giovedì 19 gennaio 2012

O capitano! Mio capitano!

Non ci sono più le nevi di una volta, si lamentava il poeta Francois Villon. Nemmeno i capitani. Quanto è accaduto nelle acque del Giglio il 13 gennaio 2012 ci induce a credere che il mondo sia irriconoscibile. Ma come, una nave da crociera naufraga e il suo comandante si defila anziché mantenere il suo posto sulla città galleggiante e coordinare i soccorsi a bordo?! Siamo cresciuti nel culto dei capitani coraggiosi di Kipling e amando alla follia il capitano Achab, fedele fino all’ultimo al suo ruolo di vittima sacrificale della balena Moby Dick. Nelle gite scolastiche cantavamo con partecipata mestizia la ballata alpina in cui si parla del capitano della compagnia che detta il suo testamento, lasciando che il suo corpo sia tagliato in cinque pezzi. Insomma, ci siamo nutriti all’idea che essere capitani significa brillare per le proprie virtù, fra cui emerge quella di saper comandare, prendere decisioni delicate e dare il buon esempio. Fino al sacrificio finale. Come tifoso interista, mi viene spontaneo pensare a Javier Zanetti, il capitano per eccellenza per la sua serietà, correttezza e fedeltà alla maglia. Ma ogni tifoso di calcio o di altri sport ha il suo mitico capitano. Ebbene, renderci conto all’improvviso che esistono capitani come lo scellerato Schettino ci disorienta. Possibile che il comandante di Meta di Sorrento non abbia visto almeno una volta il film Titanic? Ne avrebbe tratto utile ispirazione. È infatti noto che quando ebbe inizio il calvario della RMS Titanic, il comandante Edward J. Smith invitò i passeggeri a comportarsi da galantuomini esclamando “Be english!”, “Siate inglesi!” – e solo quando capì che il transatlantico era perduto lanciò il famoso “Si salvi chi può”, affrancando l’equipaggio dai propri compiti e ritirandosi sulla plancia della nave, in attesa di una morte eroica. Altri tempi! D’altra parte, ve lo immaginate il comandante Schettino che nel marasma generale lancia il grido “Siate italiani!”. L’equipaggio, essendo composto per lo più da extracomunitari, non avrebbe capito, i passeggeri italiani avrebbero frainteso e quelli di nazionalità straniera avrebbero atteso invano la traduzione. Non voglio esprimere un giudizio su questa drammatica vicenda su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, per quanto l’ascolto della telefonata intercorsa fra Schettino e il capitano De Falco inchiodi il primo a gravi responsabilità (e fughe dalla responsabilità). Comunque, ci penseranno i giudici a condannare o assolvere colui che passerà alla storia come “Capitan Codardo”. Voglio invece sottolineare che ancora una volta gli italiani hanno dimostrato quanto meno di essere ipocriti. Lungi da me giustificare Schettino, ma quanti hanno il diritto di lapidarlo? Quanti di noi sanno fare la cosa giusta nel momento in cui occorre mantenere i nervi saldi? Non è necessario comandare una nave o trovarsi nel bel mezzo di una tragedia per scoprire quanto sia precario il nostro senso civico. Prima le donne e i bambini, si diceva una volta. E oggi? A giudicare dalle piccole cose, oggi ce ne freghiamo di certe regole etiche non scritte ma universali. Altrimenti, perché occupiamo con l’auto i posteggi dei disabili? Perché non cediamo il posto alle donne coi bambini e agli anziani sul bus o in metropolitana? Perché se al supermercato una donna incinta chiede legittimamente di passarci davanti nella fila di una cassa a lei riservata, ci mostriamo quanto meno infastiditi? E come ci comportiamo di fronte al pericolo? Di solito, scappiamo oppure facciamo i guardoni. In qualità di soccorritore del 118 ho spesso sperimentato che in caso di incidenti o eventi traumatici importanti il cosiddetto “astante”, ossia il curioso che si ferma e si precipita sulla scena dell’evento per curiosare, ostacola o quanto meno reca fastidio ai soccorsi. Per tacere delle omissioni di soccorso. Fossimo solo dei vigliacchi! In realtà, siamo insensibili, egoisti e meschini. Quali meccanismi scatterebbero nella nostra testa in caso di naufragio? La risposta la conoscono quelli che erano a bordo della Costa Concordia. Sono volati schiaffi e pugni, riferisce la cronaca, ed è venuta a mancare la capacità di essere “galantuomini” che un tempo era innata o veniva insegnata. Si può obiettare che nessun naufragio è scevro di comportamenti miserabili. Il Titanic insegna. Ma anche di gesti eroici. Per fortuna esistono le eccezioni. Giuseppe Di Girolamo, il batterista della Costa Concordia, ha lasciato il suo posto sulla scialuppa di salvataggio a un bambino e di lui non si è saputo più nulla. Attualmente è disperso, probabilmente annegato. La verità è che quando siamo sotto pressione diamo il meglio o il peggio di noi stessi. Non possiamo più mentire né recitare un ruolo sociale che spesso è inadeguato al nostro temperamento, al nostro reale valore. 
“O capitano! Mio capitano!” recita una famosa poesia di Whitman divenuta il filo conduttore del film L’attimo fuggente. Auguriamoci che per ogni capitano che “scivola” sulla scialuppa, ma tenendosi ben stretto il telefonino e il computer personale, ci siano nel nostro Paese novantanove capitani il cui “Salga a bordo, cazzo!” vale più di tante scuse. Possiamo sperarlo, ma senza troppa convinzione. 

Nessun commento:

Posta un commento