sabato 5 maggio 2012

L'Urlo di Munch e le grida dei disperati

L’Urlo di Munch, forse il dipinto più celebre al mondo dopo La Gioconda, è stato battuto dalla casa d'aste Sotheby’s nella sede di New York e aggiudicato per la cifra record di 120 milioni di dollari. Si tratta di un record assoluto, è infatti la cifra più alta mai pagata non solo per un quadro ma per una singola opera d’arte. Il record precedente apparteneva a un nudo di Picasso del 1932, battuto per 106,5 milioni di euro nel 2010. La vendita a un collezionista privato del capolavoro del pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) è un evento straordinario e foriero di riflessioni amare. Ma prima di esternare il mio pensiero, vorrei rimarcare le caratteristiche di questo dipinto. Intanto, del famoso Urlo (titolo originale in norvegese Skrik) esistono 4 versioni. Quella venduta era l’unica in possesso di un collezionista privato, l’uomo d’affari Petter Olsen. La versione più famosa è ospitata alla Nasjonalgalleriet di Oslo ed è stata rubata e ritrovata due volte, nel 1994 e nel 2004. Il dipinto fu realizzato  nel 1893 ed è considerato il simbolo dell’angoscia e dello smarrimento non solo del pittore norvegese ma per estensione dell’uomo contemporaneo. La figura e la scena rappresentate sono ispirate a un fatto vero. Mentre l’artista passeggiava con alcuni amici su un ponte di Nordstrand, già sobborgo di Oslo, il suo animo fu improvvisamente pervaso dal terrore, sicché sentì il bisogno, una volta tornato a casa, di esprimere il suo stato d’animo tramite i pennelli. Il suo volto deformato, simile a un teschio, è diventato un’icona fortemente espressiva diffusasi in tutto il mondo. Corre voce che l’Urlo, oggetto di una palpitante sfida fra due anonimi acquirenti durata dodici minuti, finirà nella reggia dei reali del Qatar o nella casa del miliardario russo Abramovich, il padrone del Chelsea FC. Certamente, il trofeo non sarà esposto in un Museo. 
Dovrebbe rendermi lieto il fatto che il mercato delle opere d’arte sia florido nonostante la crisi economica globale, significa che l’umanità non è così abbruttita da smettere di sognare e di accarezzare la bellezza, invece mi rattrista. A incupirmi è la circostanza che in un mondo sempre più allo sbando, in una società dispnoica, ci sia qualcuno che può permettersi di spendere per un quadro una cifra iperbolica, probabilmente senza intaccare il proprio patrimonio. Ognuno è libero di spendere i suoi soldi come meglio crede, obietteranno i miei lettori. Certamente, non nego a nessuno questo diritto, tanto più a chi naviga nell’oro.  Beatus ille!  - avrebbero tagliato corto i latini. Eppure, il mio animo liberale fatica ad accettare l’idea che in tempi di recessione e di ampliamento della forbice fra ricchi e poveri, in un momento in cui gli imprenditori si suicidano e ogni giorno l’elenco dei nuovi poveri si allunga, un anonimo Paperon de Paperoni possa ostentare il suo potere economico concedendosi uno “sfizio” di 120 milioni di dollari, mica noccioline! Ne faccio una questione morale. Come si può firmare un assegno di questa entità per portarsi a casa un cartone dipinto con olio, tempera e pastello – se pur pregevole – quando la stessa cifra salverebbe un numero impressionante di bambini destinati a morire di fame? No, non è demagogia la mia. So che non possiamo farci carico delle disgrazie altrui né sostituirci a chi dovrebbe provvedere. Ciò nonostante, mi ripugna pensare che il valore di mercato di un dipinto corrisponda a chissà quante decine di migliaia di vite umane destinate a spegnersi fra l’indifferenza generale. Il discorso diventa ancora più imbarazzante se pensiamo a quanti patrimoni in opere d’arte esistono al mondo e quale uso si potrebbe fare del ricavato delle eventuali vendite. Non ce l’ho con chi può comprare, ognuno deve fare i conti con la propria coscienza, bensì con quelli che potrebbero migliorare la vita di milioni di persone rinunciando a qualche bene voluttuario. Chi non ha mai pensato, ad esempio, che il Vaticano potrebbe mettere all’asta una piccola parte del suo tesoro e devolvere gli incassi per aiutare i poveri? Sarebbe un gesto che tutti apprezzerebbero. Ma basterebbe che i cardinali e gli alti prelati vendessero i pesanti crocifissi d’oro che portano al collo per manifestare concretamente solidarietà con chi paga il prezzo della crisi, della speculazione, del depauperamento e sfruttamento del pianeta. L’arte potrebbe aiutare chi soffre. Ogni anno, sei milioni di persone visitano il Louvre di Parigi solo per vedere la Gioconda, che si calcola produca oltre 66 milioni di euro. Se il capolavoro di Leonardo da Vinci fosse messo all’asta, probabilmente occorrerebbe un importo non inferiore a un miliardo di euro per aggiudicarselo. Un investimento di un miliardo di euro potrebbe debellare l’Aids o la fame in molti paesi dell’Africa. Beh, al mondo ci sono persone che potrebbero farlo. Il messicano Carlos Slim Helu (che Forbes ha eletto come l’uomo più ricco del mondo del 2012) possiede un patrimonio di 69 miliardi di dollari. Bill Gates lo segue a ruota, con 61 miliardi di dollari. L’italiano più ricco è Michele Ferrero (il signor Nutella) con 19 miliardi di dollari. E Silvio Berlusconi? È solo al 169° posto della graduatoria mondiale con 5,9 miliardi di dollari e non credo che potrebbe comprarsi la Gioconda. Poveretto!
Affiora un problema. La ricchezza mondiale è saldamente nelle mani di una élite minuscola, come mai era accaduto prima nella storia. Al vertice del sistema globale ci sono pochissime persone scandalosamente ricche. Secondo il recente Global Wealth Report di Credit Suisse, lo 0,5% della popolazione terrestre controlla oltre il 35% della ricchezza mondiale. Una ricchezza, la loro, che in molti casi nasce dallo sfruttamento delle altrui risorse e capacità. Gli Stati Uniti d’America possiedono il 25% della ricchezza totale del pianeta, l’Africa solo l’1%. Che c’è di strano? – gli USA sono la patria dei Rothschild e si sa che Ted Turner, il fondatore della CNN, possiede proprietà terriere estese quanto la regione Umbria (oltre 8.000 kmq). Fa specie che metà della popolazione mondiale detenga il 99% della ricchezza globale del pianeta mentre l’altra metà disponga del rimanente 1%. La metà composta dai reietti patisce le pene dell’inferno a causa delle privazioni, dell’impossibilità di curarsi, della mancanza di risorse e lavoro. Insomma, è soggetta a condizioni di vita disumane. D’altra parte, ogni 3,6 secondi qualcuno muore di fame nel mondo. Alcuni dati recenti sottolineano che l’oligarchia plutocrate che in virtù del denaro domina il pianeta (metà del patrimonio immobiliare globale è nelle mani del 2% della popolazione) e lo dissangua senza pietà si sta arricchendo sempre più, a dispetto del fatto che i poveri aumentano ad ogni latitudine, Italia compresa. Alcuni esempi? L’ultima Conferenza dell’Onu su Commercio e Sviluppo ha evidenziato che il numero dei paesi meno sviluppati è raddoppiato negli ultimi quarant’anni. Ma come? Il mondo progredisce e i paesi poveri sono raddoppiati? Fate voi. Nel 2002, i paesi meno sviluppati hanno speso 9 miliardi di dollari per le importazioni alimentari. Nel 2008,  la spesa era salita a 23 miliardi di dollari. Intanto, il reddito pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a ¼ negli ultimi venti anni. Se dall’universale passiamo al particolare, buttando un occhio sulla realtà italiana, ci rendiamo conto che la povertà avanza a passi lunghi e ben distesi. Eppure, noi possediamo un patrimonio di opere d’arte che il mondo ci invidia. Se lo Stato mettesse all’asta qualcuno dei suoi gioielli, potrebbe allentare la pressione fiscale e investire nelle riforme e nelle opere pubbliche. Ma questo è un discorso complesso come il labirinto di Cnosso. Per tornare a Munch, è  inevitabile considerare che al suo Urlo fanno da contraltare le grida disperate di milioni – ma che dico, miliardi – di esseri umani che non hanno il talento del pittore norvegese, capace di esprimere artisticamente l’angoscia esistenziale, ma che sanno bene cos’è l’angoscia reale, derivante da non poter sfamare se stessi e i propri figli, di non avere alcuna aspettativa di giustizia o speranza, di sperimentare l’agonia dell’anima prima ancora di quella della carne. Le grida di questa umanità che non alza la mano per aggiudicarsi un bene superfluo ma per implorare aiuto sono molto più assordanti dell’urlo di Munch. Tuttavia, non valgono nulla. 
Chissà se l’anonimo vincitore dell’asta di New York avrà mai modo di riflettere, ammirando l’Urlo nel salotto buono di casa sua, che i soldi spesi per soddisfare il proprio Ego avrebbero potuto alleviare la pena di vivere di coloro che oggi non hanno più nemmeno la forza di gridare. E a poco vale, come scrisse Wittgenstein, che “nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia più efficace del silenzio”. 
In realtà, il silenzio è il sigillo della resauesta.

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