando. Anzi, è già cambiato. Si parla con insistenza di riforme, liberalizzazione delle professioni, nuove regole, semplificazioni, modernizzazione. Il governo Monti cerca di attuare contromisure efficaci per evitare il ristagno e far riprendere fiato al Paese. Fervono i lavori per un’Italia meno burocratizzata, meno conservatrice, meno obsoleta. Speriamo non durino in eterno come i lavori autostradali della Salerno-Reggio Calabria o non finiscano in vacca come tante opere pubbliche finanziate dai contribuenti e mai finite nel Mezzogiorno (e non solo). Si lavora alacremente per realizzare l’agognato cambiamento, che sarà lento e faticoso, ce ne rendiamo conto, e verrà ostacolato da chi non vuole rinunciare ai propri privilegi. Eppur si muove… direbbe Galileo Galilei. Sì, qualcosa si muove e bisogna avere fiducia e pazienza perché i cambiamenti non sono mai facili né tanto più indolori. Spiace, tuttavia, che talune carrozze del treno Italia che si sforza di rimettersi in moto sbuffando siano ferme al deposito. Non se ne parla proprio di associarle al convoglio. Un esempio di refrattarietà al divenire ci viene offerto dal divario salario-prezzi. L’aumento delle retribuzioni va troppo a rilento e penalizza il poter d’acquisto delle famiglie. In compenso, è salita la media dei mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto. Nell’ultimo anno è passata da 14,5 mesi a 24,9 mesi, come rivela l’Istat. Altri esempi? È ferma, anzi inchiodata, la coscienza civica di quegli italiani (e non sono pochi) che si credono furbi e potenti. Come i falsi invalidi, gli sciacalli sociali e della politica, i giornalisti prezzolati, i servi del potere, gli speculatori, gli evasori fiscali. Quando veniamo a sapere che il Fisco ha beccato una pensionata di Padova che si dichiarava indigente ma possedeva 14 case e una villa con la piscina, ci viene voglia di aiutarla. “Signora, si chini in modo tale che anche lei possa partecipare al processo del divenire”. Ma ci vuole ben altro che un calcio nel deretano per smuovere gli italiani che hanno scelto unicamente e avidamente di avere, non di essere. Ciò nonostante qualcosa riescono ad essere: la miserabile zavorra che ci portiamo dietro, così come la tartaruga fa col carapace, che almeno è utile. Il divenire del nostro Paese, qualora prendesse velocità, potrebbe garantire ai nostri figli e ai nostri nipoti maggiori opportunità di quelle attuali oltre che la ritrovata fiducia in noi stessi. Non abbiamo alternative serie a ciò che ci passa il convento e a nulla serve chiedere le dimissioni di Monti, come fa Bossi. Ma che si dimetta lui, piuttosto, che è ora di lasciare il posto ai giovani! Lasciamo a Monti il tempo di lavorare, di fare le riforme (condivisibili o no) che ci occorrono per rimetterci in piedi. Insomma, dobbiamo credere nel divenire anziché remare contro. Nulla ci vieta di vivere questi tempi difficili con legittima preoccupazione, distendendoci e contraendoci secondo il nostro temperamento. L’importante è andare avanti, darsi da fare ognuno secondo le proprie possibilità. Cerchiamo di affrontare il futuro con la consapevolezza che nulla è prestabilito. Torneremo a sorridere se avremo la capacità di essere fabbri del nostro destino. Eduardo De Filippo, figlio di una Napoli rassegnata e insieme ottimista, diceva: "Adda passà ‘a nuttata!" Chi può impedire all’alba di sorgere? La leggerezza del divenire si rivelerà insostenibile solo se non sapremo credere in noi stessi e nella forza creatrice della vita.

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