sabato 31 marzo 2012

L'antica Roma ci indica la via della rinascita

Giovedì sera ero alla Biblioteca Frera di Tradate per incontrare Massimiliano Colombo, autore di due bellissimi romanzi storici: La legione degli immortali e Il Vessillo di porpora. Colombo non è soltanto un eccellente scrittore ma un grande appassionato di storia romana. Lo sono anch’io (appassionato, voglio dire!) ed è stato piacevole tuffarsi insieme per un paio d’ore nell’atmosfera eroica dell’Esercito romano. L’esposizione di un manichino che indossava la tunica purpurea, la lorica e l’elmo del legionario, accanto allo scudo, al gladio e al pilo – cioè la classica dotazione del miles – ha reso ancora più suggestiva la performance. Peccato che sia stata goduta da pochi intimi. Ah già, dimenticavo, alla stessa ora Rai2 mandava in onda L’isola dei famosi… Mentre ascoltavo Massimiliano e seguivo con interesse le “istruzioni per l’uso” di Filippo Crimi, un esperto di arte militare antica che ha le phisique du rôle di un tribuno militare, non ho potuto fare a meno di riflettere sul valore misconosciuto della Storia e maggiormente sull’importanza della lezione romana. Ho pensato che mai come in questo momento di sconforto e di caos organico conoscere la storia della Roma repubblicana e imperiale sarebbe molto utile. Perché? Infonderebbe in tante persone stanche e confuse, soprattutto i giovani, quella vis (forza) di cui i latini sapevano dare massima prova nei momenti di difficoltà, nel cuore delle avversità. I romani non conoscevano il male di vivere di cui soffre la nostra società, non avevano tempo né voglia per piangersi addosso. Dovremmo imparare da loro, magistri vitae. Bisognerebbe tornare allo studio sistematico dell’antica Roma, le scuole dovrebbero promuovere iniziative concrete per conoscere e amare la grandezza di cui Roma fu cespite e propagatrice per molti secoli. Quid melius Roma? Che cosa è migliore di Roma, si chiedeva Ovidio. Impossibile dargli torto, Roma portò ovunque la civiltà e il progresso. E un altro grande poeta, l’immortale Orazio, replicava: Possis nihil Urbe Roma visere maius. Che tu non possa vedere nulla più grande della città di Roma. So che molti non saranno d’accordo. Meglio imparare l’inglese e l’uso del computer, anziché perdere tempo coi sette re di Roma, gli ozi di Capua e i fasti di Nerone. Perché non fare entrambe le cose? I modernoni e gli illuminati che pontificano da sinistra diffidano dell’antica Roma. È roba vecchia, materia sospetta, foriera di tentazioni che possono indurre alla deriva fascista. Eppure, infelice quel popolo che dimentica la propria storia. Ne consegue che non solo abbiano scordato che eravamo i padroni del mondo, abbiamo rinnegato la nostra passata grandezza come se fosse disdicevole. Mentre altri popoli non perdono l’occasione per dichiararsi fieri del loro passato (i francesi nascondono il santino di Napoleone nel portafogli e gli americani hanno il culto della bandiera) noi quasi ci vergogniamo della gloria eterna di Roma caput mundi. Non solo, non ci prendiamo cura delle sue vestigia. Pompei e la Villa Adriana di Tivoli cadono a pezzi. Il nostro orgoglio si è disintegrato molto tempo prima, a prescindere dalla mancanza di fondi. 
Non ho mai fatto mistero d’essere un patriota, per quanto mi consideri cittadino del mondo e figlio delle stelle. Non c’è contraddizione nella mia duplice vocazione ad amare la nazione in cui sono nato e cresciuto e insieme l’universo. La vera contraddizione è guardare al futuro senza passione né fiducia rinnegando il passato, mentre basterebbe essere consapevoli di chi siamo stati con la fronte alta e confidare nella rinascita nazionale. I nostri avi possono aiutarci. La conoscenza della storia romana (compresi i vissuti dell’Esercito romano) e della letteratura latina ci indicano come uscire dall’impasse, quali strategie e tattiche usare, a quali valori aggrapparci. Farò alcuni esempi. 
Primo, per quanto i romani non fossero dei santi, rispettavano il sacro, di cui avevano un senso profondo (come i celti, per altro). Sostenevano che l’uomo è fabbro del proprio destino ma intanto onoravano gli dei, riconoscendo che siamo poca cosa rispetto alle forze trascendenti e alle leggi cosmiche. La religio, che era innata in loro, difficilmente veniva scardinata. Noi, invece, siamo devoti solo al dio denaro e non crediamo più nella trascendenza. Ci comportiamo come Prometeo, illudendoci che scopriremo il segreto della vita e ne assumeremo il controllo, ma lo facciamo tremolando coi nostri piedi di argilla. Il Cristianesimo ha trasformato la “religio” in “religione” (ma sono cose diverse!) e i dogmi hanno soffocato in noi la vera spiritualità. Abbiamo smesso di credere col cuore, tuttavia credere è il motore dell’esistenza, il volano che sostiene l’uomo nella sua avventurosa ascesa verso il progresso olistico (corpo, mente e spirito) e la consapevolezza interiore. Ergo, dobbiamo riaccendere il fuoco sacro dentro di noi. 
Secondo, i romani fondavano le loro azioni sulla virtus. Tradurre questo termine con virtù è un po’ generico, ma rende bene l’idea. I valori fondamentali del cittadino romano erano la libertas, la pietas (da intendere come rispetto e religiosità), la fides (fedeltà), la dignitas e infine la maiestas populi romani, ovvero la potenza e la grandezza della civiltà di cui faceva parte. Questo corredo, che i padri affidavano ai figli, faceva sì che alla maniera di Cicerone si dicesse con fierezza “Sono un cittadino di Roma”. L’eco di queste parole era tale da infondere orgoglio, onore, coraggio, vigore e intraprendenza. Il tutto si accentuava nel soldato, che portava all’estremo la virtù romana. Ecco ciò di cui avremmo bisogno in tempo di crisi. Ci servono i comportamenti virtuosi, onorevoli, dignitosi, finalizzati al bene comune e non più all’interesse personale. Il vero eroismo è fare il proprio dovere e farlo nel miglior modo possibile. Lo studio della civiltà romana nei suoi molteplici aspetti può rinvigorire la brace che cova sotto la cenere. Perché mi rifiuto di credere che gli italiani siano così spenti da non potersi riaccendere qualora riscoprissero di che pasta erano fatti al tempo di Scipione l’Africano, Cesare e Marco Aurelio. 
Terzo, anche la conoscenza dell’Esercito romano può rivelarsi utilissima per adattare il nostro modo di vivere ai mala tempora che corrono. Mi ha colpito una frase detta da Filippo Crimi: “I romani perdevano le battaglie ma vincevano la guerra”. È vero. Sono tante le sconfitte che i romani hanno subito dai nemici storici. Chi non ricorda le “Forche caudine” imposte loro dai sanniti? O le battaglie perse contro Annibale? O la terribile disfatta di Teutoburgo? Eppure, i romani hanno conquistato l’Italia, distrutto Cartagine, costruito l’impero più grande e duraturo della storia. Come ci sono riusciti? È semplice, facendo tesoro degli sbagli. I romani lavoravano sodo per migliorarsi. Erano umili, forti, tenaci, acuti. Il genio latino non era presente solo nei poeti, negli ingegneri e negli scienziati. Informava anche le opere degli strateghi militari, dei politici, dei semplici ma valorosi centurioni. Pensateci, i romani non erano superiori ai loro nemici. In molti casi erano inferiori fisicamente (rispetto ai celti e ai germani) e meno imprevedibili (non avevano gli elefanti di Pirro e di Annibale né i cavalieri catafratti dell’impero partico) ma imparavano alla svelta e si imponevano agli avversari in virtù di qualità straordinarie. Non mi riferisco solo alla virtus, che è fondamentalmente un aspetto morale, e alla forza d’animo, ma ai caratteri concreti, cioè gli aspetti vincenti che gli storici riconoscono al legionario romano. Quali? Diciamo che la superiorità romana di cui dovremmo fare tesoro nella vita di tutti i giorni era dovuta alla perfetta organizzazione della struttura militare, l’addestramento rigoroso, la flessibilità delle strategie e la ferrea disciplina. Immaginiamo per un attimo l’applicazione di questi principi nell’Italia odierna. Se la nostra società fosse bene organizzata (ognuno al posto giusto, adeguato alle sue capacità, con mansioni precise) anziché caotica e autolesionista, le cose funzionerebbero diversamente. Se le scuole formassero i giovani, addestrandoli alla vita in modo rigoroso, anziché sfornare capre ignoranti destinate alla disoccupazione e all’assistenzialismo, potremmo contare su nuove schiere capaci e volitive. Invece, le scuole italiane producono quasi solo amebe. Se i nostri “capi” (in ambito pubblico come nel privato) fossero in grado di prevedere e prevenire i capricci della politica e le turbe del mercato, adattandosi velocemente ed efficacemente ai cambiamenti, non saremmo un Paese ancorato alla burocrazia, al menefreghismo e alla miopia, ma uno stato moderno, funzionale, competitivo. Infine, se la disciplina, l’ordine, il rispetto di regole e leggi fossero i cardini su cui ruotasse il nostro senso civico, potremmo guardare al futuro con maggiore fiducia. Basterebbe prendere esempio dall’Esercito romano, un esempio fulgido e istruttivo. 
Lo so, la mia è un’utopia. Vivo in un Paese che è chino su un fianco, riverso nella sua impotenza come la Costa Concordia. Figuriamoci se qualcuno ha voglia di cercare ispirazione nelle decadi di Tito Livio o nei detti e fatti memorabili di Valerio Massimo. Troppo faticoso. Eppure, basterebbe rifarsi a un motto latino che amo particolarmente, al punto di averlo apposto sui miei ex libris e di averlo scelto come insegna personale. Per aspera ad astra. Ci ricorda che per aspre vie si sale alle stelle. Forse l’Italia non aspira a tanto, ma sarebbe il caso di fare come gli antichi romani, che finché scelsero le vie aspre furono un faro per il mondo. Si sa che in seguito scivolarono nel lusso, nella sfrenatezza dei costumi e nella corruzione, ovvero il vizio che rende deboli i forti e accelera la decadenza. Ma questa è un’altra storia, di cui siamo spettatori attoniti.

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