domenica 26 febbraio 2012

L'Isola dei Famosi, metafora dell'Italia

Per la seconda volta consecutiva mi occupo di Televisione – un argomento che non avevo mai affrontato prima – perché questo “maledetto parco dei divertimenti”, com’è definita la TV nel film Quinto Potere di Sidney Lumet, suggerisce analisi realistiche del vuoto a perdere esistenziale e dell’involuzione socio-culturale del goffo bipede depilato chiamato Uomo. Mi sposto dunque dallo sfavillante palco sanremese alle spiagge incontaminate dell’Honduras con la certezza che ci sia un comune denominatore fra il Festival e l’Isola dei Famosi, una trasmissione televisiva in onda su Rai2 che solo in apparenza è un reality show di successo, giunto alla nona edizione, ma in realtà è una metafora ficcante del nostro Paese. Alcuni personaggi più o meno popolari vengono segregati su un isola tropicale più o meno selvaggia e costretti a fare comunità e a sopravvivere con poco ma col supporto di telecamere che li spiano dalla serratura, nonostante non ci siano porte chiuse. Insomma, un programma per guardoni, nei canoni della TV spazzatura. Però non è un programma inutile né scemo, costringe i protagonisti a dare il meglio o il peggio di se stessi, a mettersi a nudo (non solo fisicamente) davanti a milioni di telespettatori che hanno modo di riflettersi in questi “naufraghi” che le difficoltà legate alla momentanea rinuncia di abitudini e comodità trasforma in campioni (per lo più senza valore) da laboratorio. Una volta sull’isola, i nostri “famosi” non sono più uomini o donne che senza trucco sembrano più vecchi di dieci anni ma provette viventi. Avendo accettato di rimettersi in gioco nella vana speranza di riacquistare la notorietà perduta o agognata devono reinventarsi e per loro, abituati a ben altre esibizioni, anche accendere il fuoco e pescare un riccio di mare diventa una prova da Giochi senza frontiere. Tant’è che si ride da quanto sono maldestri, riottosi e patetici; tre qualità che il pubblico pare apprezzi. Cosa succede sull’isola e sulle sue succursali? Succede quello che accade nella vita di tutti i giorni, con la differenza che la caduta degli idoli e relativa gogna mediatica è molto più divertente delle disgrazie della gente comune. Sull’isola recitano le classiche maschere della commedia dell’Arte. Ritrovi, in chiave contemporanea, il vivace Arlecchino, l’attaccabrighe Brighella, il servile ma mordente Pulcinella, il beffeggiato Pantalone, il rozzo Meneghino, il buffo Gioppino, il rissoso Rugantino in versione femminile e le tante Colombine incerte tra la perfidia e l’ostentazione. Alcune di queste maschere piangono e abbandonano il palcoscenico di sabbia finissima per la stizza o perché gli manca la mamma. Normale in un Paese di mammoni. O perché hanno la pressione bassa. Beh, hanno imparato dai calciatori che appena li sfiori si coprono il volto come se fossero stati investiti da un camion a rimorchio. Altre litigano di continuo e per futili motivi, come se fossero a una riunione di condominio anziché in mezzo alle palme da cocco. Ergo, gli italiani amano la sceneggiata e fanno dell’ipocrisia una virtù. Le maschere eccellono poi nell’arte di complottare e offendere gli altri per metterli in cattiva luce. Mors tua vita mea, si dirà. Macché, qui è in gioco solo la visibilità. Gli scalcagnati eroi ed eletti (definizioni agrodolci) esprimono poi la naturale attitudine nazionale a dividersi anziché fare fronte comune contro le difficoltà. Fateci caso, metà degli italiani mantiene l’altra metà. Come sull’isola, dove c’è chi sgobba e chi pontifica. Ma c’è anche chi si comporta da mosca cocchiera e chi si trova a suo agio a lasciar fare agli altri. Come sempre, l’emergenza rivela lo spessore di un’anima. Ecco dunque che sulla battigia ci si lascia andare a facili isterismi e figure barbine più facilmente che a gesti di solidarietà e a colpi d’ingegno. In prima battuta, verrebbe da pensare che gli illustri isolani affamati di fama siano privi di virtù. Invece no. Sanno adattarsi alle situazioni malgrado si arrangino più che sapersi organizzare. È un’altra dote italiana che il mondo intero ci invidia. Sanno essere se stessi solo quando nessuno li vede (o pensano di non essere visti), per il resto recitano. Ecco, recitare la parte che la società ci impone o che abbiamo scelto è un’ulteriore prerogativa del popolo italiano, che ha imparato a fingere anche davanti allo specchio. A proposito di specchio, l’Isola dei Famosi è come certi specchi del Luna Park; deforma la realtà e perciò l’osservatore (il telespettatore) che si riflette nello schermo televisivo si vede più magro, più bello e più intelligente degli osservati speciali (i Robinson Crusoe della nomination). Ma la verità è un’altra, se lo specchio non fosse deformato vedremmo il nostro povero alter ego. Come sentenziò un grande filosofo del XX secolo, il siciliano Pippo Baudo, “la televisione è come una spugna, raccoglie tutto ciò che c’è sul pavimento e quando vai a spremerla esce fuori il succo della società”. Che si abbia dunque la compiacenza di ammettere che l’Isola dei Famosi è un programma che vale la pena vedere. In fondo, ha questo di buono: è rassicurante per il solo fatto di confermare la filosofia di vita degli italiani al tempo del governo Monti, e che Flaiano profetizzò in questa freddura: Coraggio, il meglio è passato. Si ha come la sensazione, seguendo l’epopea isolana di Valeria Marina e del divino Mago Otelma, tanto per citare due grandi protagonisti irrinunciabili, che ci stiamo rassegnando a vivere come se il futuro fosse meno importante del presente e del passato. Invece è il contrario. Ma non preoccupiamoci troppo. Quelli sull’isola sono solo degli avatar difettosi, prossimi alla rottamazione, mentre noi siamo diversi, migliori di loro. Noi non ci prendiamo così terribilmente sul serio.

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