Ventiquattro anni fa, il 18
giugno, nasceva Federica, la mia terzogenita. Oggi è il suo compleanno, dunque,
e festeggio. Va da sé che per me e i miei familiari, il 18 giugno è una data
importante. Ma lo è solo per noi? In realtà, nel corso dei secoli sono avvenuti
moltissimi fatti storici degni d’essere ricordati nel 169° giorno del
Calendario Gregoriano. Il 18 giugno 1055, Federico Barbarossa fu incoronato
imperatore del Sacro Romano Impero. Il 18 giugno 1836, il Generale La Marmora
istituì il corpo dei Bersaglieri. Il 18 giugno 1928, Amelia Earhart diventò la
prima donna ad attraversare in aeroplano l’Oceano Atlantico. E il 18 giugno
1946, a seguito delle elezioni del 2 giugno, l’Italia diventò una Repubblica. Ma
forse, la data più rilevante, quella che maggiormente ha influito sul futuro
dell’umanità, è il 18 giugno 1815. Quel giorno, infatti, fu combattuta in Belgio la
famosa battaglia di Waterloo, il cui esito sancì la fine delle velleità di
Napoleone Bonaparte. Per i francesi, oggi è un giorno triste, da dimenticare. In
buona parte dei cugini transalpini non si è spento il ricordo della grandeur e meno male che il piccolo
corso fu sconfitto altrimenti oggi…
Già, che sarebbe successo se Napoleone
avesse vinto a Waterloo? Come sarebbe il mondo attuale? È opinione diffusa fra gli storici che se Napoleone avesse vinto, non
avrebbe fatto altro che ritardare di pochi mesi il suo crollo, ormai
inevitabile. Non poteva più contare sui suoi fedeli generali, sull’entusiasmo e
il fattore sorpresa, e non godeva più del favore popolare di una volta. Il suo
momento magico era passato e domare l’Europa era ormai un’utopia. Gli alleati
l’avrebbero sfiancato, nuovamente sfidato in campo aperto, infine battuto,
sicché Napoleone sarebbe comunque finito in esilio a Sant’Elena.
Questo è uno
di quei casi in cui l’ucronia deve faticare non poco per immaginare scenari
alternativi credibili. Cos’è l’ucronia? – vi domanderete. È un genere letterario altrimenti noto come storia alternativa,
allostoria o fantastoria, basato sulla premessa che la storia del mondo abbia
seguito un corso diverso da quello ufficiale. In sostanza, attraverso un genere
di narrativa (o cinematografia) fantasiosa si ipotizzano vicende storiche mai
avvenute ma che sarebbero state plausibili se la storia reale avesse seguito un
altro percorso. Il termine ucronia (dal greco ou-cronos, cioè ”nessun tempo”) fu coniato nel 1857 dal filosofo
francese Charles Renouvier e alimenta molte domande che hanno stimolato
risposte fantastiche. Ci si chiede, ad esempio: come sarebbe il mondo se
l’impero romano non fosse mai crollato e se quello bizantino non avesse subito
l’invasione islamica? E se i francesi avessero vinto la Guerra dei Sette Anni?
Se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America mentre era al servizio dei
reali di Spagna ma avesse navigato su commissione della Repubblica di Genova?
Se la guerra di secessione americana fosse stata vinta dai Confederati? Se non fossero mai scoppiate la rivoluzione
francese e quella russa? Se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? E
se Mussolini si fosse schierato con gli alleati anziché unirsi alla Germania? A
queste domande si è soliti rispondere con trame fantasiose, racconti più o meno
verosimili. Nessuno può dire come sarebbero andate le cose ma, certamente, oggi
il mondo sarebbe diverso. Ovviamente nessuno può dire se vivremmo in un mondo
migliore o peggiore.
Non è questo il punto. La riflessione che voglio fare in
un giorno speciale è di natura ancora più profonda. Mi chiedo in che misura
l’uomo sia realmente fabbro del proprio destino se a decidere gli eventi sono
il più delle volte circostanze che non dipendono da noi. La fortuna dei Cesari
e di Napoleone quanto dipese dal vento che soffiava alle loro spalle e che
all’improvviso cessò di soffiare o soffiò contro di loro? Tuttavia, forse non
si trattò di vento ma di cambiamenti climatici più vasti. Un proverbio italiano
ci ricorda che chi è destinato alla forca non annega. Una convinzione, questa,
che portava Nick, uno dei protagonisti de Il
Cacciatore di Michael Cimino, a sfidare il destino al gioco della roulette russa
tutte le sere nei locali di Saigon. Se così fosse, se il destino fosse già
scritto, a che serve sbattersi o preoccuparsi? Il copione è infatti uguale per
tutti: prima o poi dobbiamo tornare cenere. In effetti, possiamo sempre
decidere quando, come e dove, basta portare agli estremi l’esercizio del libero
arbitrio. Ma dipende realmente da noi? Ricordo che Forrest Gump, nell’omonimo,
bellissimo film, dice: “Non lo so… se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo
tutti trasportati in giro per caso come da una brezza… ma io credo, può darsi
le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento”.
Ci fu un tempo
in cui leggevo avidamente i classici dell’antichità. Erodoto era uno degli
scrittori che più di altri mi incuriosiva, appassionava, induceva a riflettere
con le sue mirabili Storie. Mi colpì
la vicenda di Creso. Erodoto narra infatti che al re Creso era stato predetto
che il figlio Atys avrebbe incontrato la morte per colpa di una punta di ferro.
Per evitare che ciò accadesse, fece ogni cosa in suo potere, a cominciare dal
negargli di combattere, ma un giorno concesse ad Atys di andare a caccia con
Adrasto. Era certo che il figlio non potesse essere colpito da un’arma ma nella
peggiore delle ipotesi dalle zanne di un cinghiale. Ma gli dei, che erano in
agguato, fecero in modo che il giavellotto di Adrasto colpisse mortalmente Atys
anziché il cinghiale. Non meno famosa è la storia di Policrate, re di Samo, che
per eludere l’invidia degli dei pensò di sminuire la sua ricchezza e dunque
gettò in mare il suo anello più prezioso. Ma non poté sfuggire al suo destino,
giacché ritornò in possesso dell’anello attraverso un pescatore che aveva
catturato il pesce nel cui ventre c’era l’anello reale. Tutti noi, credo,
abbiamo sperimentato quella che Giuseppe Verdi chiama “la forza del destino”.
Tutti noi abbiamo compreso che le imprese più difficili sono realizzabili, se la
forza del destino è favorevole, mentre anche le cose più semplici vanno storte
quando è contraria. Il pensiero positivo ci suggerisce che in realtà la vita è
docile, basta saperla prendere per il verso giusto. Ma è veramente così?
Sicuramente, la mattina della battaglia di Waterloo, Napoleone avrà ripetuto
a se stesso. “Io sono il migliore. Io
trionferò.” Beh, sappiamo tutti com’è andata a finire.
A tre giorni dal
solstizio d’estate, in una calda giornata in cui l’ultimo dei miei pensieri
dovrebbe essere il destino, mi va di concertare che non è così importante arrovellarsi
sul fato e prendere posizione in merito. Ci cambia la vita sapere che è una
forza ineluttabile piuttosto che lo possiamo piegare con la volontà? Forse, la migliore
opzione è vivere senza condizionamenti, con la certezza che il futuro dipende
da noi anche se, da qualche parte, la sua trama è già abbozzata. Siamo viaggiatori
e in quanto tali non conosciamo le sorprese che il viaggio ci riserva né tanto
più la sua durata. Ma tutti abbiamo in serbo un 18 giugno. Per nascere, come
capitò a mia figlia. O morire, come nel caso dell’esploratore norvegese
Amundsen, del drammaturgo russo Gork’ij, del poeta Vincenzo Cardarelli e del
comico Gino Bramieri. Fino al giorno prima, io non sapevo che mia figlia
sarebbe nata proprio il 18 giugno. Così come Napoleone non poteva immaginare
che il suo sogno si sarebbe infranto esattamente il 18 giugno.
Ma domani è un
altro giorno. Tocca ai nati del 19 giugno e ai fatti che il destino ha
programmato accadessero nel 170° giorno del calendario Gregoriano. È un’altra storia, diversa da quella che in qualche modo lega mia figlia
a Napoleone Bonaparte. Eppure, ho come il sospetto che ci sia un comune
denominatore in queste due date come in ogni altra data. Il destino,
ovviamente. Che spesso è cinico e baro ma sempre, dico sempre, è preciso come
un matematico o un cabalista che sappiano cogliere nei numeri le leggi
dell’universo.
In ogni caso, tanti auguri Federica. E auguri a tutti i nati il 18 giugno.

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