domenica 29 aprile 2012

I partiti: e se a seppellirli fosse una pernacchia?

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato chiaro: non toccate i partiti politici, sono insostituibili. Prima di lui, nell’Ottocento, lo statista Francesco Crispi disse che “i partiti ci debbono essere e se non ci fossero bisognerebbe inventarli”. Queste esternazioni mi ricordano la famosa invocazione: “Nessuno tocchi Caino” – la quale, tra l’altro, è il nome di una ONG italiana affiliata al Partito Radicale Transnazionale e a un tempo il titolo di una canzone di Enrico Ruggeri. Già, il garantismo va di moda, per cui non è elegante sparare sui partiti, ma ad Abele chi ci pensa? Chi pensa ai milioni di italiani vittime del cainismo dei partiti truffaldini e della politica inetta? La verità è che in questi giorni in cui il malcontento è all’apice e il disgusto assoluto, s’odono curiosi squilli di tromba e suoni di campana a destra e manca che pare annuncino una nuova stagione politica, in cui la logica degli affari potrebbe abdicare in favore di quella delle emergenze e della ricostruzione del tessuto socio-economico-culturale, in cui la stessa parola “partito” debba scomparire, sostituita da termini nuovi come “movimento”, “lista” o “patto” se non addirittura da fantasiosi neologismi. È forse giunta l’ora del De Profundis per la partitocrazia e i privilegi dei califfi? Una rivoluzione, insomma, nella forma come nei contenuti, dettata dalla crisi fisiologica irreversibile delle compagini politiche della seconda Repubblica? L’ha ventilata il delfino di Berlusconi, l’ex ministro Alfano. Pare che il demiurgo Silvio stia lavorando per rivoluzionare lo scenario politico nazionale varando una nuova formula politica, un nuovo modello di schieramento politico che dovrebbe stupirci e rilanciare la vita politica. Gli altri non tarderanno a imitarlo se la formula dovesse convincere. Ci piace pensarlo, poiché è nei nostri voti (la fine della partitocrazia, sia chiaro, non il ritorno dei morti viventi), ma è difficile che ciò avvenga realmente. È anche difficile mantenersi calmi di fronte all’attuale, squallida pantomima della politica italiana, il cui camaleontismo è tale da indurci a credere piuttosto che i mascalzoni trasversali che ci hanno ridotto in brache di tela vogliano semplicemente riciclarsi, rifarsi una verginità per continuare a rubare, travestirsi da pecore pur avendo l’animo del lupo. I “galantuomini” hanno capito di averla fatta grossa, di essere invisi al popolo, di avere perso credibilità e consenso. Rischiano che le prossime elezioni politiche sanciscano la rivolta civile degli italiani, che potrebbero astenersi dal voto o votare in modo nuovo, imprevedibile. E allora cosa fanno? Annunciano una trasformazione dell’assetto politico nella speranza che i pesci abbocchino. Pia illusione! Si sa che pur cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia, come recita la proprietà commutativa. La situazione non è solo imbarazzante ma indecente, tale da suscitare il prurito alle mani. Per lo meno nelle persone che le mani le usano per lavorare. Purtroppo, noi italiani non siamo capaci di fare le rivoluzioni né siamo determinati come altri popoli, sicché non butteremo giù i nostri politici dalla rupe Tarpea. Meriterebbero di peggio, una morte più lenta e dolorosa, ma sarebbe meritorio controbilanciare il loro tentativo di restare in sella con un coup de théâtre. Ipotizziamo come...
Fatti salvi i giusti, se ci sono, potremmo organizzare una vasta retata nottetempo, come facevano i fascisti nel Ventennio, tirare giù dai letti i feudatari della politica coi loro vassalli, valvassori e valvassini, caricarli sui cargo della FedEx e della UPS Airlines e paracadutare codesto carico di scorie radioattive in Brasile, nel cuore della più grande discarica del mondo: Jardim Gramacho, periferia di Rio de Janeiro. L’alternativa potrebbe scaricare la casta in Sud Africa, a Kimberley Big Hole, obbligandola ai lavori forzati per almeno un anno nel più grande buco mai scavato sulla terra (1.097 m. di profondità). Scenari degni di Dante Alighieri e del suo Inferno, dove si applica la legge del contrappasso. Ecco altre idee. Dal momento che i nostri politici sono incollati al cadreghino col Bostik, potremmo regalare loro la poltrona di Nesso, che non ha niente a che vedere con la comoda poltrona Frau. Cos’è? È la versione moderna della mitica camicia intrisa di sangue avvelenato del centauro Nesso che Ercole indossò, patendo le pene dell’inferno. La poltrona di Nesso costringerebbe gli amanti del cadreghino a friggere come patatine e impazzire di dolore. Un’altra ipotesi potrebbe prendere spunto dal fatto che il bravissimo Gian Antonio Stella, nel suoi pamphlet “La Casta” ha giustamente denunciato che i politici alimentano un “circolo vizioso micidiale”. Ebbene, a quale contro-circolo potremmo condannarli? Mi viene in mente il calcinculo del Luna Park. Costruiamone uno immenso, con migliaia di seggiolini. Leghiamo i politici sui seggiolini e diamo inizio alla giostra. Sai che goduria sarebbe vedere Casini che da calci nel sedere a Fini o viceversa, Bossi che fa altrettanto con Bersani, Formigoni con Rutelli, Rosy Bindi con la Minetti e via di seguito, senza eccezioni. Sarebbe uno spettacolo divertente ed è chiaro che la corsa del calcinculo dovrebbe durare per almeno un mandato. 
Va da sé che molti italiani, in questo momento, s’ingegnerebbero a fare la festa ai partiti e agli uomini politici del nostro Paese, dimostrando ancora una volta che la fantasia non ci manca. Purtroppo, tutto ciò rientra nel campo dell’utopia. Tuttavia, una cosa possiamo farla. Sì, possiamo dare loro una lezione. Come? Fra sette giorni molti di noi saranno chiamati alle urne per rinnovare circa 1.000 giunte comunali. A Como, la città in cui sono nato e vivo, sono in lizza ben sedici candidati al ruolo di Sindaco. L’incertezza è totale e il clima avvelenato. Penso che andrò a votare e sulla scheda scriverò la prima spiritosaggine che mi viene in mente. Non mi limiterò a ciò. Mentre deporrò la scheda nell’urna farò una pernacchia. Spero che non me ne vorrà lo scrutinatore del seggio. Non sarà rivolta a lui, ovviamente, ma alla casta. Ora, i meno giovani ricorderanno che nel Sessantotto era di moda uno slogan che diceva: una risata vi seppellirà. Beh, io non ho voglia di ridere, non ce n’è motivo. Ma di spernacchiare quelli che ci governano o vorrebbero governarci promettendoci mari e monti, sì, ho una voglia matta. Anche se fra i candidati alle cariche amministrative locali ci sono anche persone serie, che vorrebbero cambiare le cose. Altra pia illusione! Che bello, invece, se gli italiani trovassero il coraggio di esprimere in modo plateale il proprio sentimento! Inoltre, se a seppellire le aspirazioni dei saltimbanchi romani o locali fosse una fragorosa, collettiva pernacchia modello Alberto Sordi che risuoni dalle Alpi fino a Lampedusa, sarebbe lecito affermare che “l’Italia s’è desta”. E che non ne può più dell'infame corte dei miracoli in cui ingrassano gli uomini politici senza ideali ma pieni di interessi e i partiti, il cui finanziamento pubblico ci costa un quotidiano travaso di bile.

mercoledì 25 aprile 2012

Svelati i piani segreti del governo per imporci dieci nuove tasse

C’è stata una fuga di notizie. Su pressione della Banca centrale europea e di Angela Merkel, e al fine di raggiungere il pareggio del bilancio entro i termini previsti dal patto di stabilità europea che l’Italia ha sottoscritto, il governo Monti ha in animo di varare dieci nuove tasse. Per quanto siano imposte odiose e inverosimili, corre voce che esse entreranno in vigore quest’estate, quando gli italiani saranno in vacanza e non avranno modo di protestare salvo inscenare vibrate battaglie a colpi di gavettoni sulle spiagge e marce di protesta in montagna. 
Ho avuto modo di dare una sbirciata alle fotocopie con gli appunti di Monti e riporto i suoi piani alla lettera, astenendomi da ogni chiosa o commento personale. Ecco cosa ci aspetta…  
Misure urgenti e necessarie: 
1. TASSA SULL’ARIA. A chi obbietterà che è un balzello odioso perché l’aria è di tutti ed è sempre stata gratuita, si dovrà rispondere che i tempi cambiano e che oggi l’aria è arricchita di componenti che hanno un costo elevato (evitare l’uso della voce lessicale “inquinata”!). Inoltre, si dovrà specificare che la tassa non va applicata sul consumo di ossigeno ma sull’emissione nell’aria da parte del contribuente di sostanze volatili ammorbanti, quali parolacce, espressioni verbali di protesta, grida, versacci, rutti e cattivi odori causati da alitosi. Al fine di valutare l’aliquota da applicare ad personam si renderà obbligatoria una visita medica presso l’Asl e un incontro col logopedista. 
2. TASSA SULLE PUZZETTE. Per analogia, e considerando che gli italiani amano “del cul fare trombetta”, come aveva già rimarcato il sommo Poeta, urge tassare questa pratica così diffusa e degradante. Ogni puzzetta, infatti, rilascia in modo gratuito e senza controlli da parte del governo, una miscela di gas intestinali (metano, azoto, biossido di carbonio, ossigeno e idrogeno) che appesta l’etere. Senza contare il fastidioso rumore che la scoreggia provoca, recando offesa all’udito e alla comune sensibilità. Si raccomanda di tassare più pesantemente le puzzette fatte in pubblico e in ambiente chiuso. A tale scopo, si propone la costituzione di un corpo di monitoraggio parasanitario e di una forza speciale che vigilerà in special modo nelle scuole, negli ospedali, sui treni, nelle palestre, nei centri commerciali e nelle sale cinematografiche al fine di cogliere in flagranza chiunque emetterà puzzette e sanzionarlo qualora non fosse in grado di dimostrare l’avvenuto pagamento della relativa gabella. 
3. TASSA SUI PELI SUPERFLUI. Si rende necessario tassare i peli superflui sul viso e sul corpo al fine di debellare certi inestetismi indegni di un Paese moderno. La tassa sarà applicata ai cittadini che abbiano almeno cinque anni di vita e presentano un’abbondante peluria, in particolare nel naso, nelle orecchie, sulle gambe, braccia e torace. Ai soggetti che soffrono di irsutismo sarà concesso uno sgravio fiscale. Le donne barbute potranno pagare a rate. Per analogia, dovrà pagare questa tassa anche il soggetto fiscale che in barba allo Stato si concede lo sfizio dei foruncoli, dei comedoni, del piercing e dei tatuaggi. Agli uomini calvi, sospettati di volere eludere le tasse con un vile trucco, sarà comminata un’ammenda. 
4. TASSA SULLA CITTADINANZA. Ogni cittadino italiano dovrà pagare una tassa di € 1.000 annui per continuare a godere dei vantaggi di essere italiano. Chi potrà dimostrare di essere italiano da almeno 7 generazioni, presentando le dichiarazioni dei redditi dei suoi antenati, godrà di uno sgravio fiscale del 50% dell’imposta. Sarà esente dalla stessa solo chi sarà in grado di dimostrare che Adamo ed Eva erano italiani.  
5. IMPOSTA DIRETTA SUL PESO NETTO. Si chiamerà così una tassa sull’obesità e la cellulite che ha lo scopo di frenare la tendenza degli italiani a ingrassare anche in tempi di vacche magre. Ogni cittadino dovrà sottoporsi alla pesatura pubblica e si accerterà il suo peso netto, che verrà comparato alle tabelle ufficiali predisposte dal Ministero della Sanità. Ogni chilo in eccedenza sarà tassato di € 50. Per contro, chi vorrà ricorrere a cure dimagranti, diete, attività snellenti e ad altre misure di smagrimento non autorizzate dall’Ufficio delle Imposte, sarà sottoposto a verifica fiscale da parte del costituendo corpo della Guardia della Linea e sanzionato qualora emergesse la volontà da parte del contribuente di frodare lo Stato. 
6. TASSA SULL’ALTEZZA. Si stabilisce che ogni cittadino italiano che supera l’altezza di 1,70 cm. dovrà pagare un’imposta annuale pari a € 10 per ogni centimetro eccedente. Per estensione, la gabella sarà applicata anche per ogni esubero in lunghezza del membro virile eretto e tale proposito si fissa la soglia tassabile oltre i 13 cm. Le donne col seno oltre la terza misura e i capelli sciolti lunghi oltre i 20 cm. dovranno pagare una tassa forfettaria annua di € 200. Al fine di rilevare le esatte misure e dimensioni, tutti gli italiani fra i 5 e 90 anni saranno sottoposti a una visita fiscale.  
7. TAGLIA SUL BACIO. Nell’impossibilità di tassare i rapporti sessuali, i preliminari d’amore e i gesti di affetto, che abitualmente avvengono in privato, lontano dall’occhio del Fisco, si deve ricorrere a una tassa sul bacio effettuato nei luoghi pubblici. Un corpo di ausiliari del bacio, affini a quelli del traffico, segnalerà ogni effusione pubblica al Ministero delle Finanze, che provvederà a tassare la coppia colpevole. Il semplice bacio sulle guance comporterà un aggravio di € 0,50 mentre il bacio con la lingua sarà tassato nella misura di € 1,00 se unico e € 2,00 se lungo, profondo e reiterato. Gli italiani dovranno prendere atto che in tempo di crisi non è possibile sbaciucchiarsi gratis. 
8.TASSA SUI SALUTI. Occorre porre un freno alla smodata voglia di salutarsi della popolazione, il ché comporta distrazione sui luoghi di lavoro e perdita di tempo utile per produrre di più e ingrassare lo Stato. A tale scopo, sarà istituita una tassa forfettaria di € 500 pro capite applicabile a chiunque saluta gli altri tramite stretta di mano, scambio di formule di simpatia (tipo “Ciao!”) o auguri, cenni cordiali, messaggi via sms, mail, lettere, cartoline, volo di piccioni viaggiatori o altri mezzi di comunicazione. Pur tuttavia, continueranno ad essere gratuiti il saluto alla bandiera, al sole, al feretro e ogni espressione formale di deferenza nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti e funzionari. Il saluto al capitano non sarà tassabile solo in ambito sportivo e militare. 
9. DAZIO SUL PEDAGGIO. Occorre ristabilire un’antica e rimpianta gabella. È infatti anacronistico e ingiusto che gli automobilisti e i trasportatori di merci paghino le tasse sulla circolazione e i pedoni siano esenti. Si stabilisce dunque che la deambulazione in luogo pubblico sia tassata. Visti gli alti cosi che comporterebbe l’applicazione di un pedometro che controlli i passi degli italiani, considerata dunque l’impossibilità di accertare con precisione la misura e consistenza deambulatoria, si stabilisce un tributo forfettario di € 1.000 annui. Ai ciclisti verrà praticato uno sgravio del 10%. I genitori che portano a spasso i bambini in carrozzina o col passeggino pagheranno € 300 mentre i disabili in carrozzina verseranno solo € 100 a titolo simbolico.
10. TASSA SUL SONNO: Infine, occorre disattendere la fallace aspettativa che almeno il sonno non sia tassabile. In verità, chi dorme non piglia pesci e ciò comporta un danno all’erario. Si applichi dunque un balzello sul sonno e in misura preminente sulla fase REM, cioè del sonno paradosso, quando gli occhi si muovono in modo rapido e ritmico. Anche i sogni devono essere tassati visto che son desideri e ogni desiderio corrisponde virtualmente a un’evasione fiscale. La tassa sul sonno intende dunque colpire gli evasori fiscali, soprattutto quelli che non potendosi più permettere i lussi di una volta se li concedono durante le ore notturne, nel loro letto. Non è più tempo di cullarsi nei sogni, tanto più quelli impossibili. A tale scopo, ogni contribuente che non sia in grado di dimostrare che soffre d’insonnia cronica e che non riesce più a chiudere occhio a causa delle preoccupazioni, dovrà pagare un tributo pari al 10% dell’importo totale dichiarato nella sua Dichiarazione dei redditi. Gli altri saranno tramortiti affinché prendano sonno. 
Questo è tutto. Nei prossimi giorni saranno discussi modi e tempi per rendere esecutive queste manovre correttive grazie alle quali l’Italia riuscirà a superare questo momento di grave difficoltà, mostrando al mondo intero che abbiamo le palle e siamo una nazione in cui prevalgono i valori che rendono un popolo degno di essere chiamato “forte e libero”, cioè la coscienza civile, l’interesse per il bene comune, l’equità e il senso di responsabilità da parte di tutti, e in primis di chi governa. Sono certo che fra qualche anno si scriverà che l’Italia ce l’ha fatta perché io, Mario Monti, sono il Messia che il Paese attendeva per instaurare il regno dell’Agenzia delle Entrate sulla terra. Come diceva il mio predecessore, “beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli” e “beati gli afflitti perché saranno annientati”, aggiungo di mio. Ergo, rallegratevi ed esultate, italiani, perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli.

Condividete ma specificando la fonte e l’autore. ©GiuseppeBresciani.

venerdì 20 aprile 2012

Un golpe europeo sancisce la fine della sovranità dell'Italia

Presi come siamo dai nostri pensieri e dall’affanno quotidiano, non ci siamo accorti di un fatto epocale, maturato negli ultimi mesi e avvenuto pochi giorni fa. Cosa è accaduto di così importante e dove? In Europa, si è concretizzato un golpe socio-politico-economico che avrà ripercussioni drammatiche sulla vita degli italiani e che in sostanza ci priva della sovranità nazionale. l’Italia non è più un Paese libero e indipendente. Siamo diventati il misero vassallo di un imperatore senza nome, multiforme. Si è ricostituito il Sacro Romano Impero ai cui vertici c’è la lobby bancario-finanziaria costruita sull’asse Parigi-Berlino. 
Ma veniamo ai fatti, che esporrò con semplicità dato che l’argomento non è dei più facili. I protagonisti dell’assurda vicenda di cui mi accingo a scrivere sono i soliti noti: l’abominevole casta dei politici, l’ambigua corporazione dei giornalisti la cui omertà ha reso possibile lo scempio e i mefistofele bancari. Riformando la Costituzione (art. 81), il Senato ha introdotto il principio del pareggio di bilancio, che impone determinati vincoli e che, di fatto, ci consegna nelle mani della Germania (la cui aspirazione ad assoggettare il resto dell’Europa non è mai venuta meno, nonostante due guerre perse, si è solo evoluta), delle oligarchie bancarie e degli apparti burocratici e tecnocratici europei. Abbiamo infatti aderito all’ESM o MES (Mercato Europeo di Stabilità), ufficialmente un fondo salvastati, in realtà un organo sovranazionale che applicando il principio machiavellico che “il fine giustifica i mezzi” prevarica le leggi e le sovranità nazionali. Questa adesione comporta il fatto che dopo avere festeggiato i 150 anni dell’unità d’Italia, i nostri politici all’unisono (destra e sinistra a braccetto) hanno deciso di cedere a un organismo straniero la nostra sovranità economica, monetaria e fiscale, rinunciando all’indipendenza. Oltre tutto, il MES, che ha sede in Lussemburgo, non è un organismo composto da rappresentanti eletti dal popolo, democraticamente, ma un fondo gestito da un consiglio di governatori, dal commissario UE agli affari economico-monetari e dal Presidente della Banca centrale europea. Il nostro Paese ha aderito al MES con una sottoscrizione di capitale di oltre 125 miliardi di euro (siamo secondi solo a Germania e Francia) e ha accettato di dipendere dal fondo per ogni decisione economico-finanziaria e di trasformarsi in un valvassore del sistema bancario-finanziario europeo. In altre parole, la democrazia ha abdicato in favore della plutocrazia. Lo Stato italiano si è dichiarato inabile a risolvere la grave crisi in cui annaspiamo e ci ha consegnato a una lobby che deciderà per noi le manovre economiche più opportune (già, ma per chi?) e potrà sanzionare i Paesi che non accetteranno le decisioni. Concretamente, cosa comporta avere aderito a un patto di stabilità che è stato accettato solo da 17 (su 27) stati dell’Unione Europea e che si configura come un contratto capestro? Comporta che il MES gestirà i nostri soldi e non potremo controllare in nessun caso come verranno usati. Un bel contratto, non c’è che dire, all’insegna del “paga e taci”. Sfruttando il meccanismo costituzionale che evita l’uso del referendum costituzionale qualora la legge di riforma della Costituzione passi con una maggioranza di 2/3 dei votanti, i nostri politici ci hanno svenduti allo straniero in silenzio, senza chiederci se ci andava di diventare i servi della gleba dei nuovi feudatari della Comunità Europea. Ci sono riusciti, aggiungendo anche questa infamia alle tante compiute dalla vergognosa Seconda Repubblica. È un atto di altro tradimento. Una Caporetto, un nuovo 8 settembre 1943. E non c’è più una razza Piave che possa mormorare: di qui non si passa. Dopo avere svenduto ai nostri finti amici tedeschi e francesi le nostre migliori aziende, adesso abbiamo rinunciato anche alla nostra libertà. Di ciò dobbiamo ringraziare il professor Monti e l’ignobile classe politica di casa nostra, la vera causa dei nostri mali. 
È l’unico modo per salvarci, per non fallire, si potrà obiettare. Se non siamo capaci di uscire dalle sabbie mobili da soli è meglio ricorrere ai vigli del fuoco tedeschi. Inoltre, bisogna riconoscere che il MES è un capolavoro sulla carta e ha i requisiti per piacere a chi ama la disciplina ferrea e non sa leggere fra le righe né intuisce che è solo un altro passo verso la dittatura di un Ordine Nuovo che non ha bisogno delle armi per conquistare il pianeta, gli basta il denaro grazie al quale creare ad arte le bolle finanziarie, le crisi economiche (che sono tali solo per i poveracci giacché per i ricchi sono occasioni per diventare ancora più opulenti) e il panico che ne consegue. Il fine ultimo è palese: la gente, quando è al verde e quindi disperata, accetta ogni soluzione pur di tornare a respirare, compresa la dittatura. Historia docet. Ora, anche uno sprovveduto può immaginare cosa significhi dipendere dalle decisioni altrui e non potersi ribellare se sono inique. Nel caso specifico, gli italiani verranno tassati ulteriormente e impoveriti com’è previsto dalle regole del MES. Com’è possibile e perché? – si domanderà chi mi legge. Perché il patto impone all’Italia (ma anche agli altri Paesi dell’Eurozona) il pareggio del bilancio e ciò sarà possibile solo se i nostri governanti renderanno ancora più aspre le misure pseudosalvifiche in atto, mandando sul lastrico le aziende italiane, depauperando i cittadini, riducendo ulteriormente i consumi. Sembra paradossale ma il messaggio è il seguente: volete salvarvi? - allora soccombete. Evidentemente c’è chi pretende la nostra resa incondizionata, la tabula rasa. Tutto ciò andrà a vantaggio dei grandi speculatori internazionali, dei signori del neoliberismo, dei cinici burattinai del neomercantilismo tedesco, dei registi occulti dell’iper-capitalismo. Per chi non avesse ben chiaro le implicazione del golpe che l’Italia ha sottoscritto, voglio chiarire che il nostro Parlamento è esautorato, non potrà più decidere in modo autonomo come spendere i soldi degli italiani né come usare le risorse per i servizi, gli sgravi, la modernizzazione del Paese, le infrastrutture, gli acquisti, ecc. Non solo, lo Stato non potrà più controllare le obbligazioni emesse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e sarà costretto a distruggere la ricchezza netta delle famiglie italiane. È una prospettiva apocalittica (ma i Maya lo sapevano?). Altro che ripresa, il peggio deve ancora venire. Sì, perché il Teatry on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, più noto come Fiscal Compact, firmato dai capi di Stato e di Governo di 17 stati europei il 31 gennaio 2012, ci darà il colpo di grazia. Saremo bombardati, dilaniati, rasi al suolo. Della democrazia, dei redditi e dello Stato di diritto non rimarrà che un mucchio di cenere. Esagero? Non credo. È solo una questione di tempo e chi vivrà vedrà. Aldilà della nostra buona volontà, dei nostri sforzi, della stoica abnegazione con cui accettiamo di pagare gli errori e lo sperpero degli altri, della nostra incrollabile fede nella capacità italica di superare le traversie, occorre prendere atto che siamo imprigionati in un cerchio ben più asfissiante dell’ormai famoso cerchio magico della Lega Nord. Il cerchio che ci stringe e ci toglie il respiro è un doloroso cerchio alla testa. Passi stringere i denti e attendere tempi migliori, ma qui il problema è di ben altra natura. Siamo stati traditi, svenduti e trattati come merce di scambio dai nostri uomini politici. Il risultato è che andiamo incontro al futuro con la desolante sensazione che l’Italia non esiste più. È solo un’espressione geografica, come sosteneva lo statista principe Metternich ai primi dell’Ottocento. Rassegniamoci, dunque, la nazione è caduta sotto un golpe che abbiamo sottoscritto. È una vittima compiacente. 
Un’ultima riflessione. Il Fiscal Compact entrerà in vigore il 1 gennaio 2013. Teoricamente, facciamo ancora in tempo a scendere in piazza per ribellarci. Tranquilli, non accadrà. Abbiamo cose più importanti cui pensare, come il Campionato europeo di calcio, che avrà inizio l'8 giugno. È lì che si gioca la vera sfida con la Germania... 
Quelli che non ce la fanno più o sono stanchi di vivere nella “serva Italia, di dolore ostello” potranno sempre fare le valigie e cercare un po’ di serenità (e dignità) altrove.

martedì 17 aprile 2012

Gli italiani amano portare il cilicio

I tempi sono duri, anzi proibitivi. Alle difficoltà socio-economiche che rendono aleatori gli scenari futuri e asfittici i consumi, si aggiunge la confusione mentale che porta taluni, e in particolar modo quelli che nel nostro Paese hanno ruoli di responsabilità, a peggiorare la situazione con scelte sbagliate e comportamenti irresponsabili. Se Atene piange, Sparta non ride. Al momento, noi italiani non godiamo di buona salute ma forse altri stanno peggio di noi. E non mi riferisco solo agli sfigatissimi greci e ai picareschi spagnoli, tanto per fare due esempi in zona Euro. È anche vero, però, che bisognerebbe guardare in alto e non in basso. Inoltre, pensare che il mal comune sia un mezzo gaudio significa darsi la zappa sui piedi. In realtà non è di questo che voglio disquisire, bensì del fatto che siamo i veri responsabili delle nostre disgrazie – le colpe degli altri sono minoritarie – e ciò accade perché siamo un popolo autolesionista. Sì, ci piace farci del male. E lo facciamo ogni volta che ne abbiamo l’occasione. È come se amassimo l’autoflagellazione, avessimo un debole per il cilicio. Cosa me lo fa pensare? La nostra storia, in prima battuta. E poi il presente, che mette a nudo una sindrome da autolesionismo cronico che è diventata un emblema nazionale, come la pizza e la mafia. A nessuno riesce facile parlare male di se stessi, dei propri consanguinei e della propria patria come agli italiani. Altri popoli lavano i panni sporchi in famiglia, noi li esponiamo in piazza. Altri minimizzano i difetti nazionali, noi li enfatizziamo. Siamo riusciti a far credere al resto del mondo che siamo la democrazia più corrotta del mondo, che la Mafia è l’organizzazione criminale più diffusa e potente sulla faccia della Terra, che il nostro governo è il più imbelle, che non siamo credibili perché ci piace troppo suonare il mandolino e prendere il sole. Ma non è vero nulla di tutto ciò! Subiamo il sortilegio dei luoghi comuni creati ad arte. Abbiamo colpe evidenti, lo riconosco, ma quante nazioni possono scagliare la prima pietra? La corruzione è ovunque, le democrazie sono tutte in crisi per non dire marce, la criminalità ha cento teste, altri governi sono più ignobili di quelli che abbiamo avuto noi, per tacere del fatto che Paesi in prima linea nell’impartire lezioni avrebbero motivi ben più fondati dei nostri per vergognarsi. Eppure, i morigeratori stranieri non lo fanno, per orgoglio e dignità nazionale. Si limitano a fustigare gli altri. Noi, invece, non sappiamo resistere alla tentazione di autofustigarci. Ahinoi, la tendenza italica allo sputtanamento intestino è antica e a codificarla ci hanno pensato uomini illustri, mica il primo quaquaraquà di passaggio. Basti pensare a Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli e Giacomo Leopardi, che ci hanno screditato a voce alta. Proiettare all’esterno (e quindi all’estero) un’immagine nostrana all’insegna del disfattismo, alimentando gli stereotipi negativi, è sempre stata la passione degli intellettuali e dei letterati nostrani. Perché lo facevano e lo fanno tuttora, con esecrabile prontezza? Perché sono vittime di un malinteso; credono che screditare il proprio Paese significhi dare di sé un’immagine migliore, cosmopolita e up to date. Aborrono il provincialismo e lo combattono col flagello da imporre agli altri. È molto più chic parlare male dei propri connazionali, dei propri governanti, delle proprie istituzioni e tradizioni che esaltare le valenze dell’Italia. Nei salotti buoni, ci si vergogna d’essere italiani, ci si unisce al coro internazionale dei denigratori del nostro Paese, ci si accanisce per piaggeria e snobismo contro l’Italia, si prendono le distanze. Personalmente, paragono costoro a dei luridi vermi. Senza arrivare agli eccessi di cui è latore il motto “A ragione o a torto, è la mia patria!”, bisognerebbe evitare parole e azioni che mettono in cattiva luce la nazione di appartenenza. In ciò, sono maestri altri popoli e noi siamo gli ultimi della classe. Ancora più disdicevole, poi, è la solerzia con cui i provocatori e i sicofanti aprono la bocca davanti a un microfono ogni volta che l’Italia cerca di risollevarsi. Non può essere casuale che quando i mercati finanziari danno cenni di ripresa, subito si levano voci che insinuano dubbi, mettono in piazza dati pessimistici e lanciano petardi per creare nuove turbolenze. Non è logico che ogni volta che l’Italia si sforza per migliorare la propria situazione, qualcuno si diletti col terrorismo ideologico o scoppi un piccolo-grande scandalo che toglie credibilità al Paese. E in ciò, i politici sono i primi della classe. Siamo fragili, si dirà. No, la verità è che siamo le vittime sacrificali di un ottuso e spesso manovrato autolesionismo. Pace se a sferrare gli attacchi contro l’Italia fossero gli americani, i francesi o i tedeschi, cui fa comodo la nostra debolezza. Ma il fatto è gli attentati contro di noi sono sferrati dai nostri mass-media, dai nostri economisti, dai nostri uomini politici, dagli speculatori, dai tanti connazionali che non perdono l’occasione di mettere il dito nella piaga. Perché lo fanno? Per convenienza, forse? Può essere. Per stupidità? Perché no. Le motivazioni sono tante. Oppure, e qui il dubbio si fa concreto, perché abbiamo un debole per il cilicio? Ora, mi sembra utile chiarire cosa sia il cilicio, anche se molti pensano di saperlo. Anticamente, il cilicio era una veste ruvida e scomoda, intessuta di peli di capra, in uso presso i legionari romani. L’adottarono gli anacoreti cristiani e i santi per fare penitenza e mortificarsi e fu utilizzato a lungo dai pellegrini e dalle confraternite religiose. Per estensione, la veste si trasformò in una cinghia uncinata formata da una corda ruvida costellata di nodi che solitamente viene stretta intorno alla vita o alla coscia con lo scopo di procurare una sofferenza sopportabile ma continua. Cui prodest? Serve a mortificarsi. Ancora oggi, c’è chi ricorre al cilicio visto che la vita non è abbastanza mortificante. Ma il cilicio più insopportabile, attraverso il quale fare male a se stessi e alla comunità di appartenenza, è quello ideale che spinge i moderni flagellanti a fare danni in maniera cosciente. Attenzione, però, la disciplina masochista non è prerogativa di una élite che ha voce in capitolo, è lo sport nazionale. Lo praticano un po’ tutti, convinti di essere nel giusto. Per quanto gli psicologici direbbero che praticare l’autolesionismo significhi cercare attenzioni, mi è più facile credere che in molti casi si tratti di falso autolesionismo (dettato da interessi economici e di potere) mentre in altri casi sparare contro l’Italia sia un modo per esprimere il proprio disagio, il proprio senso di colpa, la propria frustrazione. Lo confesso, anche a me è capitato di vomitare contro l’Italia e gli italiani. Credo di averlo fatto per rabbia. Ma confesso anche che ogni volta che mi trovo all’estero, riscopro l’orgoglio d’essere italiano e rimpiango la mia patria, un tempo culla di santi e navigatori e oggi ricettacolo di patetici autoflagellanti. Che sia colpa del Vaticano e del millenario lavaggio del cervello che i preti hanno fatto alla popolazione, inebetita dalla minaccia delle fiamme dell’inferno? Non so. Ma so che dovremmo smetterla di usare il cilicio e il flagello e comportarci come altri popoli più maturi, che non hanno bisogno di assistere a una partita di calcio per riscoprire l’amor di patria. Ironia della sorte, noi amiamo la nostra patria più facilmente quando siamo lontani da essa. All’estero, facilmente smettiamo di parlarne male, a meno che non ci capiti d’incontrare altri italiani. 
Nel qual caso, tiriamo fuori il cilicio.

sabato 14 aprile 2012

Il Titanic e i rumori del vaporetto Italia

Nel film “Tre uomini e una gamba” dei comici Aldo, Giovanni e Giacomo, c’è una scena in cui Giovanni si lamenta di un rumore metallico proveniente dall’auto su cui i tre stanno viaggiando. E quando gli dicono che è un rumorino da niente, ribatte: “Anche il capitano del Titanic lo diceva – ma no, ma no, è solo un rumorino da niente!”
In occasione del primo centenario dell’affondamento dell’R.M.S. Titanic, avvenuto nella notte fra il 14 e il 15 aprile1912 nelle acque gelide dell’Oceano Atlantico, la tentazione di utilizzare quel funesto naufragio come metafora dell’Italia di oggi è forte e giustificata. Le analogie sono tante ma occorre fare alcune distinzioni. Cominciamo da queste ultime. Intanto, quello era un transatlantico mentre il nostro Paese è solo un vaporetto. Gli USA, la Russia e la Cina sono grandi navi da crociera, noi non siamo in grado di affrontare il mare aperto. Il Titanic andò a sbattere contro un iceberg e affondò. Noi siamo in collisione con noi stessi, corrosi dalla ruggine e dalla salsedine, alla deriva ma ancora a galla. Il comandante Edward John Smith, che era al comando del Titanic, fu sorpreso dagli eventi. Noi ci siamo accorti in tempo che la rotta ci conduceva al disastro e abbiamo cambiato il comandante, il quale ha ordinato manovre di emergenza che taluni definiscono disperate e dannose. Sta di fatto che il capitano Monti sta tentando non solo di evitare il naufragio dell’Italia ma anche di farci uscire dallo stallo. Ci riuscirà? Le cassandre scommettono di no e motivano il loro pessimismo rimarcando che Monti è amico delle banche e si preoccupa solo di salvare il sistema finanziario, la recessione economica è tale da farci imbarcare acqua, il negato accesso al credito costringe gli imprenditori a gettarsi in mare, la pressione fiscale è asfissiante (ha raggiunto l’aliquota del 55%), i consumi latitano, la popolazione si sta impoverendo. Come possiamo riprendere la navigazione in queste condizioni? Siamo in avaria e non sappiamo come uscirne fuori. Per quanto riguarda le analogie col Titanic, la più odiosa è il comportamento dell’equipaggio e dei passeggeri. Come cento anni fa, il pericolo mette a nudo odiose contraddizioni. I passeggeri dei ponti intermedi e inferiori si agitano alla ricerca disperata di un salvagente o qualcosa cui aggrapparsi. Quelli dei ponti più alti danzano e gozzovigliano. Eh sì, perché l’assurdo è che mentre il vaporetto Italia sbuffa e oscilla per non affondare, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Per tacere dell’arroganza con cui alcuni ufficiali di bordo e molti membri dell’equipaggio restano fedeli a un comportamento avido ed egoista, mentre dovrebbero dare il buon esempio. Si dice che in vista di un naufragio, i topi abbandonino la nave. Magari accadesse! Per lo meno ci libereremmo di chi ruba e prospera sulle nostre spalle. La verità è che qualora il vaporetto Italia affondasse, non avremmo la possibilità di salire sulle scialuppe di salvataggio perché i posti sarebbero già occupati dai potenti e dai loro amici. Altro che “prima le donne e i bambini!”. Cento anni fa, il naufragio del Titanic segnò la fine della “Belle époque”. Al momento è impossibile dire se l’Italia che usa il cucchiaio più che le pompe per restare a galla, eviterà il peggio. Ma se naufragare significasse porre fine all’epoca della follia economico-politica e al malcostume imperante, c’è quasi da augurarsi che ciò accada. Come Giovanni, è meglio non sottovalutare i rumorini da niente e fidarsi del nostro istinto di sopravvivenza più che dei nocchieri.

Editoriale pubblicato il 14 aprile 2012 su:


 

venerdì 13 aprile 2012

L'inferno chiamato Afghanistan

Il mio libro sull’Afghanistan è una realtà. E' stato pubblicato in queste ore ed è in fase di distribuzione. E' già disponibile in rete sul sito dell’editore www.lampidistampa.it e sul web www.libreriauniversitaria.it. A giorni sarà inserito nel catalogo delle maggiori librerie on-line e potrà essere ordinato in circa 4.000 librerie nazionali. Sto programmando molti incontri-presentazioni e aggiornerò i miei lettori su date e luoghi. Per chi non sapesse di cosa parla, riporto una breve sinossi.  

Tre mesi in Afghanistan. Vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi. Tre mesi trascorsi con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere un affresco variegato, preciso e incisivo, di una realtà che conosciamo in modo superficiale, attraverso i reportage dei giornalisti embedded. Per fondere nel crogiolo della scrittura le pietre preziose che il Paese dei Talebani sa offrire a un osservatore disincantato e innamorato della vita, desideroso di condividere con gli altri i tesori che ha ricevuto in dono o ha scoperto scavando nel sottosuolo. 
Il libro racconta questi tre mesi all’insegna della vita inimitabile. Non è un saggio né un romanzo ma un mosaico narrativo che prende forma in virtù delle sue tessere vivaci. In esse, sono fissati come sullo smalto i momenti più felici e quelli disperati che scandiscono la vita “infernale” del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, appassionata, ma è il loro insieme a configurare la storia. È un libro di grande attualità, forte e coinvolgente. Racconta la vita e la morte e di entrambe si fa testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato alla guerra pur amando la pace.  
L’inferno chiamato Afghanistan squarcia l’omertà e scuote le coscienze. Come un plettro, solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare. L’indifferenza non è più plausibile. 

Per concludere, tre note tecniche. Il libro è in vendita a 14,90. Ha 171 pagine. Il codice ISBN è: 978-88-488-1409-6. 
Buona lettura.