martedì 29 maggio 2012

La vera tragedia è non lottare per superare la crisi

Tre esploratori pleiadiani atterrano con la loro astronave in Italia, in un luogo semideserto. Indossano comuni abiti civili, raggiungono una grande città e s’intrufolano in mezzo alla gente per sentire che aria tira. Va da sé che i pleiadiani, altrimenti noti come nordici per i loro tratti antropomorfici (sono alti all’incirca 2 m., hanno gli occhi azzurri e i capelli biondi) riescono a celare la loro natura aliena e tutt’al più sono scambiati per turisti scandinavi. Ognuno dei tre prende una direzione diversa per ritrovarsi alcuni giorni dopo, confrontarsi e tirare le somme. 
Il primo, chiamiamolo Candido, segnala che in Italia si usano strane cortesie agli uomini politici. Testimonia d’avere visto in un supermercato una senatrice di nome Finocchiaro che faceva la spesa insieme alle sue tre guardie del corpo, una delle quali spingeva il carrello, di avere scoperto che Roberto Formigoni, Presidente della regione Lombardia da ben 17 anni, si concede vacanze d’oro pagate dagli amici riconoscenti, che un certo “Trota” Bossi ha ripetuto l’esame di maturità tre volte ma ci ha messo un fiato per imparare l’albanese e laurearsi a tempo di record a Tirana, che i partiti sono finanziati dai cittadini cui lo Stato impone il prelievo forzato del sangue sotto forma di tasse, disservizi e controlli esasperanti, che lo Stato potrebbe tagliare 300 miliardi di di spese inutili ma non lo fa perché se no i cittadini si domanderebbero: “Adesso ce lo venite a dire?”, che le  carte rubate in Vaticano parlano del IV segreto di Fatima, ovvero del patto segreto fra lo Stato e la Chiesa Cattolica per dividersi il bottino. In sostanza, Candido relaziona ai colleghi che in Italia la situazione politica è drammatica e ipotizza che è in atto una gravissima crisi istituzionale. 
Il secondo esploratore pleiadiano, tale Catone, racconta di avere visto cose che mai si sarebbe immaginato di scoprire sul pianeta azzurro: uomini che violentano donne in pieno giorno, sotto lo sguardo indifferente dei passanti, bambini che sono molestati dai loro educatori e dai preti, calciatori milionari che truccano le patite per arrotondare il salario e magari spendere il denaro guadagnato illegalmente per acquistare una Ferrari, gente che si rovina per il gioco d’azzardo e gente che rovina altra gente bisognosa per il solo fatto di avere concesso un prestito, e ancora… gente che ruba a più non posso, distrugge la natura senza remore, calpesta i diritti dei più deboli (compresi gli animali), impone la menzogna, la prevaricazione e il caos, fa di tutto per distruggere e se ne compiace. Insomma, uno schifo, sicché – dice Catone – è indubbio che l’Italia versa in una crisi morale e dei valori senza precedenti.
Per ultimo si esprime Stakanov, il terzo astronauta proveniente dalle Pleiadi. Egli racconta che non c’è lavoro e che i giovani sono ormai rassegnati, gli stipendi sono fermi ai tempi delle vecchie lire e i soldi non bastano per arrivare a fine mese, gli imprenditori e gli artigiani si suicidano per la disperazione, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi assomigliano sempre più ai grassi personaggi dipinti da Botero – per cui capisci che l’Italia è il Paese degli anti Robin Hood, giacché si ruba ai poveri per dare ai ricchi –le banche sono gestite dai draconiani (ndr: gli extraterrestri cattivi), lo Stato è un mostro onnivoro ed esercita una sorta di ius primae noctis sul cittadino, che viene sodomizzato con finezze degne del Kamasutra ma con la differenza che ciò non accade una sola volta, la prima, ma dal momento in cui gli viene assegnato il codice fiscale fino alla fine dei suoi giorni e oltre, in attesa della sua reincarnazione. Stakanov conclude che in Italia c’è una crisi economica stratosferica e che la gente è stanca, arrabbiata, delusa, depressa. 
I tre esploratori pleiadiani concordano che occorre relazionare al Gran Consiglio della Federazione Galattica che il Paese è in pericolo e senza speranza. Detto, fatto. Candido comunica l’esito dell’esplorazione attraverso il sistema di comunicazione olografico e pochi istanti dopo riceve la risposta da parte del Consiglio. Legge con stupore queste parole: "Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla"
Candido scopre che queste parole furono scritte da un terrestre di nome Albert Einstein. Il Consiglio incarica Candido, Catone e Stakanov di continuare la loro missione sulla Terra, consistente ora nel diffondere le parole di Einstein. I tre esploratori obbediscono e s’alzano in volo nei cieli del Bel Paese tracciando scie di vapore che disegnano questa frase: “La vera tragedia è non lottare per superare la crisi”. Volano dalle Alpi fino a Lampedusa, dalla Valle d’Aosta fino alla punta del Salento, e ovunque inviano il messaggio agli uomini di buona volontà, che sono ancora tanti e più determinati della feccia scellerata che ha messo in ginocchio l’Italia per troppa avidità, arroganza e stoltezza. I pleiadiani tracciano anche un grande cerchio nel grano raffigurante una figura geometrica in rotazione. Essa suggerisce che il divenire delle cose non dipende dal caso ma dalla nostra determinazione. 
In definitiva, la crisi può essere combattuta e vinta. 

PS: Ringrazio il mio commercialista – un amico, prima d’essere un consulente – per avermi fatto conoscere le parole di Einstein, che mi hanno ispirato a scrivere questo breve testo. È l’osservatore che crea la realtà, intuì Einstein. Non dimentichiamoci, dunque, che tutto è relativo: il tempo e lo spazio sopra ogni altra cosa. Nemmeno la crisi può eludere questa legge. Passerà anche questa volta e saremo più forti, forse più responsabili e attenti.

sabato 26 maggio 2012

Infelice quel popolo che non rispetta le memorie del passato

Immaginiamo per un attimo che venga allestita una pista di go-kart all’interno del Colosseo o che il Comune di Roma conceda l’autorizzazione a costruire un sexy-shop sulla via Appia Antica, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella. Non sapremmo se ridere o indignarci, per concludere che sono burle, appartenenti al genere di notizie che alcuni mass-media diffondono il 1 aprile. Eppure, circola una notizia altrettanto assurda, purtroppo fondata. È prevista l’apertura di una discarica a 700 m. da Villa Adriana, nel comune di Tivoli. Se è vero, sarebbe l’ultima, sciagurata conferma che siamo un popolo destinato all’infelicità. Perché mai? Perché un popolo che non rispetta le memorie del proprio passato, soprattutto quando è glorioso e suscita ammirazione e invidia grazie alle vestigia monumentali che hanno resistito all’usura del tempo, non è degno d’essere felice. 
Come sarebbe stato scialbo essere felici – dice Marguerite Yourcenar, alla quale dobbiamo una splendida descrizione della villa di campagna dell’imperatore Adriano, di cui ha scritto le meravigliose Memorie. È forse questa la ragione per cui aspiriamo ad essere felici ma facciamo di tutto per non riuscirci? Oh, certo, la felicità personale non dipende dal rispetto di un monumento o di un antico codice amanuense, questo no, pur tuttavia è palese che gli uomini incapaci di conservare e tutelare le espressioni artistiche e storiche della nazione cui appartengono (e per estensione dell’ecumene, visto che siamo tutti cittadini del mondo), scelgono di essere scialbi più di quanto non sarebbero se andassero fieri di ciò che gli avi hanno costruito. Gli antichi romani erano soliti onorare gli antenati riservando loro un posto speciale nella domus, solitamente una nicchia nell’apposita edicola. Ogni giorno, essi si raccoglievano in preghiera davanti a questa nicchia, in cui erano riposte le statuette di terracotta, cera o legno, dette sigillum, raffiguranti i Lari. I Lares familiares erano gli spiriti degli antenati, verso i quali si provava grande rispetto e ai quali si chiedeva di proteggere la famiglia. Esistevano anche i Lari sottoposti al culto pubblico e si teneva in vita il culto delle nobili azioni del passato. Noi abbiamo completamente smarrito questa attenzione nei confronti di chi ci ha preceduto. Di tanto in tanto onoriamo la memoria dei nostri defunti ma disdegniamo il ricordo della grandezza di chi ha vissuto prima di noi. Questo vale in particolar modo per la civiltà romana, forse l’espressione più alta dell’ingegno umano e della virtus. Siamo ingrati e insensibili, refrattari a tutelare la memoria che eleva lo spirito, e perciò infelici. Il fatto che la splendida Villa Adriana, un gioiello architettonico le cui rovine sono già minacciate dal disinteresse e dall’incuria, tra poco sarà insidiata dalla discarica di Corcolle, dimostra che abbiamo scelto di vivere come gli unni di Attila. Distruggiamo anziché creare. Consumiamo di tutto e di più invece di preservare.
L’ultima volta che visitai Villa Adriana rimasi sgradevolmente colpito dal fatto che i turisti erano pochissimi, i tornelli d’ingresso non funzionavano, le immondizie erano disseminate fra gli ulivi, i controlli inesistenti. Se avessi voluto, avrei potuto divellere e portarmi via un m² di mosaico senza che nessuno se ne accorgesse. È scandaloso che un luogo che l’Unesco ha dichiarato “Patrimonio mondiale dell’umanità” sia in uno stato comatoso, e i pochi visitatori che vi si recano (per lo più scolaresche ignare di trovarsi in un luogo consacrato alla bellezza) fra poco rinunceranno del tutto alla scampagnata a causa dei cattivi olezzi che la discarica emanerà. Probabilmente c’è un malinteso alla base dell’imminente scempio. Fu Vespasiano a dichiarare “non olet” a proposito dei cessi a pagamento da lui istituiti. L’imperatore Adriano ha ben altri meriti: il vallo britannico, la tolleranza, l’efficienza, lo splendore delle arti e l’amore per la filosofia. Costruì la grande dimora di Tivoli per farne la sua residenza, informata da una magnificenza architettonica che attingeva all’antica Grecia, all’Egitto e all’Oriente oltre che agli stili architettonici romani. Era un sogno realizzato, un sublime omaggio all’estetica che noi – eredi incolti e materialisti di un popolo che esportò la civiltà nel mondo conosciuto – oggi ignoriamo o disprezziamo, come se non ci appartenesse. È un vizio tipicamente italiano. Altre nazioni il cui patrimonio artistico è poca cosa rispetto al nostro, esaltano ciò che hanno, lo curano e valorizzano. Bastano quattro pietre in mezzo a un prato perché il loro orgoglio salga alle stelle. Noi no, noi siamo i campioni del mondo nello squallido esercizio del degrado architettonico-artistico. 
Alcuni esempi? In primis Roma. Chiunque si reca nella capitale nota con disappunto che la sporcizia dilaga nei luoghi archeologici che dovrebbero essere preservati. L’area sacra di largo Argentina è un caso eclatante. Ancora più eclatante è il caso della Domus Aurea, che è chiusa da tempo. Nel 2001 crollò una parte del soffitto e nel 2010 è crollata la volta d’ingresso a una galleria che portava alle Terme Traianee. Chissà quando (e se) riaprirà il fastoso palazzo costruito dall’imperatore Nerone dopo l’incendio di Roma del 64? La situazione è tragica in molte altre zone archeologiche del Lazio, come a Sperlonga, dove il degrado sta distruggendo le mura romane e del sito archeologico accanto alla famosa grotta di Tiberio. Il degrado dei siti e delle necropoli etrusche della Tuscia è ormai endemico. La situazione è peggiore in Campania. È ancora vivo l’eco del crollo della Domus Gladiatoria a Pompei, un luogo che il mondo intero ci invidia e dove regna la trascuratezza. Non sta meglio Ercolano. E che dire dei siti archeologici del Cilento o del patrimonio archeologico di Pozzuoli? Abbandonati. Sul territorio italiano, soprattutto al Sud, nell’antica Magna Grecia, le necropoli e gli edifici riportati alla luce versano in condizioni disperate, privi di custodi  e protezioni. Altrove, il cemento cancella la storia. Se la Campania piange, la Sicilia non ride. Musei e siti archeologici sono allo sbando. Basti pensare a Camarina, al parco archeologico di Enna, chiuso da oltre 18 mesi, e al parco archeologico di Agrigento. E la Sardegna? Un nome su tutti: la necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu-Tuvumannu. L’elenco degli scandali lungo come la barba di Matusalemme, che non frequentava la bottega del barbiere.
Perché il nostro patrimonio archeologico-architettonico è in rovina? Di chi è la colpa? La risposta è ovvia: il colpevole è lo Stato. Non ci sono i fondi, si giustificano i burocrati. Mancano i soldi per pagare i custodi, fare le opere di manutenzione, promuovere e proteggere i siti anziché abbandonarli. Ma il caso della discarica di Tivoli ci fa capire che esistono altre motivazioni: gli interessi economici. I beni archeologici vengono occultati o distrutti in nome del business. I colpevoli sono sempre gli stessi: i funzionari dello Stato, ma anche delle Regioni e delle Province, in combutta con gli speculatori dal portafoglio gonfio e con le mafie locali. Ovviamente, la colpa del degrado non può cadere solo su chi ha l’autorità per impedirlo. Sono colpevoli anche i cittadini italiani, la cui coscienza civica è pari alla conoscenza della Storia. Praticamente, zero. Siamo capre ignoranti, indegne di possedere un patrimonio artistico-archeologico che ogni Paese del mondo sogna d’avere. Il fenomeno rivela quanto siamo miseri e gretti, e conferma la premessa: non meritiamo d’essere felici se non portiamo rispetto per la bellezza e la grandezza del nostro passato. 
Eppure, esistono eccezioni su cui riflettere. Come lo stupendo polo museale di Santa Giulia a Brescia. Non avevo mai visitato questo enorme museo (17.000 m²) che dal 2011 è “patrimonio dell’umanità dell’Unesco”. L’ho fatto alcuni giorni fa e il cuore mi si è aperto. È una meta che ogni italiano dovrebbe inserire nei suoi programmi turistici ispirati dall’amore per il bello e l’arte. Ospita, fra l’altro, due capolavori come la famosa Vittoria alata del I secolo e la croce di Desiderio. In età romana, l’area dove sorge il monastero fondato dai longobardi nei cui storici ambienti è stato ricavato il Museo, era un quartiere della romana Brixia tagliato dal decumano. Tant’è che la sorpresa più grande è stata scoprire un’immensa sala dove sono state riportate a luce e ristrutturate magnificamente due abitazioni decorate da mosaici e affreschi. Uno splendore! Non è solo la bellezza del luogo, unitamente all’atmosfera magica e alla sapienza con cui si è provveduto a valorizzare il patrimonio artistico-archeologico a suscitare vivide emozioni. Mi hanno colpito anche la competenza e la gentilezza degli addetti ai lavori e dei dipendenti. Unica nota stonata: il museo era vuoto per quanto fosse domenica. Sarebbe fino troppo facile, per me che ho origini bresciane, affermare che i bresciani hanno saputo fare quello che altri nemmeno provare a fare, i più per ignoranza e menefreghismo. La verità è che si può fare bene, basta volerlo. I soldi necessari si trovano. Manca la consapevolezza e fa difetto l’impegno. Grazie agli uomini di buona volontà, realtà come il Museo di Santa Giulia non sono uniche ma semplicemente rare.
Fa specie – e tristezza – tuttavia, che gli italiani, i giovani in particolare, non conoscano le vicende storiche del nostro Paese e di fronte alle testimonianze di un passato glorioso, si comportino come il bue e l’asinello nella grotta di Betlemme. Non è vero che i due mammiferi scaldarono Gesù bambino, si limitarono a osservare quanto stava accadendo senza capirci nulla e continuarono imperterriti a ruminare. Non è forse il modo in cui i nostri ragazzi esplorano la realtà? In fondo, come diceva Voltaire, “non è la nostra condizione ma la qualità della nostra anima che ci rende felici”.

domenica 20 maggio 2012

20 maggio 2012: è il giorno delle Pleiadi

Per 4,5 milioni di italiani, oggi è il giorno del ballottaggio. Si va a votare per scegliere nuovi sindaci e nuove giunte. In alcune città cambieranno i protagonisti della scena politica locale ma è probabile che tutto resti come prima: mestamente, continueremo a piegare la schiena sotto il peso delle preoccupazioni e a tenere gli occhi bassi. In realtà, oggi abbiamo l’occasione per alzare lo sguardo e fissare fiduciosi il cielo, per quanto non vedremo nulla di appariscente. Allora, perché farlo? Perché oggi è “El grande dia cero”, un giorno straordinario, che cade ogni 26.000 anni. Questa giornata epocale è fissata sul Calendario dei Maya ed è stata annunciata dai cerchi nel grano. Alcuni pittogrammi indicano con chiarezza la fenomenologia odierna. Cosa ci attende, quando e dove? Oggi si allineano il Sole, la Luna e le Pleiadi, in particolare Alcyone, l’astro più luminoso della costellazione. L’evento sarà accompagnato da uneclissi solare che sarà visibile dalle ore 20:53 UTC di oggi alle ore 2:49 UTC di domani, nella zona Nord del Pacifico, dalla Cina fino al Messico. Questo avvenimento ha un grande valore simbolico e darà la stura a eventi che cambieranno il corso della storia della Terra. Corre voce che oggi i Pleiadiani si mostreranno ad alcuni, fortunati abitanti del pianeta, e che entro fine anno tutti vedremo le loro astronavi nel cielo. Sarà così? Non ci resta che attendere le fatidiche date previste dal Calendario Maya, ovvero il mese di dicembre, per sapere se l’aspettativa è fondata o se, invece, siamo vittime di un colossale abbaglio. L’arrivo dei Pleiadiani sul nostro pianeta potrebbe essere la “bufala” dell’anno, ma anche un evento formidabile, tale da cambiarci la vita. Per il momento, sarebbe quanto meno propizio interrogarci. Tanto per cominciare, chi sono questi Pleiadiani di cui si parla da tempo? Esistono molte pubblicazioni sul tema e in rete (Internet) si possono trovare tantissime informazioni, a volte utili ma spesso fantasiose e contraddittorie. In linea di massima risulta corretta l’identificazione dei Pleiadiani con gli alieni cosiddetti “nordici”, dall’aspetto umanoide, dai tratti fisici univoci: pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi. L’immaginario collettivo li confonde spesso con gli angeli. È tutta un’altra faccenda. Va bene, ma cosa vogliono da noi? Da parte mia, non dubitando affatto della vita nello spazio e tanto più dell’esistenza di mondi alieni abitati, ho deciso di rendere omaggio a “El grande dia cero” riportando le parole relative ai Pleiadiani che Solaris ha dettato nel mio libro il Vangelo Cosmico. Lo ricordo, quella delle Pleiadi è solo una delle infinite civiltà extraterrestri senzienti presenti nell’universo. Si possono condividere o meno le affermazioni riportate nel mio libro, ma certamente esse fanno chiarezza sui fratelli cosmici che vivono nei mondi gravitanti intorno alla “sette sorelle” (in realtà, il numero di queste stelle blu o bianche è maggiore) della Costellazione del Toro, che tradizionalmente chiamiamo Pleiadi. Nota di astronomia: sono un ammasso giovane di stelle (hanno 100 milioni di anni) molto brillanti, alcune delle quali visibili a occhio nudo (Alcyone, Atlante, Merope, Elettra, Asterope, Maia, Pleione, ecc), che si trova a 440 anni luce dalla Terra. 
Ma ecco cosa rivela Solaris. I Pleiadiani hanno un fortissimo legame con voi (n.d.r. terrestri); non solo condividono la vostra stessa origine - anche voi, come loro, avete iniziato il cammino su Lira - ma hanno vissuto sul vostro pianeta, contribuendo alla sua civilizzazione. Perciò vi amano e vi stanno aiutando ad entrare nella quinta dimensione. I Pleiadiani sono ventidue milioni di anni più avanti di voi dal punto di vista spirituale e poco meno di cinque milioni di anni più avanti di voi dal punto di vista tecnologico. Sono una razza molto energica per via di un’eccellente tradizione ed esperienza bellica. Essi amano le arti militari più di qualsiasi altra civiltà galattica, adorano anche la scienza e si occupano di xenologia, ovvero lo studio della forme di vita aliena”. Solaris precisa che nella notte dei tempi i Pleiadiani combatterono contro i Siriani per il possesso della Terra ma che da tempo hanno stipulato un’alleanza con gli antichi nemici. Poi aggiunge che ci fu un tempo in cui sulla Terra giunsero dei coloni pleiadiani-orioniani ai quali “ i Sumeri diedero il nome Annunaki, mentre i popoli della Bibbia li chiamavano Nephilim. Queste creature decisero di modificare i geni della razza umana incrociandosi con l’Homo erectus”. I Pleiadiani hanno dunque contribuito all’evoluzione della razza umana, modificandone il DNA. Più avanti, Solaris afferma: “Ti ho già rivelato che i Pleiadiani hanno la vostra stessa origine e che sono umanoidi di aspetto simile al vostro. Scoprirono il sistema solare e sbarcarono sulla Terra intorno all’anno 225.000 a.C. Ora desidero svelarti che molte anime originarie di Erra, un pianeta che si trova nella quinta dimensione, non molto distante da Taygeta, una delle sette Pleiadi, si incarnarono su SaraS (n.d.r. la Terra) per favorirne l’evoluzione. Grazie a loro sono nate le prime grandi civiltà terrestri. Voglio anche rivelarti che in un’era lontanissima i Pleiadiani erano una delle razze extraterrestri più bellicose, tant’è che hanno colonizzato e abitato non meno di cinquanta sistemi stellari. Ma negli ultimi 50.000 anni essi hanno vissuto in pace, in una società eudemonica, dominata dall’amore e dalla verità, dove ogni essere sa sviluppare il proprio potenziale e quello della comunità per un solo fine: il raggiungimento della felicità”.
Quest’ultima affermazione dovrebbe allontanare da noi il dubbio che possano avere cattive intenzioni nei nostri riguardi. E se volessero mostrarci la via della felicità? Al momento ignoriamo quale essa sia e per quanto ci si sforzi di carpirne il segreto, resta misteriosa e forse impraticabile. Ma non disperiamo. Magari, i nostri fratelli che vivono sulle Pleiadi hanno in animo di aiutarci. Lo so, qualcuno, leggendo questo post, si sarà sbellicato dalle risa. Ottimo e abbondante. Come ci ricorda un proverbio orientale “la felicità viene alla porta dove sente ridere”. In ogni caso, buon allineamento a tutti. 
PS: presso i popoli delle Ande, le Pleiadi sono associate all’abbondanza perché si rendono visibili durante il raccolto. Chissà, forse i Pleiadiani vogliono solo annunciarci l’arrivo di una nuova era di prosperità e benessere. Elezioni amministrative e politiche permettendo….

venerdì 18 maggio 2012

Salviamo la Grecia, che ci salvò dai Persiani

Il 19 agosto 480 a.C., nei pressi del passo delle Termopili, i soldati greci guidati da Leonida riuscirono a fermare l’esercito di Dario, re dei Persiani, in una battaglia epica che da tempo ha smesso di essere un fatto storico per trasformarsi in mito e ancor più in un simbolo. Chi ha un po’ di dimestichezza con la Storia forse ricorda che mai come in quel tempo, sagacemente raccontato da Erodoto, l’impero persiano fu vicino alla conquista della Grecia. Dario era stato sconfitto a Maratona dieci anni prima, ma il suo successore, il figlio Serse, ci riprovò. Voleva conquistare la Grecia e se ci fosse riuscito avrebbe potuto asservire l’Europa. Serse approntò un’armata sensazionale, Erodoto parla di 4,7 milioni di uomini armati. È impossibile che fossero così tanti, pur tuttavia la potenza dell’esercito invasore era davvero impressionante. Fortunatamente, i greci erano tosti e non si persero d’animo. Le poleis greche, alleatisi sotto l’egida di Sparta, allestirono una flotta e un esercito, e in nome dei comuni interessi, su tutti la libertà, si disposero a difendere la loro patria. Fermare Serse era quasi impossibile ma i greci ci riuscirono grazie all’abile strategia elaborata dal loro capo, l’ateniese Temistocle. Fu deciso che il re spartano Leonida affrontasse l’armata persiana al passo delle Termopili, nel tentativo quasi disperato di fermarne l’avanzata. Così fu e Leonida, che s’immolò con la sua guardia del corpo, costituita da 300 eroici opliti spartani, fermò l’armata di Serse. In realtà, l’esercito greco che combatté alle Termopili era composto da almeno 6.000/7.000 uomini, il ché non toglie che tenne testa a 250.000 nemici. La battaglia delle Termopili non fu decisiva per le sorti della guerra tra la Grecia, baluardo d’Europa, e l’Oriente. Difatti, Serse riuscì a conquistare Atene, ma poi, nella famosa battaglia navale di Salamina, la flotta greca sconfisse quella persiana e ne intaccò il morale. L’anno successivo, la vittoria dei greci nella battaglia di Platea sancì la fine del sogno orientale di sottomettere l’Occidente. 
Questa breve rievocazione serve a ricordarci i meriti eterni della Grecia, che salvò l’Europa. Se Leonida non si fosse immolato a Maratona e Pausania non avesse vinto a Platea, venticinque secoli fa la storia del nostro continente avrebbe preso una piega differente. Sì, la Storia sarebbe stata diversa e forse oggi saremmo tutti più asiatici, per quanto l’islamizzazione dell’Occidente proceda a passo spedito e rischiamo di soccombere all’invasione pacifica degli orientali (arabi e cinesi) che potrebbero riuscire laddove fallirono Dario e Serse. I meriti della Grecia non si limitano a ciò, sia chiaro. La Grecia è la culla della civiltà occidentale, la madre della filosofia e del pensiero scientifico. Siamo debitori della Grecia per un’infinità di ragioni e confesso che ogni volta che mi reco ad Atene o in qualche magnifica isoletta incastonata nell’Egeo mi sento a casa. È come se nel mio DNA ci fosse la traccia di quella civiltà meravigliosa che ha donato al mondo una delle istituzioni più rivoluzionarie: la democrazia. D’altra parte, sono nato a Como e non posso fare a meno di considerare che nel 59 a.C., Giulio Cesare inviò nella rifondata Novum Comun non meno di 500 coloni greci. Non è improbabile, dunque, che nelle mie vene scorra qualche goccia di sangue ellenico. Ma chi non è un po’ greco, in fondo in fondo? La Magna Grecia fece conoscere al Mezzogiorno d’Italia un’epoca di potenza e grande splendore, se lo ricordino gli amministratori delle regioni del Sud. A parte ciò, è impossibile non provare gratitudine e insieme una mozione d’affetto per la Grecia e i greci, soprattutto in un momento in cui la tempesta si abbatte sulla terra degli dei. 
Le cronache ci informano che la Grecia sta soffrendo le pene dell’inferno e che a metà giugno tornerà alle urne. La nazione è in ginocchio a causa di una gravissima crisi economica cui si aggiunge l’instabilità politica. L’economia della Grecia è asfittica; il Paese importa il doppio di quello che esporta e il suo debito sovrano continua a crescere a dismisura mentre il Pil è crollato. La crisi della Grecia è una conseguenza delle turbolenze finanziarie del periodo 2007-09 e delle successive bolle speculative, dell’attuale recessione, ma anche del carattere distorto dell’unione monetaria europea e ovviamente dell’incapacità da parte delle autorità greche di fronteggiare l’emergenza. Va da sé che i greci di oggi non sono più quelli di una volta, e servirebbe loro un Pericle con la lungimiranza di Zeus. Sta di fatto che i greci, come altri popoli, hanno dimenticato la loro grandezza. Un po’ come noi italioti, che al tempo dei Cesari conquistammo la Grecia ma ne fummo a nostra volta conquistati, trasformandoci da rozzi contadini in un popolo raffinato e ricco d’ingegno. Si tramanda che nell’età dell’oro e del beau geste, le mamme dei soldati spartani usavano raccomandare al figlio che partiva per la guerra: “E tan e epì tas”, che significa “con lo scudo o sullo scudo”. Le stoiche madri chiedevano ai loro figli di tornare vincitori (con lo scudo) o morti (sullo scudo). Altri tempi, è chiaro. Da quando hanno scoperto il turismo, i greci si sono impigriti e forse imbolsiti. In più, ormai sono un popolo levantino, dal temperamento vibrante. Sono capaci di esaltarsi e abbattersi per un nonnulla. Basta che l’Olympiakos vinca la finale della Coppa dei Campioni di Pallacanestro e tutto passa. Ma ci pensa il debito sovrano a cambiare gli umori e ristabilire l’usanza locale: il pianto greco. Si ha la sensazione che la Grecia sia arrivata alla frutta, anzi alle olive. C’è in atto una fuga di capitali e il “si salvi chi può”. La Bce ha smesso di ricapitalizzare gli istituti di credito ellenici e si teme che il crack fallimentare non sia più differibile. In sostanza, la Grecia sta per implodere. È possibile, forse probabile che esca dall’Eurozona, rinnegando l’Euro e ristabilendo la dracma, che nel 2001 fu soggetta a una conversione di 1 € = 340,75. La nuova dracma varrebbe poco o nulla, ne servirebbero forse 3.000 per fare 1 €. Questa decisione avrebbe conseguenza nazionali nefaste: andrebbero alle stelle il prezzo della benzina e del gas, i beni primari, il costo della vita. La svalutazione procederebbe di pari passo con l’inflazione e l’aumento dei tassi di interesse. Sarebbe un dramma, una tragedia greca con buona pace di Eschilo e soci. E a livello internazionale cosa accadrebbe? Nemmeno l’oracolo di Delfi potrebbe dirlo. Però gli effetti sugli altri stati membri dell’Unione Europea sarebbero tellurici. Da tempo, i partner europei stanno cercando di salvare la Grecia, che le agenzie di rating hanno definito “insolvibile”, dalla ineludibile bancarotta. Nel maggio 2010, fu definito un pacchetto di aiuti economici alla Grecia di 110 miliardi €. Nell’ottobre 2011, Grecia ha ricevuto altri 130 miliardi di €. affinché attui durissime misure di austerità e riduca il suo debito sovrano, che attualmente è pari al 165% del PIL. Si tratta di tentativi di salvataggio disperati, alle quali la piazza ha risposto con animosità. È come offrire due scialuppe ai passeggeri di una nave che sta affondando e ha a bordo 1.000 persone. 
Che fare, dunque? Bisogna salvare il soldato Ryan, cioè la fragilissima Grecia immemore della sua gloria. Bisogna farlo a tutti i costi, per evitare l’effetto domino in Europa ma anche per solidarietà e simpatia, non ultimo per riconoscenza. I greci ci salvarono dai persiani, l’Europa deve salvare la Grecia dai creditori (Fmi, Unione Europea e Bce). Esiste un modo per attuare questa missione impossibile, in fondo era impossibile anche fermare Serse alle Termopili… C’è un precedente storico cui riferirsi. Il 27 febbraio 1953, sessanta stati firmarono il Patto di Londra, un accordo con cui si decise di dimezzare il debito estero della Germania, smembrata e uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale. Quella decisione consentì ai tedeschi di riprendere fiato e risollevarsi. Siamo stati generosi con quelli che volevano dominare il mondo perché si credevano migliori, come possiamo non esserlo con chi ha donato al mondo Omero, Socrate, Aristotele, Alessandro il Grande e la Callas? Non basta il fondo salva-stati per strappare al suo triste destino la Grecia, che ha un debito sovrano di 355 miliardi di € contro un Pil di 215 miliardi di € - per la cronaca, l’Italia ha un debito di 1.897 miliardi di € contro un Pil di 1,580 miliardi di €. Dimezziamole il debito affinché respiri e resti in Europa, il posto che le spetta di diritto. Ci sono momenti in cui occorre essere capaci di compiere un gesto coraggioso, generoso, storico. Nominiamo la Grecia “patrimonio mondiale” e concediamole tutti i benefici che tale status implica. Suvvia, alla fine è solo una questione di soldi! Leonida i suoi trecento eroi non sono mai stati ripagati e se facessimo il calcolo degli interessi...

domenica 13 maggio 2012

Riprendiamoci il silenzio, che è l'inizio della saggezza

C’è un posto, nel mondo, così silenzioso che nessuno è stato capace, fino ad oggi, di restarvi per più di 45 minuti. Si trova nello stato americano del Minnesota ed è un luogo artificiale, una camera anecoica dalle pareti isolanti spesse oltre 3 m. all’interno della quale il silenzio è quasi totale. Questa stanza impermeabile anche al più piccolo rumore (ne viene assorbito il 99,9%) è stata creata nel 2004 dalla Orfield Laboratories e costituisce una sorta di banco sperimentale, utilizzato, fra gli altri, dalla NASA. Chiunque abbia accettato di provare il silenzio integrale, “assordante”, che forse è riscontrabile, in Natura, solo nella stratosfera o all’interno di una caverna profondissima, ma a determinate condizioni, non ha saputo resistere nemmeno un’ora. Pare che l’esperienza extrasensoriale nel luogo più silenzioso della Terra sia insopportabile e provochi uno squilibrio mentale. Forse il nostro udito, ormai assuefattosi all’inquinamento acustico, è refrattario all’assenza di suoni, e il nostro cervello ha bisogno di stimoli continui. Ebbene, restare chiusi in un posto buio dove non si odono vibrazioni, scricchiolii e fruscii e perciò la rumorosità di fondo è di – 9,4 decibel (mentre una normale conversazione ha un volume di ca. 60 decibel), mette a dura prova il nostro intelletto e insieme lo spirito. Sta di fatto che il silenzio ci disorienta e crea angoscia nell’animo. Occorre sottolineare un fatto curioso: più siamo immersi nel silenzio, tanto più sono le cose che sentiamo. Quali? Il battito del nostro cuore, il nostro respiro, lo stomaco che brontola, ecc. Sentiamo anche i nostri pensieri e la voce della nostra coscienza, abitualmente soffocata dai clamori del mondo. Credo che solo gli audiolesi siano in grado di sostenere questa condizione estrema, giacché il silenzio, che il Talmud considera “il rimedio di tutti i mali”, è per l’uomo contemporaneo una sorta di supplizio. 
L’altro giorno, dovendo iniziare il turno di soccorritore volontario in Croce Azzurra alle 6h del mattino, ho avuto modo di apprezzare il silenzio che precede l’alba nel giardino di casa mia. Non era un silenzio totale; gli uccellini iniziavano a fare gazzarra. Però non davano disturbo, il loro cinguettio non era invasivo né continuo come i suoni che avrebbero riempito l’etere di lì a un paio d’ore, soprattutto il rumore delle automobili e delle attività umane, fra cui il logorroico, inutile travaso di parole dalle bocche. Mi sono goduto quei momenti di pace, ho assaporato con voluttà il silenzio che invita alla riflessione e alla contemplazione, che ritempra e da sempre costituisce l’anima delle cose. Le stesse sensazioni, per altro, è facile coglierle nel cuore della notte o nei luoghi più isolati. Mi è capitato spesso d’immergermi in un silenzio ristoratore e di fare silenzio dentro di me, così da udire il canto della mia anima. È una sensazione bellissima, un’emozione forte e piacevole. Ed è, effettivamente, un rimedio. Seneca diceva che “le miserie della vita insegnano l’arte del silenzio”. Parole d’oro, come il silenzio per l’appunto. In questi giorni mi è capitato di meditare su come l’uomo rifugga il silenzio, lo tema a causa degli interrogativi che suscita, quasi ci costringa a prendere coscienza della nostra vacuità, della stupidità con cui agiamo, degli errori che commettiamo in nome del progresso, del benessere, dell’interesse. Invece, mai come in questo momento dovremmo cercare il silenzio, entrare in intimità con noi stessi. L’umanità è disorientata perché è frastornata. Il rumore scandisce la nostra vita, la abbruttisce. E sia chiaro, non mi riferisco solo ai rumori prodotti dalle macchine, dal lavoro, dai fenomeni atmosferici e artificiali, dagli ingranaggi e dagli apparecchi mefistofelici a cui ci unisce un invisibile cordone ombelicale, a cominciare dal telefonino. Parlo soprattutto dei rumori che produciamo con la bocca: gli sproloqui e i vaniloqui, le chiacchiere, gli schiamazzi, gli strilli, le farneticazioni, le volgarità, i discorsi sterili e dannosi. In una parola, il baccano che produciamo e di cui nutriamo chi si relaziona con noi. La baraonda che induce nei sensi repulsione e insieme una sorta di orgasmo. È come se non potessimo fare a meno di dare fiato alle trombe, di scoreggiare con la cavità orale, discutere, inveire, gracchiare, esprimere il nulla limaccioso in cui siamo immersi come rospi gracidanti nella palude. La verità è che ci piace stare a mollo nel fango. Amiamo i pettegolezzi, adoriamo pavoneggiarci con le frasi fatte o sciocche, usiamo l’intercalare come fosse prezzemolo e non ci preoccupiamo del fatto che le parole non si possono infilare come le perle, perciò sfuggono. Poco conta che il nostro vocabolario sia ridotto al lumicino, che un nuovo analfabetismo avanzi. L’importante è che la lingua faccia ginnastica. Rem tene, verba sequentur – dicevano i latini. Afferra i concetti e le parole verranno da sole. No, non è più così. Oggi le parole sono penose e i discorsi inutili, futili, stancanti. Forse, il vero problema è che non ci sono i concetti; come possiamo aspettarci frasi intelligenti? Basta guardarsi attorno. La televisione ha sancito la subordinazione della parola rispetto all’immagine. Oggi conta solo l’immagine, possibilmente arricchita di effetti speciali. I giornali non sono da meno, spendono parole confuse per raccontarci che il mondo è prigioniero del rumore compulsivo che ha creato. Ovunque si grida, si usa la parola per inebetire, confondere, ingannare, offendere, esaltare il proprio Ego. Tutti fanno sfoggio di parole, tanto non costano nulla, ma di quale qualità? La grammatica e la sintassi sono desaparecidos. Dai politici alle massaie, è una sarabanda rintronante di sfoghi verbali, grida, propositi degni di Pinocchio, deliri, vaneggiamenti frivoli. A che pro? Mark Twain diceva che il rumore non dimostra nulla e faceva il caso della gallina che appena fatto un uovo schiamazza come se avesse espulso dall’ano un asteroide. Beh, viviamo in un’epoca in cui le persone schiamazzano come se l’asteroide l’avessero avvistato e stesse precipitando sulla Terra. In realtà, hanno solo fatto l’uovo. E così, assistiamo imbelli al trionfo di chi alza la voce e la usa come uno schiacciasassi, di chi vomita parole ma non comunica o comunica concetti sbagliati, di chi grida di più e perciò si aggiudica la vacca. 
Bisogna rassegnarsi. O forse no. Possiamo allontanarci dal putiferio, cambiare la colonna sonora della nostra vita. Non è necessario recarsi nel laboratorio di Minneapolis, esistono ancora tanti luoghi fisici – dai monasteri tibetani al Sahara, ma anche un semplice bosco – e dimensioni dello spirito in cui ritirarsi per evitare il contagio. Al pari della peste, l’ingordigia verbale ha ammorbato la società, l’ha devitalizzata per eccesso di vitalità, tuttavia disponiamo di una medicina universale: il silenzio fecondo e creativo. Riscopriamolo. Usiamo il silenzio come extrema ratio contro gli imbonitori, i parolai, i ruminanti e i sacripante che offendono il nostro udito.  
Di grazia, mostriamo a chi ci spacca i timpani (per tacere del resto) che un bel tacer non fu mai scritto.

sabato 5 maggio 2012

L'Urlo di Munch e le grida dei disperati

L’Urlo di Munch, forse il dipinto più celebre al mondo dopo La Gioconda, è stato battuto dalla casa d'aste Sotheby’s nella sede di New York e aggiudicato per la cifra record di 120 milioni di dollari. Si tratta di un record assoluto, è infatti la cifra più alta mai pagata non solo per un quadro ma per una singola opera d’arte. Il record precedente apparteneva a un nudo di Picasso del 1932, battuto per 106,5 milioni di euro nel 2010. La vendita a un collezionista privato del capolavoro del pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) è un evento straordinario e foriero di riflessioni amare. Ma prima di esternare il mio pensiero, vorrei rimarcare le caratteristiche di questo dipinto. Intanto, del famoso Urlo (titolo originale in norvegese Skrik) esistono 4 versioni. Quella venduta era l’unica in possesso di un collezionista privato, l’uomo d’affari Petter Olsen. La versione più famosa è ospitata alla Nasjonalgalleriet di Oslo ed è stata rubata e ritrovata due volte, nel 1994 e nel 2004. Il dipinto fu realizzato  nel 1893 ed è considerato il simbolo dell’angoscia e dello smarrimento non solo del pittore norvegese ma per estensione dell’uomo contemporaneo. La figura e la scena rappresentate sono ispirate a un fatto vero. Mentre l’artista passeggiava con alcuni amici su un ponte di Nordstrand, già sobborgo di Oslo, il suo animo fu improvvisamente pervaso dal terrore, sicché sentì il bisogno, una volta tornato a casa, di esprimere il suo stato d’animo tramite i pennelli. Il suo volto deformato, simile a un teschio, è diventato un’icona fortemente espressiva diffusasi in tutto il mondo. Corre voce che l’Urlo, oggetto di una palpitante sfida fra due anonimi acquirenti durata dodici minuti, finirà nella reggia dei reali del Qatar o nella casa del miliardario russo Abramovich, il padrone del Chelsea FC. Certamente, il trofeo non sarà esposto in un Museo. 
Dovrebbe rendermi lieto il fatto che il mercato delle opere d’arte sia florido nonostante la crisi economica globale, significa che l’umanità non è così abbruttita da smettere di sognare e di accarezzare la bellezza, invece mi rattrista. A incupirmi è la circostanza che in un mondo sempre più allo sbando, in una società dispnoica, ci sia qualcuno che può permettersi di spendere per un quadro una cifra iperbolica, probabilmente senza intaccare il proprio patrimonio. Ognuno è libero di spendere i suoi soldi come meglio crede, obietteranno i miei lettori. Certamente, non nego a nessuno questo diritto, tanto più a chi naviga nell’oro.  Beatus ille!  - avrebbero tagliato corto i latini. Eppure, il mio animo liberale fatica ad accettare l’idea che in tempi di recessione e di ampliamento della forbice fra ricchi e poveri, in un momento in cui gli imprenditori si suicidano e ogni giorno l’elenco dei nuovi poveri si allunga, un anonimo Paperon de Paperoni possa ostentare il suo potere economico concedendosi uno “sfizio” di 120 milioni di dollari, mica noccioline! Ne faccio una questione morale. Come si può firmare un assegno di questa entità per portarsi a casa un cartone dipinto con olio, tempera e pastello – se pur pregevole – quando la stessa cifra salverebbe un numero impressionante di bambini destinati a morire di fame? No, non è demagogia la mia. So che non possiamo farci carico delle disgrazie altrui né sostituirci a chi dovrebbe provvedere. Ciò nonostante, mi ripugna pensare che il valore di mercato di un dipinto corrisponda a chissà quante decine di migliaia di vite umane destinate a spegnersi fra l’indifferenza generale. Il discorso diventa ancora più imbarazzante se pensiamo a quanti patrimoni in opere d’arte esistono al mondo e quale uso si potrebbe fare del ricavato delle eventuali vendite. Non ce l’ho con chi può comprare, ognuno deve fare i conti con la propria coscienza, bensì con quelli che potrebbero migliorare la vita di milioni di persone rinunciando a qualche bene voluttuario. Chi non ha mai pensato, ad esempio, che il Vaticano potrebbe mettere all’asta una piccola parte del suo tesoro e devolvere gli incassi per aiutare i poveri? Sarebbe un gesto che tutti apprezzerebbero. Ma basterebbe che i cardinali e gli alti prelati vendessero i pesanti crocifissi d’oro che portano al collo per manifestare concretamente solidarietà con chi paga il prezzo della crisi, della speculazione, del depauperamento e sfruttamento del pianeta. L’arte potrebbe aiutare chi soffre. Ogni anno, sei milioni di persone visitano il Louvre di Parigi solo per vedere la Gioconda, che si calcola produca oltre 66 milioni di euro. Se il capolavoro di Leonardo da Vinci fosse messo all’asta, probabilmente occorrerebbe un importo non inferiore a un miliardo di euro per aggiudicarselo. Un investimento di un miliardo di euro potrebbe debellare l’Aids o la fame in molti paesi dell’Africa. Beh, al mondo ci sono persone che potrebbero farlo. Il messicano Carlos Slim Helu (che Forbes ha eletto come l’uomo più ricco del mondo del 2012) possiede un patrimonio di 69 miliardi di dollari. Bill Gates lo segue a ruota, con 61 miliardi di dollari. L’italiano più ricco è Michele Ferrero (il signor Nutella) con 19 miliardi di dollari. E Silvio Berlusconi? È solo al 169° posto della graduatoria mondiale con 5,9 miliardi di dollari e non credo che potrebbe comprarsi la Gioconda. Poveretto!
Affiora un problema. La ricchezza mondiale è saldamente nelle mani di una élite minuscola, come mai era accaduto prima nella storia. Al vertice del sistema globale ci sono pochissime persone scandalosamente ricche. Secondo il recente Global Wealth Report di Credit Suisse, lo 0,5% della popolazione terrestre controlla oltre il 35% della ricchezza mondiale. Una ricchezza, la loro, che in molti casi nasce dallo sfruttamento delle altrui risorse e capacità. Gli Stati Uniti d’America possiedono il 25% della ricchezza totale del pianeta, l’Africa solo l’1%. Che c’è di strano? – gli USA sono la patria dei Rothschild e si sa che Ted Turner, il fondatore della CNN, possiede proprietà terriere estese quanto la regione Umbria (oltre 8.000 kmq). Fa specie che metà della popolazione mondiale detenga il 99% della ricchezza globale del pianeta mentre l’altra metà disponga del rimanente 1%. La metà composta dai reietti patisce le pene dell’inferno a causa delle privazioni, dell’impossibilità di curarsi, della mancanza di risorse e lavoro. Insomma, è soggetta a condizioni di vita disumane. D’altra parte, ogni 3,6 secondi qualcuno muore di fame nel mondo. Alcuni dati recenti sottolineano che l’oligarchia plutocrate che in virtù del denaro domina il pianeta (metà del patrimonio immobiliare globale è nelle mani del 2% della popolazione) e lo dissangua senza pietà si sta arricchendo sempre più, a dispetto del fatto che i poveri aumentano ad ogni latitudine, Italia compresa. Alcuni esempi? L’ultima Conferenza dell’Onu su Commercio e Sviluppo ha evidenziato che il numero dei paesi meno sviluppati è raddoppiato negli ultimi quarant’anni. Ma come? Il mondo progredisce e i paesi poveri sono raddoppiati? Fate voi. Nel 2002, i paesi meno sviluppati hanno speso 9 miliardi di dollari per le importazioni alimentari. Nel 2008,  la spesa era salita a 23 miliardi di dollari. Intanto, il reddito pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a ¼ negli ultimi venti anni. Se dall’universale passiamo al particolare, buttando un occhio sulla realtà italiana, ci rendiamo conto che la povertà avanza a passi lunghi e ben distesi. Eppure, noi possediamo un patrimonio di opere d’arte che il mondo ci invidia. Se lo Stato mettesse all’asta qualcuno dei suoi gioielli, potrebbe allentare la pressione fiscale e investire nelle riforme e nelle opere pubbliche. Ma questo è un discorso complesso come il labirinto di Cnosso. Per tornare a Munch, è  inevitabile considerare che al suo Urlo fanno da contraltare le grida disperate di milioni – ma che dico, miliardi – di esseri umani che non hanno il talento del pittore norvegese, capace di esprimere artisticamente l’angoscia esistenziale, ma che sanno bene cos’è l’angoscia reale, derivante da non poter sfamare se stessi e i propri figli, di non avere alcuna aspettativa di giustizia o speranza, di sperimentare l’agonia dell’anima prima ancora di quella della carne. Le grida di questa umanità che non alza la mano per aggiudicarsi un bene superfluo ma per implorare aiuto sono molto più assordanti dell’urlo di Munch. Tuttavia, non valgono nulla. 
Chissà se l’anonimo vincitore dell’asta di New York avrà mai modo di riflettere, ammirando l’Urlo nel salotto buono di casa sua, che i soldi spesi per soddisfare il proprio Ego avrebbero potuto alleviare la pena di vivere di coloro che oggi non hanno più nemmeno la forza di gridare. E a poco vale, come scrisse Wittgenstein, che “nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia più efficace del silenzio”. 
In realtà, il silenzio è il sigillo della resauesta.

martedì 1 maggio 2012

È possibile un mondo senza la vivisezione?

I fatti sono noti. Tre giorni fa, un gruppo di animalisti ha espugnato con un blitz il famigerato canile Green Hill, dove sono detenuti 2.500 cani di razza beagle destinati ai laboratori scientifici, liberando una cinquantina di cuccioli. Si è trattato di un gesto simbolico e provocatorio, il cui scopo era attirare l’attenzione su un problema che ha diverse sfaccettature etiche, socio-economiche e scientifiche: la sperimentazione animale o “ricerca in vivo”. Dodici attivisti sono stati arrestati con l’accusa di rapina, furto aggravato, violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale, ma poi rilasciati. L’assalto al lager di Montichiari ha suscitato molte polemiche e mai come in questi giorni i temi cari ai movimenti animalisti sono saliti alle cronache. Anche l’opinione pubblica si è scaldata, grazie alla campagna anti-Green Hill promossa da Striscia la Notizia e al fatto che secondo l’Eurispes, l’86% degli italiani è contro la vivisezione. È infatti utile ricordare che ogni anno, milioni di animali vengono sottoposti nei laboratori a trattamenti di avvelenamento con sostanze chimiche, induzione di malattie come il cancro, la sclerosi multipla e l’aids, brutali esperimenti al cervello e sul dolore. Una vergogna, un obbrobrio! Purtroppo è il destino dei beagle di Montichiari, sebbene il cane sia il migliore amico dell’uomo.  
Non è facile esprimere giudizi sereni sull’accaduto, limitandosi a un’analisi razionale, e quindi non emotiva, dei fatti e delle ragioni implicite dei fatti. Ergo, mi sono posto due domande. La prima è: l’assalto a Green Hill è giustificabile sul piano del diritto? In sostanza, è giusto infrangere le leggi in nome di valori morali e interessi superiori, nel caso specifico la difesa della vita di un cane? Il cuore risponde “Sì, è legittimo”. L’intelletto, invece, recalcitra e si rifiuta di accettare il fatto che il fine giustifichi i mezzi. Se così fosse, le leggi sarebbero inutili e il diritto scemerebbe consegnandoci all’anarchia. Eppure, sorge in me il dubbio che quando le leggi sono inadeguate, irrispettose del comune sentire, sia lecito ribellarsi ad esse. Anche in un regime democratico. Il paradosso è che la Legge è il termometro dei tempi. Pratiche e comportamenti che un tempo erano considerati un reato oggi sono legali e viceversa. Si sbagliava prima o si sbaglia oggi? Leonardo da Vinci, che amava gli animali e per questa ragione diventò vegetariano, ha lasciato scritto nei suoi appunti “verrà il giorno in cui gli uomini giudicheranno l’uccisione di un animale come essi giudicano oggi quella di un uomo”. I tempi modificano il senso comune della giustizia. Quindi? Credo che in linea di principio, i manifestanti che hanno dato l’assalto a Green Hill abbiano sbagliato per eccesso di zelo. Hanno fatto ciò che era giusto fare (sul piano etico) ma non ciò che è lecito fare (sul piano giuridico). Tuttavia sono giustificabili, hanno agito a fin di bene. Se mi fossi trovato a Montichiari, nelle stesse condizioni emotive degli attivisti arrestati (che non sono black bloc violenti ma studentesse, insegnanti e impiegati pacifici), in preda agli eroici furori forse anch’io avrei dato l’assalto al gulag della Marshall Farm. Come si fa a resistere allo sguardo di un cucciolo che implora pietà? La Storia dimostra che se l’uomo non avesse il coraggio di infrangere le leggi per cambiarle (visto che a volte legittimano le efferatezze) non ci sarebbe il vero progresso civile, che passa attraverso l’innalzamento della coscienza. Quale rivoluzione o movimento insurrezionale sarebbe andato a buon fine se la massa non avesse calpestato gli ottusi principi giuridici imperanti? Nel caso specifico, è utile ricordare che l’obiettivo dei movimenti animalisti è principalmente quello di portare alla chiusura di Green Hill e di altre strutture analoghe. Come? Tramite una nuova legge che tenga conto delle direttive europee dell’art. 14/2011 delle leggi comunitarie. Il fatto è che attualmente è ferma in Senato una proposta di legge che vieta l’allevamento di animali domestici e primati da destinare alla vivisezione (anche se taluni cercando di edulcorare la questione e quindi usano il termine sperimentazione). È ferma perché tale legge lede gli interessi economici delle multinazionali farmaceutiche e di certi istituti di ricerca scientifica, che ovviamente fanno pressione su alcuni membri del Senato perché facciano ostruzionismo. Non si vuole porre fine a un sistema vergognoso, basato sul “traffico della morte”, che in nome della scienza giustifica la tortura e l’assassinio di scimmie, cani, gatti, conigli e molti altri animali. Ancora più utopistica appare oggi la possibilità che in Europa, e quindi in Italia, venga approvata una legge epocale contro la vivisezione. 
Ecco la seconda questione: ha senso la sperimentazione scientifica sugli animali? Le ragioni di chi è favorevole ad essa sono note e non mi interessa ribadirle. Amo troppo gli animali e auspico che “verrà un tempo in cui il mondo guarderà alla vivisezione in nome della scienza come adesso si guarda ai roghi in nome della religione” (parole dette nell’Ottocento dal famoso chirurgo statunitense Henry Jacob Bigelow), quindi sono di parte. Mi  sembra più illuminante conoscere le buone argomentazioni di chi sostiene l’invalidità scientifica della sperimentazione animale e i gravi danni che essa ha prodotto, il che suggerisce che non ha senso. Il professor Veronesi si è chiesto “ fino a che punto è necessario il ricorso agli animali per la ricerca quando invece si può ricorrere a metodi alternativi?” e ha rimarcato che c’è una nuova presa di coscienza da parte degli uomini di scienza più illuminati che sta mettendo in discussione tale pratica e in particolar modo l’aberrante vivisezione. In effetti, molti studi scientifici indicano che sperimentare nuovi farmaci sugli animali, sottoponendoli a stress e spesso alla morte, è un metodo basato sulla fallacia funzionale e filogenetica. Le critiche alla validità dei modelli animali sottolineano la ridotta traducibilità clinica dei dati sui modelli animali e vertono sul fatto che i risultati ottenuti non siano validi per l’uomo, quindi inutili se non dannosi. Solo in pochi casi ci sono stati risultati rilevanti mentre sono numerosi i casi forieri di effetti nocivi. La storia della medicina ci indica casi eclatanti, come la talidomide e la poliomelite. O gli stessi studi sul fumo. Per contro, esistono metodi alternativi per la ricerca che possono sostituire gli attuali test di tossicità e le sperimentazioni cruente. Quali sono? Si tratta, principalmente, della coltura in vitro di cellule e tessuti umani, dei microrganismi, dei modelli matematici computerizzati, di tecniche non invasive per immagini e dei sistemi artificiali. I metodi alternativi ci sono e sono validi. Allora perché si insiste sulla sperimentazione animale e si ricorre ancora alla vivisezione? Perché i metodi alternativi tardano ad essere validati. Gli organismi preposti alla ricerca scientifica e ai controlli sono ostili alle novità, preferiscono usare tecniche familiari e più economiche. L’inerzia e gli interessi economici impediscono un cambiamento che non dev’essere solo metodologico ma anche etico. Finché gli sperimentatori resteranno insensibili alla sofferenza degli animali o la giustificheranno in nome della supremazia e della salute dell’uomo, la vivisezione continuerà ad essere una realtà sommersa ed esecrabile. Una vergogna per il genere umano, indegno di definirsi il punto più alto dell’evoluzione della specie. Nello stesso tempo, finché il genere umano negherà agli animali la dignità che è giusto riconoscere loro, e li farà oggetto di crudeltà, incuria e disprezzo, non potrà verificarsi quel salto mentale che ci faccia dire: Non si può provocare dolore agli animali né sfruttarli. 
Alla domanda che ho posto nel titolo, cioè se sia possibile un mondo senza vivisezione, mi sento dunque di rispondere che ciò accadrà, eccome se accadrà, dobbiamo lottare perché accada, ma solo quando tutti avremo preso coscienza che gli animali sono dei soggetti non degli oggetti di cui possiamo fare ciò che si vuole avrà termine la strage degli innocenti. 
Il grande filosofo David Hume ha scritto: “Nessuna verità sembra a me più evidente di quella che le bestie sono dotate di pensiero e di ragione al pari degli uomini”. Nessuno può dire cosa passa nella testa degli animali, ma è indiscutibile che essi provano gioia, dolore, simpatia, paura e molti altri sentimenti umani. Come possiamo restare insensibili agli orrori di cui i nostri simili continuano ad essere vittime inermi? 
I Braveheart del blitz di Green Hill ci hanno ricordato che ai mali estremi occorre opporre estremi rimedi. Onore a loro e a quanti lottano per i diritti degli animali con la consapevolezza che siamo tutti creature di Dio.