sabato 14 aprile 2012

Il Titanic e i rumori del vaporetto Italia

Nel film “Tre uomini e una gamba” dei comici Aldo, Giovanni e Giacomo, c’è una scena in cui Giovanni si lamenta di un rumore metallico proveniente dall’auto su cui i tre stanno viaggiando. E quando gli dicono che è un rumorino da niente, ribatte: “Anche il capitano del Titanic lo diceva – ma no, ma no, è solo un rumorino da niente!”
In occasione del primo centenario dell’affondamento dell’R.M.S. Titanic, avvenuto nella notte fra il 14 e il 15 aprile1912 nelle acque gelide dell’Oceano Atlantico, la tentazione di utilizzare quel funesto naufragio come metafora dell’Italia di oggi è forte e giustificata. Le analogie sono tante ma occorre fare alcune distinzioni. Cominciamo da queste ultime. Intanto, quello era un transatlantico mentre il nostro Paese è solo un vaporetto. Gli USA, la Russia e la Cina sono grandi navi da crociera, noi non siamo in grado di affrontare il mare aperto. Il Titanic andò a sbattere contro un iceberg e affondò. Noi siamo in collisione con noi stessi, corrosi dalla ruggine e dalla salsedine, alla deriva ma ancora a galla. Il comandante Edward John Smith, che era al comando del Titanic, fu sorpreso dagli eventi. Noi ci siamo accorti in tempo che la rotta ci conduceva al disastro e abbiamo cambiato il comandante, il quale ha ordinato manovre di emergenza che taluni definiscono disperate e dannose. Sta di fatto che il capitano Monti sta tentando non solo di evitare il naufragio dell’Italia ma anche di farci uscire dallo stallo. Ci riuscirà? Le cassandre scommettono di no e motivano il loro pessimismo rimarcando che Monti è amico delle banche e si preoccupa solo di salvare il sistema finanziario, la recessione economica è tale da farci imbarcare acqua, il negato accesso al credito costringe gli imprenditori a gettarsi in mare, la pressione fiscale è asfissiante (ha raggiunto l’aliquota del 55%), i consumi latitano, la popolazione si sta impoverendo. Come possiamo riprendere la navigazione in queste condizioni? Siamo in avaria e non sappiamo come uscirne fuori. Per quanto riguarda le analogie col Titanic, la più odiosa è il comportamento dell’equipaggio e dei passeggeri. Come cento anni fa, il pericolo mette a nudo odiose contraddizioni. I passeggeri dei ponti intermedi e inferiori si agitano alla ricerca disperata di un salvagente o qualcosa cui aggrapparsi. Quelli dei ponti più alti danzano e gozzovigliano. Eh sì, perché l’assurdo è che mentre il vaporetto Italia sbuffa e oscilla per non affondare, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Per tacere dell’arroganza con cui alcuni ufficiali di bordo e molti membri dell’equipaggio restano fedeli a un comportamento avido ed egoista, mentre dovrebbero dare il buon esempio. Si dice che in vista di un naufragio, i topi abbandonino la nave. Magari accadesse! Per lo meno ci libereremmo di chi ruba e prospera sulle nostre spalle. La verità è che qualora il vaporetto Italia affondasse, non avremmo la possibilità di salire sulle scialuppe di salvataggio perché i posti sarebbero già occupati dai potenti e dai loro amici. Altro che “prima le donne e i bambini!”. Cento anni fa, il naufragio del Titanic segnò la fine della “Belle époque”. Al momento è impossibile dire se l’Italia che usa il cucchiaio più che le pompe per restare a galla, eviterà il peggio. Ma se naufragare significasse porre fine all’epoca della follia economico-politica e al malcostume imperante, c’è quasi da augurarsi che ciò accada. Come Giovanni, è meglio non sottovalutare i rumorini da niente e fidarsi del nostro istinto di sopravvivenza più che dei nocchieri.

Editoriale pubblicato il 14 aprile 2012 su:


 

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