mercoledì 28 marzo 2012

Digito ergo sum (gli schiavi del telefonino).

Chi era Francisco Tárrega? Mistero. Eppure, il suo Gran Vals è il brano musicale più ascoltato nella storia della musica. Tutti lo abbiamo sentito almeno una volta nella vita, corrisponde infatti alla suoneria predefinita per cellulari più famosa del mondo. La Nokia ne acquistò i diritti d’uso nel 1993 e da allora non passa giorno in cui non ci capiti di ascoltare le accattivanti note che il chitarrista spagnolo compose nel 1902. Basta che ci sia campo. Se il Nokia Tune è entrato nella testa degli italiani come un tarlo nel legno, il telefono mobile è diventato un chiodo fisso. L’ingegnoso oggetto nato per consentirci di telefonare senza filo è ormai un fattore critico dell’evoluzione della specie umana, un signum del nostro incedere sicuro verso le “alte mete esistenziali” suggerite dalla tecnologia. Ha modificato il nostro stile di vita. Se poi il prezzo da pagare è la dipendenza – e perciò non si limita a soddisfare una necessità ma diventa status symbol, ossessione e per ultimo estensione dell’Ego – paghiamo senza battere ciglio. Vuoi mettere la soddisfazione di gestire uno smartphone di ultima generazione come se fosse la plancia di comando da cui possiamo comunicare con la USS Enterprise del comandante Kirk e gli “infiniti mondi” di Giordano Bruno? Per altro, lo smartphone, rivoluzionario per l’uso e le applicazioni, sta rendendo obsoleti gli altri telefonini e si stima che nel 2015 un telefono su due nel mondo (47%) sarà uno Smartphone. È stato anche stimato che i margini di sviluppo del traffico mobile siano enormi. In sostanza, la dipendenza da telefonino, che già oggi è parossistica, è destinata a diventare una forma di schiavitù ancora più alienante. Altro che la religione, il vero oppio dei popoli è il telefono cellulare. 
Io me lo ricordo il capostipite dei telefonini. La Motorola lo mise in commercio nel 1983 e tre anni dopo fu possibile acquistarlo anche in Italia. Era uno sfizio, roba da ricchi. Pesante e ingombrante come un ferro da stiro. In pochi anni, si sono succedute diverse generazioni di telefonini grazie ai balzi prodigiosi compiuti dalla tecnologia. Di pari passo l’infatuazione dell’utenza si è trasformata in passione inguaribile, per cui si è creato il legame morboso che oggi sancisce il trionfo della telefonia mobile in ogni angolo del pianeta. I dati sono eloquenti. Sono quasi 6 miliardi le SIM attive nel mondo contro le 720.000 di dieci anni fa. Ogni giorno vengono attivati oltre 2 milioni di nuovi numeri. Alla fine del 2009, il 67% della popolazione terrestre possedeva almeno un cellulare. Si prevede che nel 2020 ci saranno nel mondo 50 miliardi di dispositivi mobili connessi alla rete. In Italia erano attivi nel 2011 oltre 90 milioni di telefonini (siamo al decimo posto nella graduatoria mondiale). Il nostro Paese è primo in Europa in termini di penetrazione della telefonia mobile. Nel 2011, le quattro sorelle della telefonia mobile (Vodafone, Tim, Win e 3 Italia) hanno fatturato oltre 25 miliardi di euro. Il rapporto Censis 2009 indicava che 13 milioni di italiani usavano il telefonino per navigare su Internet. Oggi quanti sono? Siamo un popolo di navigatori (on line) e di futili chiacchieroni. Quando non sappiamo cosa dirci ce lo diciamo al cellulare. Iniziamo le conversazioni con la domanda rituale “cosa stai facendo?” o “dove sei?”. È ininfluente sapere se il nostro interlocutore sta bene. Tanto, è di noi che intendiamo parlare. Ascoltare? Sì, ogni tanto ma distrattamente. Abbiamo rivoluzionato l’assioma cartesiano. Digito? Ergo sum. Pensare è un lusso obsoleto. E poi nessuno ci chiede di collegare il cervello mentre usiamo il cellulare per soddisfare un bisogno primario: relazionarci con gli altri (purché a distanza) per esorcizzare la solitudine e vincere la paura dell’incontro fisico. Viene da pensare che siamo diventati vili; il telefonino è una corazza oltre che un giocattolo per mantenere in vita il fanciullino che è in noi. Con buona pace del Pascoli, che non aveva in mente i balocchi. Ma anche di Monsignor Della Casa e del suo Galateo, ormai vieto come il telefono con la cornetta. Il cellulare, ahimè, legittima la maleducazione, la cafonaggine, la prolissità, la mancanza di rispetto e di pudore. 
E che dire della presunta dannosità delle onde emanate dai telefonini? Non ce ne importa nulla e non può essere diversamente. Si continua a fumare nonostante sui pacchetti di sigarette sia evidenziato in grassetto che “il fumo uccide”. Figuriamoci se possono scalfirci quattro onde elettromagnetiche! Un recente studio dell’Università di Yale ha rimarcato che l’esposizione del feto alle radiazioni del telefono cellulare può alterare lo sviluppo e le funzioni neurologiche del nascituro. Ma anche qui, a cosa serve lanciare l’allarme? Quante donne gravide fumano e bevono alcolici e quanti papà non rinunciano alla sigaretta nemmeno quando in casa c’è un neonato o un lattante? Altri studi ipotizzano che utilizzare il telefonino per molte ore al giorno accresce il rischio di sterilità e della formazione di tumori cerebrali. In ogni caso, è meglio utilizzare l’auricolare. Siamo indifferenti anche agli effetti psicologici e sociali che l’abuso del cellulare comporta. La sindrome psichica di dipendenza, ad esempio. Sentirci reperibili senza soluzione di continuità, a disposizione 24 ore su 24, tant’è che moltissime persone non spengono mai il cellulare e se lo portano anche in bagno per il timore di perdersi una chiamata, alla lunga comporta l’accumulo di stress. In uno studio fatto in Gran Bretagna si parla di “ossessione da smartphone” e si pone l’accento su un disturbo che colpisce moltissimi fruitori, i quali avvertono trilli o vibrazioni fantasma. Il cellulare, trasformatosi da strumento a must, da supporto comunicazionale a feticcio metodologico, è al centro delle nostre attenzioni anche in vacanza. Il telefonino rende più dipendenti dagli altri, più emotivi e più ansiosi. Abusarne per inviare sms non ha indebolito solo le relazioni sociali, sempre più frettolose e superficiali, ma anche la padronanza del linguaggio. L’utilizzo preferenziale del telefonino ha impoverito la capacità di scrittura, soprattutto nei giovani, distruggendo la sintassi e depauperando il nostro lessico. Andiamo verso un nuovo analfabetismo da telefonia. Ci stiamo involvendo, è chiaro, però le nostra dita sono diventate talmente veloci che in una sfida all’OK Corral vinceremmo contro qualunque pistolero del Far-West. E poco importa se oggi si parla di psicopatologia del cellulare e qualcuno paragona il cellulare al mitico Tamagochi, il giocattolino giapponese che bisognava curare e controllare ogni minuto. Quando tempo perdiamo nell’arco di un giornata per controllare se la batteria è carica e quante tacche ci sono, se vibra, se abbiamo ricevuto messaggi e chiamate, se è ancora nelle nostre tasche o l’abbiamo smarrito? 
La verità è che il cellulare non è più uno strumento per comunicare ma un palliativo al vuoto esistenziale, un cordone ombelicale affettivo, un amico vincolante. È come la coperta di Linus. Peccato che anziché infondere sicurezza promuova comportamenti compulsivi. 
Ieri, nell’osservare una coppia di fidanzati che passeggiava in centro e che, pur tenendosi per mano, parlavano al cellulare – ognuno per i fatti suoi – mi sono chiesto come sarebbe andata a finire la storia di Romeo e Giulietta se avessero avuto un I-Phone. Ma erano italiani d’altri tempi, abituati ai piccioni viaggiatori. Ogni tanto, mi scopro nostalgico e rimpiango il gettone e le vecchie cabine telefoniche.

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