domenica 26 febbraio 2012

L'Isola dei Famosi, metafora dell'Italia

Per la seconda volta consecutiva mi occupo di Televisione – un argomento che non avevo mai affrontato prima – perché questo “maledetto parco dei divertimenti”, com’è definita la TV nel film Quinto Potere di Sidney Lumet, suggerisce analisi realistiche del vuoto a perdere esistenziale e dell’involuzione socio-culturale del goffo bipede depilato chiamato Uomo. Mi sposto dunque dallo sfavillante palco sanremese alle spiagge incontaminate dell’Honduras con la certezza che ci sia un comune denominatore fra il Festival e l’Isola dei Famosi, una trasmissione televisiva in onda su Rai2 che solo in apparenza è un reality show di successo, giunto alla nona edizione, ma in realtà è una metafora ficcante del nostro Paese. Alcuni personaggi più o meno popolari vengono segregati su un isola tropicale più o meno selvaggia e costretti a fare comunità e a sopravvivere con poco ma col supporto di telecamere che li spiano dalla serratura, nonostante non ci siano porte chiuse. Insomma, un programma per guardoni, nei canoni della TV spazzatura. Però non è un programma inutile né scemo, costringe i protagonisti a dare il meglio o il peggio di se stessi, a mettersi a nudo (non solo fisicamente) davanti a milioni di telespettatori che hanno modo di riflettersi in questi “naufraghi” che le difficoltà legate alla momentanea rinuncia di abitudini e comodità trasforma in campioni (per lo più senza valore) da laboratorio. Una volta sull’isola, i nostri “famosi” non sono più uomini o donne che senza trucco sembrano più vecchi di dieci anni ma provette viventi. Avendo accettato di rimettersi in gioco nella vana speranza di riacquistare la notorietà perduta o agognata devono reinventarsi e per loro, abituati a ben altre esibizioni, anche accendere il fuoco e pescare un riccio di mare diventa una prova da Giochi senza frontiere. Tant’è che si ride da quanto sono maldestri, riottosi e patetici; tre qualità che il pubblico pare apprezzi. Cosa succede sull’isola e sulle sue succursali? Succede quello che accade nella vita di tutti i giorni, con la differenza che la caduta degli idoli e relativa gogna mediatica è molto più divertente delle disgrazie della gente comune. Sull’isola recitano le classiche maschere della commedia dell’Arte. Ritrovi, in chiave contemporanea, il vivace Arlecchino, l’attaccabrighe Brighella, il servile ma mordente Pulcinella, il beffeggiato Pantalone, il rozzo Meneghino, il buffo Gioppino, il rissoso Rugantino in versione femminile e le tante Colombine incerte tra la perfidia e l’ostentazione. Alcune di queste maschere piangono e abbandonano il palcoscenico di sabbia finissima per la stizza o perché gli manca la mamma. Normale in un Paese di mammoni. O perché hanno la pressione bassa. Beh, hanno imparato dai calciatori che appena li sfiori si coprono il volto come se fossero stati investiti da un camion a rimorchio. Altre litigano di continuo e per futili motivi, come se fossero a una riunione di condominio anziché in mezzo alle palme da cocco. Ergo, gli italiani amano la sceneggiata e fanno dell’ipocrisia una virtù. Le maschere eccellono poi nell’arte di complottare e offendere gli altri per metterli in cattiva luce. Mors tua vita mea, si dirà. Macché, qui è in gioco solo la visibilità. Gli scalcagnati eroi ed eletti (definizioni agrodolci) esprimono poi la naturale attitudine nazionale a dividersi anziché fare fronte comune contro le difficoltà. Fateci caso, metà degli italiani mantiene l’altra metà. Come sull’isola, dove c’è chi sgobba e chi pontifica. Ma c’è anche chi si comporta da mosca cocchiera e chi si trova a suo agio a lasciar fare agli altri. Come sempre, l’emergenza rivela lo spessore di un’anima. Ecco dunque che sulla battigia ci si lascia andare a facili isterismi e figure barbine più facilmente che a gesti di solidarietà e a colpi d’ingegno. In prima battuta, verrebbe da pensare che gli illustri isolani affamati di fama siano privi di virtù. Invece no. Sanno adattarsi alle situazioni malgrado si arrangino più che sapersi organizzare. È un’altra dote italiana che il mondo intero ci invidia. Sanno essere se stessi solo quando nessuno li vede (o pensano di non essere visti), per il resto recitano. Ecco, recitare la parte che la società ci impone o che abbiamo scelto è un’ulteriore prerogativa del popolo italiano, che ha imparato a fingere anche davanti allo specchio. A proposito di specchio, l’Isola dei Famosi è come certi specchi del Luna Park; deforma la realtà e perciò l’osservatore (il telespettatore) che si riflette nello schermo televisivo si vede più magro, più bello e più intelligente degli osservati speciali (i Robinson Crusoe della nomination). Ma la verità è un’altra, se lo specchio non fosse deformato vedremmo il nostro povero alter ego. Come sentenziò un grande filosofo del XX secolo, il siciliano Pippo Baudo, “la televisione è come una spugna, raccoglie tutto ciò che c’è sul pavimento e quando vai a spremerla esce fuori il succo della società”. Che si abbia dunque la compiacenza di ammettere che l’Isola dei Famosi è un programma che vale la pena vedere. In fondo, ha questo di buono: è rassicurante per il solo fatto di confermare la filosofia di vita degli italiani al tempo del governo Monti, e che Flaiano profetizzò in questa freddura: Coraggio, il meglio è passato. Si ha come la sensazione, seguendo l’epopea isolana di Valeria Marina e del divino Mago Otelma, tanto per citare due grandi protagonisti irrinunciabili, che ci stiamo rassegnando a vivere come se il futuro fosse meno importante del presente e del passato. Invece è il contrario. Ma non preoccupiamoci troppo. Quelli sull’isola sono solo degli avatar difettosi, prossimi alla rottamazione, mentre noi siamo diversi, migliori di loro. Noi non ci prendiamo così terribilmente sul serio.

mercoledì 15 febbraio 2012

Celentano, il festival e la TV che lobotomizza il cervello

Chi mi conosce sa che la mia scrittura ha forse un difetto: è enciclopedica ed eclettica, per cui scrivo di tutto e di più e affronto la pedana dello scibile come se fossi impegnato in una prova di decathlon. Però, concedetemelo, penso di farlo con cognizione, passione e nello stesso tempo con un certo distacco. Che poi sia un difetto è ancora da provare; fossi vissuto nel periodo storico chiamato Umanesimo e poi Rinascimento sarei considerato un virtuoso. Confesso che non avrei mai pensato di scrivere dell’osceno spettacolo andato in scena ieri sera sul palco del Teatro Ariston di Sanremo. Lo faccio perché ciò mi dà lo spunto per lanciare un appello. È iniziato il Festival e credo che non me ne sarei accorto se non fosse che oggi i mass media riportano cronache della prima serata su cui non si può fare a meno di riflettere. Non perché a Sanremo siano avvenuti fatti di portata tale da modificare il difficile status quo del Paese ma perché il nostro Paese, e Mamma Rai per prima, ha offerto di sé un’immagine grottesca. L’accaduto è sulla bocca di tutti, ahimè, e per qualche giorno non si parlerà d’altro. È perfettamente inutile che qui riassuma la performance di Celentano e l’incredibile dialogo sui massimi sistemi avvenuto fra il molleggiato e la coppia Pupo-Morandi. Verrò subito alle mie considerazioni e riflessioni, fiducioso che esprimano il sentire comune di chi si rifiuta di arrendersi alle invasioni barbariche. 
Credo che Adriano Celentano sia un grande cantante e un comico involontario ma egregio. Certe sue canzoni fanno ormai parte del patrimonio culturale italiano. Pur tuttavia, quando ha l’ardire di indossare i panni del maestro di pensiero, del fustigatore, dell’uomo che trancia giudizi incendiari con più facilità di quanta ne avesse Zeus nello scagliare fulmini, si rende ridicolo. Di più, diventa patetico come il Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle meraviglie. Ma che dico? Quello almeno sapeva fare gli indovinelli. Questo è un rebus. O meglio, è un rebus senza soluzione il fatto che la Rai lo strapaghi per delirare in diretta. Meriterebbe la gogna perché è solo uno scaltro Masaniello, il re degli ignoranti come lui stesso si è autoproclamato in un raro momento di lucidità. È uno che davanti a dodici milioni di telespettatori riesce a gratificare il competente critico Aldo Grasso del titolo di “deficiente” togliendosi del suo e rimanendo nudo come un verme. Sarebbe come se uno dei protagonisti del programma Uomini e donne di Maria de Filippi apostrofasse Umberto Eco con un perentorio “Taci, dislessico!”. Se Celentano fosse vissuto nella Firenze di fine Quattrocento avrebbe fatto più danni del Savonarola. E gli altri due? Non li ho visti ma ho sentito che insieme al capobranco vaneggiavano ululando alle stelle. Qualcuno ha detto che sembrava fossero tre poveri vecchietti sbattuti fuori dal bar dopo avere ingollato qualche grappino di troppo. Bè, se è così, devono avere scambiato le luci di Sanremo per un lampione e hanno alzato la gamba per... Credo che avrebbero ispirato a Domenico Modugno una versione moderna dell’Uomo in Frac. Che altro dire? Ho appena letto che il Festival è stato commissariato e che Celentano farà come Cincinnato e si ritirerà in campagna. Il povero Morandi, con le mani che si ritrova, avrà modo di prendersi a schiaffi e per quanto riguarda Pupo, è una vita che si consola con un gelato al cioccolato e non sarà questa ennesima capriola a destabilizzarlo. Finita qui. Con l’augurio che questo sia l’ultimo Sanremo, anche se temo non sarà così. Solo che mi domando: abbiamo abolito la commemorazione della vittoria nella Prima Guerra Mondiale, l’unica vittoria militare e politica della nostra storia che potevamo festeggiare con orgoglio. Com’è che non osiamo porre fine all’orripilante sagra sanremese che è obsoleta, inutile e patetica? Sapete qual è la risposta? Perché è il fiore all’occhiello della Rai. E allora diciamola tutta, la Rai ha veramente toccato il fondo e continua a scavare nella disperata ricerca del grezzo. Non è più una televisione al servizio del cittadino né un mezzo per fare informazione e servizio pubblico. È diventata lo specchio deformante del degrado della nostra società. Attenzione, però, lo stesso vale per la TV in generale, salvo qualche eccezione. Non è che le televisioni di Berlusconi siano da meno. Ricordiamoci che il peggio del peggio va in onda su Canale 5 ed è il Grande Fratello, un programma così idiota da trasformare in assioma l’ipotesi che la gente si sia involgarita, instupidita e disinibita. Ergo ha bisogno di guardare in TV programmi adeguati alle condizioni di salute del proprio cervello e del proprio spirito. E se l’umanità fosse veramente diventate cattiva, egoista, presuntuosa, prevaricatrice e incolta? Si salvi chi può se fosse vero! E lo fosse, diventa normale che accenda la TV e vada alla ricerca di programmi dove trionfano la violenza, il turpiloquio, il sesso e l’imbecillità umana. Dunque, che i telespettatori partecipino pure alle truculenti vicende della casa del Grande Fratello, si affezionino agli sfigatissimi “morti di fama” (splendida definizione di Aldo Grasso) dell'Isola dei Famosi, seguano Bruno Vespa e affini con la stessa inebetita felicità con cui i topi seguivano il pifferaio magico e naturalmente non rinuncino al fantasma del Festival di Sanremo e alla desolante rappresentazione del nulla. 
Esporrò un teorema: se U (l’utente, il cittadino telespettatore) ha la necessità fisiologica di passare qualche ora del giorno davanti a un elettrodomestico che produce e ricicla spazzatura con cui nutrire il cervello è giusto che T (la Televisione) gli imbandisca cibo avariato. Il risultato è che la Televisione ha contribuito più di chiunque altro nella società (anche della scuola) a rincitrullire il popolo, a lobotomizzare i cervelli. Corro in aiuto di chi non conoscesse il significato della parola “lobotomia”. Vuol dire “recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo”, il ché comporta il cambiamento radicale della personalità. Da anni, ormai, il Sistema opera questo tipo di intervento modificando la nostra personalità attraverso la televisione, che è un efficace e a volte subliminale strumento distruttivo. La Tv ha annichilito i nostri valori, ribaltato i principi etici, trascinato le masse ubriache di telenovelas, spot, reality, programmi disinformativi e altre perle intrattenitive verso l’ignoranza, l’edonismo, la perdita di ogni freno agli istinti più bassi, il consumismo più sfrenato e vacuo. In una parola il vuoto in cui oggi galleggiamo come dei cerebrolesi. Il pensiero debole informato di onnipotenza che Celentano spaccia per l’Ipse dixit di Aristotele. Il nulla da encefalogramma piatto che si legge negli sguardi beota dei lillipuzziani segregati nella casa del Grande Fratello. Forse la cosa più vera e su cui dovremmo meditare a lungo, come se fosse una preziosa massima zen, è la pubblicità televisiva di un’acqua minerale dove una particella di sodio galleggiante nella bottiglia si chiede: “C’è nessunooooo?”. Quella particella è la metafora dei neuroni umani. A furia di guardare la televisione e subirne le radiazioni nocive molti telespettatori, certamente i lobotomizzati, si ritrovano orfani delle unità cellulari del sistema nervoso. In sostanza, sono diventati walking dead e stasera si godranno la seconda parte del Sanremo Horror Show  con la speranza che la polemica infiammi gli animi e faccia spettacolo.
Ah… dimenticavo l’appello. Ogni tanto spegnete il televisore e pensate a voi stessi e ai vostri cari. E soprattutto, portate in salvo i bambini.

lunedì 13 febbraio 2012

Gli Elohim: angeli o extraterrestri?

Da tempo il nome elohim circola con insistenza fra i risvegliati in cammino verso l’imminente ascensione e c’è chi giura che gli Elohim stiano arrivando (o tornando?) per aiutarci ad ascendere. Intanto, chi sono gli Elohim? La parola ebraica indica “coloro che sono venuti dal cielo” ma anche “coloro che hanno vita in se stessi” (sono fonte di vita) e rimarca la natura divina di queste figure misteriose che suscitano grandi interrogativi fra gli esegeti biblici e gli studiosi di esoterismo. Da sempre, si attribuiscono agli Elohim caratteri divini. Nelle antiche lingue semitiche, infatti, Elohim è un nome proprio che definisce Dio. Nel Libro della Genesi (1,26) è scritto: “Dio disse: facciamo l’uomo con la nostra immagine, a nostra somiglianza” e ancora “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi”. Noi chi? Perché Dio parla al plurale? Una possibile risposta è che Dio utilizza il plurale maiestatis. Forse per rimarcare la sua regalità o perché ci hanno insegnato che è Uno e Trino. Una cosa è certa: l’Antico Testamento fa un po’ di confusione sull’argomento. Nel Salmo 138 il termine elohim indica figure assai diverse fra loro e fa pensare agli Angeli della Corte Celeste. Nel Libro di Giobbe (1,6; 29,1; 89,7) leggiamo che sono “figli di Dio”. Come noi umani, in fondo. Il Libro dell’Apocalisse (22,8-9) smentisce tutti: gli Elohim sono esseri di natura non divina. A quanto pare, nella Bibbia non c’è accordo né pensiero univoco e quella degli Elohim resta una vexata quaestio. Quindi? Il ventaglio appare ampio: gli Elohim potrebbero essere dei, angeli o… creature di altri mondi (gli esseri di natura non divina della visione di Giovanni?) al cospetto dei quali i nostri avi provarono paura, ammirazione e deferenza, al punto di divinizzarli. Abbiamo poi motivo di credere che ci fu un tempo in cui gli Elohim frequentarono la Terra. Risale a quell’epoca arcaica l’unione con le donne della Terra, da cui nacque una nuova umanità? Miti e racconti relativi a ciò collimano col cambiamento del DNA umano avvenuto decine di migliaia di anni fa. Gli esseri umani del XXI secolo sarebbero, di fatto, il risultato di un processo transgenico, in parte naturale e in parte artificiale, verificatosi ai primordi delle civiltà umane più remote. Di tale processo, gli Elohim furono i promotori e i coprotagonisti. A questo punto, a poco servirebbe sapere se questi artefici di una rivoluzione fondamentale del genere umano erano angeli o pionieri provenienti da altri mondi. Io ritengo più probabile che fossero creature aliene in missione speciale sul nostro pianeta. Messaggeri o coloni? Forse, entrambe le cose. Resterebbe da chiarire il loro rapporto con gli Annunaki, che la mitologia riconosce come gli antichi dei sumeri e poi assiro-babilonesi, ma che in realtà erano creature aliene, forse provenienti da Niburu. Gli Annunaki svolsero un ruolo importante nell’evoluzione della civiltà umana ed è possibile che fossero essi stessi degli Elohim. Di fatto, l’etichetta “elohim” potrebbe essere conforme a tutti i popoli e le civiltà extraterrestri che in un remoto passato hanno visitato la terra e sono stati scambiati per divinità. Nulla ci vieta di credere che gli dei del Pantheon greco, dell’America precolombiana, delle saghe nordiche, dei miti mesopotamici, dell’antico Egitto, dell’India vedica e di molte altre culture siano realmente vissuti e che in virtù della loro natura extraterrestre (e dei loro poteri) siano stati divinizzati dagli uomini. Il signor Claude Vorilhon, più noto come Rael, non ha dubbi in proposito. Nel 1973, costui ha fondato il movimento religioso raeliano, che è basato sulla credenza che alcuni extraterrestri molto evoluti, chiamati Elohim, avrebbero creato la vita sulla Terra grazie all’ingegneria genetica in cui sono maestri. La teoria scientifica della panspermia risale addirittura al filosofo greco Anassagora e ha goduto di molta credibilità nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento. Non è dunque nuova, ma ciò non significa che sia obsoleto credere che i semi della vita siano sparsi nell’universo e che la vita sulla Terra abbia avuto inizio con l’arrivo di questi semi e il loro sviluppo (coordinato da forze vitali esterne). La vicenda cominciò il 13 dicembre 1973, quando Vorilhon incontrò un Elohim nel cratere di un vulcano spento presso Clermont-Ferrand, nella Francia centrale. Nel corso degli incontri successivi, l’alieno (che disse di chiamarsi Yahweh!) spiegò a Rael le vere origini del genere umano e gli affidò la missione di divulgare la verità. Missione che Rael ha compiuto e sta compiendo tuttora non senza polemiche. Sta di fatto che il movimento raeliano conta oggi su 70.000 membri ed è diffuso in 97 Paesi del mondo. Rael ha annunciato il ritorno imminente degli Elohim, i nostri “creatori” e sta lavorando per accoglierli nell’Ambasciata che hanno chiesto sia costruita entro il 2035. È forse quello l’anno in cui essi faranno ritorno e si manifesteranno agli occhi dell’umanità? Alcuni credono che il contatto con gli alieni avverrà prima. Io ho “scommesso” sul 2012. Non posso esprimere un parere fondato sul fenomeno raeliano perché in realtà non lo conosco a sufficienza. Quel che mi piace credere, in ogni caso, è che gli Elohim ci sono amici e vogliono condividere con noi la loro straordinaria conoscenza al fine di accelerare il processo di crescita del genere umano. C’è un’altra possibile chiave di lettura degli Elohim e ci viene offerta dal pensiero gnostico, che si occupa dell’insegnamento esoterico di Gesù. Secondo la Gnosi, Gesù avrebbe rivelato ai suoi discepoli più intimi la natura degli Elohim, che sarebbero stati sette arconti (fra cui colui che chiamiamo abitualmente Dio) cui spettò il compito di “fabbricare” il nostro mondo. Gli Elohim sarebbero dunque i responsabili della creazione dell’uomo, al quale avrebbero impedito di conoscere la verità, cioè di riconoscere in noi la scintilla divina che ci accomuna al vero Dio nascosto. A questa verità interiore possiamo avvicinarci solo attraverso la conoscenza segreta. Il ritorno degli Elohim potrebbe forse significare che gli arconti spaziali (o i loro discendenti) hanno finalmente deciso di affrancarci dall’ignoranza. Anche questa interpretazione, da afferrare con le pinze, suggerisce che gli Elohim siano creature sottostanti Dio e che più facilmente siano esseri evoluti che dimorano negli spazi siderali, in dimensioni simili o superiori alla nostra ma pur sempre fisiche, anziché angeli di natura unicamente spirituale. Ho sentore che il conto alla rovescia sia iniziato e che presto la domanda posta nel titolo avrà una risposta esaustiva oltre che sorprendente. Ciò che più conta, però, è che “coloro che sono venuti dal cielo” siano alle porte. Come Annibale nell’era di Roma, solo che al posto degli elefanti presto scorgeremo tante arche stellari stazionanti nei cieli della Terra.

sabato 11 febbraio 2012

Ma nell'emergenza si vede anche il bene

L'emergenza maltempo almeno dalle nostre parti sta finendo ed è già tempo di consuntivi. Non per i costi e i danni provocati dal velenoso colpo di coda dell'inverno quanto a un bilancio morale su cui è doveroso riflettere per capire chi siamo e in quale direzione procediamo. Questioni che i problemi emersi a Como (e non solo) e le polemiche che sono seguite ripropongono. Non per puntare l'indice accusatorio sul Comune, lo Stato e le istituzioni. Hanno le loro colpe ma siamo certi di poter scagliare la prima pietra? Come reagisce la gente in caso di emergenza? È ancora viva la solidarietà umana? Sarebbe fin troppo facile affermare che siamo diventati cinici, indolenti e isterici. I sociologi affermano che il benessere ci ha reso molli e la crisi ha disintegrato ciò che restava dei valori etici, perciò ci comportiamo male. Forse, ma si potrebbe suggerire una visione realistica attingendo alla personale decennale esperienza di volontario del soccorso. In questi giorni "polari" le ambulanze della Croce Azzurra di Como sono intervenute moltissime volte per richieste d'aiuto inoltrate al 118. È capitato non solo di assistere chi era sofferente ma anche di ascoltarne le lamentele e le confessioni, e soprattutto di tastare il polso di un'umanità che fatica ad accettare i drastici cambiamenti del mondo. Quando il poeta francese Francois Villon si lamentò che «non ci sono più le nevi di una volta» non poteva immaginare che la sua bella metafora avrebbe avuto vita lunga. Oggi lo dicono in tanti, e non solo in modo figurativo. Non ci sono più nemmeno gli spalatori di una volta sicché è subito emergenza. Pur tuttavia, dalle nostre parti l'emergenza ci offre alcune certezze. La prima è che la gente è migliore di chi la governa. È delusa e impaziente ma non così vile come chi dovrebbe darci l'esempio e invece si preoccupa solo di mantenere i propri privilegi. La gente si lamenta del ghiaccio come delle paratie e delle bollette ma lo fa con dignità e nonostante tutto ha ancora le mani tese. La solidarietà non si è estinta. Un esempio concreto? Il tendone voluto e installato dalla Croce Rossa (ma supportato anche da altre associazioni) nell'area di Sant'Abbondio per ospitare i senza fissa dimora. Ecco la seconda certezza: nel nostro territorio ci sono tante persone e associazioni che aiutano gli altri senza tornaconto. È una realtà sommersa ma vitale: finché esisteranno gli altruisti che si sacrificano per il prossimo, il futuro non deve farci paura. La rabbia che cova negli animi non ha ancora soffocato nelle persone di buon cuore la voglia di essere solidali con chi soffre. Succede fra vicini di casa, colleghi di lavoro, estranei. Inoltre, sempre parlando di certezze, è giusto considerare che siamo circondati da angeli custodi straordinari. Come i Vigili del Fuoco, uomini magnifici che non se la tirano e sanno fare la cosa giusta nel momento giusto. Oppure le stesse forze dell'ordine, che meritano il nostro plauso.
È indubbio che non ci sono più le nevi (e i galantuomini) di una volta ma ciò non toglie che molti cittadini conservino il senso della responsabilità e della solidarietà. Ieri, una donna anziana soccorsa in casa ha detto col sorriso sulle labbra che “c’è un buon samaritano in ognuno di noi e non bisogna vergognarsi di tirarlo fuori”. Magari lo capissero quelli che si occupano del bene pubblico e sono la nostra vera emergenza!

Editoriale pubblicato l'11 febbraio 2012 su:

giovedì 9 febbraio 2012

Il carnevale e il fascino del male

A Carnevale ogni scherzo vale, si dice. Va bene, ma non esageriamo. C’è un limite a tutto, oppure no? Ieri ho letto una notizia che ho il dubbio se definire burlesca o raccapricciante. La notizia è che il famigerato terrorista Cesare Battisti, rifugiatosi in Brasile al fine di sfuggire all’ergastolo inflittogli per avere commesso quattro omicidi, è stato invitato da una delle maggiori scuole di samba di Rio de Janeiro a sfilare nella città carioca durante il prossimo carnevale. Battisti ha accettato con entusiasmo l’invito del Bloco do Cordão da Bola Preta e dunque sarà una delle attrattive della famosa parata che si terrà il 19 e 20 febbraio p.v. nel sambodromo di Rio. L’istinto mi indurrebbe a rovesciare su questo personaggio indegno di chiamarsi uomo una valanga di improperi da fare impallidire il Dizionario degli insulti di Gianfranco Lotti. A lui, per altro, ho già dedicato un editoriale pubblicato sul quotidiano La Provincia il 10/6/2011 e che è riportato in questo blog, dunque non vorrei ripetere concetti già espressi in passato. In realtà, mi piacerebbe avere la forza d’ignorare l’esistenza dell’ex membro dei Pac (Proletari armati per il comunismo), che mi basta vedere la sua foto per farmi prendere dall’irrefrenabile desiderio di darlo in pasto alle formiche rosse, ma pensandola così si corre il rischio che il suo sardonico e insopportabile ghigno si amplifichi. No, non riesco a fingere che questo escremento col sorriso Durban’s sulle labbra se la goda alla faccia dei parenti delle sue vittime, dello Stato italiano e dei tanti che lo vorrebbero vedere ai ferri nel ventre di una galera (intesa come nave e non come penitenziario). Ma ci pensate? Due milioni di persone solo sulle strade di Rio lo applaudiranno e chissà a quanti altri milioni di telespettatori imporrà in differita la sua vomitevole immagine! Ora, voglio sperare che in un rigurgito di buon senso rinunci a mettersi in mostra e a rinnovare il dolore di chi non ha ottenuto giustizia perché l’ex presidente del Brasile Lula è un povero mentecatto e l’attuale governo brasiliano è sotto gli effetti degli allucinogeni. Ma temo che la sua scelleratezza sia tale da prevaricare il buon senso e il pudore. Battisti è malato di protagonismo e afflitto dalla sindrome di onnipotenza, in più ha la coscienza di una perfida anaconda dell’Orinoco. Difficile che rinunci a uno show che lo renderebbe ancora più popolare in Brasile, dove non mi meraviglierei se in futuro diventasse un opinion leader o un acclamato eroe delle favelas. Va bene, prendiamo atto che al peggio non c’è limite. 
Detto questo, voglio fare due considerazioni. La prima è fantasiosa. Che costume indosserà il terrorista che non conosce il pentimento? Vorrei suggerirgli di indossare la camicia di Nesso. Si racconta che quando Eracle se la mise fu colto da terribili dolori poiché era intrisa del sangue del centauro Nesso, contaminato dal veleno della freccia che lo aveva ucciso. Eracle impazzì per la sofferenza. Auguro a Cesare Battista la stessa sorte e comunque, a ben pensarci, non è poi così fuori luogo che un cialtrone con le natiche al posto della faccia si esibisca al sambodromo. L'altra considerazione è più profonda. Forse il fatto che il Brasile abbia respinto la richiesta di estradizione in Italia è il male minore. Immaginiamo infatti che il fulgido criminale ci sia stato riconsegnato e sia ospite di una casa circondariale. Cosa accadrebbe? Rimarrebbee dietro le sbarre per pochi anni, durante i quali godrebbe di premurose attenzioni e comfort, e i mass media lo corteggerebbero, trasformandolo di fatto in una sorta di icona vivente. Da simbolo del male diventerebbe metafora della nostra vergognosa accondiscendenza verso il male stesso. Ma poi uscirebbe, graziato dal Presidente della Repubblica, e inizierebbe una sfavillante carriera. Sarebbe talmente appetibile che gli si aprirebbe ogni porta: televisione, giornalismo e persino la politica. Diventerebbe l'ospite d'onore e poi il presentatore di talk-show, opinionista strapagato e commentatore al servizio dei radical-chic con le Tod's, concorrente di reality (ve lo vedete recitare la parte del maître à penser al Grande Fratello?) e infine candidato al Senato. Insomma, Battisti imporrebbe il suo ghigno da iena ridens anche alla massaia di Voghera. Ecco, il punto è questo. La nostra società è vile e più ignobile degli ignobili come Battisti (e tanti altri). Perché? Perché l'animo umano è fragile e subisce il fascino del male più di quanto non sia attratto dal bene. La verità è che un mostro ci attira più di un poveraccio che fa il suo dovere e non fa male a nessuno. Dracula è più gettonato di Madre Teresa di Calcutta, consideriamo Satana un ganzo e Gesù un perdente, l'omicidio di Cogne e il caso di Avetrana ci "acchiappano" più della banale notizia che nel 2011 sono stati uccisi nel mondo 26 missionari cristiani. I mass media non fanno altro che cavalcare questa nostra insana debolezza. Altrimenti non si spiega perché seguiamo le vicende di cronaca nera con morbosa curiosità, finiamo per ammirare i malvagi, siamo vulnerabili alle tentazioni e potenzialmente inclini alla sindrome di Stoccolma. La verità è che il male fa convivere in noi sentimenti opposti. In pubblico lo deprechiamo e condanniamo, puntando l'indice della mano destra, intanto nell'intimo porgiamo l'intera mano sinistra in segno di solidarietà e complicità. Ma perché lo facciamo? Il Libro della Genesi suggerisce che “l’istinto del cuore umano è inclinato al male fin dall’adolescenza” (8, 21). Sarà vero? Nel dubbio, ci capita di assistere quotidianamente al trionfo dei disonesti, dei furbi e dei malvagi, verso i quali proviamo una malcelata invidia. Ci capita anche di pensare che siamo rimasti gli unici fessi sulla faccia della terra e che è ora di fregare il prossimo. Così vanno le cose. E se fosse anche colpa nostra? Se la nostra ignavia e labilità fossero concause del male?
Ma torniamo a Cesare Battisti e al carnevale 2012. Visto che la parola "carnevale" deriva dal latino carnem levare (“eliminare la carne”), e anticamente indicava il banchetto che si svolgeva alla vigilia della quaresima, vorrei dare un consiglio al futuro mattatore di Rio e mi rivolgo direttamente a lui. Egregio signor Battisti, prima di ancheggiare nel sambodromo non le andrebbe di fare una gita in barca sul Rio delle Amazzoni e tuffarsi nelle acque affollate di piranha? Ci rallegrerebbe apprendere la notizia che i mordaci pesciolini tropicali le hanno fatto passare un orrendo carnevale (nel senso letterale di eliminare la sua carne). La quaresima di milioni di italiani sarebbe meno triste.

martedì 7 febbraio 2012

L'Iran, prossimamente in prima serata

Il naufragio della Costa Concordia e il freddo polare che in questi ultimi giorni si è abbattuto sull’Italia hanno fatto passare sotto silenzio la notizia che Israele e Iran sono entrati in guerra. Come? Da quando? Calma e gesso. Finora il conflitto mai dichiarato si è svolto su un piano non convenzionale e di scarsa visibilità: omicidi di scienziati coinvolti nel programma nucleare iraniano, azioni di sabotaggio da parte del Mossad (col placet della CIA) e attacchi cibernetici (il virus Stuxnet introdotto nella centrale nucleare di Natanz nel 2010), complotti e manovre diplomatiche coercitive. Ma presto i due stati potrebbero passare alle vie di fatto, cioè uno scontro militare che sembra inevitabile, per quanto gli ottimisti continuino ad affermare che le possibilità che ciò si verifichi siano ridotte. Molti osservatori di geopolitica ne hanno previsto addirittura il periodo: la prossima primavera. A esserne convinto più di tutti è il Pentagono, che attraverso il segretario alla Difesa americano si è dichiarato pronto ad affrontare la reazione di Teheran. Secondo le previsioni, è infatti ineluttabile che Israele attacchi i siti nucleari iraniani prima che gli ayatollah trasferiscano le armi di distruzione di massa in basi militari sotterranee inaccessibili, fuori della portata dei cacciabombardieri dell’Heyl Ha ‘Avir, l’aviazione militare israeliana. Questo attacco preventivo deve avvenire necessariamente entro giugno. Fonti legate all’Intelligence pensano che Gerusalemme stia programmando un raid della durata di 4 o 5 giorni in grado di creare gravi danni e ritardi al programma atomico iraniano, dopodiché obbedirebbe al “cessate il fuoco” dell’Onu. Resta da chiarire la portata delle ritorsioni di Teheran, che difficilmente si limiterebbe a protestare dopo essere stata attaccata. Per altro ha già alzato il tiro dichiarando attraverso la sua guida suprema Alì Khamenei che l’Iran non intende fare passi indietro sul nucleare, vuole liberare Gerusalemme e i territori palestinesi ed è pronta a sostenere la guerra ai sionisti. Si può obiettare che anche Saddam Hussein si comportò da Capitan Fracassa nei confronti dell’America. Appunto, per ridurre l’Iraq a miti consigli fu necessario attaccarlo e invaderlo. L’Iran non ha paura di fare la stessa fine. La cultura sciita dominante in quella repubblica islamica esalta il culto del martirio. Oltre a ciò, i persiani hanno diverse frecce nella loro faretra: potrebbero bloccare lo stretto di Hormuz, promuovere attentati terroristici sistematici ed effettuare un contrattacco militare atto a distruggere alcune città israeliane. Ne hanno la possibilità. Va da sé che gli Usa e gli alleati non potrebbero esimersi da intervenire militarmente per sciogliere il nodo gordiano che si creerebbe nel Golfo Persico, dove transita il 30% del greggio mondiale, e per raffreddare i bollori di Ahmadinejad e dei suoi compari se la tensione diventasse insostenibile. L’incognita è rappresentata dai fattori collaterali che non è possibile preventivare né controllare. Come reagirebbero la Russia e la Cina? Non possono fare finta di niente. L’immobilismo, sullo scacchiere della geopolitica, equivale a una tacita ammissione di debolezza. E l’Arabia Saudita? E la Turchia, che confina con l’Iran? E la Lega panaraba? Insomma, come nel domino, un attacco israeliano all’Iran produrrebbe effetti a catena. Si palesa all’orizzonte uno scenario che ci fa pensare ad Armageddon, giusto per consolidare in noi il timore che il 2012 sarà un anno indimenticabile a prescindere dai Maya. Gli indizi lasciano pochi margini al dubbio che il gran casino mediorientale si potrà risolvere con un accordo pattuito sul tavolo negoziale. La corda è troppo tesa. È anche improbabile che Israele e Iran si limitino ad agire come i gorilla, che notoriamente si minacciano battendosi il petto e mostrando i denti ma senza avere la reale intenzione di affrontarsi in un vero combattimento. L’aggravante è che Israele e Iran si odiano visceralmente e sono molto attive in quella che appare sempre più come la “fase propedeutica” di una resa dei conti. Entrambe stanno cercando di ridurre i rischi maggiori che il conflitto comporterà, il ché fa supporre che lo considerano indifferibile. Israele non si preoccupa più di tanto della Siria, che era la prima alleata dell’Iran ma che attualmente è in ebollizione e non si sa che fine farà, né dell’Egitto, che paga gli effetti della primavera araba (ma che potrebbe rivedere gli accordi di pace di Camp David), e tanto più della Libia, orfana dell’unico leader islamico così pazzo da gettare benzina sul fuoco. Il pericolo per Tel Aviv è rappresentato dal Libano, dove gli hezbollah dispongono di migliaia di razzi, e in misura minore da Hamas. Teheran, invece, deve temere in primo luogo l’imminente embargo petrolifero dell’Unione Europea che Bruxelles sta per approvare. Un altro grosso pericolo è il braccio di ferro con l’America, che non può durare a oltranza. Né va sottovaluto il rischio che possano partire attacchi contro le forze iraniane dal Kurdistan e dall’Azerbaijan. Si ha la sensazione che l’Iran sia alle corde ma è difficile che abbassi i toni. Poche ore fa, il presidente del parlamento iraniano ha dichiarato che il suo Paese è pronto a tagliare da subito le esportazioni di greggio in Europa. Chiudere i rubinetti del petrolio potrebbe essere la prima risposta contro le sanzioni ordinate da Obama. La situazione potrebbe dunque precipitare. Personalmente, ho il forte sentore che presto l’Iran, complice Israele, sarà protagonista in prima serata, per la gioia di Bruno Vespa, Lilli Gruber, Enrico Mentana e soci. Non dimentichiamoci che anticamente l’Iran si chiamava Persia e che le armate persiane hanno fatto tremare i polsi all’Occidente. “Se tutte le formiche si riunissero, finirebbero con il sopraffare i più formidabili leoni” recita un proverbio persiano. Per nostra fortuna, al momento le formiche dell’Islam sembrano disunite e poco propense alla guerra santa. La possibilità che in primavera scoppi l’apocalisse nell’area mediorientale è “difficile, non impossibile”, per citare il nobile Dastan, protagonista del film Prince of Persia, le sabbie del tempo.

venerdì 3 febbraio 2012

La Somalia ha messo a nudo la nostra ipocrisia

Sei mesi fa proposi al quotidiano La Provincia di Como la pubblicazione di un editoriale dal titolo: La Somalia mette a nudo la nostra viltà - che non piacque e perciò non fu pubblicato. Oggi lo ripresento sul mio blog. Eccolo. "Nella regione del Corno d’Africa, e in particolar modo in Somalia, si sta compiendo una tragedia umanitaria di portata biblica che lascia indifferenti i più, come se la cosa non ci riguardasse, salvo fingere di tanto in tanto una parvenza di solidarietà, giusto per essere buoni cristiani o politicamente corretti. La Somalia è uno dei paesi più infelici e travagliati della Terra. Attualmente è flagellata da tutte le piaghe dell’Apocalisse, nessuna esclusa. Da quando ottenne l’indipendenza, nel 1960, attraversa enormi difficoltà politiche e sociali che si sono intensificate negli ultimi vent’anni. Dal 2007 è il buco nero della fame, delle malattie, della guerra e del caos. In Somalia non piove più e questa è una delle ragioni per cui i somali stanno cadendo come mosche. La siccità ha causato una carestia senza precedenti e ogni giorno migliaia di persone muoiono solo a causa della malnutrizione e delle malattie. Secondo le stime di Save the Children, più della metà della popolazione delle zone più colpite è costituita da bambini. Per un milione di loro c’è il rischio imminente di perdere la vita. Non è tutto. L’ultimo rapporto diffuso da Amnesty International rivela che bambine e bambini somali sono vittime di violenze e crimini di guerra e sottoposti all’arruolamento forzato da parte di Al-Shabab e altri gruppi islamisti in lotta contro il governo. Il fatto è che in Somalia, divenuta terra di nessuno spartita in sei stati autonomi più la Repubblica autonoma del Somaliland, va in scena un conflitto intestino privo di regole che ha molti protagonisti: le truppe governative, gli eserciti dei Signori della guerra, le milizie delle Corti Islamiche, i “caschi verdi” ugandesi, i soldati etiopi e altre forze ribelli. La guerra di tutti contro tutti ha devastato il Paese, lo ha annichilito e sfollati e profughi non si contano più. Dall’inizio dell’anno, solo dalla capitale Mogadiscio sono fuggiti 400.000 disperati. I diplomatici occidentali sono scappati molto prima. Le epidemie furoreggiano (la copertura vaccinale è solo del 26% della popolazione), la malnutrizione è acuta, i diritti civili inesistenti, la violenza endemica e i combattimenti non hanno tregua. L’Onu e le varie organizzazioni umanitarie si sforzano di aiutare la Somalia ma è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè. Il problema di fondo è che in Somalia non ci sono giacimenti petroliferi, miniere o altre risorse che giustifichino un coinvolgimento politico del mondo civile traducibile in decise azioni di forza o diplomatiche, come è avvenuto altrove. A nessuno interessa mettere i piedi a mollo nello Stige. Un proverbio somalo dice che quando l’uomo è preso dalla corrente si afferra anche alla schiuma. In Somalia non c’è più nemmeno quella e tutt’al più si schiuma di rabbia e di odio. Insomma, in quella che un tempo fu una colonia italiana, sta avvenendo qualcosa di cui anche noi italiani dovremmo vergognarci in quanto esseri umani e cittadini del mondo. Invece, non proviamo disagio e nemmeno interesse. Perché? La risposta è nel Vangelo. Quanti, fra i simpatizzanti di Gesù, lo seguirono sul Golgota e lo sostennero? La natura umana rifugge le disgrazie altrui, non le sopporta perché costringono a un esame di coscienza, un gesto di coraggio. È più comodo essere apatici che partecipi. La Somalia e i somali stanno lassù, crocefissi sul Calvario, e noi preferiamo voltarci dall’altra parte per non vedere. Al massimo, offriamo agli assetati un bicchiere d’acqua che placherà solo il nostro senso di colpa. E poi, chi se ne frega della Somalia – come diceva ieri uno al bar – abbiamo già le nostre rogne a cui pensare! È così che si giustificano i vili." Sempre oggi, leggo sul quotidiano La Repubblica la notizia che l’Onu ha dichiarato finita la carestia in Somalia. Evviva, finalmente una buona notizia! Eppure, mi sorge un dubbio. Che la viltà si sia trasformata in ipocrisia? In effetti, l’emergenza continua in Somalia, malgrado la fine dello stato di carestia. La Fao ha dichiarato che il numero di persone che necessitano di assistenza umanitaria è calato da 4 milioni a 2,3 milioni di persone. Il dato sarebbe esaltante se non fosse che la sopravvivenza di un terzo circa della popolazione locale dipende ancora dagli aiuti internazionali. È pur vero che l’assistenza umanitaria c’è stata (ma, soprattutto, ha finalmente piovuto) e la situazione è migliorata ma è come dire che chi aveva un febbrone da cavallo sta meglio perché oggi ha una temperatura di soli 40°C. Inoltre, la situazione socio-politica ed economica non è cambiata. La verità è che in questi sei mesi nel mondo civile si è parlato di tutto, spesso dando importanza al nulla, ma della Somalia, della terribile siccità che ha colpito il Corno d’Africa (e che potrebbe ripresentarsi) e del trionfo di Caino non si è parlato nemmeno per cinque minuti. Chi fra i miei lettori sa che in Somalia, ad Afgoye, c’è il più grande campo sfollati del mondo? Nessuno, scommetto. Però, i telegiornali ci hanno parlato del fenomeno della pirateria marittima con sequestro di navi nelle acque territoriali somale. L’ultimo episodio risale al 15 gennaio 2012, quando un attacco alla cisterna italiana Valdarno è stato sventato da una squadra della Marina Militare Italiana. L’ipocrisia più grande è indignarsi alla notizia che i derelitti pescatori somali si sono trasformati in pirati per sopravvivere e fingere compassione di fronte alla foto di un bambino scheletrito che muore di fame o a un filmato che illustri le condizioni di vita subumane nel continente africano come se fossimo nell'età della pietra anziché nel XXI secolo. In realtà, non ce ne importa niente. Peggio ancora, ci si infastidisce all’idea che esistano i bambini denutriti e le donne mutilate. Sono uno spettacolo volgare e fastidioso!  A distanza di sei mesi, non capita più che qualcuno al bar esclami “chi se ne frega della Somalia!”. Quella, per lo meno, era una presa di posizione. Oggi, la notizia che i somali sopravvissuti alla carestia del 2011 s’accingono ad affrontare una nuova stagione disumana ci lascia totalmente indifferenti. Meglio accomodarsi su una morbida poltrona e guardare su Rai2 l’Isola dei Famosi e goderci lo spettacolo dei poveri morti di fame che versano lacrime e litigano a comando davanti a una telecamera…