venerdì 9 marzo 2012

Per liberare i marò inviamo in India i nostri comici

Winston Churchill dichiarò che “gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”. C’è una profonda verità in questo acido aforisma che riflette la personalità del grande statista britannico e insieme mette il dito nella piaga del nostro carattere. Purtroppo, non abbiamo ben chiara la scala dei valori che dovrebbero indurci a recitare nell’ambito della comunità internazionale ruoli adeguati alla nostra gloriosa storia. Siamo uno dei popoli con maggiori credenziali e meriti, i nostri avi hanno dato un contributo abnorme alla civiltà, siamo l’ottava potenza economica mondiale, eppure abbiamo l’autorevolezza internazionale del Liechtenstein o del Burundi. Esagero? Mi limito a considerare che a differenza di altri paesi siamo deficitari quando è in gioco la dignità e la credibilità della patria. Forse perché facciamo confusione su ciò che è importante e ciò che è irrilevante. Ci scaldiamo per un partita di Champions League ma restiamo indifferenti agli sberleffi che il nostro paese subisce in politica estera. Passi che la gente comune sia indifferente ai torti, è abituata, ma è certamente più grave il fatto che i nostri governanti non sappiano rappresentarci con onore nel mondo. Le mie parole sono il preambolo di un costernato j’accuse che rivolgo al nostro tiepido Ministero degli Esteri (quello attuale come i precedenti, considerando che i “peracottai” di cui parla Maroni sono un fenomeno trasversale), incapace di agire con determinazione quando gli eventi rendono necessario assumere posizioni forti e reagire con prontezza, magari alzando i toni e gonfiando i muscoli. 
È ancora fresca la figuraccia che abbiamo rimediato a causa del rifiuto da parte del Brasile di restituirci il terrorista Cesare Battisti. Non siamo stati capaci di riportare a casa un lurido assassino condannato all’ergastolo e in più ci siamo fatti deridere. Il ché la dice lunga sul nostro peso specifico. Adesso ci troviamo di fronte a un altro umiliante banco di prova che sta mettendo a nudo l’impotenza e insipienza della politica. Mi riferisco al caso dei due marò del Reggimento San Marco trattenuti illegalmente in India sotto l’accusa di omicidio. Ne parlo solo ora per quanto l’indignazione mi era montata fin dai primi istanti in cui le agenzie di stampa lanciarono la notizia assurda che due nostri militari della Marina erano stati fatti scendere dalla petroliera italiana Enrica Lexie e venivano trattenuti in stato di fermo dalla Polizia dello stato del Kerala. I fatti sono noti ma non trasparenti. L’episodio che ha portato all’arresto di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, cioè la morte di due pescatori indiani, è infatti segnato da troppi punti interrogativi, sebbene non manchino le certezze. Cominciamo da queste ultime. È certo che i due pescatori siano stati uccisi ma che ci stavano a fare a ridosso della petroliera e con quali intenzioni? È anche certo che l’Enrica Lexie navigava in acque internazionali quando è avvenuto il fatto, lo dimostrano inequivocabilmente i rilievi satellitari. Ora, il Diritto Internazionale sancisce che il caso ricade sotto la giurisdizione italiana. Eventuali infrazioni o reati, compreso l’omicidio, devono essere giudicati in Italia. Il fatto che l’India si arroghi il diritto di processare i due marò è arbitrario e calpesta gravemente il Diritto Internazionale e l’Italia. Il comportamento delle autorità indiane è un gravissimo atto unilaterale e si configura come un sequestro di persona, con l’aggravante che i sequestrati sono militari di un Paese sovrano prelevati sul territorio di questo paese. Nella sostanza, è come se l’India avesse commesso un proditorio atto di guerra nei nostri confronti. L’arresto dei nostri soldati è di fatto un casus belli. Tale verrebbe considerato dagli Stati Uniti d’America, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, tanto per citare alcune nazioni che non si fanno mettere i piedi sulla testa. Detto questo, urge sottolineare le incongruenze e i dubbi. Ci sono forti incongruenze sugli orari e sulla dinamica dei fatti, come se esistessero due verità e il governo indiano avesse interesse a sostenere una versione dei fatti strumentale. Nel Kerala sono imminenti le elezioni politiche e i due marò italiani sono un ottimo pretesto per acquisire voti. In particolare i voti dei pescatori locali. Risvegliare il nazionalismo in chi si lamenta della cattiva amministrazione ed esacerbare gli animi con la demagogia è da sempre un excamotage dei politici truffaldini per procacciarsi il consenso delle masse incolte. I politici indiani giocano le loro carte sapendo di barare, tant’è che l’epilogo di questo increscioso incidente diplomatico è già scritto. I nostri marò verranno liberati, ma solo dopo le elezioni. L’altro dubbio, invece, è un mistero. Perché l’Enrica Lexie, anziché continuare la propria navigazione in acque internazionali, è entrata in acque territoriali indiane e si è consegnata alle autorità locali? Cosa è frullato nella testa del comandate della petroliera su cui erano in missione anti-abbordaggio i nostri marò? Si dice che la nave sia stata attirata nel porto di Kochi con l’inganno. Le autorità portuali indiane avrebbero chiesto al capitano di riconoscere un peschereccio con armi a bordo e lui è caduto nel tranello. Se fosse vero, dovremmo arguire che gli Schettino imperversano. Eh sì che un tempo davamo i natali a navigatori come Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci , Giovanni da Verrazzano e i Caboto! Com’è possibile che l’Enrica Lexie abbia abboccato? A meno che, e qui sorge un terribile dubbio, Roma non abbia pattuito di consegnare le vittime sacrificali a fronte di qualche ricatto economico? Non è da escludere. All’India faceva gioco cogliere al balzo l’occasione per dare una prova di forza all’elettorato così come all’Italia fa comodo incrementare gli scambi economici con l’India, che al momento occupa il sedicesimo posto in classifica dei partner commerciali. L’India, per altro, è un partner che ha grandi margini di sviluppo. Nel 2011 l’interscambio commerciale è cresciuto in modo sensibile rispetto al 2010, seguendo un trend che dura da tempo. Si stima che l’anno scorso l’Italia abbia esportato in India beni per un valore di quasi 4 miliardi di euro. Basta questo dato per intuire che l’ultima cosa che Monti & soci desiderano in questo momento è un’improvvisa crisi dell’import-export con l’India. Non è dunque praticabile la via auspicata da taluni di punire l’India con ritorsioni economiche. Non sarebbero solo gli immigrati indiani in Italia a pagare l’arroganza della classe politica del Kerala, in particolare dei partiti estremisti locali, ma anche le nostre industrie, soprattutto meccaniche, che esportano nel subcontinente indiano. La verità è che New Delhi non può mostrarsi conciliante con la Farnesina perché ciò sarebbe considerata una debolezza e l’Italia non può alzare la voce perché sono in gioco grossi interessi economici. Non è la prima volta che il denaro detta le regole della politica e la faccenda dei due marò si è ingarbugliata diventando una sporca faccenda.
Chi ha a cuore la dignità nazionale si rassegni. I tempi della diplomazia sono lunghi, a volte estenuanti e dovremo attendere perché sia resa la libertà ai nostri soldati. Già, ma perché mi attanaglia un senso di impotenza e di vergogna? Perché a pagare sono sempre gli stessi, gli italiani che fanno il loro dovere, che ancora danno un significato alla parola patria, che si ostinano a credere nei valori e sono orgogliosi del tricolore. Ad accomunare gli uomini che difendono l’equipaggio di una nave dai pirati o mettono a repentaglio la propria vita in Afghanistan è il senso di appartenenza a una nazione che dovrebbe andare fiera del proprio passato, del proprio esercito, e dare prova di orgoglio ogni volta che il caso lo richiede. Come farebbero altre nazioni. A proposito, immaginate per un attimo che al posto dei nostri due marò ci siano due marines americani o due soldati inglesi, francesi, cinesi, israeliani, ecc. Lascio al lettore immaginare come agirebbero i rispettivi ministeri degli esteri e della difesa. 
Ieri, un mio amico diceva: “Mandiamo giù i parà della Folgore e liberiamo i nostri ragazzi”. È una soluzione impossibile. Voglio proporre due strade percorribili.  La prima è proporre all’India una versione moderna della disfida di Barletta, ovvero una sfida sportiva. Evitiamo di affrontarli in un match di cricket (vincerebbero loro) e optiamo per una partita di calcio. La seconda è proporre agli indiani un baratto: che ci restituiscano Latorre e Girone, in cambio gli diamo Ficarra e Picone e giusto per esagerare gli regaliamo anche Checco Zalone. Visto che facciamo ridere il mondo tanto vale sfruttare la vena dei nostri comici invece di confidare nei politici calabraghe.

3 commenti:

  1. Che vengano ritirate TUTTE le truppe ITALIANE impegnate in missioni UMANITARIE all'estero, IMMEDIATAMENTE !!!! Per la sicurezza sulle navi che si pagassero dei contractors o mercenari no i nostri FIGLI a servizio dello STATO!!!! GRAZIE EUROPA!!!!ADESSO OLTRE AGLI EURO DONEREMO PER VOI ANCHE IL SANGUE!!!!

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  2. L'Europa esiste solo per dettarci le regole e comandare in casa nostra. Quando si tratta di schierarsi con uno stato membro attaccato dall'esterno fa orecchie da mercante!

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  3. Non sono tanto vecchio da ricordarlo, ma parla la Storia ..... Circa un secolo fa qualcuno si affacciava da un balcone e ricordandoci di essere ITALIANI, popolo di conquistatori già dalla antica Roma, ci esortava alla guerra verso paesi da colonizzare,promettendoci ricchezze ma chiedendoci sacrificio economico e umano. Oggi qualcuno ci chiede lo stesso sacrificio ma per aiutarli.....sia allora che oggi avevamo degli alleati (???) Mi chiedo: devo essere fiero di essere Italiano o mi devo vergognare? essere o non essere? Ai posteri l'ardua sentenza ...Popolo INDIANO ! Ti stimo e apprezzo il vostro spirito patriotico sicuramente più forte del nostro, capisco la Vostra sete di giustizia...Che il Vostro DIO illumini la Vostra Giurisprudenza.

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