sabato 31 marzo 2012

L'antica Roma ci indica la via della rinascita

Giovedì sera ero alla Biblioteca Frera di Tradate per incontrare Massimiliano Colombo, autore di due bellissimi romanzi storici: La legione degli immortali e Il Vessillo di porpora. Colombo non è soltanto un eccellente scrittore ma un grande appassionato di storia romana. Lo sono anch’io (appassionato, voglio dire!) ed è stato piacevole tuffarsi insieme per un paio d’ore nell’atmosfera eroica dell’Esercito romano. L’esposizione di un manichino che indossava la tunica purpurea, la lorica e l’elmo del legionario, accanto allo scudo, al gladio e al pilo – cioè la classica dotazione del miles – ha reso ancora più suggestiva la performance. Peccato che sia stata goduta da pochi intimi. Ah già, dimenticavo, alla stessa ora Rai2 mandava in onda L’isola dei famosi… Mentre ascoltavo Massimiliano e seguivo con interesse le “istruzioni per l’uso” di Filippo Crimi, un esperto di arte militare antica che ha le phisique du rôle di un tribuno militare, non ho potuto fare a meno di riflettere sul valore misconosciuto della Storia e maggiormente sull’importanza della lezione romana. Ho pensato che mai come in questo momento di sconforto e di caos organico conoscere la storia della Roma repubblicana e imperiale sarebbe molto utile. Perché? Infonderebbe in tante persone stanche e confuse, soprattutto i giovani, quella vis (forza) di cui i latini sapevano dare massima prova nei momenti di difficoltà, nel cuore delle avversità. I romani non conoscevano il male di vivere di cui soffre la nostra società, non avevano tempo né voglia per piangersi addosso. Dovremmo imparare da loro, magistri vitae. Bisognerebbe tornare allo studio sistematico dell’antica Roma, le scuole dovrebbero promuovere iniziative concrete per conoscere e amare la grandezza di cui Roma fu cespite e propagatrice per molti secoli. Quid melius Roma? Che cosa è migliore di Roma, si chiedeva Ovidio. Impossibile dargli torto, Roma portò ovunque la civiltà e il progresso. E un altro grande poeta, l’immortale Orazio, replicava: Possis nihil Urbe Roma visere maius. Che tu non possa vedere nulla più grande della città di Roma. So che molti non saranno d’accordo. Meglio imparare l’inglese e l’uso del computer, anziché perdere tempo coi sette re di Roma, gli ozi di Capua e i fasti di Nerone. Perché non fare entrambe le cose? I modernoni e gli illuminati che pontificano da sinistra diffidano dell’antica Roma. È roba vecchia, materia sospetta, foriera di tentazioni che possono indurre alla deriva fascista. Eppure, infelice quel popolo che dimentica la propria storia. Ne consegue che non solo abbiano scordato che eravamo i padroni del mondo, abbiamo rinnegato la nostra passata grandezza come se fosse disdicevole. Mentre altri popoli non perdono l’occasione per dichiararsi fieri del loro passato (i francesi nascondono il santino di Napoleone nel portafogli e gli americani hanno il culto della bandiera) noi quasi ci vergogniamo della gloria eterna di Roma caput mundi. Non solo, non ci prendiamo cura delle sue vestigia. Pompei e la Villa Adriana di Tivoli cadono a pezzi. Il nostro orgoglio si è disintegrato molto tempo prima, a prescindere dalla mancanza di fondi. 
Non ho mai fatto mistero d’essere un patriota, per quanto mi consideri cittadino del mondo e figlio delle stelle. Non c’è contraddizione nella mia duplice vocazione ad amare la nazione in cui sono nato e cresciuto e insieme l’universo. La vera contraddizione è guardare al futuro senza passione né fiducia rinnegando il passato, mentre basterebbe essere consapevoli di chi siamo stati con la fronte alta e confidare nella rinascita nazionale. I nostri avi possono aiutarci. La conoscenza della storia romana (compresi i vissuti dell’Esercito romano) e della letteratura latina ci indicano come uscire dall’impasse, quali strategie e tattiche usare, a quali valori aggrapparci. Farò alcuni esempi. 
Primo, per quanto i romani non fossero dei santi, rispettavano il sacro, di cui avevano un senso profondo (come i celti, per altro). Sostenevano che l’uomo è fabbro del proprio destino ma intanto onoravano gli dei, riconoscendo che siamo poca cosa rispetto alle forze trascendenti e alle leggi cosmiche. La religio, che era innata in loro, difficilmente veniva scardinata. Noi, invece, siamo devoti solo al dio denaro e non crediamo più nella trascendenza. Ci comportiamo come Prometeo, illudendoci che scopriremo il segreto della vita e ne assumeremo il controllo, ma lo facciamo tremolando coi nostri piedi di argilla. Il Cristianesimo ha trasformato la “religio” in “religione” (ma sono cose diverse!) e i dogmi hanno soffocato in noi la vera spiritualità. Abbiamo smesso di credere col cuore, tuttavia credere è il motore dell’esistenza, il volano che sostiene l’uomo nella sua avventurosa ascesa verso il progresso olistico (corpo, mente e spirito) e la consapevolezza interiore. Ergo, dobbiamo riaccendere il fuoco sacro dentro di noi. 
Secondo, i romani fondavano le loro azioni sulla virtus. Tradurre questo termine con virtù è un po’ generico, ma rende bene l’idea. I valori fondamentali del cittadino romano erano la libertas, la pietas (da intendere come rispetto e religiosità), la fides (fedeltà), la dignitas e infine la maiestas populi romani, ovvero la potenza e la grandezza della civiltà di cui faceva parte. Questo corredo, che i padri affidavano ai figli, faceva sì che alla maniera di Cicerone si dicesse con fierezza “Sono un cittadino di Roma”. L’eco di queste parole era tale da infondere orgoglio, onore, coraggio, vigore e intraprendenza. Il tutto si accentuava nel soldato, che portava all’estremo la virtù romana. Ecco ciò di cui avremmo bisogno in tempo di crisi. Ci servono i comportamenti virtuosi, onorevoli, dignitosi, finalizzati al bene comune e non più all’interesse personale. Il vero eroismo è fare il proprio dovere e farlo nel miglior modo possibile. Lo studio della civiltà romana nei suoi molteplici aspetti può rinvigorire la brace che cova sotto la cenere. Perché mi rifiuto di credere che gli italiani siano così spenti da non potersi riaccendere qualora riscoprissero di che pasta erano fatti al tempo di Scipione l’Africano, Cesare e Marco Aurelio. 
Terzo, anche la conoscenza dell’Esercito romano può rivelarsi utilissima per adattare il nostro modo di vivere ai mala tempora che corrono. Mi ha colpito una frase detta da Filippo Crimi: “I romani perdevano le battaglie ma vincevano la guerra”. È vero. Sono tante le sconfitte che i romani hanno subito dai nemici storici. Chi non ricorda le “Forche caudine” imposte loro dai sanniti? O le battaglie perse contro Annibale? O la terribile disfatta di Teutoburgo? Eppure, i romani hanno conquistato l’Italia, distrutto Cartagine, costruito l’impero più grande e duraturo della storia. Come ci sono riusciti? È semplice, facendo tesoro degli sbagli. I romani lavoravano sodo per migliorarsi. Erano umili, forti, tenaci, acuti. Il genio latino non era presente solo nei poeti, negli ingegneri e negli scienziati. Informava anche le opere degli strateghi militari, dei politici, dei semplici ma valorosi centurioni. Pensateci, i romani non erano superiori ai loro nemici. In molti casi erano inferiori fisicamente (rispetto ai celti e ai germani) e meno imprevedibili (non avevano gli elefanti di Pirro e di Annibale né i cavalieri catafratti dell’impero partico) ma imparavano alla svelta e si imponevano agli avversari in virtù di qualità straordinarie. Non mi riferisco solo alla virtus, che è fondamentalmente un aspetto morale, e alla forza d’animo, ma ai caratteri concreti, cioè gli aspetti vincenti che gli storici riconoscono al legionario romano. Quali? Diciamo che la superiorità romana di cui dovremmo fare tesoro nella vita di tutti i giorni era dovuta alla perfetta organizzazione della struttura militare, l’addestramento rigoroso, la flessibilità delle strategie e la ferrea disciplina. Immaginiamo per un attimo l’applicazione di questi principi nell’Italia odierna. Se la nostra società fosse bene organizzata (ognuno al posto giusto, adeguato alle sue capacità, con mansioni precise) anziché caotica e autolesionista, le cose funzionerebbero diversamente. Se le scuole formassero i giovani, addestrandoli alla vita in modo rigoroso, anziché sfornare capre ignoranti destinate alla disoccupazione e all’assistenzialismo, potremmo contare su nuove schiere capaci e volitive. Invece, le scuole italiane producono quasi solo amebe. Se i nostri “capi” (in ambito pubblico come nel privato) fossero in grado di prevedere e prevenire i capricci della politica e le turbe del mercato, adattandosi velocemente ed efficacemente ai cambiamenti, non saremmo un Paese ancorato alla burocrazia, al menefreghismo e alla miopia, ma uno stato moderno, funzionale, competitivo. Infine, se la disciplina, l’ordine, il rispetto di regole e leggi fossero i cardini su cui ruotasse il nostro senso civico, potremmo guardare al futuro con maggiore fiducia. Basterebbe prendere esempio dall’Esercito romano, un esempio fulgido e istruttivo. 
Lo so, la mia è un’utopia. Vivo in un Paese che è chino su un fianco, riverso nella sua impotenza come la Costa Concordia. Figuriamoci se qualcuno ha voglia di cercare ispirazione nelle decadi di Tito Livio o nei detti e fatti memorabili di Valerio Massimo. Troppo faticoso. Eppure, basterebbe rifarsi a un motto latino che amo particolarmente, al punto di averlo apposto sui miei ex libris e di averlo scelto come insegna personale. Per aspera ad astra. Ci ricorda che per aspre vie si sale alle stelle. Forse l’Italia non aspira a tanto, ma sarebbe il caso di fare come gli antichi romani, che finché scelsero le vie aspre furono un faro per il mondo. Si sa che in seguito scivolarono nel lusso, nella sfrenatezza dei costumi e nella corruzione, ovvero il vizio che rende deboli i forti e accelera la decadenza. Ma questa è un’altra storia, di cui siamo spettatori attoniti.

mercoledì 28 marzo 2012

Digito ergo sum (gli schiavi del telefonino).

Chi era Francisco Tárrega? Mistero. Eppure, il suo Gran Vals è il brano musicale più ascoltato nella storia della musica. Tutti lo abbiamo sentito almeno una volta nella vita, corrisponde infatti alla suoneria predefinita per cellulari più famosa del mondo. La Nokia ne acquistò i diritti d’uso nel 1993 e da allora non passa giorno in cui non ci capiti di ascoltare le accattivanti note che il chitarrista spagnolo compose nel 1902. Basta che ci sia campo. Se il Nokia Tune è entrato nella testa degli italiani come un tarlo nel legno, il telefono mobile è diventato un chiodo fisso. L’ingegnoso oggetto nato per consentirci di telefonare senza filo è ormai un fattore critico dell’evoluzione della specie umana, un signum del nostro incedere sicuro verso le “alte mete esistenziali” suggerite dalla tecnologia. Ha modificato il nostro stile di vita. Se poi il prezzo da pagare è la dipendenza – e perciò non si limita a soddisfare una necessità ma diventa status symbol, ossessione e per ultimo estensione dell’Ego – paghiamo senza battere ciglio. Vuoi mettere la soddisfazione di gestire uno smartphone di ultima generazione come se fosse la plancia di comando da cui possiamo comunicare con la USS Enterprise del comandante Kirk e gli “infiniti mondi” di Giordano Bruno? Per altro, lo smartphone, rivoluzionario per l’uso e le applicazioni, sta rendendo obsoleti gli altri telefonini e si stima che nel 2015 un telefono su due nel mondo (47%) sarà uno Smartphone. È stato anche stimato che i margini di sviluppo del traffico mobile siano enormi. In sostanza, la dipendenza da telefonino, che già oggi è parossistica, è destinata a diventare una forma di schiavitù ancora più alienante. Altro che la religione, il vero oppio dei popoli è il telefono cellulare. 
Io me lo ricordo il capostipite dei telefonini. La Motorola lo mise in commercio nel 1983 e tre anni dopo fu possibile acquistarlo anche in Italia. Era uno sfizio, roba da ricchi. Pesante e ingombrante come un ferro da stiro. In pochi anni, si sono succedute diverse generazioni di telefonini grazie ai balzi prodigiosi compiuti dalla tecnologia. Di pari passo l’infatuazione dell’utenza si è trasformata in passione inguaribile, per cui si è creato il legame morboso che oggi sancisce il trionfo della telefonia mobile in ogni angolo del pianeta. I dati sono eloquenti. Sono quasi 6 miliardi le SIM attive nel mondo contro le 720.000 di dieci anni fa. Ogni giorno vengono attivati oltre 2 milioni di nuovi numeri. Alla fine del 2009, il 67% della popolazione terrestre possedeva almeno un cellulare. Si prevede che nel 2020 ci saranno nel mondo 50 miliardi di dispositivi mobili connessi alla rete. In Italia erano attivi nel 2011 oltre 90 milioni di telefonini (siamo al decimo posto nella graduatoria mondiale). Il nostro Paese è primo in Europa in termini di penetrazione della telefonia mobile. Nel 2011, le quattro sorelle della telefonia mobile (Vodafone, Tim, Win e 3 Italia) hanno fatturato oltre 25 miliardi di euro. Il rapporto Censis 2009 indicava che 13 milioni di italiani usavano il telefonino per navigare su Internet. Oggi quanti sono? Siamo un popolo di navigatori (on line) e di futili chiacchieroni. Quando non sappiamo cosa dirci ce lo diciamo al cellulare. Iniziamo le conversazioni con la domanda rituale “cosa stai facendo?” o “dove sei?”. È ininfluente sapere se il nostro interlocutore sta bene. Tanto, è di noi che intendiamo parlare. Ascoltare? Sì, ogni tanto ma distrattamente. Abbiamo rivoluzionato l’assioma cartesiano. Digito? Ergo sum. Pensare è un lusso obsoleto. E poi nessuno ci chiede di collegare il cervello mentre usiamo il cellulare per soddisfare un bisogno primario: relazionarci con gli altri (purché a distanza) per esorcizzare la solitudine e vincere la paura dell’incontro fisico. Viene da pensare che siamo diventati vili; il telefonino è una corazza oltre che un giocattolo per mantenere in vita il fanciullino che è in noi. Con buona pace del Pascoli, che non aveva in mente i balocchi. Ma anche di Monsignor Della Casa e del suo Galateo, ormai vieto come il telefono con la cornetta. Il cellulare, ahimè, legittima la maleducazione, la cafonaggine, la prolissità, la mancanza di rispetto e di pudore. 
E che dire della presunta dannosità delle onde emanate dai telefonini? Non ce ne importa nulla e non può essere diversamente. Si continua a fumare nonostante sui pacchetti di sigarette sia evidenziato in grassetto che “il fumo uccide”. Figuriamoci se possono scalfirci quattro onde elettromagnetiche! Un recente studio dell’Università di Yale ha rimarcato che l’esposizione del feto alle radiazioni del telefono cellulare può alterare lo sviluppo e le funzioni neurologiche del nascituro. Ma anche qui, a cosa serve lanciare l’allarme? Quante donne gravide fumano e bevono alcolici e quanti papà non rinunciano alla sigaretta nemmeno quando in casa c’è un neonato o un lattante? Altri studi ipotizzano che utilizzare il telefonino per molte ore al giorno accresce il rischio di sterilità e della formazione di tumori cerebrali. In ogni caso, è meglio utilizzare l’auricolare. Siamo indifferenti anche agli effetti psicologici e sociali che l’abuso del cellulare comporta. La sindrome psichica di dipendenza, ad esempio. Sentirci reperibili senza soluzione di continuità, a disposizione 24 ore su 24, tant’è che moltissime persone non spengono mai il cellulare e se lo portano anche in bagno per il timore di perdersi una chiamata, alla lunga comporta l’accumulo di stress. In uno studio fatto in Gran Bretagna si parla di “ossessione da smartphone” e si pone l’accento su un disturbo che colpisce moltissimi fruitori, i quali avvertono trilli o vibrazioni fantasma. Il cellulare, trasformatosi da strumento a must, da supporto comunicazionale a feticcio metodologico, è al centro delle nostre attenzioni anche in vacanza. Il telefonino rende più dipendenti dagli altri, più emotivi e più ansiosi. Abusarne per inviare sms non ha indebolito solo le relazioni sociali, sempre più frettolose e superficiali, ma anche la padronanza del linguaggio. L’utilizzo preferenziale del telefonino ha impoverito la capacità di scrittura, soprattutto nei giovani, distruggendo la sintassi e depauperando il nostro lessico. Andiamo verso un nuovo analfabetismo da telefonia. Ci stiamo involvendo, è chiaro, però le nostra dita sono diventate talmente veloci che in una sfida all’OK Corral vinceremmo contro qualunque pistolero del Far-West. E poco importa se oggi si parla di psicopatologia del cellulare e qualcuno paragona il cellulare al mitico Tamagochi, il giocattolino giapponese che bisognava curare e controllare ogni minuto. Quando tempo perdiamo nell’arco di un giornata per controllare se la batteria è carica e quante tacche ci sono, se vibra, se abbiamo ricevuto messaggi e chiamate, se è ancora nelle nostre tasche o l’abbiamo smarrito? 
La verità è che il cellulare non è più uno strumento per comunicare ma un palliativo al vuoto esistenziale, un cordone ombelicale affettivo, un amico vincolante. È come la coperta di Linus. Peccato che anziché infondere sicurezza promuova comportamenti compulsivi. 
Ieri, nell’osservare una coppia di fidanzati che passeggiava in centro e che, pur tenendosi per mano, parlavano al cellulare – ognuno per i fatti suoi – mi sono chiesto come sarebbe andata a finire la storia di Romeo e Giulietta se avessero avuto un I-Phone. Ma erano italiani d’altri tempi, abituati ai piccioni viaggiatori. Ogni tanto, mi scopro nostalgico e rimpiango il gettone e le vecchie cabine telefoniche.

sabato 24 marzo 2012

La terra cava, mito o realtà?

A scuola ci hanno insegnato che il nostro pianeta è composto da gusci concentrici di materiale diverso. Sotto la crosta terrestre (il cui spessore massimo arriva a 35 km.) si trova uno strato solido detto mantello (esteso fino a 2890 km. di profondità) che racchiude una successione di nuclei di materiale incandescente che ritorna a essere solido nella sua parte più interna. 
Ne siamo certi? La descrizione della Terra come una sfera massiccia non è un assioma ma solo una teoria. Le nostre conoscenze empiriche si limitano infatti ai primi chilometri di crosta terrestre, per le zone più profonde i dati si evincono dagli studi sulla propagazione delle onde sismiche. Il buco più profondo che l’uomo abbia mai scavato fino ad oggi è di soli 14 km., mentre l’intero raggio terrestre è di ben 6371 km! In sostanza, non abbiamo alcuna prove certa che la struttura interna del nostro pianeta corrisponda agli assunti scientifici. Oltre a ciò, sorge il dubbio che se la Terra fosse veramente un corpo massiccio dovrebbe spaccarsi in milioni di pezzi man mano si raffredda e il petrolio dovrebbe sgorgare bollente o quanto meno caldo. La teoria alternativa che la Terra sia in buona parte vuota anziché totalmente piena è forse meno assurda e alcuni ricercatori (Hector Picco, Raymond Bernard, Eduardo Elias) hanno raccolto elementi referenziali storici, fisici, astronomici, oceanografici e geologici a sostegno di essa. 
Domandiamoci dunque se la “Terra cava” è una leggenda o una realtà. Se ne parla fin dall’antichità e, come spesso accade, la conoscenza trasmessa dai miti affonda in verità che l’uomo ha velato o rinnegato. L’esistenza di un mondo sotterraneo e di regni abitati che prosperano sotto la superficie terrestre può sembrare un’idea fantasiosa e priva di fondamenta, ma quante verità furono giudicate impossibili o senza senso prima d’essere scoperte? Ci credeva Platone, il cui mito della caverna è paradigmatico. Lo affermano molti racconti precolombiani, mesopotamici, nordici, hindu, cinesi e tibetani. Gli indiani Hopi tramandano la conoscenza di una terra sacra sotterranea in cui vivono uomini progrediti. Plinio il Vecchio riferisce di trogloditi che fuggirono nel sottosuolo della terra dopo la distruzione di Atlantide. La teoria fu sostenuta dal grande matematico illuminista e fisico svizzero Eulero e da alcuni scienziati nel sec. XIX e XX. Fu ripresa da Jules Verne nel suo Viaggio al centro della Terra. Nel 1920, Marshall B. Gardner pubblicò uno studio scientifico dal titolo A journey to the Earth’s interior in cui dimostrava che la Terra è una sfera parzialmente vuota. I Macuxies, che vivono nel Nord dell’Amazzonia, raccontano che fino al 1907 erano soliti entrare in una caverna e dopo due settimane di viaggio nelle e della Terra arrivavano in un mondo sotterraneo abitato da uomini altri 3 m. Ma veniamo ora ad alcuni elementi storico-geografici di riflessione. Durante l’Ottocento e il Novecento, le esplorazioni che si sono spinte fino ai Poli hanno offerto incredibili racconti sulla terra cava. Il norvegese Olaf Jansen, ad esempio, intorno al 1830 si avventurò su una barca da pesca con il padre molto verso Nord, fino a incontrare inspiegabilmente una zona dal clima mite e dalla vegetazione rigogliosa i cui abitanti lo avrebbero ospitato per circa due anni. Al suo ritorno in Norvegia (senza il padre che nel frattempo era morto) il racconto di questa esperienza gli costò ben 25 anni di manicomio. La stessa testimonianza fu data dallo scienziato ed esploratore Fritjof Nansen durante i suoi viaggi all’Artico nel 1893-96 e dal tenente dell’Esercito Statunitense Adolphous Greely. Ma coloro che arrivarono fino al Polo Nord furono gli esploratori americani Frederick Cook e Robert A. Peary che si contesero il primato a cavallo del 1908-1909. I racconti relativi alle loro imprese, indipendenti l’una dall’altra, sono sorprendentemente simili: sia Cook che Peary testimoniarono che una volta oltrepassati i 76 gradi di latitudine i venti erano diventati improvvisamente caldi e si erano ritrovati davanti a una terra verde, in cui c’erano fiori colorati e buoi che pascolavano. Cook riuscì anche a scattare delle foto della misteriosa nuova terra, che però non furono più ritrovate. Racconti simili sono stati fatti anche dagli esploratori del Polo Sud. Le testimonianze più sconvolgenti sono senz’altro quelle dell’Ammiraglio-pilota americano Richard E. Byrd il quale, con cinque spedizioni condotte dal 1929 al 1947, sorvolò con un aereo sia il Polo Nord che il Polo Sud. Della sua ultima spedizione l’Ammiraglio ci ha lasciato un diario di bordo – scomparso misteriosamente per molti anni e recentemente ritrovato – nel quale ci racconta che il 19 febbraio 1947 mentre sorvolava il Polo Nord con il suo assistente non solo avrebbe raggiunto una zona da lui chiamata “continente incantato” il cui paesaggio era inspiegabilmente verdeggiante, popolato da animali di ogni specie compreso il mammuth, e con una temperatura di circa 23 gradi, ma sarebbe atterrato e avrebbe parlato a lungo con un esponente di un popolo che viveva lì. Il Maestro – così lo definisce Byrd – gli avrebbe confermato che si trovava all’interno della Terra e gli avrebbe espresso preoccupazione per l’uso dell’energia atomica fatto dai terrestri (solo due anni prima erano esplose le bombe di Hiroshima e Nagasaki), informandolo che la civiltà di superficie sarebbe andata incontro ad una progressiva degenerazione e che gli Intraterrestri si sarebbero mostrati al momento giusto per aiutare l’umanità ad evolversi. Anche alcuni misteri della scienza suggeriscono che la terra cava esiste realmente. Nel 1968, il satellite metereologico americano Essa 7 inviò alla Nasa delle foto incredibili del Polo Nord, che mostravano un’enorme apertura circolare del diametro di circa 2.300 Km. Altre immagine dello stesso satellite rivelavano addirittura come questa apertura si aprisse e poi si chiudesse lentamente. I sostenitori della terra cava vedono in queste aperture le cosiddette bocche d’Agartha, cioè le principali vie d’accesso verso l’interno del nostro globo. In seguito le enigmatiche foto sono state occultate dalla NASA che non ha mai fornito alcuna spiegazione in merito al fenomeno. Eppure immagini simili ci sono pervenute anche dalle sonde che studiano gli altri pianeti (come Marte), poiché anch’essi, nella maggior parte dei casi, sembra che siano cavi e abitati al loro interno. Che dire, poi, delle affascinanti foto delle aurore polari? Si tratta di un fenomeno luminoso formato da larghe fasce colorate di rosso, azzurro e verde che si presentano nelle regioni polari, sia nel cielo del Polo Nord che del Polo Sud. Secondo la scienza ufficiale le aurore polari sarebbero causate dall'energia del vento solare che, a determinate latitudini, si trasforma in luce quando si scontra con l'atmosfera della Terra. Ma vista la singolare localizzazione e il loro movimento – sono infatti dette anche “luci danzanti” – alcuni ricercatori ritengono si tratti invece di raggi provenienti dal sole interno al pianeta, che riuscirebbero a passare proprio durante le periodiche aperture delle bocche di Agartha. Molti archeologi si chiedono, inoltre, che funzione abbiano avuto le migliaia di lunghe gallerie sotterranee ritrovate in molti luoghi della Terra. Nel 1961, un archeologo dell'università di Pechino scoprì sotto il massiccio di Homan una galleria che presentava pareti lisce e verniciate, decorate di affreschi. Su una di esse, si vedeva una sorta di scudo volante carico di uomini che inseguivano dall'alto una mandria di bestie selvagge. Nel 1969 sono stati scoperti sotterranei identici all'Equatore che risalgono almeno a 12.000 anni fa, anche questi con delle raffigurazioni di oggetti che sembrano velivoli extraterrestri.
La domanda più intrigante che possiamo porci è: la terra cava è abitata? E se lo è, da chi? I walk-in e i contattisti che diffondono i messaggi dei fratelli cosmici non hanno dubbi in proposito. La terra cava è abitata dagli intraterrestri, la cui popolazione si aggirerebbe intorno a 120 milioni di unità. Gli intraterrestri sarebbero i pronipoti dei profughi di Atlantide e Lemuria, i continenti scomparsi, nonché i frutti del connubio fra i sopravvissuti dell’immane cataclisma che colpì la Terra circa 12/13000 anni fa all’interno del pianeta e gli extraterrestri. La terra cava, tuttavia, ospiterebbe anche nutrite colonie aliene, per lo più basi della Federazione Galattica da cui partirebbero molti Ufo (la “Flotta d’argento”) che avvistiamo nei cieli. Basandosi sui miti, i racconti degli esploratori e le testimonianze dei contattisti, alcuni ricercatori sono arrivati a dare una descrizione precisa della geografia interna alla Terra. Nel libro Alla scoperta della terra cava, Costantino Paglialunga afferma che nell’emisfero Nord ci sarebbe il continente Agartha, mentre nell’emisfero Sud si troverebbe Eldorado. Il ricercatore Federico Cellina, invece, nel libro Terra cava nuova terra sostiene che si debba parlare di un unico continente chiamato Agartha costituito da 144 agglomerazioni. La capitale di questo mondo sotterraneo sarebbe Telos, una città situata sotto il Monte Shasta in California, a soli due chilometri dalla superficie, la cui popolazione ammonterebbe a 1,5 milioni di lemuriani. Altra importante città sarebbe Posid, che si troverebbe sotto la regione del Mato Grosso in Brasile e sarebbe abitata da 1,3 milioni di atlantidei.  Oltre agli accessi principali dei Poli, sparsi sulla superficie terrestre ci sarebbero almeno altri dieci accessi secondari ad Agartha. Secondo il ricercatore Ivan Sanderson si tratterebbe di quei triangoli “maledetti” caratterizzati da vortici magnetici che fanno sparire inspiegabilmente navi e aerei, come il Triangolo delle Bermuda, il lago Titicaca in Perù e il Triangolo del Drago a sud-est del Giappone. Persino in Italia ci sarebbe un importante luogo d’accesso alla Terra Cava localizzato nel mar Adriatico, nella zona compresa tra il Gran Sasso, Pescara e Ancona. Gli insediamenti urbani nella terra cava sono detti anche “città della luce” poiché i loro abitanti sono mentalmente e spiritualmente più evoluti di noi che viviamo in superficie. Sarebbero fisicamente simili a noi, ma molto più alti e longevi, quasi immortali. Avrebbero la facoltà di decidere quando lasciare il corpo terrestre e dedicarsi ad altre esperienze esistenziali nell’universo. Vivrebbero in un ambiente senza inquinamento dove l’alternarsi del giorno e della notte è simile al nostro grazie alla presenza di un piccolo sole situato al centro della Terra. Qualcuno si chiederà perché gli Intraterrestri, se sono così evoluti e pacifici, non si siano mai mostrati sulla superficie e non ci abbiano aiutato a illuminare le nostre epoche buie. Essi, in realtà, sostengono di averci provato mandandoci degli Avatar, cioè dei maestri evoluti come Gesù, ma senza alcun successo. Sembra che poi alcuni rappresentanti dei terrestri abbiano chiesto loro di non interferire più nel nostro percorso evolutivo. Ma negli ultimi decenni qualcosa sulla Terra è cambiato. Mentre da una parte dilagano il materialismo e una vera e propria crisi etica e spirituale, dall’altra molte persone si sono evolute spiritualmente, al punto da aver persino cambiato l’esito delle profezie relative a una imminente fine del mondo prevista intorno al 2012! Pare che i terrestri abbiano superato il loro esame finale e che i tempi siano maturi perché i popoli della terra cava si possano finalmente mostrare. Naturalmente, non abbiamo prove tangibili, inconfutabili della loro esistenza e perciò ho usato il condizionale come beneficio d’inventario. Nonostante ciò, va sottolineato che molti elementi di valutazione ci inducono a credere che la terra cava esista e sia abitata. Come ho avuto modo di affermare in una recente conferenza, pur nel dubbio non limitiamoci a fissare il cielo. Le sorprese potrebbero arrivare anche dal sottosuolo.

domenica 18 marzo 2012

Meditare con gli angeli

La meditazione è uno dei mezzi più efficaci per stabilire un contatto con gli angeli. Essi ne caldeggiano vivamente la pratica, che non richiede sforzi né l’apprendimento di tecniche difficili. Meditare è una pratica facile e utile. Esistono molte tradizioni e varianti, in Occidente come in Oriente, ma tutte le esperienze meditative consistono nel fissare la mente su un unico oggetto o suono, incanalandovi tutta la nostra attenzione ed energia mentale al fine di ottenere la cosiddetta “concentrazione univoca” attraverso la quale si raggiunge una reale e profonda visione della natura ultima della realtà.  È ciò che nello Zen viene detto Satori, cioè illuminazione. La gente pensa che meditare significhi pensare intensamente e in modo riflessivo a qualcosa. In realtà, la meditazione trascende la normale attività speculativa della mente. Gli Indiani la definiscono Dhyāna, cioè “riposo della mente nel silenzio del quarto stato”. Essi riconoscono l’esistenza di tre stati di consapevolezza, - veglia, sonno e sogno - accessibili a chiunque. Esiste poi un quarto stato di coscienza che chiamarono Turiya. A questa condizione dello spirito, cui corrisponde la piena esperienza del Sé interiore, si arriva attraverso la meditazione, la chiave che apre le porte dei mondi più alti e sottili. Meditare è accedere alla stanza segreta dell’anima, entrare nel vuoto dove il silenzio ci fornisce le risposte che il clamore del mondo non è in grado di darci. Significa compiere un balzo verso il Cielo e disporci a una nuova consapevolezza. I benefici di questa pratica antica e diffusa in ogni parte del mondo sono tanti e considerevoli. Aldilà dei vantaggi fisici e psichici, la meditazione procura straordinari benefici spirituali. Il Buddhismo, il Brahmanesimo, il Jainismo e lo Yoga concordano su un punto rilevante: la meditazione aiuta l’anima a liberarsi dalla schiavitù della trasmigrazione. Ciò avviene perché la sua pratica regolare spezza l’attaccamento alla vita materiale che è all’origine del doloroso ciclo delle nascite e rinascite. “C’è dentro di te una pace, un santuario dove puoi ritirarti in ogni momento ed essere te stesso”, dice Hesse in Siddharta. Meditare comporta sopra ogni altra cosa la fuga dal mondo pur rimanendo nel mondo. Ciò significa ricaricare il nostro spirito, cibarlo di quell’energia cosmica senza la quale vegeterebbe. Gli angeli ci insegnano una tecnica meditativa che non si discosta molto da altre forme di meditazione ma che tuttavia offre maggiori possibilità di un incontro con loro. Il lettore avvezzo alla meditazione trascendentale, allo Zazen, alle pratiche di Osho o di Yogananda, non faticherà a riconoscervi elementi comuni ma anche aspetti inediti. Potrà dunque provare a meditare secondo l’insegnamento degli angeli e confrontare la nuova esperienza con i parametri di cui dispone. Per chi non ha alcuna esperienza in questo campo e ne teme le insidie, voglio ricordare che esiste anche una rigorosa tradizione cristiana. Molti conventi dispongono della “camera delle meditazioni”, in cui i religiosi si ritirano per meditare (ma la loro è più una forma di orazione mentale). Nella sua Introduzione alla vita beata, San Francesco di Sales dava questi consigli: “impiegate nella meditazione un’ora ogni giorno prima di pranzo. Se è possibile all’inizio della mattinata, perché avrete allora la mente meno ingombra e più fresca dopo il riposo notturno”. La meditazione, poi, era certamente in uso presso gli Esseni e ricorre in tutte le espressioni e scuole del Cristianesimo esoterico. 
La meditazione con gli angeli è un meditazione esoterica e contempla la più alta forma di attività che l’uomo possa compiere: camminare verso Dio coi piedi dello spirito. Fine ultimo di questa pratica è quello che gli Indiani chiamano Samadhi, cioè l’estasi spirituale, lo stato di unione con Dio. La meditazione angelica ci ricorda che la vera libertà (o liberazione) è riscoprire l’unità di tutte le cose, e quindi ritrovare la divinità che è in noi (immanente) oltre che al di fuori di noi (trascendente). Meditare significa sperimentare l’esistenza di Dio. Ma seguiamo ora le istruzioni angeliche. Prima di tutto, gli angeli ci chiedono di meditare da soli o insieme a persone care con le quali siamo in armonia. Le energie devono essere affini, mai di natura contraria. Se possediamo animali domestici dobbiamo allontanarli perché potrebbero infastidirci e interrompere bruscamente la nostra meditazione. La meditazione con gli angeli può essere preceduta da due brevi esercizi. Il primo consiste nel cercare la consapevolezza che non abbiamo un’anima, noi siamo l’anima. All’interno del nostro corpo fisico non ci sono solo cellule, tessuti e organi ma un corpo di luce e di energia. Noi siamo quel corpo divino, quell’entità ospitata provvisoriamente in un corpo fisico. Il secondo esercizio è ancora più semplice: sorridete! Meditare con il sorriso sulle labbra facilita la connessione con il nostro Sé superiore. Anche se la meditazione è una pratica libera e liberatoria, ci sono alcune regole che è utile osservare. La prima è la posizione. Per meditare con soddisfazione è indispensabile assumere una posizione comoda. Gli angeli ci invitano a scegliere fra quattro opzioni. È possibile sdraiarsi supini con le braccia lungo i fianchi e le palme rivolte verso l’alto oppure sedersi con la schiena appoggiata a una parete tenendo le mani unite con la punta delle dita. O prendere la classica posizione orientale detta fior di loto. La quarta possibilità, la più ostica, è quella in uso nello Zen: inginocchiati con le mani in posizione di preghiera. Se il pavimento non è di legno è preferibile stendervi sopra una stuoia giapponese, un materassino oppure una coperta di lana. Gli angeli ci raccomandano di scegliere la posizione che “sentiamo” di più, senza preoccuparci dei significati e delle forme. Meditare significa anche rilassarsi ed è difficile sciogliere le tensioni psicofisiche se il nostro corpo è a disagio o viene forzato da schemi che non gli sono naturali. La seconda regola da osservare è quella dell’abbigliamento. È difficile meditare in giacca e cravatta o indossando un paio di jeans molto stretti. Gli angeli sconsigliano gli indumenti che comprimono il ventre e ostacolano la corretta respirazione. Sconsigliano anche le fibre sintetiche e i colori scuri. Meditare indossando una maglietta di cotone e un pantalone comodo, tipo tuta da ginnastica, di colore bianco o chiaro favorisce la buona riuscita della meditazione almeno quanto essa viene disturbata da un abbigliamento scomodo e scuro. Le scarpe vanno tolte e i piedi, possibilmente nudi, devo appoggiarsi alla terra perché l’energia fluisca. Le donne non devono portare calze di nylon o collant ma possono indossare calzini di cotone bianco. Il terzo accorgimento riguarda il luogo dove meditare. L’ambiente che ci ospita deve essere familiare o rassicurante, comodo e confortevole. È preferibile una stanza ariosa e in penombra. L’ideale è un locale con le pareti di colore azzurro. La stanza va preparata adeguatamente, come fosse un tempio. Dev’essere pulita e libera da energie negative, perciò occorre purificarla. Gli Indiani d’America erano soliti bruciare sostanze aromatiche invise ai demoni, come le foglie di salvia, i ramoscelli di rosmarino e il cedro. È una pratica che gli angeli consigliano. Così come suggeriscono di tenere vicino a sé alcuni cristalli o pietre. Poco prima d’iniziare la meditazione occorre accendere un incenso alla rosa o al gelsomino e ungere la fronte (terzo occhio) con una goccia di olio essenziale di angelica. Per favorire il rilassamento e ottimizzare la seduta è consigliabile un adeguato sottofondo musicale (musica celestiale, naturalmente). La stanza dev’essere avvolta nella penombra. Gli angeli consigliano di tenere accesa una candela bianca. Siamo pronti. Chiudiamo gli occhi ma prima di iniziare facciamo tre profonde respirazioni. Mentre inspiriamo dal naso dobbiamo visualizzare una grande estensione candida (tipo distesa di neve) e immaginare di assorbire questo candore abbagliante dal 7° chakra. Espirando dalla bocca dobbiamo espellere la luce grigia che è dentro di noi, sedimentata a causa dello stress e della tristezza. Così facendo liberiamo la mente dalle preoccupazioni e possiamo rivolgerla al nostro angelo custode. Svuotiamoci e colmiamoci del pensiero divino. Dobbiamo pensare intensamente di essere un tutt’uno con l’universo, di essere una scintilla divina. Solo quando ci sentiamo quieti e realmente pronti potremo iniziare a meditare. Yogananda descrive così l’inizio della meditazione: “Chiudi lo spiraglio delle palpebre e lascia fuori la danza frenetica delle scene tentatrici. Lascia sprofondare la mente nel pozzo senza fondo del cuore. Sofferma il pensiero in esso mentre ribolle di sangue che dà vita. Fissa l’attenzione sul cuore, finché non sentirai il suo ritmico pulsare. Avverti ad ogni battito il ritmo della Vita onnipotente. Figurati questa Vita che tutto pervade mentre bussa all’uscio del cuore di milioni di corpi umani e di miliardi di altre creature. Il battito cardiaco annuncia senza posa, sommessamente, la presenza dell’infinito potere che si cela dietro le porte della tua coscienza. Il discreto bussare della Vita che tutto pervade ti parla nel silenzio e ti dice: Non accogliere in te solo una piccola parte della Mia vita, ma offri un’apertura maggiore alla tua facoltà di sentire. Lascia che Io t’inondi il sangue, il corpo, la mente, i sentimenti e l’anima col palpito della Mia vita universale…”. Gli angeli ci dicono. “Lasciatevi essere, ora!”. Con gli occhi chiusi e in silenzio, in posizione comoda e nello stato di quieta certezza di essere una cosa sola con l’universo, senza niente e nessuno che ci disturbi, disponiamo la mente alla pace e al silenzio interiore. Ma soprattutto all’amore incondizionato. A questo punto emettete un nuovo, lungo respiro e ripetete mentalmente il vostro mantra. Cos’è un mantra? E come facciamo a sapere che è “nostro”? Mantra è un termine sanscrito che significa “liberazione della mente”. È una vibrazione sonora spirituale (una sillaba, una parola o una frase) che purifica la mente e favorisce la nostra connessione con l’universo. È un magnete che a sua volta attrae vibrazioni spirituali e nel contempo una lente che le mette a fuoco. Recitato mentalmente più volte esso svuota la nostra mente da ogni altro pensiero, la sintonizza sull’unità cosmica. Il mantra è la chiave di volta della meditazione poiché ci conduce verso il quarto stato della coscienza. Nella maggior parte delle tecniche meditative vengono utilizzati mantra orientali; il più famoso è l’Om degli Indiani, cui corrisponde l’Aum dei Tibetani. Nella meditazione angelica si concentra la propria attenzione su un mantra della tradizione cristiana. Parole come Gesù, Jesus, Yoshua, Ave Maria, Jahvè, Alleluia, Eleison, Gloria a Dio o affini sono suoni capaci di vibrare potentemente e risvegliare la nostra coscienza. Ma si possono anche utilizzare brevi formule o preghiere come questa: Ama il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, con tutta l’intelligenza e ama il prossimo tuo come te stesso. Ogni anima vibra in modo ottimale quando il mantra è perfettamente calzante alla sua natura. La ripetizione del mantra produce sensazioni di benessere e di pace profonda, accompagnate da visioni di beatitudine che elevano la coscienza e la conducono in un’altra dimensione. È probabile che a un certo punto il mantra si perda, svanisca nel nulla. Non è necessario cercare di riprenderlo perché ha ormai completato il suo compito. A quel punto è facile che la coscienza percepisca (attraverso i sensi fisici) fenomeni inconsueti come un suono dolcissimo, simile a dolci campanelli, o un coro di voci lontane, non meglio localizzate. Oppure un profumo intenso e freschissimo di fiori. Chi ha i chakra aperti ed è quindi più ricettivo può addirittura sentire in modo quasi tangibile, una presenza angelica al suo fianco, accompagnata da una forte emozione di luce, gioia e amorevole protezione. In questo caso non potete sbagliarvi: l’angelo si sta manifestando. È allora che l’essere di luce può decidere di parlarvi. Se accade, dovere ascoltare in silenzio. Non con le orecchie ma con il cuore, abilitato a riconoscere nitidamente il messaggio dell’angelo, le sue raccomandazioni, le sue rivelazioni. È una sensazione indescrivibile, un’emozione straordinaria. Nei pochi minuti del contatto, l’angelo ci infonde forza e dolcezza, amore e armonia. Una grande commozione subentra e travolge come un’onda il cuore trafitto. Non è raro che verso la fine della meditazione le lacrime scendano copiose dagli occhi. La tristezza accumulata, l’angoscia e i sensi di colpa vengono risucchiati dalla marea celeste. La meditazione è durata in tutto dai 15 ai 20 minuti. Ma il tempo è veramente un’opinione quando si medita insieme agli angeli; alcuni si convincono che il tutto è durato meno di 5 minuti, altri parlano di un’ora. Quando si medita la mente riconosce quella legge della relatività di tutte le cose che Einstein codificò in una formula ma che i saggi sperimentato da sempre grazie alla meditazione. Questa pratica non garantisce il contatto con gli angeli, naturalmente, però lo favorisce. È più facile sentire la voce di Dio e dei suoi emissari nel silenzio dell’anima che nel fragore del traffico o di una riunione di lavoro. Riuscire a “vedere” o “sentire” la presenza angelica è pur sempre una questione di feeling con il mondo sottile. Occorre tenere presente che la meditazione è uno stato dell’essere non teso a uno scopo e perciò riesce solo a coloro che non mirano ai risultati. Si può anche fallire l’obiettivo massimo, - acquisire la prova dell’esistenza degli angeli e metterci in contatto diretto con loro – ma difficilmente si resta con un pugno di mosche in mano. A meno che incontrare sé stessi venga considerata merce di poco valore. (17. continua).

martedì 13 marzo 2012

Giù le mani dalla Divina Commedia!

Il raglio del somaro non sale in cielo. Dovremmo tenerlo presente quando ci capita di sentire o leggere scemenze galattiche che ci fanno accapponare la pelle. Ma una notizia minore diffusa ieri mi ha impressionato a tal punto che non posso fare finta di nulla. La mia laurea in Lettere Moderne e la mia passione per la scrittura mi impongono di reagire. Se non lo facessi, sarei un ignavo. Una certa Valentina Sereni, presidente di un comitato di ricercatori che godono dello status di consulenti speciali dell’ECOSOC (Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite), in un’intervista all’Adnkronos ha accusato Dante Alighieri di essere antisemita, omofobo e islamofobo. Secondo questa Sereni che è a capo del Gharush92 – è così che si chiama l’organizzazione che piglia soldi dall’Onu per fare progetti educativi e invece pontifica su cose eccelse che non è in grado di comprendere – la Divina Commedia dev’essere tolta dai programmi scolastici a causa dei suoi contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza. La Sereni accusa il Divin Poeta di avere scritto un’opera politicamente scorretta e ne chiede la messa al bando o in seconda battuta la censura. In particolare, non le vanno giù alcuni canti dell’Inferno, come il XXXIV, in cui il Giuda dantesco insegnerebbe ai giovani a odiare il popolo ebraico, calunniato e vilipeso da Dante. L’antisemitismo dipenderebbe in egual misura dal Vangelo e dalla Divina Commedia. Nel canto XXVIII, invece, Dante rappresenta Maometto come uno scismatico e l’Islam come un’eresia. Al Profeta, paragonato a una botte di vino rotta, viene riservata una pena atroce che m’impressionò e insieme divertì quand’ero uno studente del Liceo Classico, tant’è che me la ricordo ancora oggi: il suo corpo è storpiato e dilaniato dal mento fino al deretano e le budella gli spuntano dalle gambe. Nel descrivere Maometto, Dante impiega termini volgari e immagini raccapriccianti. Va da sé che non gli era simpatico, inoltre il fair-play non era ancora stato inventato. Anche gli omosessuali non sono stati trattati coi guanti nei canti XV e XVI della Divina Commedia. Dante li chiama sodomiti e ce li mostra condannati a correre senza mai fermarsi sotto una pioggia di fuoco. La Sereni insiste sul carattere denigratorio di quello che molti considerano il sommo capolavoro della letteratura mondiale e afferma che poiché “oggi il razzismo è considerato un crimine ed esistono leggi e convenzioni internazionali che tutelano la diversità culturale e preservano dalla discriminazione, dall’odio e dalla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi… è nostro dovere segnalare alle autorità competenti, anche giudiziarie, che la Commedia presenta contenuti offensivi e razzisti che vanno approfonditi e conosciuti.” Caspita, è nostro dovere mettere alla gogna quel briccone di Dante! 
Morale della favola, il Divin Poeta era un criminale che ha corrotto chissà quante generazioni di studenti e meno male che è morto da tempo altrimenti rischierebbe d’essere incriminato e condannato da un solerte PM. Ma quale reato avrebbe commesso? Il più odioso: non è politicamente corretto. Ecco il punctum dolens. È del tutto inutile che io difenda Dante, non ce n’è motivo. Non si difende la bellezza, la si ammira. Non si difende la verità, la si rispetta. Dante non ha colpe ma solo meriti e chi ama la cultura sa che la Divina Commedia è come certi immensi parcheggi multipiano, ci sono più livelli d’interpretazione simbolica, metaforica, iconografica, estetica e infine esoterica. Va tuttavia considerato che Dante era un uomo del basso Medio Evo e che la sua forma mentis riflette il tempo in cui visse. A parte questo, si potrebbe discutere a lungo se le sue opinioni su Giuda, Maometto e i sodomiti siano realmente deprecabili moralmente o se esprimano idee comuni e legittime nel XIV secolo e ancora oggi condivise da moltissime persone. Punti di vista, per altro, più vicini alla verità delle attuali revisioni storiche e falsificazioni antropologiche che assecondano i dettami del Politically correct. Il problema non è accertare se Dante fosse razzista, omofobo e animato da quello stesso animus pugnandi nei confronti dei musulmani che ha prodotto le Crociate. Sì, forse lo era. E allora? Forse Dante non sopportava i giudei e i musulmani, così come Shakespeare odiava i Mori. Vogliamo censurare anche Il Mercante di Venezia e Otello? In questo caso, però, bisognerebbe anche distruggere l’affresco che si trova nella basilica di San Petronio a Bologna in cui è raffigurato il supplizio di Maometto così come lo descrive Dante. E già che ci siamo, revisioniamo ogni opera d’arte che contiene parole o immagini che possono infastidire i nostri cugini ebrei che insistono a definire Gesù un mistificatore, i poveri musulmani che continuiamo a provocare esponendo il crocifisso nelle scuole e nei luoghi pubblici, i gay e le lesbiche che ci ostiniamo a considerare diversi mentre i veri diversi siamo noi. Perché oggi, il canone della diversità è strettamente vincolato a questa mostruosa, inesorabile spada di Damocle che pende su idee, opinioni e giudizi: il “politicamente corretto”, cui fa da contraltare l’infamante marchio “politicamente scorretto”. 
Sarò un bastiano contrario perciò mi vanto di essere politicamente scorretto. A volte c’è da andarne fieri. Interventi privi di buon senso e di rispetto per i valori assoluti come quello fatto dalla Sereni, che magari è una persona intelligente e squisita, ci confermano che viviamo in un clima di intolleranza al contrario. L’aberrante relativismo e il pensiero unico che ci è stato imposto dai mass-media compiacenti, dai cattivi maestri e da abili manipolatori della coscienza, ha trasformato la società sì da svuotarla di ogni certezza etica, di ogni valore tradizionale e assoluto. Trovo sia giusto rispettare gli ebrei, i musulmani, gli omosessuali, i disabili, i tossicodipendenti, le minoranze in generale e via di seguito, ma è assurdo assistere in nome di un progressismo ipocrita al ribaltamento dei ruoli e dei valori. Parlare bene dei gay è politicamente corretto, biasimarli è deprecabile. Esaltare la multietnicità è corretto, difendere l’identità nazionale è un retaggio fascista. Costruire le moschee in Italia è un dovere, sostenere i principi del cristianesimo e la verità rivelata è un segno di arroganza. Invocare la depenalizzazione dell’uso delle droghe è chic, impedire che la cultura della morte abbia il sopravvento sulla vita significa non capire un piffero... 
Ma chi l’ha detto? E in nome di chi o cosa dovremmo accettare il giogo del politicamente corretto, che non si capisce bene chi ne detta le regole? Ho il sospetto, tuttavia, che a farlo siano gli stessi emeriti figli di buona donna che hanno interesse a confondere le menti, avvelenare i cuori, infiacchire gli animi. Parlo dei vigliacchi che tramano per drogare la razza umana con dosi quotidiane di un anestetico-stimolante che porta non solo all’assuefazione del nulla ma anche alla devastazione cerebrale e spirituale. Perché lo fanno? L’ho spiegato in un precedente post; vogliono imporre un Nuovo Ordine Mondiale. Non credo faccia parte di questa gang la zelante consigliera dell’Onu che ha puntato il dito accusatorio sul Sommo Poeta. Probabilmente ha solo preso un colpo di sole o una tramvata in testa.  
In ogni caso, giù le mani dalla Divina Commedia. Scommetto che se Dante avesse potuto rispondere alle accuse l’avrebbe fatto per le rime, con l’arguzia in cui i fiorentini eccellono. Ma forse, ragionando sulla vacuità del raglio dei tanti somari politicamente corretti da cui siamo circondati, più facilmente avrebbe esclamato: “Non ragioniam di loro ma guarda e passa”.

venerdì 9 marzo 2012

Per liberare i marò inviamo in India i nostri comici

Winston Churchill dichiarò che “gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”. C’è una profonda verità in questo acido aforisma che riflette la personalità del grande statista britannico e insieme mette il dito nella piaga del nostro carattere. Purtroppo, non abbiamo ben chiara la scala dei valori che dovrebbero indurci a recitare nell’ambito della comunità internazionale ruoli adeguati alla nostra gloriosa storia. Siamo uno dei popoli con maggiori credenziali e meriti, i nostri avi hanno dato un contributo abnorme alla civiltà, siamo l’ottava potenza economica mondiale, eppure abbiamo l’autorevolezza internazionale del Liechtenstein o del Burundi. Esagero? Mi limito a considerare che a differenza di altri paesi siamo deficitari quando è in gioco la dignità e la credibilità della patria. Forse perché facciamo confusione su ciò che è importante e ciò che è irrilevante. Ci scaldiamo per un partita di Champions League ma restiamo indifferenti agli sberleffi che il nostro paese subisce in politica estera. Passi che la gente comune sia indifferente ai torti, è abituata, ma è certamente più grave il fatto che i nostri governanti non sappiano rappresentarci con onore nel mondo. Le mie parole sono il preambolo di un costernato j’accuse che rivolgo al nostro tiepido Ministero degli Esteri (quello attuale come i precedenti, considerando che i “peracottai” di cui parla Maroni sono un fenomeno trasversale), incapace di agire con determinazione quando gli eventi rendono necessario assumere posizioni forti e reagire con prontezza, magari alzando i toni e gonfiando i muscoli. 
È ancora fresca la figuraccia che abbiamo rimediato a causa del rifiuto da parte del Brasile di restituirci il terrorista Cesare Battisti. Non siamo stati capaci di riportare a casa un lurido assassino condannato all’ergastolo e in più ci siamo fatti deridere. Il ché la dice lunga sul nostro peso specifico. Adesso ci troviamo di fronte a un altro umiliante banco di prova che sta mettendo a nudo l’impotenza e insipienza della politica. Mi riferisco al caso dei due marò del Reggimento San Marco trattenuti illegalmente in India sotto l’accusa di omicidio. Ne parlo solo ora per quanto l’indignazione mi era montata fin dai primi istanti in cui le agenzie di stampa lanciarono la notizia assurda che due nostri militari della Marina erano stati fatti scendere dalla petroliera italiana Enrica Lexie e venivano trattenuti in stato di fermo dalla Polizia dello stato del Kerala. I fatti sono noti ma non trasparenti. L’episodio che ha portato all’arresto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, cioè la morte di due pescatori indiani, è infatti segnato da troppi punti interrogativi, sebbene non manchino le certezze. Cominciamo da queste ultime. È certo che i due pescatori siano stati uccisi ma che ci stavano a fare a ridosso della petroliera e con quali intenzioni? È anche certo che l’Enrica Lexie navigava in acque internazionali quando è avvenuto il fatto, lo dimostrano inequivocabilmente i rilievi satellitari. Ora, il Diritto Internazionale sancisce che il caso ricade sotto la giurisdizione italiana. Eventuali infrazioni o reati, compreso l’omicidio, devono essere giudicati in Italia. Il fatto che l’India si arroghi il diritto di processare i due marò è arbitrario e calpesta gravemente il Diritto Internazionale e l’Italia. Il comportamento delle autorità indiane è un gravissimo atto unilaterale e si configura come un sequestro di persona, con l’aggravante che i sequestrati sono militari di un Paese sovrano prelevati sul territorio di questo paese. Nella sostanza, è come se l’India avesse commesso un proditorio atto di guerra nei nostri confronti. L’arresto dei nostri soldati è di fatto un casus belli. Tale verrebbe considerato dagli Stati Uniti d’America, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, tanto per citare alcune nazioni che non si fanno mettere i piedi sulla testa. Detto questo, urge sottolineare le incongruenze e i dubbi. Ci sono forti incongruenze sugli orari e sulla dinamica dei fatti, come se esistessero due verità e il governo indiano avesse interesse a sostenere una versione dei fatti strumentale. Nel Kerala sono imminenti le elezioni politiche e i due marò italiani sono un ottimo pretesto per acquisire voti. In particolare i voti dei pescatori locali. Risvegliare il nazionalismo in chi si lamenta della cattiva amministrazione ed esacerbare gli animi con la demagogia è da sempre un excamotage dei politici truffaldini per procacciarsi il consenso delle masse incolte. I politici indiani giocano le loro carte sapendo di barare, tant’è che l’epilogo di questo increscioso incidente diplomatico è già scritto. I nostri marò verranno liberati, ma solo dopo le elezioni. L’altro dubbio, invece, è un mistero. Perché l’Enrica Lexie, anziché continuare la propria navigazione in acque internazionali, è entrata in acque territoriali indiane e si è consegnata alle autorità locali? Cosa è frullato nella testa del comandate della petroliera su cui erano in missione anti-abbordaggio i nostri marò? Si dice che la nave sia stata attirata nel porto di Kochi con l’inganno. Le autorità portuali indiane avrebbero chiesto al capitano di riconoscere un peschereccio con armi a bordo e lui è caduto nel tranello. Se fosse vero, dovremmo arguire che gli Schettino imperversano. Eh sì che un tempo davamo i natali a navigatori come Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci , Giovanni da Verrazzano e i Caboto! Com’è possibile che l’Enrica Lexie abbia abboccato? A meno che, e qui sorge un terribile dubbio, Roma non abbia pattuito di consegnare le vittime sacrificali a fronte di qualche ricatto economico? Non è da escludere. All’India faceva gioco cogliere al balzo l’occasione per dare una prova di forza all’elettorato così come all’Italia fa comodo incrementare gli scambi economici con l’India, che al momento occupa il sedicesimo posto in classifica dei partner commerciali. L’India, per altro, è un partner che ha grandi margini di sviluppo. Nel 2011 l’interscambio commerciale è cresciuto in modo sensibile rispetto al 2010, seguendo un trend che dura da tempo. Si stima che l’anno scorso l’Italia abbia esportato in India beni per un valore di quasi 4 miliardi di euro. Basta questo dato per intuire che l’ultima cosa che Monti & soci desiderano in questo momento è un’improvvisa crisi dell’import-export con l’India. Non è dunque praticabile la via auspicata da taluni di punire l’India con ritorsioni economiche. Non sarebbero solo gli immigrati indiani in Italia a pagare l’arroganza della classe politica del Kerala, in particolare dei partiti estremisti locali, ma anche le nostre industrie, soprattutto meccaniche, che esportano nel subcontinente indiano. La verità è che New Delhi non può mostrarsi conciliante con la Farnesina perché ciò sarebbe considerata una debolezza e l’Italia non può alzare la voce perché sono in gioco grossi interessi economici. Non è la prima volta che il denaro detta le regole della politica e la faccenda dei due marò si è ingarbugliata diventando una sporca faccenda.
Chi ha a cuore la dignità nazionale si rassegni. I tempi della diplomazia sono lunghi, a volte estenuanti e dovremo attendere perché sia resa la libertà ai nostri soldati. Già, ma perché mi attanaglia un senso di impotenza e di vergogna? Perché a pagare sono sempre gli stessi, gli italiani che fanno il loro dovere, che ancora danno un significato alla parola patria, che si ostinano a credere nei valori e sono orgogliosi del tricolore. Ad accomunare gli uomini che difendono l’equipaggio di una nave dai pirati o mettono a repentaglio la propria vita in Afghanistan è il senso di appartenenza a una nazione che dovrebbe andare fiera del proprio passato, del proprio esercito, e dare prova di orgoglio ogni volta che il caso lo richiede. Come farebbero altre nazioni. A proposito, immaginate per un attimo che al posto dei nostri due marò ci siano due marines americani o due soldati inglesi, francesi, cinesi, israeliani, ecc. Lascio al lettore immaginare come agirebbero i rispettivi ministeri degli esteri e della difesa. 
Ieri, un mio amico diceva: “Mandiamo giù i parà della Folgore e liberiamo i nostri ragazzi”. È una soluzione impossibile. Voglio proporre due strade percorribili.  La prima è proporre all’India una versione moderna della disfida di Barletta, ovvero una sfida sportiva. Evitiamo di affrontarli in un match di cricket (vincerebbero loro) e optiamo per una partita di calcio. La seconda è proporre agli indiani un baratto: che ci restituiscano Latorre e Girone, in cambio gli diamo Ficarra e Picone e giusto per esagerare gli regaliamo anche Checco Zalone. Visto che facciamo ridere il mondo tanto vale sfruttare la vena dei nostri comici invece di confidare nei politici calabraghe.

venerdì 2 marzo 2012

A tu per tu con gli angeli

A grande richiesta, torno a parlare di angeli. Un’indagine del Cesnur, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, indica che il 67,36% degli Italiani crede negli angeli. Il dato sale al 71,07% se riferito ai giovani fra i 14 e i 19 anni. Anche i sondaggi effettuati in altri Paesi, come gli Stati Uniti d’America, hanno rivelato che la maggioranza delle persone intervistate non ha dubbi sull’esistenza degli angeli. L’altro dato significativo è che la credenza negli angeli non deriva tanto dalla dottrina cattolica quanto dalla cultura popolare, dalla televisione e dal cinema. Gli angeli in cui credono i giovani sono postmoderni. Oggi, incontrare un angelo è il grande desiderio, spesso inconfessato, di tante persone. Molti esseri umani, infatti, hanno sentore di avere percepito la presenza angelica nella propria vita una o più volte e vorrebbero avere un’esperienza diretta con gli angeli e raccontare di essersi trovati a tu per tu con uno di loro. Pochi hanno avuto questa fortuna, anche se entrare in relazione con il proprio angelo custode non è impossibile. È difficile vederlo, il che costituisce l’ostacolo più grande alla realizzazione del nostro sogno, che è appunto quello di sperimentare coi sensi la sua esistenza. Gli esseri umani e gli angeli vivono infatti in dimensioni diverse e ciò rappresenta il primo e fondamentale impasse alla realizzazione del fatidico appuntamento. La corrente del Golfo, che scorre in profondità nell’Oceano Atlantico, difficilmente potrà incontrarsi con il Föhn, il vento che soffia sulle Alpi. A rendere improbabile questa ipotesi sono le evidenti difficoltà di natura spaziale oltre che fisiologica. Incontrare gli angeli è possibile ma “il nostro incontro con l’angelo non è né empirico né trascendente”, come afferma Bloom, avviene invece in un mondo intermedio che Corbin definisce immaginale, che non significa immaginario né immaginativo. Secondo il pensiero islamico, l’angelo è una teofania personale, il nostro “doppio celeste”; per incontrarlo dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci è estraneo e ritrovare il nostro polo spirituale, il nostro oriente. Il fatto è che vedere o sentire un angelo è comunque impresa da specialisti. Ci riuscirono Ezechiele e Daniele, i saggi gnostici e i sufi, molti santi e persino quel Joseph Smith che ha fondato il movimento religioso dei Mormoni. Riesce ai veggenti, ai mistici, ai sensitivi e naturalmente ai bambini fino ai sette anni. I loro occhi vedono poiché il loro cuore è incontaminato. Perché i nostri occhi non riescono a inquadrare forme e sostanza degli angeli? Perché non sono puri né attrezzati per ricevere le vibrazioni di luce e di energia che costituiscono l’essenza angelica. Per la stessa ragione non possiamo vedere il fulcro di un atomo, che è vuoto come lo spazio intergalattico. Eppure, i superpragmatici e quelli abituati a dare un prezzo a ogni cosa, si chiedono: cosa dobbiamo fare per vedere gli angeli? Sarebbe più facile rispondere alla domanda: cosa c’è oltre il limite di Planck? Forse, aldilà dello zero assoluto dello spazio c’è un’altra dimensione, proprio quello spazio eterico in cui vivono gli angeli. E se fosse lì che dobbiamo recarci perché i nostri occhi, adeguatamente messi a punto, possano vedere l’invisibile? Per entrare in contatto con gli angeli è doveroso coltivare un amore profondo e incondizionato per il creato, sentirsi parte dell’unità cosmica, nutrire la felicità e avere molta fede. Sono requisiti indispensabili. Non è nemmeno lontanamente immaginabile che si possa incontrare un angelo se la porta del cuore è un esile pertugio e distilliamo felicità con il contagocce, o se la nostra fede si limita a prendere in considerazione solo ciò che i sensi ratificano con la pignoleria di un notaio. La fede è imprescindibile. Sant’Agostino diceva “Io credo per capire”. È questo l’approccio ideale per comprendere, oltre che vedere. Ma dobbiamo anche fare tesoro del consiglio di Benjamin Franklin: “il modo di vedere attraverso la fede è di chiudere gli occhi alla ragione”. La ragione ci tarpa le ali. È unicamente con l’esercizio delle facoltà spirituali che possiamo vedere, non certo con il cannocchiale o la lente d’ingrandimento. Se è vero che la fede sposta le montagne, come prometteva San Paolo, possiamo ragionevolmente sperare che essa induca gli angeli a manifestarsi. La nostra fede può suscitare in loro un desiderio così forte di farsi vedere da renderlo possibile. Per loro nulla è impossibile, ma sempre nel rispetto della volontà di Dio e del karma. Se il nostro destino prevede una visione angelica gli angeli faranno in modo di apparirci con tanto di ali piumate, altrimenti dovremo accontentarci di contatti angelici mediati ma pure sempre emozionanti. Quali, ad esempio? I mediatori celesti si sforzano di mettersi in contatto con noi. I canali che prediligono sono i sogni, i segni e i pensieri. Gli angeli ci parlano attraverso i sogni, che costituiscono il ponte di collegamento fra il mondo sensibile e il mondo sottile, fra la seconda dimensione (quella terrena) e le dimensioni superiori (l’etere e il Cielo). Tutta l’attività del dormire è costellata di sogni, ma è soprattutto nella fase del sonno REM che viviamo le esperienze oniriche più vivaci e intense. Durante il sonno il nostro corpo astrale si stacca dall’entità corporale fisico-eterica e vaga nei mondi sottili, dove può vivere esperienze straordinarie e soddisfare i propri bisogni. Tutto il pensiero di Freud è basato sull’assunto che “il sogno è il tentato appagamento di un desiderio”. In realtà, il mondo dei sogni è l’ufficio postale dove riceviamo messaggi importanti ma difficili da decifrare, è la stazione ferroviaria dove facciamo incontri non casuali, è la palestra presso la quale sfoghiamo le tensioni accumulate in stato di veglia. Sogniamo per distrarci dal mondo, per ricaricare le batterie psichiche e spirituali, per non dimenticare la nostra origine celeste e gettare uno sguardo sul futuro. Un testo egizio risalente a oltre quattromila anni ci ricorda che Dio ha creato i sogni per indicare agli uomini la strada su cui possano scorgere l’avvenire. Ed è esattamente del nostro avvenire che gli angeli si preoccupano, perciò ci appaiono nei sogni e ci avvertono, ci consigliano, ci istruiscono. A volte si manifestano come creature alate e luminosissime, a volte attraverso gli spiriti dei defunti che sono nella luce o mediante simboli e metafore. Alcuni sogni sono chiari e spalancano le imposte del nostro cuore, illuminano clamorosamente la nostra mente. Ma altri sogni sono ermetici e necessitano di parecchia riflessione perché possiamo comprenderli. Nel Midrash, un importante testo ebraico, è rimarcato che “il valore di un sogno è legato unicamente alla sua interpretazione”. Gli angeli visitano i nostri sogni e li usano per comunicare con noi. Ma noi dobbiamo interpretare i loro messaggi perché non sono necessariamente chiari. Non è azzardato ipotizzare che essi ci parlino nella lingua enochiana di cui perdiamo la memoria nel momento in cui l’anima prende dimora nel corpo. Esistono molti testi che possono aiutarci a interpretare i sogni ma neppure un dizionario del linguaggio angelico. Il sogno è un’autostrada a due corsie, ci avvertono gli angeli. L’altra corsia è percorsa dagli angeli del male. I sogni possono ingannarci, metterci di cattivo umore, farci risvegliare con l’amaro in bocca e disporci a cattivi sentimenti o propositi. Nell’Odissea c’è un passo bellissimo; è quando Penelope, rivolgendosi all’ospite, dice: “i sogni sono vani, inspiegabili. Non tutti si avverano, purtroppo, per gli uomini. Due son le porte dei sogni inconsistenti: una ha i battenti di corno, l’altra d’avorio. Quelli che vengono fuori dal candido avorio avvolgono d’inganni la mente, parole vane portando. Quelli invece che escono fuori dal lucido corno, verità li incorona, se un mortale li vede”. Gli angeli confermano le parole della paziente e fedele moglie di Ulisse. Molti sogni ci vengono inviati dal maligno. Se solo potessimo distinguere la porta d’avorio da quella di corno eviteremmo certi risvegli mattutini che annunciano subito una giornata storta. I segni sono oggetti, fatti o fenomeni che costituiscono l’indizio di qualcosa e riconducono a un significato. Sono i segnali che ci invitano a considerare in modo nuovo la realtà. Anche i segni, come i sogni, hanno lo scopo di avvertirci e guidarci. Gli angeli ricorrono con facilità e frequentemente al linguaggio dei segni, che può essere immediato o un po’ più complicato da tradurre ma è pur sempre accessibile ai nostri sensi. Se mentre guidiamo l’auto incontriamo un segnale di stop, o le sbarre di un passaggio a livello abbassate, ci fermiamo. Procedere sarebbe demenziale poiché il signum di pericolo è chiaro e non può essere frainteso. Allo stesso modo, gli angeli utilizzano un’infinità di oggetti, persone e circostanze per avvertirci dei pericoli fisici e di quelli spirituali. La legge di sincronicità ci insegna che non esiste il caso e che ogni incontro o avvenimento ha un preciso significato nel progetto di Dio. Lo conferma la famosa formula matematica nota come Teorema di Bell dal nome del fisico irlandese che l’ha coniata. Essa sostiene che la realtà dell’universo non può essere locale; in altre parole, che tutti gli oggetti e gli eventi del cosmo sono interconnessi e rispondono ai relativi cambiamenti di stato. I segni che ci vengono inviati sono precise istruzioni in corrispondenza con l’infinito numero di azioni e reazioni che in quel momento sono in corso nell’universo. Capire il segno e adeguarsi ad esso ha dunque un duplice valore: soggettivo e oggettivo. Da un punto di vista soggettivo, cioè della persona cui è destinato, l’osservanza del segno favorisce l’omeostasi spirituale, cioè la stabilità e il cammino dell’anima individuale. Sul piano oggettivo, contribuisce all’armonia cosmica e alla crescita dell’anima mundi. Ogni segnale posto sulla nostra strada è un avviso per noi ma anche per il mondo intero. I segnali attraverso i quali gli angeli ci parlano possono essere fisici o di natura sottile, continui o episodici. Sono numerosi e vari. Ci sono libri che descrivono pazientemente le tipologie dei segni, spesso collegati all’intervento degli angeli del soccorso, e descrivono molti casi di vita vissuta in compagnia degli angeli. Ciò che gli angeli ci raccomandano, infine, è di tenere gli occhi bene aperti. Ma questo vale anche per le orecchie e gli altri sensi. Ogni essere umano ha sviluppato uno o più sensi rispetto agli altri e ciò favorisce una determinata attitudine percettiva della realtà sottile. Le persone visive hanno maggiore facilità a vedere, poiché gli occhi sono il loro periscopio. Gli individui uditivi sentono le presenze più che vederle. Anche le persone olfattive sentono, ma ovviamente con il naso. I tattili, infine, possono avvertire il tocco fisico degli angeli, che può manifestarsi come alito, brivido o lieve battito. La mia natura è uditiva, ad esempio, e mi è capitato di sentire il fruscio d’ali vicino a me. È importante prendere confidenza con il proprio Io, imparare a conoscersi meglio prima di cercare di conoscere gli angeli. Infatti, le possibilità di un incontro ravvicinato cresce regolando sulla loro frequenza il radar più potente fra quelli a nostra disposizione. Per ultimi, i pensieri. Gli angeli ci mandano pensieri e idee, intuizioni e bagliori d’intelligenza divina che deflagrano nella nostra mente come un fulmine a ciel sereno. Cos’altro poteva essere l’Eureka di Archimede se non un pensiero inviatogli dagli angeli? Newton confessò: “devo al mio pensiero paziente se ho reso qualche servigio al prossimo”. Ecco un ottimo esempio di tiro incrociato da parte degli angeli; prima gli hanno inviato un segno (la mela che cade dall’albero) e poi l’idea vincente (la forza di gravità). Pascal ripeteva spesso che la forza di un uomo è il suo pensiero. Ma può rivelarsi anche il suo tallone d’Achille. È una verità sacrosanta, sebbene viviamo in un mondo che esalta i calciatori più dei filosofi e ama le vallette televisive più dei poeti. Ma da dove arriva questa forza? Gli angeli sorridono, ben conoscendo le infinite occasioni in cui hanno sospinto nella mente umana onde di pensiero innovativo, vibrazioni sagaci e riflessioni di straordinaria profondità e utilità. Ogni volta che un pensiero folgorante appare nella nostra mente e produce quel soffio che ci connette al respiro dell’universo, dovremmo ringraziare il nostro angelo suggeritore. I consigli migliori arrivano spesso sotto forma di onda anomala, non dovrebbe essere difficile riconoscerli. “Il pensiero è un dialogo dell’anima con se stessa”, diceva Platone. A ben guardare, è un dialogo a più voci poiché coinvolge gli angeli buoni e con più facilità quelli maledetti. La mente ha più finestre e portoni del Palazzo d’inverno di San Pietroburgo; vi entrano le correnti gelide dei cattivi pensieri. Gli uomini si vantano d’essere liberi pensatori mentre dovrebbero preoccuparsi di diventare pensatori saggi. Il primo e più alto merito della saggezza è riconoscere da dove arrivano i pensieri. Così da accoglierli o respingerli a secondo della provenienza. Abbiamo preso in considerazione i principali canali i attraverso i quali gli angeli si mettono in contatto con noi. Ma essi possono usare altri sistemi, come incarnarsi temporaneamente. Ognuno di noi ha incontrato o incontrerà un angelo nella sua vita. prima o poi. Bisogna vivere questa esperienza con piena consapevolezza. Ora, consideriamo i mezzi a nostra disposizione per contattare gli angeli e trovarsi, nella più fortunata delle ipotesi, vis à vis con loro. Lo strumento più semplice è la preghiera. Pregare il nostro angelo custode di proteggerci è il primo passo perché ci resti vicino e ci faccia sentire la sua presenza. “L’uomo esiste per conoscere e l’angelo conosce per esistere” ha scritto Claudel. Il nostro angelo custode ha bisogno di noi quanto noi di lui. Egli realizza il proprio ministero rendendosi utile. La preghiera lo attira e lo entusiasma. Come ha scritto Origene, “gli angeli si radunano intorno a colui che prega Dio per unirsi alla sua preghiera”. Non è per vanità che apprezza le preghiere che gli rivolgiamo, ma per amore. Egli raccoglie tutto ciò che di buono gli inviamo con il pensiero orante e lo offre a Dio senza tenere nulla per sé. Origene nota anche che “Egli sale, portando le preghiere degli uomini, e poi scende nuovamente portando a ciascuno, secondo il suo merito, alcune delle cose delle quali hanno ricevuto da Dio il mandato di essere ministri presso quanti sono l’oggetto della loro benevolenza”. Pregare gli angeli perché si manifestino non è esattamente ciò che loro sperano. Invece, pregarli perché il nostro cammino nella luce prosegua senza intoppi li rende felici e qualche volta produce effetti straordinari. Gli angeli possono mostrarsi agli uomini per ringraziarli di avere pregato nel modo migliore. Esiste dunque una preghiera giusta e una sbagliata? Certamente, rispondono gli angeli. Non dovremmo limitarci a recitare una preghiera frettolosa, ripetendo a memoria parole stanche. Dovremmo dedicare una preghiera al nostro angelo custode, provare a scriverla, cercando di essere semplici, sinceri e delicati. In quanto ai contenuti, l’amore incondizionato e l’accettazione della volontà di Dio dovrebbero prevalere su ogni richiesta personale di benefici. Le parole sono secondarie rispetto al sentimento che le dirige ma il sentimento dev’essere profondo. Un solo pensiero riconoscente innalzato al cielo è la più perfetta delle preghiere. Pregare è il primo passo per accorciare la distanza fra noi e il nostro angelo. (16. continua).