martedì 17 aprile 2012

Gli italiani amano portare il cilicio

I tempi sono duri, anzi proibitivi. Alle difficoltà socio-economiche che rendono aleatori gli scenari futuri e asfittici i consumi, si aggiunge la confusione mentale che porta taluni, e in particolar modo quelli che nel nostro Paese hanno ruoli di responsabilità, a peggiorare la situazione con scelte sbagliate e comportamenti irresponsabili. Se Atene piange, Sparta non ride. Al momento, noi italiani non godiamo di buona salute ma forse altri stanno peggio di noi. E non mi riferisco solo agli sfigatissimi greci e ai picareschi spagnoli, tanto per fare due esempi in zona Euro. È anche vero, però, che bisognerebbe guardare in alto e non in basso. Inoltre, pensare che il mal comune sia un mezzo gaudio significa darsi la zappa sui piedi. In realtà non è di questo che voglio disquisire, bensì del fatto che siamo i veri responsabili delle nostre disgrazie – le colpe degli altri sono minoritarie – e ciò accade perché siamo un popolo autolesionista. Sì, ci piace farci del male. E lo facciamo ogni volta che ne abbiamo l’occasione. È come se amassimo l’autoflagellazione, avessimo un debole per il cilicio. Cosa me lo fa pensare? La nostra storia, in prima battuta. E poi il presente, che mette a nudo una sindrome da autolesionismo cronico che è diventata un emblema nazionale, come la pizza e la mafia. A nessuno riesce facile parlare male di se stessi, dei propri consanguinei e della propria patria come agli italiani. Altri popoli lavano i panni sporchi in famiglia, noi li esponiamo in piazza. Altri minimizzano i difetti nazionali, noi li enfatizziamo. Siamo riusciti a far credere al resto del mondo che siamo la democrazia più corrotta del mondo, che la Mafia è l’organizzazione criminale più diffusa e potente sulla faccia della Terra, che il nostro governo è il più imbelle, che non siamo credibili perché ci piace troppo suonare il mandolino e prendere il sole. Ma non è vero nulla di tutto ciò! Subiamo il sortilegio dei luoghi comuni creati ad arte. Abbiamo colpe evidenti, lo riconosco, ma quante nazioni possono scagliare la prima pietra? La corruzione è ovunque, le democrazie sono tutte in crisi per non dire marce, la criminalità ha cento teste, altri governi sono più ignobili di quelli che abbiamo avuto noi, per tacere del fatto che Paesi in prima linea nell’impartire lezioni avrebbero motivi ben più fondati dei nostri per vergognarsi. Eppure, i morigeratori stranieri non lo fanno, per orgoglio e dignità nazionale. Si limitano a fustigare gli altri. Noi, invece, non sappiamo resistere alla tentazione di autofustigarci. Ahinoi, la tendenza italica allo sputtanamento intestino è antica e a codificarla ci hanno pensato uomini illustri, mica il primo quaquaraquà di passaggio. Basti pensare a Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli e Giacomo Leopardi, che ci hanno screditato a voce alta. Proiettare all’esterno (e quindi all’estero) un’immagine nostrana all’insegna del disfattismo, alimentando gli stereotipi negativi, è sempre stata la passione degli intellettuali e dei letterati nostrani. Perché lo facevano e lo fanno tuttora, con esecrabile prontezza? Perché sono vittime di un malinteso; credono che screditare il proprio Paese significhi dare di sé un’immagine migliore, cosmopolita e up to date. Aborrono il provincialismo e lo combattono col flagello da imporre agli altri. È molto più chic parlare male dei propri connazionali, dei propri governanti, delle proprie istituzioni e tradizioni che esaltare le valenze dell’Italia. Nei salotti buoni, ci si vergogna d’essere italiani, ci si unisce al coro internazionale dei denigratori del nostro Paese, ci si accanisce per piaggeria e snobismo contro l’Italia, si prendono le distanze. Personalmente, paragono costoro a dei luridi vermi. Senza arrivare agli eccessi di cui è latore il motto “A ragione o a torto, è la mia patria!”, bisognerebbe evitare parole e azioni che mettono in cattiva luce la nazione di appartenenza. In ciò, sono maestri altri popoli e noi siamo gli ultimi della classe. Ancora più disdicevole, poi, è la solerzia con cui i provocatori e i sicofanti aprono la bocca davanti a un microfono ogni volta che l’Italia cerca di risollevarsi. Non può essere casuale che quando i mercati finanziari danno cenni di ripresa, subito si levano voci che insinuano dubbi, mettono in piazza dati pessimistici e lanciano petardi per creare nuove turbolenze. Non è logico che ogni volta che l’Italia si sforza per migliorare la propria situazione, qualcuno si diletti col terrorismo ideologico o scoppi un piccolo-grande scandalo che toglie credibilità al Paese. E in ciò, i politici sono i primi della classe. Siamo fragili, si dirà. No, la verità è che siamo le vittime sacrificali di un ottuso e spesso manovrato autolesionismo. Pace se a sferrare gli attacchi contro l’Italia fossero gli americani, i francesi o i tedeschi, cui fa comodo la nostra debolezza. Ma il fatto è gli attentati contro di noi sono sferrati dai nostri mass-media, dai nostri economisti, dai nostri uomini politici, dagli speculatori, dai tanti connazionali che non perdono l’occasione di mettere il dito nella piaga. Perché lo fanno? Per convenienza, forse? Può essere. Per stupidità? Perché no. Le motivazioni sono tante. Oppure, e qui il dubbio si fa concreto, perché abbiamo un debole per il cilicio? Ora, mi sembra utile chiarire cosa sia il cilicio, anche se molti pensano di saperlo. Anticamente, il cilicio era una veste ruvida e scomoda, intessuta di peli di capra, in uso presso i legionari romani. L’adottarono gli anacoreti cristiani e i santi per fare penitenza e mortificarsi e fu utilizzato a lungo dai pellegrini e dalle confraternite religiose. Per estensione, la veste si trasformò in una cinghia uncinata formata da una corda ruvida costellata di nodi che solitamente viene stretta intorno alla vita o alla coscia con lo scopo di procurare una sofferenza sopportabile ma continua. Cui prodest? Serve a mortificarsi. Ancora oggi, c’è chi ricorre al cilicio visto che la vita non è abbastanza mortificante. Ma il cilicio più insopportabile, attraverso il quale fare male a se stessi e alla comunità di appartenenza, è quello ideale che spinge i moderni flagellanti a fare danni in maniera cosciente. Attenzione, però, la disciplina masochista non è prerogativa di una élite che ha voce in capitolo, è lo sport nazionale. Lo praticano un po’ tutti, convinti di essere nel giusto. Per quanto gli psicologici direbbero che praticare l’autolesionismo significhi cercare attenzioni, mi è più facile credere che in molti casi si tratti di falso autolesionismo (dettato da interessi economici e di potere) mentre in altri casi sparare contro l’Italia sia un modo per esprimere il proprio disagio, il proprio senso di colpa, la propria frustrazione. Lo confesso, anche a me è capitato di vomitare contro l’Italia e gli italiani. Credo di averlo fatto per rabbia. Ma confesso anche che ogni volta che mi trovo all’estero, riscopro l’orgoglio d’essere italiano e rimpiango la mia patria, un tempo culla di santi e navigatori e oggi ricettacolo di patetici autoflagellanti. Che sia colpa del Vaticano e del millenario lavaggio del cervello che i preti hanno fatto alla popolazione, inebetita dalla minaccia delle fiamme dell’inferno? Non so. Ma so che dovremmo smetterla di usare il cilicio e il flagello e comportarci come altri popoli più maturi, che non hanno bisogno di assistere a una partita di calcio per riscoprire l’amor di patria. Ironia della sorte, noi amiamo la nostra patria più facilmente quando siamo lontani da essa. All’estero, facilmente smettiamo di parlarne male, a meno che non ci capiti d’incontrare altri italiani. 
Nel qual caso, tiriamo fuori il cilicio.

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