lunedì 18 giugno 2012

Mia figlia, la battaglia di Waterloo e il destino

Ventiquattro anni fa, il 18 giugno, nasceva Federica, la mia terzogenita. Oggi è il suo compleanno, dunque, e festeggio. Va da sé che per me e i miei familiari, il 18 giugno è una data importante. Ma lo è solo per noi? In realtà, nel corso dei secoli sono avvenuti moltissimi fatti storici degni d’essere ricordati nel 169° giorno del Calendario Gregoriano. Il 18 giugno 1055, Federico Barbarossa fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Il 18 giugno 1836, il Generale La Marmora istituì il corpo dei Bersaglieri. Il 18 giugno 1928, Amelia Earhart diventò la prima donna ad attraversare in aeroplano l’Oceano Atlantico. E il 18 giugno 1946, a seguito delle elezioni del 2 giugno, l’Italia diventò una Repubblica. Ma forse, la data più rilevante, quella che maggiormente ha influito sul futuro dell’umanità, è il 18 giugno 1815. Quel giorno, infatti, fu combattuta in Belgio la famosa battaglia di Waterloo, il cui esito sancì la fine delle velleità di Napoleone Bonaparte. Per i francesi, oggi è un giorno triste, da dimenticare. In buona parte dei cugini transalpini non si è spento il ricordo della grandeur e meno male che il piccolo corso fu sconfitto altrimenti oggi… 
Già, che sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo? Come sarebbe il mondo attuale? È opinione diffusa fra gli storici che se Napoleone avesse vinto, non avrebbe fatto altro che ritardare di pochi mesi il suo crollo, ormai inevitabile. Non poteva più contare sui suoi fedeli generali, sull’entusiasmo e il fattore sorpresa, e non godeva più del favore popolare di una volta. Il suo momento magico era passato e domare l’Europa era ormai un’utopia. Gli alleati l’avrebbero sfiancato, nuovamente sfidato in campo aperto, infine battuto, sicché Napoleone sarebbe comunque finito in esilio a Sant’Elena. 
Questo è uno di quei casi in cui l’ucronia deve faticare non poco per immaginare scenari alternativi credibili. Cos’è l’ucronia? – vi domanderete. È un genere letterario altrimenti noto come storia alternativa, allostoria o fantastoria, basato sulla premessa che la storia del mondo abbia seguito un corso diverso da quello ufficiale. In sostanza, attraverso un genere di narrativa (o cinematografia) fantasiosa si ipotizzano vicende storiche mai avvenute ma che sarebbero state plausibili se la storia reale avesse seguito un altro percorso. Il termine ucronia (dal greco ou-cronos, cioè ”nessun tempo”) fu coniato nel 1857 dal filosofo francese Charles Renouvier e alimenta molte domande che hanno stimolato risposte fantastiche. Ci si chiede, ad esempio: come sarebbe il mondo se l’impero romano non fosse mai crollato e se quello bizantino non avesse subito l’invasione islamica? E se i francesi avessero vinto la Guerra dei Sette Anni? Se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America mentre era al servizio dei reali di Spagna ma avesse navigato su commissione della Repubblica di Genova? Se la guerra di secessione americana fosse stata vinta dai Confederati? Se  non fossero mai scoppiate la rivoluzione francese e quella russa? Se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? E se Mussolini si fosse schierato con gli alleati anziché unirsi alla Germania? A queste domande si è soliti rispondere con trame fantasiose, racconti più o meno verosimili. Nessuno può dire come sarebbero andate le cose ma, certamente, oggi il mondo sarebbe diverso. Ovviamente nessuno può dire se vivremmo in un mondo migliore o peggiore.
Non è questo il punto. La riflessione che voglio fare in un giorno speciale è di natura ancora più profonda. Mi chiedo in che misura l’uomo sia realmente fabbro del proprio destino se a decidere gli eventi sono il più delle volte circostanze che non dipendono da noi. La fortuna dei Cesari e di Napoleone quanto dipese dal vento che soffiava alle loro spalle e che all’improvviso cessò di soffiare o soffiò contro di loro? Tuttavia, forse non si trattò di vento ma di cambiamenti climatici più vasti. Un proverbio italiano ci ricorda che chi è destinato alla forca non annega. Una convinzione, questa, che portava Nick, uno dei protagonisti de Il Cacciatore di Michael Cimino, a sfidare il destino al gioco della roulette russa tutte le sere nei locali di Saigon. Se così fosse, se il destino fosse già scritto, a che serve sbattersi o preoccuparsi? Il copione è infatti uguale per tutti: prima o poi dobbiamo tornare cenere. In effetti, possiamo sempre decidere quando, come e dove, basta portare agli estremi l’esercizio del libero arbitrio. Ma dipende realmente da noi? Ricordo che Forrest Gump, nell’omonimo, bellissimo film, dice: “Non lo so… se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza… ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento”. 
Ci fu un tempo in cui leggevo avidamente i classici dell’antichità. Erodoto era uno degli scrittori che più di altri mi incuriosiva, appassionava, induceva a riflettere con le sue mirabili Storie. Mi colpì la vicenda di Creso. Erodoto narra infatti che al re Creso era stato predetto che il figlio Atys avrebbe incontrato la morte per colpa di una punta di ferro. Per evitare che ciò accadesse, fece ogni cosa in suo potere, a cominciare dal negargli di combattere, ma un giorno concesse ad Atys di andare a caccia con Adrasto. Era certo che il figlio non potesse essere colpito da un’arma ma nella peggiore delle ipotesi dalle zanne di un cinghiale. Ma gli dei, che erano in agguato, fecero in modo che il giavellotto di Adrasto colpisse mortalmente Atys anziché il cinghiale. Non meno famosa è la storia di Policrate, re di Samo, che per eludere l’invidia degli dei pensò di sminuire la sua ricchezza e dunque gettò in mare il suo anello più prezioso. Ma non poté sfuggire al suo destino, giacché ritornò in possesso dell’anello attraverso un pescatore che aveva catturato il pesce nel cui ventre c’era l’anello reale. Tutti noi, credo, abbiamo sperimentato quella che Giuseppe Verdi chiama “la forza del destino”. Tutti noi abbiamo compreso che le imprese più difficili sono realizzabili, se la forza del destino è favorevole, mentre anche le cose più semplici vanno storte quando è contraria. Il pensiero positivo ci suggerisce che in realtà la vita è docile, basta saperla prendere per il verso giusto. Ma è veramente così? Sicuramente, la mattina della battaglia di Waterloo, Napoleone avrà ripetuto a  se stesso. “Io sono il migliore. Io trionferò.” Beh, sappiamo tutti com’è andata a finire. 
A tre giorni dal solstizio d’estate, in una calda giornata in cui l’ultimo dei miei pensieri dovrebbe essere il destino, mi va di concertare che non è così importante arrovellarsi sul fato e prendere posizione in merito. Ci cambia la vita sapere che è una forza ineluttabile piuttosto che lo possiamo piegare con la volontà? Forse, la migliore opzione è vivere senza condizionamenti, con la certezza che il futuro dipende da noi anche se, da qualche parte, la sua trama è già abbozzata. Siamo viaggiatori e in quanto tali non conosciamo le sorprese che il viaggio ci riserva né tanto più la sua durata. Ma tutti abbiamo in serbo un 18 giugno. Per nascere, come capitò a mia figlia. O morire, come nel caso dell’esploratore norvegese Amundsen, del drammaturgo russo Gork’ij, del poeta Vincenzo Cardarelli e del comico Gino Bramieri. Fino al giorno prima, io non sapevo che mia figlia sarebbe nata proprio il 18 giugno. Così come Napoleone non poteva immaginare che il suo sogno si sarebbe infranto esattamente il 18 giugno. 
Ma domani è un altro giorno. Tocca ai nati del 19 giugno e ai fatti che il destino ha programmato accadessero nel 170° giorno del calendario Gregoriano. È un’altra storia, diversa da quella che in qualche modo lega mia figlia a Napoleone Bonaparte. Eppure, ho come il sospetto che ci sia un comune denominatore in queste due date come in ogni altra data. Il destino, ovviamente. Che spesso è cinico e baro ma sempre, dico sempre, è preciso come un matematico o un cabalista che sappiano cogliere nei numeri le leggi dell’universo. 
In ogni caso, tanti auguri Federica. E auguri a tutti i nati il 18 giugno.

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