giovedì 5 aprile 2012

Che fine ha fatto il Fanciullino del Pascoli?

Cento anni fa, il 6 aprile 1912, Giovanni Pascoli, malato da tempo, rendeva la sua anima gentile e mite all’Onnipotente. Per quanto il poeta di San Mauro di Romagna non sia più di moda e lo si possa paragonare a un vecchio televisore catodico in bianco e nero che si ostina a rimanere acceso nell’era dell’Alta Definizione, le sue poesie sono ancora capaci di smuovere un turbine di emozioni e ricordi. Quelli di un certa età non possono non amare il poeta delle ombre, delle incertezze e delle inquietudini dell’anima. Era un’istituzione scolastica al pari della cartella e del banco col calamaio. Si imparavano i suoi versi a memoria ed era come se una volta pigiati nell’animo fermentassero come l’uva nel tino. Come non possono non amare la vecchia, garbata televisione degli anni Sessanta e Settanta. C’è più di un comune denominatore che unisce i due referenti: la buona creanza, il mondo delle piccole cose quotidiane, il pianto facile e i sentimenti delicati. Benedetto Croce, che non lo amava, diceva che il Pascoli faceva il verso alle galline. Può darsi, ma se è così lo faceva bene. I suoi meriti letterari sono indiscutibili: con lui finì il realismo ed ebbe inizio il simbolismo. In ambito poetico ha avuto lo stesso ruolo che Pirandello e Svevo hanno svolto nel campo della prosa. Certo, oggi alcuni stilemi del lirismo pascoliano – la lacrima e  il lamento continuo, le onomatopee, l’uso maniacale di vezzeggiativi e diminutivi – possono risultare indigesti. Ma è innegabile che fu il primo grande poeta del XX secolo e che portò una ventata di aria frizzante nella poetica di inizio Novecento in virtù di alcune novità: la tensione, la psicologia, l’apertura lessicale e alle lingue straniere, il ritmo sintattico. Al di là del fatto che uno come Giovanni Pascoli o li si ama o lo si odia, la sua poetica del fanciullino, espressa per la prima volta in Myricae, ci pone di fronte a una riflessione amara quanto attualissima. Secondo il Pascoli, dentro ogni uomo si nasconde un bimbo che vede ogni cosa con stupore. Solo il poeta sa dare voce a questo fanciullo e usa le sue qualità per il bene degli uomini. È un concetto semplice e nel primo centenario della morte di colui che lo espresse dovremmo chiederci se il fanciullo (o la fanciulla) che tutti fummo un tempo, vive ancora dentro di noi. 
La sensazione è che siamo rimasti orfani del fanciullino che ci permetteva di guardare la vita con gli occhi sgranati e ci faceva apprezzare la bellezza, i valori profondi, i miracoli di tutti i giorni. La società in cui viviamo non ha rinnegato solo Giovanni Pascoli e le sue poesie commoventi (fra cui “la cavallina storna”, la mia preferita!), ha soffocato il nostro candore, il nostro entusiasmo, la nostra capacità di stupirci della vita e coglierne il mistero. In un mondo sempre più competitivo e frettoloso, abbiamo sacrificato le valenze umane che pensiamo possano renderci vulnerabili. Riteniamo che la cortesia, la bontà, il sorriso, la fiducia, la disponibilità e la sincerità siano forme di debolezza. Guai se gli altri intuissero che c’è un rimasuglio infantile dentro di noi, che non siamo del tutto disincantati. La gentilezza d’animo e dei modi, l’ingenuità, la pulizia del linguaggio, la sensibilità, la benevolenza sono il retaggio di un mondo fragile e obsoleto. Meglio mostrarci adulti e vaccinati a oltranza. Meglio adeguarci alle pessime maniere, alla volgarità, al cinismo, alla cattiveria dei nostri tempi. Ergo, abbiamo rinunciato all’energia vitale di cui avremmo un gran bisogno in questo momento, perché solo la forza creatrice, la fantasia, la capacità di meravigliarsi e la fede nell’impossibile dei bambini può rigenerare un sistema socio-economico ma anche etico-culturale che è logoro, inerte, incancrenito. Passando dall’universale al particolare, e perciò osservando come vanno le cose intorno a noi, il contrasto fra come eravamo e come siamo oggi diventa quasi insopportabile. Si cresce troppo in fretta e ci si dimentica che la vita è meravigliosa malgrado le tasse, la crisi economica, il vuoto a perdere della politica, la disoccupazione, la paura di perdere quello che abbiamo. Ci si immalinconisce per via delle amarezze, delle sconfitte, della solitudine. Ci si abbruttisce a causa di un conformismo che crediamo vincente mentre è la negazione della libertà individuale. Ci si dimentica degli affetti e dei tesori spirituali, quelli che nessuno ci può portare via. Infine, ci si scorda che siamo benedetti da Dio, fosse anche solo per la natura meravigliosa che ci circonda. 
Che fine ha fatto il fanciullino del Pascoli? Nessuna fine. In realtà è ancora dentro di noi, imbavagliato come un ostaggio. È la risorsa nascosta cui dovremmo attingere per vedere le cose in modo nuovo e dare inizio alla riscossa, che non dipende sempre e solo dagli altri ma da noi stessi per primi. Non si è estinto il tenero fanciullino, cova come la brace sotto la cenere e possiamo risvegliarlo. Basta volerlo. 
Come “Valentino vestito di nuovo”, non passeremmo inosservati se ciò accadesse, se mostrassimo agli altri che si può essere grandi senza rinunciare alla grazia e alla spontaneità dei piccoli. Sursum corda, dunque. Nel giorno della Passione di Cristo ripromettiamoci di risorgere e di mostrare agli altri che si può vincere sul mondo in virtù dell’amabilità.

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