mercoledì 27 giugno 2012

Istanbul, la Sublime Porta

Ci fu un tempo in cui il potente impero ottomano veniva chiamato la “Sublime Porta”. Era una sineddoche, una parte per il tutto. La Sublime Porta altro non è che il portone del quartier generale del gran visir e dei giannizzeri (in turco Yeniçeri, “nuove truppe), cioè la guardia personale del sultano. Eppure, ancora oggi, visitando Istanbul, città antichissima e modernissima a un tempo, la prima sensazione da cui si viene blanditi è di trovarsi sull’uscio di un portale, fantastico quando misterioso e ricco di sorprese. Bastano pochi giorni di soggiorno a Istànbul (a proposito, l’accento cade sulla a, perciò non è corretto chiamarla Ìstanbul o Istanbùl) per rendersi conto che la sua valenza primaria e unica al mondo è proprio quella di essere una metropoli border line, oltre che bipolare. È l’unica città del pianeta estesa su due continenti: Europa e Asia. Più antica e preziosa quella europea, residenziale quella asiatica. Le due città sono divise dal Bosforo, su cui si naviga con la gioia di ammirare la sapiente fusione di mondi, culture e persino epoche perfettamente integratesi. 

Istanbul non è la capitale della Turchia (l’onore spetta ad Ankara) ma la si può considerare un microcosmo cosmopolita, un ombelico del mondo per le infinite suggestioni ed energie che emana. Il suo limite è di essere troppo estesa, esagerata. È la città più popolosa d’Europa (vanta anche il mercato coperto più antico del mondo e il moderno centro commerciale più grande d’Europa) ma anche una delle più vivaci e sorprendenti. Ha molte altre qualità, che si scoprono cammin facendo, sì che certi vieti luoghi comuni e le paure ancestrali associate ai luoghi si sgretolano facilmente. Mamma li turchi! – si diceva una volta. A corroborare l’atavica paura della mezzaluna contribuirono i feroci pirati saraceni che razziavano le coste del Mediterraneo ma che non erano turchi, sia detto per inciso! In ogni caso, meno male che l’avanzata dei turchi finì a Vienna e che a Lepanto vinsero i veneziani, altrimenti… 

Si avvertono mille emozioni e sentori nella terra dei sultani e del caffè, che si specchia vanitosa nelle acque del Corno d’Oro come una principessa circassa, ma è pressoché impossibile provare paura. La città è sicura, sublime come l’antica porta, cordiale e invitante. La gente è indaffarata, gentile, non è perniciosa o subdola come in altri contadi islamici. Istanbul alletta i cercatori della bellezza e di risposte quanto i viaggiatori d’altri tempi. Qui, diversamente dai luoghi dove la storia è troppo lieve o pesante per incidere sul presente, il passato è un convitato di pietra che si fa amare per la sua cordialità. Ma riassumere Istanbul in poche righe è come pretendere di descrivere la via lattea avvalendosi di una fotografia. In realtà, per quanto ci si possa provare, è impossibile trasmettere attraverso una sinossi le impareggiabili virtù di una meta turistica così appagante. Intanto, va precisato che Istanbul è una sorta di araba fenice che nel corso dei secoli ha mutato nome, caratteri e valori pur rimanendo fedele a se stessa, conservando cioè la vocazione per cui è da sempre un nodo strategico e umanistico. Fondata dai coloni megaresi come Bisanzio, divenne la prospera capitale dell’Impero Romano d’Oriente sotto Costantino, che la ribattezzò Nova Roma. Ben presto, però, divenne per tutti Costantinopoli. Solo nel 1453, quando fu conquistata dal sultano Maometto, si chiamò Istanbul. L’attuale toponimo significa semplicemente “alla città”, come dire che tutto il resto è poca cosa rispetto alla sua magnificenza.  Ora, mi basta solo nominare Bisanzio e Costantinopoli per agitare le acque del cuore o creare un turbinio di nomi, ricordi, suggestioni e richiami che non appartengono solo alla storia locale o della Turchia, ma al mondo intero. Qui è stata scritta la storia dell’umanità e per quanto l’ignoranza oggi prevalga sulla sete di sapere, mi è difficile credere che il patrimonio di questo centro di potere e bellezza possa lasciare indifferente i suoi ospiti, fossero anche gastronauti interessati solo al kebap o capre affette dalla sindrome della playstation. Va da sé che avere una certa cultura e sensibilità aiuta a comprendere le infinite sfaccettature culturali, artistiche e storiche di una città così fantasmagorica, dove pietre e monumenti sono collegati in un intreccio che evoca la sinapsi del cervello, ma anche il turista più frettoloso, appena sbarcato da una nave da crociera, o la bestia trionfante danno segni di vita. A Istanbul, l’encefalogramma non può essere piatto. A stimolare l’attività elettrica ci pensano il meraviglioso Palazzo di Topkapi, antica residenza dei sultani dell’impero ottomano e sede del più famoso harem della storia, la possente e incantevole Santa Sofia, grandiosa espressione di fede e di arte, la splendida Moschea  Blu, il sorprendente Museo Archeologico o l’infinito e ubriacante Gran Bazar. In seconda battuta, il turista che si sente schiacciato dalla maestosità e dalla bellezza, può sempre rifarsi con taluni aspetti e realtà di Istanbul che stimolano i sensi più che lasciare senza fiato. Su tutti i famosi bagni turchi, il cui vero nome è hammam. Gli antichi hammam, eredi delle terme romane, non sono solo centri architettonici suggestivi e luoghi di piacere e rilassamento. Sono l’espressione più intima e profonda dell’essenza di un Oriente che ama godersi la vita e concedersi pause di riflessione, beatitudine e benessere. Non meno significativa è l’esperienza delle danze turche e in particolar modo di quella in cui sono maestri di Dervisci rotanti. E poco conta se il turista, pur ammaliato dalla danza roteante dei membri di un’antica confraternita islamica legata ai Sufi, ignora del tutto che il movimento parossistico del corpo non è l’effetto della puntura di una tarantola o del ballo di San Vito, ma è un faticoso cammino di ascesi e salvazione. 

Fra le tante cartoline di Istanbul, quella che mi ha colpito per la sua apparente banalità, e che invece nasconde una filosofia di vita antichissima, coglie uomini e ragazzi intenti a pescare sul ponte di Galata, che unisce la città vecchia con la moderna Beyoglu, il quartiere della piazza Taksim e della interminabile Istiklal Caddesi, la via pedonale dello shopping che è bello percorrere sul Nostalgic Tram. Pare quasi che la folla assiepata sul ponte sia attesa di qualcosa e che il ponte stesso sia un limbo. Che ci fa tanta gente oziosa nel cuore di una città iperattiva? La risposta è nella chiave di lettura che Istanbul offre a chi sa andare oltre le apparenze delle cose. Per quanto i suoi abitanti siano attivi e galvanizzati dal boom economico della Turchia contemporanea, resiste in molti di loro l’indissolubile piacere di ammirare la vita, apprezzarne i suoni e i colori, gustarne l’incanto. Su un ponte o sdraiati in un prato o su un tappeto, più facilmente in uno dei tanti caffè e bar all’aperto, gustando il caffè turco (che dev’essere nero come l’inferno, forte come la morte e dolce come l’amore) e fumando col narghilè. A Istanbul, nulla vale come ricevere. Se vi è da ascoltare sii il primo, se vi è da parlare sii l’ultimo – recita un proverbio turco. In effetti, il vento che soffia su Istanbul e rende sopportabile l’arsura estiva, pur diffondendo afrore di pesce, mais, sudore e caldarroste, è una morbida carezza che pare dica all’anima: Siediti e osserva. Calmati e ascolta. Tutto ciò che devi sapere è qui, davanti a te. Un altro proverbio, questa volta italiano, ci rammenta che un turco può ben divenire un dotto ma un uomo giammai. È vero, resterà sempre un bambino che si apre all’incanto della vita ma che patisce lo huzun, una profonda malinconia collettiva. 

Ecco la mia personale top-list di Istanbul. Al primo posto Topkapi. Per me che amo la storia è come tuffarsi dentro di essa e cominciare a nuotare, incurante delle onde. La visita dell’harem, gravido ancora oggi di presenze eteriche, è un’esperienza quasi carnale, e il tesoro dei sultani ti fa sentire minuscolo. Chiudere gli occhi nel Diwan, il padiglione dove i ministri del sultano e il gran visir prendevano le decisioni politiche e militari, è un’esperienza che vale la lettura di cento libri. Purché si abbiano i chakra aperti. Al secondo posto Santa Sofia. È bellissima, commovente, straziante. Oggi, la chiesa della Divina Sapienza, una delle maggiori meraviglie architettoniche del mondo, è solo un museo, ma è viva. Le sue pietre raccontano, parlano di cavalieri crociati e sultani, di guerre e terremoti, di storie che la luce esalta. Al terzo posto la meravigliosa Cisterna Basilica, un magico luogo sotterraneo invaso dalle acque in cui si passeggia su passerelle aeree avvinti da giochi di luce misterici. Vi fu girato un film della serie di James Bond, l’agente 007. Come non rimarcare che Istanbul, capolinea dl mitico Orient Express, è uno scenario ideale delle spy-stories? Al quarto posto il Museo Archeologico. È ciò che non ti aspetti. Le sue splendide collezioni abbracciano 5.000 anni di storia e costituiscono una panacea per lo spirito e la mente abbruttiti dallo squallore dei tempi presenti. Poi, in ordine sparso, il Gran Bazar, la Moschea di Solimano, l’Ippodromo bizantino di cui poco resta, il bazar delle spezie, San Salvatore in Chora e infine le mura di Teodosio. Tante attrazioni ben meritano una visita. 

Un’ultima considerazione. Come ha scritto Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, “Istanbul non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta”. È facile che il turista sensibile colga questa tristezza e paradossalmente da essa ne tragga beneficio, giacché l’inatteso ripiegarsi nell’interiorità più che l’aprirsi al mondo esterno rende il viaggio a Istanbul una strenna per lo spirito di cui fare tesoro.

lunedì 18 giugno 2012

Mia figlia, la battaglia di Waterloo e il destino

Ventiquattro anni fa, il 18 giugno, nasceva Federica, la mia terzogenita. Oggi è il suo compleanno, dunque, e festeggio. Va da sé che per me e i miei familiari, il 18 giugno è una data importante. Ma lo è solo per noi? In realtà, nel corso dei secoli sono avvenuti moltissimi fatti storici degni d’essere ricordati nel 169° giorno del Calendario Gregoriano. Il 18 giugno 1055, Federico Barbarossa fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Il 18 giugno 1836, il Generale La Marmora istituì il corpo dei Bersaglieri. Il 18 giugno 1928, Amelia Earhart diventò la prima donna ad attraversare in aeroplano l’Oceano Atlantico. E il 18 giugno 1946, a seguito delle elezioni del 2 giugno, l’Italia diventò una Repubblica. Ma forse, la data più rilevante, quella che maggiormente ha influito sul futuro dell’umanità, è il 18 giugno 1815. Quel giorno, infatti, fu combattuta in Belgio la famosa battaglia di Waterloo, il cui esito sancì la fine delle velleità di Napoleone Bonaparte. Per i francesi, oggi è un giorno triste, da dimenticare. In buona parte dei cugini transalpini non si è spento il ricordo della grandeur e meno male che il piccolo corso fu sconfitto altrimenti oggi… 
Già, che sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo? Come sarebbe il mondo attuale? È opinione diffusa fra gli storici che se Napoleone avesse vinto, non avrebbe fatto altro che ritardare di pochi mesi il suo crollo, ormai inevitabile. Non poteva più contare sui suoi fedeli generali, sull’entusiasmo e il fattore sorpresa, e non godeva più del favore popolare di una volta. Il suo momento magico era passato e domare l’Europa era ormai un’utopia. Gli alleati l’avrebbero sfiancato, nuovamente sfidato in campo aperto, infine battuto, sicché Napoleone sarebbe comunque finito in esilio a Sant’Elena. 
Questo è uno di quei casi in cui l’ucronia deve faticare non poco per immaginare scenari alternativi credibili. Cos’è l’ucronia? – vi domanderete. È un genere letterario altrimenti noto come storia alternativa, allostoria o fantastoria, basato sulla premessa che la storia del mondo abbia seguito un corso diverso da quello ufficiale. In sostanza, attraverso un genere di narrativa (o cinematografia) fantasiosa si ipotizzano vicende storiche mai avvenute ma che sarebbero state plausibili se la storia reale avesse seguito un altro percorso. Il termine ucronia (dal greco ou-cronos, cioè ”nessun tempo”) fu coniato nel 1857 dal filosofo francese Charles Renouvier e alimenta molte domande che hanno stimolato risposte fantastiche. Ci si chiede, ad esempio: come sarebbe il mondo se l’impero romano non fosse mai crollato e se quello bizantino non avesse subito l’invasione islamica? E se i francesi avessero vinto la Guerra dei Sette Anni? Se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America mentre era al servizio dei reali di Spagna ma avesse navigato su commissione della Repubblica di Genova? Se la guerra di secessione americana fosse stata vinta dai Confederati? Se  non fossero mai scoppiate la rivoluzione francese e quella russa? Se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? E se Mussolini si fosse schierato con gli alleati anziché unirsi alla Germania? A queste domande si è soliti rispondere con trame fantasiose, racconti più o meno verosimili. Nessuno può dire come sarebbero andate le cose ma, certamente, oggi il mondo sarebbe diverso. Ovviamente nessuno può dire se vivremmo in un mondo migliore o peggiore.
Non è questo il punto. La riflessione che voglio fare in un giorno speciale è di natura ancora più profonda. Mi chiedo in che misura l’uomo sia realmente fabbro del proprio destino se a decidere gli eventi sono il più delle volte circostanze che non dipendono da noi. La fortuna dei Cesari e di Napoleone quanto dipese dal vento che soffiava alle loro spalle e che all’improvviso cessò di soffiare o soffiò contro di loro? Tuttavia, forse non si trattò di vento ma di cambiamenti climatici più vasti. Un proverbio italiano ci ricorda che chi è destinato alla forca non annega. Una convinzione, questa, che portava Nick, uno dei protagonisti de Il Cacciatore di Michael Cimino, a sfidare il destino al gioco della roulette russa tutte le sere nei locali di Saigon. Se così fosse, se il destino fosse già scritto, a che serve sbattersi o preoccuparsi? Il copione è infatti uguale per tutti: prima o poi dobbiamo tornare cenere. In effetti, possiamo sempre decidere quando, come e dove, basta portare agli estremi l’esercizio del libero arbitrio. Ma dipende realmente da noi? Ricordo che Forrest Gump, nell’omonimo, bellissimo film, dice: “Non lo so… se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza… ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento”. 
Ci fu un tempo in cui leggevo avidamente i classici dell’antichità. Erodoto era uno degli scrittori che più di altri mi incuriosiva, appassionava, induceva a riflettere con le sue mirabili Storie. Mi colpì la vicenda di Creso. Erodoto narra infatti che al re Creso era stato predetto che il figlio Atys avrebbe incontrato la morte per colpa di una punta di ferro. Per evitare che ciò accadesse, fece ogni cosa in suo potere, a cominciare dal negargli di combattere, ma un giorno concesse ad Atys di andare a caccia con Adrasto. Era certo che il figlio non potesse essere colpito da un’arma ma nella peggiore delle ipotesi dalle zanne di un cinghiale. Ma gli dei, che erano in agguato, fecero in modo che il giavellotto di Adrasto colpisse mortalmente Atys anziché il cinghiale. Non meno famosa è la storia di Policrate, re di Samo, che per eludere l’invidia degli dei pensò di sminuire la sua ricchezza e dunque gettò in mare il suo anello più prezioso. Ma non poté sfuggire al suo destino, giacché ritornò in possesso dell’anello attraverso un pescatore che aveva catturato il pesce nel cui ventre c’era l’anello reale. Tutti noi, credo, abbiamo sperimentato quella che Giuseppe Verdi chiama “la forza del destino”. Tutti noi abbiamo compreso che le imprese più difficili sono realizzabili, se la forza del destino è favorevole, mentre anche le cose più semplici vanno storte quando è contraria. Il pensiero positivo ci suggerisce che in realtà la vita è docile, basta saperla prendere per il verso giusto. Ma è veramente così? Sicuramente, la mattina della battaglia di Waterloo, Napoleone avrà ripetuto a  se stesso. “Io sono il migliore. Io trionferò.” Beh, sappiamo tutti com’è andata a finire. 
A tre giorni dal solstizio d’estate, in una calda giornata in cui l’ultimo dei miei pensieri dovrebbe essere il destino, mi va di concertare che non è così importante arrovellarsi sul fato e prendere posizione in merito. Ci cambia la vita sapere che è una forza ineluttabile piuttosto che lo possiamo piegare con la volontà? Forse, la migliore opzione è vivere senza condizionamenti, con la certezza che il futuro dipende da noi anche se, da qualche parte, la sua trama è già abbozzata. Siamo viaggiatori e in quanto tali non conosciamo le sorprese che il viaggio ci riserva né tanto più la sua durata. Ma tutti abbiamo in serbo un 18 giugno. Per nascere, come capitò a mia figlia. O morire, come nel caso dell’esploratore norvegese Amundsen, del drammaturgo russo Gork’ij, del poeta Vincenzo Cardarelli e del comico Gino Bramieri. Fino al giorno prima, io non sapevo che mia figlia sarebbe nata proprio il 18 giugno. Così come Napoleone non poteva immaginare che il suo sogno si sarebbe infranto esattamente il 18 giugno. 
Ma domani è un altro giorno. Tocca ai nati del 19 giugno e ai fatti che il destino ha programmato accadessero nel 170° giorno del calendario Gregoriano. È un’altra storia, diversa da quella che in qualche modo lega mia figlia a Napoleone Bonaparte. Eppure, ho come il sospetto che ci sia un comune denominatore in queste due date come in ogni altra data. Il destino, ovviamente. Che spesso è cinico e baro ma sempre, dico sempre, è preciso come un matematico o un cabalista che sappiano cogliere nei numeri le leggi dell’universo. 
In ogni caso, tanti auguri Federica. E auguri a tutti i nati il 18 giugno.

sabato 9 giugno 2012

I miei nonni custodivano un segreto

Voglio parlare dei miei nonni materni, evocarne la memoria. Non l’ho mai fatto prima d’ora e non so perché mi vada di farlo proprio oggi. È come se, all’improvviso, il mio disgusto per il mondo in cui viviamo abbia fatto sorgere in me il desiderio di rifugiarmi nei cari ricordi del tempo perduto. Non che io sia carente di buoni motivi per essere contento anche dell’oggi – anzi, mi considero un uomo fortunatissimo – ma confesso che avvicinandomi alla soglia dei sessant’anni, l’età in cui, quand’ero bambino, un uomo veniva bollato come “vecchio”, ogni tanto sbraccia nell’animo l’impulso di ricordare com’ero, come si viveva, chi mi stava accanto e non c’è più. 
Nell’Ars poetica, altrimenti nota come Epistola ai Pisoni, Quinto Orazio Flacco afferma una verità ovvia ma spesso fraintesa: le persone anziane, non potendo retrocedere con gli anni, volentieri ritornano al passato con la memoria. Il poeta di Venosa si mostra critico soprattutto con gli anziani che indulgono in questo esercizio e li bolla come laudatores temporis acti, i lodatori del tempo passato. Ma è così grave provare nostalgia per il passato? Se oggi ho pensato ai miei nonni è perché il loro ricordo mi è di grande conforto in un momento in cui provo delusione, scoraggiamento, rabbia. A determinare il mio stato d’animo non è la mia condizione personale bensì il mondo contemporaneo: troppo cinico, arido, iniquo e stupido per i miei gusti. Un mondo che ha rinnegato l’umanesimo in nome del profitto e del potere. Osservo la realtà e scuoto la testa. Non arrivo a domandarmi dove sono le nevi di una volta, come faceva Francois Villon, tanto si sa che ogni epoca ha le sue luci e le sue ombre – e perciò è sciocco rimpiangere i tempi d’antan e affermare per inerzia che si stava meglio quando si stava peggio – ma mi interrogo addolorato su come è cambiata la gente nel volgere di pochi decenni. Come si sono deteriorati, incattiviti i rapporti umani. Se i miei nonni fossero ancora in vita non uscirebbero più di casa, si vergognerebbero di appartenere a un consorzio umano che sta facendo a pezzi tutto ciò in cui loro credevano: i veri valori e i sani principi morali, il rispetto e la cortesia, la famiglia, il timor di Dio, il senso di responsabilità e di sacrificio. 
Ma com’erano realmente i miei nonni? Non erano diversi dai nonni di una volta. Erano persone semplici, umili, dignitose, straboccanti d’amore di cui non trattenevano nemmeno una stilla. Lo donavano quasi tutto a me e a mia sorella, i loro unici nipoti. “I figli dei figli sono la corona dei vecchi” (Proverbi 17,6). Forse non conoscevano questa sentenza biblica, ma la mettevano in pratica come se fosse innata, in loro, la dedizione verso quelli che consideravano i loro unici beni preziosi. Per loro, non era importante quanto fosse grande il pianeta né che la terra girasse intorno al sole. Il mondo iniziava e finiva nell’isola familiare e il sole girava intorno ai loro due nipoti. Col senno di poi, mi verrebbe da dire che i miei nonni erano di corte vedute, ma direi una sciocchezza. Avevano fatto una scelta radicale, avevano sposato una causa che li assorbiva totalmente: amare i nipoti, farli crescere in modo sano e accudirli mentre i genitori spendevano le loro energie per costruire le fondamenta del benessere economico della famiglia. È una storia nota e comune a molte famiglie italiane, che ha inizio a metà degli anni Cinquanta e si sviluppa col boom economico degli anni Sessanta. I miei nonni hanno fatto le veci dei miei genitori e senza tante remore li hanno destituiti con la loro presenza rassicurante, il loro affetto sconfinato e disinteressato, il loro esempio dettato dal codice morale e dal buon senso. Ancora oggi, mia sorella riconosce nella nostra nonna materna la sua vera mamma. Ed io? 
Del mio nonno conservo molte istantanee indelebili e stranamente, col passare degli anni, i ricordi si fanno sempre più nitidi, quasi agiografici, anziché sbiadire o virare verso il color seppia. Si chiamava Guglielmo ed era nato nel 1901. Era un uomo mite, cortese, onesto e laborioso. Sapeva fare mille lavoretti e viveva senza recare disturbo a nessuno, portando rispetto a tutti e a ogni cosa. Sorrido al pensiero che nel confronto col mio nonno paterno – un rodomonte che piegava la volontà altrui in virtù del suo carisma, del suo istinto quasi animalesco, della sua intraprendenza – il mio nonnino soccombeva. Non c’era storia, non agli occhi del mondo. Il nonno commendatore era un vincente, il nonnino ex-operaio faceva parte della razza degli “umiliati e offesi”. In realtà, il mio nonnino stravinceva sul piano morale e sentimentale, dava lezioni di vita con la sua squisita sensibilità. Quanta bellezza interiore c’era in lui, quanta gentilezza d’animo, quanta rassegnazione a una vita modesta, anonima, che nella vecchiaia era stata riscattata dal dono della sapienza. La sua era una saggezza popolare, del cuore e non dell’intelletto, una sapienza antica che solo certi vecchi acquisiscono. Altri danno fuori di testa. Mi ha insegnato che la vita è fatica, perseveranza e fiducia. L’ho imparato alla stazione ferroviaria San Giovanni di Como. Mi teneva per mano e mi portava a vedere la partenza dei treni a vapore. Le locomotive nere sbuffavano e prendevano velocità lentamente ma inesorabilmente. Lui faceva il verso ai treni in partenza. I treni parlano, diceva, ascoltali. Sai cosa dicono? Spin-gi-un-po’-che-fò-fatica. Ed io, ascoltando il rumore delle locomotive in progressione, udivo il loro lamento atavico. Spin-gi-un-po’-che-fò-fatica. Sempre più forte e parossistico man mano si allontanavano dalla stazione. Sì, la vita è così, bisogna sudare per andare avanti, bisogna insistere per progredire. E bisogna aiutare chi non ce la fa. Ci vuole coraggio, tenacia, fede e amore. Il mio nonno mi ha fatto innamorare della vita, mostrandomi il segreto di cui era depositario: dobbiamo essere di buon esempio agli altri. Mi ha insegnato un’infinità di cose, alcune semplici come giocare a carte: scopa d’assi, briscola, marianna e rubamazzetto. Mica i giochi sofisticati di oggi! Aveva lavorato in fabbrica come tintore e conosceva bene i contrasti cromatici; ricordo il giorno in cui mi insegnò a ricavare ogni tipo di tinta usando solo i colori primari. Ottenere il verde unendo il blu e il giallo fu per me una scoperta sensazionale. Da giovane, ai tempi eroici di Girardengo, aveva corso in bicicletta e mi trasmise la passione per il ciclismo, per il Giro d’Italia in particolare. Era anche stato un buon giocatore di bocce del Circolo Nisciolano di Cernobbio e mi mostrava le medaglie vinte senza vanità. Quante partite a bocce o coi piattelli abbiamo giocato insieme e com’era bello farlo vincere negli ultimi tempi, quando era così debole e stanco che dovevo raccoglierle io le sue bocce e poco ci mancava che le tirassi al suo posto. Caro nonnino, mi hai voluto un bene dell’anima e io ti ho amato immensamente perché eri buono, sereno, delicato come un passero e sempre disponibile a ridere delle mie battute, anche quand’erano stupide. Rammento le prime volte in cui mi portasti a vedere le partite del Calcio Como allo stadio Sinigaglia. Vedere non è il termine giusto, dovrei dire “immaginare”. Allora c’erano pochi soldi e bisognava risparmiare. La domenica pomeriggio, quando il Como giocava in casa, andavamo ai giardini a lago e da lì ci spostavamo sotto gli spalti dello stadio, all’esterno delle tribune, per sentire i boati degli spettatori. Quando mancava un quarto d’ora alla fine della partita, lui, tenendomi per mano, si avvicinava a un addetto ai cancelli d’entrata e mercanteggiava alla buona, barattando una sigaretta col nostro ingresso. Mi godevo gli ultimi minuti della partita, gratis. Mi sembravano eterni e magnifici, a prescindere dal risultato. Oggi che vedo a pagamento tutte le partite del mondo su Sky, il calcio non mi sembra più “magnifico” come allora. Un giorno, il nonno scelse per me un nomignolo: Ministro. Diceva che per lui valevo più di un dignitario di Stato. Col tempo, fui io a chiamarlo Ministro perché aveva la dignità e la probità di un ministro del Regno d’Italia. Non avrebbe sfigurato nel gabinetto di Quintino Sella per quanto la sua massima carica, nella vita, era stata quella di caporale di fanteria. La sua lunga malattia lo rese ancora più mite, gentile, diafano. Non si lamentava mai del suo male. Era fatto così, non voleva disturbare. Ho avuto la fortuna di accompagnarlo verso la terra dei beati. Gli stringevo la mano mentre si spegneva come una candelina, nel letto di un ospedale. Non dimenticherò mai le sue ultime parole, accompagnate da un sorriso serafico. Aveva le ore contate e in dialetto mi chiese se c’era qualcosa da “raspar giù”. Intendeva dire se era possibile mangiare qualcosina prima di mettersi in viaggio. L’unico viatico che ho potuto dargli è stato un bacio sulla fronte, seguito da una carezza. Aveva 94 anni quando è partito per il regno dei giusti e il suo alito non sapeva di medicinali ma di rose. 
Della mia nonna Ida, che era nata nel 1906, ho molti ricordi ma farei torto alla tacita spartizione che feci con mia sorella se li sfoggiassi. Il nonno era mio, la nonna era sua. Eppure, ho amato la mia nonna con altrettanta intensità e c’è stato un momento in cui ho creduto che non sarebbe mai morta. Era una donna del popolo, una virago energica ma dal cuore d’oro. Un vero sergente di ferro. Era anche una cuoca provetta e aveva per me attenzioni particolari: il boccone migliore era mio e guai a chi osava toccarlo. Anche lei serbava un segreto: bisogna volere e fare il bene. Anche lei mi ha amato tantissimo e mi ha insegnato regole forse banali ma fondamentali, come chiedere sempre “per favore”, ringraziare e “stare giù”, cioè rimanere umili e portare rispetto. Mi ha anche insegnato a restare un uomo libero. “Spezzati ma non piegarti mai”, diceva.  Era depositaria di una filosofia di vita che ha edulcorato solo negli ultimi anni, quelli trascorsi in una casa di riposo per anziani. Quand’ero piccolo, avevo la consistenza di una crisalide e non riuscivo a tirare fuori la forza che era in me. Lei mi aiutò con le sue premure, i suoi incoraggiamenti, i suoi atteggiamenti da tigre di Mompracem. Grazie a lei, più che al nonno, io sono diventato quello che sono. Cosa sono? Un uomo senza macchia né paura. Tuttavia, il suo insegnamento più prezioso è stato l’ultimo. Ogni volta che andavo a trovarla nella casa di riposo, lei tirava fuori la forza e l’allegria per cantarmi una vecchia canzone che dice: “Non t’arrabbiare/ la vita è breve/ perciò si deve/ dimenticar./ È una ricetta/ assai perfetta/ che fa campare/ fino a tarda età”. Nonna Ida (che chiamavo Idù) questa ricetta l’ha messa in pratica per oltre un secolo. Se ne è andata alla veneranda età di 104 anni e quando è morta ho capito che con lei si chiudeva per sempre un’epoca garbata, romantica, colma di umanità. Un’epoca indimenticabile segnata da difficoltà superiori a quelle attuali – i miei nonni hanno conosciuto la miseria e la guerra – ma ingentilita da una ricchezza interiore che oggi è venuta meno. Per questa ragione, avendo avuto vicino per tanti anni due nonni meravigliosi, oggi avverto con disagio che il mondo è confuso, quasi alla deriva, che il progresso è mendace e la direzione è sbagliata. I nonni come i miei erano tanti, nel XX secolo. Ma oggi? 
La psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi ha scritto: “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi ad indagare oltre la vita; sono i vecchi da rispettare per essere rispettati da vecchi”. Quando penso ai miei nonni, che adesso si godono la pensione dorata in una dimensione ultraterrena che immagino simile alla vecchia casa di campagna in cui passavo l’estate insieme a loro, mi si allarga il cuore perché so di averli amati e rispettati, com’era giusto che fosse, per quanto loro sono stati più prodighi di me nel manifestare l’affetto. Penso di avere appreso e messo in pratica il loro vero segreto: accontentarsi e vivere in pace. Penso meritino di riposare fra gli angeli, alla destra del Padre. E penso, per ultimo, che vorrei diventare per le mie nipotine e i nipoti che avrò ciò che i miei nonnini sono stati per me. Un faro sempre acceso. 
Ci proverò, perché vorrei essere un nonno adorabile, sicché un giorno, quando avrò portato a termine il mio cammino, io possa sopravvivere attraverso i loro ricordi, così come Guglielmo e Idù continuano a vivere nel mio sancta sanctorum in virtù della loro amabilità. E coloro che erediteranno la terra non abbiano a dire di me: “il nostro nonno era ricco, importante e potente” - il ché non è vero - ma più semplicemente “aveva un grande cuore e l'animo nobile”.

sabato 2 giugno 2012

L'Afghanistan è in Valtellina

La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sull’Afghanistan raccontata da chi si è introdotto nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. 
È la sostanza di cui è fatto il mio nuovo libro  L’inferno chiamato Afghanistan – che presenterò a SONDRIO, nella suggestiva cornice del medievale Castel Masegra il 4 luglio alle ore 21 e a BORMIO, presso la Biblioteca comunale il 1 agosto alle ore 21. Quest'estate, dunque, soffierà il caldo vento afghano in Valtellina. 
Nel mio libro, racconto tre mesi vissuti intensamente, come un viaggiatore d’altri tempi, con la sensazione di essere invisibile, per quanto sia impossibile rendersi tali in un Paese in guerra, e per essere creduto un agente segreto o un pazzo. Per cogliere il genius loci e raccontarlo senza reticenze, schierandosi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Per dipingere l’affresco di una realtà che conosciamo superficialmente, attraverso i reportage dei giornalisti embedded e per fondere nel crogiolo della scrittura molteplici pietre preziose. L’inferno chiamato Afghanistan è un mosaico narrativo che prende forma in virtù di tessere vivacissime su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ogni tessera è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è il loro insieme a configurare la storia. Il racconto è attuale, coinvolgente. Ci mostra la vita e la morte e di entrambe è testimone oculare. Mette a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma coglie anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Le parole squarciano l’omertà e scuotono le coscienze. Come un plettro, la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare. 
Anche gli amici valtellinesi saranno chiamati a schierarsi... pro o contro l'Afghanistan.