sabato 9 giugno 2012

I miei nonni custodivano un segreto

Voglio parlare dei miei nonni materni, evocarne la memoria. Non l’ho mai fatto prima d’ora e non so perché mi vada di farlo proprio oggi. È come se, all’improvviso, il mio disgusto per il mondo in cui viviamo abbia fatto sorgere in me il desiderio di rifugiarmi nei cari ricordi del tempo perduto. Non che io sia carente di buoni motivi per essere contento anche dell’oggi – anzi, mi considero un uomo fortunatissimo – ma confesso che avvicinandomi alla soglia dei sessant’anni, l’età in cui, quand’ero bambino, un uomo veniva bollato come “vecchio”, ogni tanto sbraccia nell’animo l’impulso di ricordare com’ero, come si viveva, chi mi stava accanto e non c’è più. 
Nell’Ars poetica, altrimenti nota come Epistola ai Pisoni, Quinto Orazio Flacco afferma una verità ovvia ma spesso fraintesa: le persone anziane, non potendo retrocedere con gli anni, volentieri ritornano al passato con la memoria. Il poeta di Venosa si mostra critico soprattutto con gli anziani che indulgono in questo esercizio e li bolla come laudatores temporis acti, i lodatori del tempo passato. Ma è così grave provare nostalgia per il passato? Se oggi ho pensato ai miei nonni è perché il loro ricordo mi è di grande conforto in un momento in cui provo delusione, scoraggiamento, rabbia. A determinare il mio stato d’animo non è la mia condizione personale bensì il mondo contemporaneo: troppo cinico, arido, iniquo e stupido per i miei gusti. Un mondo che ha rinnegato l’umanesimo in nome del profitto e del potere. Osservo la realtà e scuoto la testa. Non arrivo a domandarmi dove sono le nevi di una volta, come faceva Francois Villon, tanto si sa che ogni epoca ha le sue luci e le sue ombre – e perciò è sciocco rimpiangere i tempi d’antan e affermare per inerzia che si stava meglio quando si stava peggio – ma mi interrogo addolorato su come è cambiata la gente nel volgere di pochi decenni. Come si sono deteriorati, incattiviti i rapporti umani. Se i miei nonni fossero ancora in vita non uscirebbero più di casa, si vergognerebbero di appartenere a un consorzio umano che sta facendo a pezzi tutto ciò in cui loro credevano: i veri valori e i sani principi morali, il rispetto e la cortesia, la famiglia, il timor di Dio, il senso di responsabilità e di sacrificio. 
Ma com’erano realmente i miei nonni? Non erano diversi dai nonni di una volta. Erano persone semplici, umili, dignitose, straboccanti d’amore di cui non trattenevano nemmeno una stilla. Lo donavano quasi tutto a me e a mia sorella, i loro unici nipoti. “I figli dei figli sono la corona dei vecchi” (Proverbi 17,6). Forse non conoscevano questa sentenza biblica, ma la mettevano in pratica come se fosse innata, in loro, la dedizione verso quelli che consideravano i loro unici beni preziosi. Per loro, non era importante quanto fosse grande il pianeta né che la terra girasse intorno al sole. Il mondo iniziava e finiva nell’isola familiare e il sole girava intorno ai loro due nipoti. Col senno di poi, mi verrebbe da dire che i miei nonni erano di corte vedute, ma direi una sciocchezza. Avevano fatto una scelta radicale, avevano sposato una causa che li assorbiva totalmente: amare i nipoti, farli crescere in modo sano e accudirli mentre i genitori spendevano le loro energie per costruire le fondamenta del benessere economico della famiglia. È una storia nota e comune a molte famiglie italiane, che ha inizio a metà degli anni Cinquanta e si sviluppa col boom economico degli anni Sessanta. I miei nonni hanno fatto le veci dei miei genitori e senza tante remore li hanno destituiti con la loro presenza rassicurante, il loro affetto sconfinato e disinteressato, il loro esempio dettato dal codice morale e dal buon senso. Ancora oggi, mia sorella riconosce nella nostra nonna materna la sua vera mamma. Ed io? 
Del mio nonno conservo molte istantanee indelebili e stranamente, col passare degli anni, i ricordi si fanno sempre più nitidi, quasi agiografici, anziché sbiadire o virare verso il color seppia. Si chiamava Guglielmo ed era nato nel 1901. Era un uomo mite, cortese, onesto e laborioso. Sapeva fare mille lavoretti e viveva senza recare disturbo a nessuno, portando rispetto a tutti e a ogni cosa. Sorrido al pensiero che nel confronto col mio nonno paterno – un rodomonte che piegava la volontà altrui in virtù del suo carisma, del suo istinto quasi animalesco, della sua intraprendenza – il mio nonnino soccombeva. Non c’era storia, non agli occhi del mondo. Il nonno commendatore era un vincente, il nonnino ex-operaio faceva parte della razza degli “umiliati e offesi”. In realtà, il mio nonnino stravinceva sul piano morale e sentimentale, dava lezioni di vita con la sua squisita sensibilità. Quanta bellezza interiore c’era in lui, quanta gentilezza d’animo, quanta rassegnazione a una vita modesta, anonima, che nella vecchiaia era stata riscattata dal dono della sapienza. La sua era una saggezza popolare, del cuore e non dell’intelletto, una sapienza antica che solo certi vecchi acquisiscono. Altri danno fuori di testa. Mi ha insegnato che la vita è fatica, perseveranza e fiducia. L’ho imparato alla stazione ferroviaria San Giovanni di Como. Mi teneva per mano e mi portava a vedere la partenza dei treni a vapore. Le locomotive nere sbuffavano e prendevano velocità lentamente ma inesorabilmente. Lui faceva il verso ai treni in partenza. I treni parlano, diceva, ascoltali. Sai cosa dicono? Spin-gi-un-po’-che-fò-fatica. Ed io, ascoltando il rumore delle locomotive in progressione, udivo il loro lamento atavico. Spin-gi-un-po’-che-fò-fatica. Sempre più forte e parossistico man mano si allontanavano dalla stazione. Sì, la vita è così, bisogna sudare per andare avanti, bisogna insistere per progredire. E bisogna aiutare chi non ce la fa. Ci vuole coraggio, tenacia, fede e amore. Il mio nonno mi ha fatto innamorare della vita, mostrandomi il segreto di cui era depositario: dobbiamo essere di buon esempio agli altri. Mi ha insegnato un’infinità di cose, alcune semplici come giocare a carte: scopa d’assi, briscola, marianna e rubamazzetto. Mica i giochi sofisticati di oggi! Aveva lavorato in fabbrica come tintore e conosceva bene i contrasti cromatici; ricordo il giorno in cui mi insegnò a ricavare ogni tipo di tinta usando solo i colori primari. Ottenere il verde unendo il blu e il giallo fu per me una scoperta sensazionale. Da giovane, ai tempi eroici di Girardengo, aveva corso in bicicletta e mi trasmise la passione per il ciclismo, per il Giro d’Italia in particolare. Era anche stato un buon giocatore di bocce del Circolo Nisciolano di Cernobbio e mi mostrava le medaglie vinte senza vanità. Quante partite a bocce o coi piattelli abbiamo giocato insieme e com’era bello farlo vincere negli ultimi tempi, quando era così debole e stanco che dovevo raccoglierle io le sue bocce e poco ci mancava che le tirassi al suo posto. Caro nonnino, mi hai voluto un bene dell’anima e io ti ho amato immensamente perché eri buono, sereno, delicato come un passero e sempre disponibile a ridere delle mie battute, anche quand’erano stupide. Rammento le prime volte in cui mi portasti a vedere le partite del Calcio Como allo stadio Sinigaglia. Vedere non è il termine giusto, dovrei dire “immaginare”. Allora c’erano pochi soldi e bisognava risparmiare. La domenica pomeriggio, quando il Como giocava in casa, andavamo ai giardini a lago e da lì ci spostavamo sotto gli spalti dello stadio, all’esterno delle tribune, per sentire i boati degli spettatori. Quando mancava un quarto d’ora alla fine della partita, lui, tenendomi per mano, si avvicinava a un addetto ai cancelli d’entrata e mercanteggiava alla buona, barattando una sigaretta col nostro ingresso. Mi godevo gli ultimi minuti della partita, gratis. Mi sembravano eterni e magnifici, a prescindere dal risultato. Oggi che vedo a pagamento tutte le partite del mondo su Sky, il calcio non mi sembra più “magnifico” come allora. Un giorno, il nonno scelse per me un nomignolo: Ministro. Diceva che per lui valevo più di un dignitario di Stato. Col tempo, fui io a chiamarlo Ministro perché aveva la dignità e la probità di un ministro del Regno d’Italia. Non avrebbe sfigurato nel gabinetto di Quintino Sella per quanto la sua massima carica, nella vita, era stata quella di caporale di fanteria. La sua lunga malattia lo rese ancora più mite, gentile, diafano. Non si lamentava mai del suo male. Era fatto così, non voleva disturbare. Ho avuto la fortuna di accompagnarlo verso la terra dei beati. Gli stringevo la mano mentre si spegneva come una candelina, nel letto di un ospedale. Non dimenticherò mai le sue ultime parole, accompagnate da un sorriso serafico. Aveva le ore contate e in dialetto mi chiese se c’era qualcosa da “raspar giù”. Intendeva dire se era possibile mangiare qualcosina prima di mettersi in viaggio. L’unico viatico che ho potuto dargli è stato un bacio sulla fronte, seguito da una carezza. Aveva 94 anni quando è partito per il regno dei giusti e il suo alito non sapeva di medicinali ma di rose. 
Della mia nonna Ida, che era nata nel 1906, ho molti ricordi ma farei torto alla tacita spartizione che feci con mia sorella se li sfoggiassi. Il nonno era mio, la nonna era sua. Eppure, ho amato la mia nonna con altrettanta intensità e c’è stato un momento in cui ho creduto che non sarebbe mai morta. Era una donna del popolo, una virago energica ma dal cuore d’oro. Un vero sergente di ferro. Era anche una cuoca provetta e aveva per me attenzioni particolari: il boccone migliore era mio e guai a chi osava toccarlo. Anche lei serbava un segreto: bisogna volere e fare il bene. Anche lei mi ha amato tantissimo e mi ha insegnato regole forse banali ma fondamentali, come chiedere sempre “per favore”, ringraziare e “stare giù”, cioè rimanere umili e portare rispetto. Mi ha anche insegnato a restare un uomo libero. “Spezzati ma non piegarti mai”, diceva.  Era depositaria di una filosofia di vita che ha edulcorato solo negli ultimi anni, quelli trascorsi in una casa di riposo per anziani. Quand’ero piccolo, avevo la consistenza di una crisalide e non riuscivo a tirare fuori la forza che era in me. Lei mi aiutò con le sue premure, i suoi incoraggiamenti, i suoi atteggiamenti da tigre di Mompracem. Grazie a lei, più che al nonno, io sono diventato quello che sono. Cosa sono? Un uomo senza macchia né paura. Tuttavia, il suo insegnamento più prezioso è stato l’ultimo. Ogni volta che andavo a trovarla nella casa di riposo, lei tirava fuori la forza e l’allegria per cantarmi una vecchia canzone che dice: “Non t’arrabbiare/ la vita è breve/ perciò si deve/ dimenticar./ È una ricetta/ assai perfetta/ che fa campare/ fino a tarda età”. Nonna Ida (che chiamavo Idù) questa ricetta l’ha messa in pratica per oltre un secolo. Se ne è andata alla veneranda età di 104 anni e quando è morta ho capito che con lei si chiudeva per sempre un’epoca garbata, romantica, colma di umanità. Un’epoca indimenticabile segnata da difficoltà superiori a quelle attuali – i miei nonni hanno conosciuto la miseria e la guerra – ma ingentilita da una ricchezza interiore che oggi è venuta meno. Per questa ragione, avendo avuto vicino per tanti anni due nonni meravigliosi, oggi avverto con disagio che il mondo è confuso, quasi alla deriva, che il progresso è mendace e la direzione è sbagliata. I nonni come i miei erano tanti, nel XX secolo. Ma oggi? 
La psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi ha scritto: “I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi ad indagare oltre la vita; sono i vecchi da rispettare per essere rispettati da vecchi”. Quando penso ai miei nonni, che adesso si godono la pensione dorata in una dimensione ultraterrena che immagino simile alla vecchia casa di campagna in cui passavo l’estate insieme a loro, mi si allarga il cuore perché so di averli amati e rispettati, com’era giusto che fosse, per quanto loro sono stati più prodighi di me nel manifestare l’affetto. Penso di avere appreso e messo in pratica il loro vero segreto: accontentarsi e vivere in pace. Penso meritino di riposare fra gli angeli, alla destra del Padre. E penso, per ultimo, che vorrei diventare per le mie nipotine e i nipoti che avrò ciò che i miei nonnini sono stati per me. Un faro sempre acceso. 
Ci proverò, perché vorrei essere un nonno adorabile, sicché un giorno, quando avrò portato a termine il mio cammino, io possa sopravvivere attraverso i loro ricordi, così come Guglielmo e Idù continuano a vivere nel mio sancta sanctorum in virtù della loro amabilità. E coloro che erediteranno la terra non abbiano a dire di me: “il nostro nonno era ricco, importante e potente” - il ché non è vero - ma più semplicemente “aveva un grande cuore e l'animo nobile”.

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