sabato 28 luglio 2012

La rivolta in Siria e la sindrome delle quattro "i".

Ho provato a chiedere ad alcuni conoscenti di spiegarmi cosa sta succedendo in Siria. Nessuno di loro ha saputo rispondermi e qualcuno è arrivato a liquidare la faccenda sentenziando che è in corso una baruffa tra arabi, una faida musulmana che non ci riguarda. Ho risposto che la situazione è un po’ più complessa, che forse ci riguarda, al ché sono stato apostrofato con queste parole: “Ognuno ha le sue gatte da pelare”. Sì, forse è vero, la crisi economica ci angustia e deprime. Non abbiamo tempo né voglia di pensare ai guai altrui, figuriamoci le sommosse popolari in Siria, anche se lo scontro fra il governo e il Consiglio nazionale siriano (i rivoltosi) è sempre più sanguinoso, tant’ è che i morti registrati da marzo 2011 a oggi sono oltre 19.000 e il regime sta attuando violenze che rasentano “la pulizia etnica e i crimini contro l’umanità”, come ha denunciato a Bruxelles il Ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi. 
Purtroppo, la Siria è arrivata tardi oltre che nel momento sbagliato. Abbiamo fatto indigestione di “baruffe arabe” con la Primavera araba del 2011. La rivolta tunisina, quella egiziana con la caduta di Mubarak, infine la guerra civile in Libia con la fine di Gheddafi… diciamo la verità, non se ne può più delle forsennate torme islamiche che strepitano come se avessero il fuoco di Sant’Antonio. Adesso tocca alla Siria e ai siriani, beh, che sarà mai? Lo sappiamo tutti come andrà a finire: il regime è alla frutta dopo decenni di bagordi iniziati nel 1963, quando il colpo di stato del partito Ba’th trasformò la Siria in un Paese in stato di emergenza oltre che nel covo del male. L’autocratico Presidente Bashar al-Assad, erede di quell’Hafiz al-Assad che dopo trent’anni di dittatura morì a causa di una fibrosi polmonare, mentre avrebbe meritato la forca, è politicamente già defunto e farà la misera fine degli altri despoti maomettani su cui è tramontato il sole: Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. Già, ma a quale prezzo? La questione siriana è delicatissima e la partita è aperta. Il regime è ancora coeso e intende reprimere a qualunque prezzo la rivolta riformista anche a costo di rivitalizzare le organizzazioni jihadiste, cioè il terrorismo. Le incognite sono tante e tali da fare accapponare la pelle. Israele minaccia di bombardare gli arsenali chimici di Assad con chissà quali conseguenze. La tensione fra Siria e Turchia sta lievitando. Anche la Giordania è in fibrillazione. La situazione precipita di ora in ora. Fino a quando l’Onu potrà differire l’intervento dei caschi blu? E se fosse la Nato a rompere gli indugi? Quali reazione provocherebbe un intervento militare esterno nei Paesi arabi confinanti (ndr: i sauditi e gli emiri del Qatar finanziano i ribelli) e nell’Iran? E come reagirebbero la Russia e la Cina, che notoriamente proteggono la Siria e hanno posto il veto alle sanzioni contro Assad vagliate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu? Il fatto è che il gran casino di Siria chiama in causa logiche di geopolitica molto sottili e coinvolge l’intero scacchiere mediorientale. È difficile dire cosa succederà a Damasco, Homs e Aleppo nei prossimi giorni e soprattutto come andrà a finire, aldilà delle ipotesi dell’uomo della strada e delle facili conclusioni. Il ché rende ancora più importante e interessante ciò che in questo momento accade laggiù. 
Ma cosa sta avvenendo, a farla breve? È in atto una guerra di tutti contro tutti, un massacro. Eppure, è come se la questione fosse marginale, ininfluente, banale. I giornali e le televisioni ne parlano poco, con malcelato fastidio e poca chiarezza. È un caso? No, è in atto una premeditata campagna di disinformazione e manipolazione mediatica, resa più facile dal fatto che siamo in piena estate, alla vigilia del grande esodo al mare e in montagna. Diamine, la gente non vuole essere disturbata con notizie di violenze, combattimenti e stermini. Meglio occuparsi di gossip e di calciomercato. Meglio domandarsi se nel grembo della Fico c’è il bambino di Balotelli o di mister X. Poveri noi. Anziché osservare il mondo e cercare di capire se ci stiamo avvicinando ad Armageddon (economico e politico), preferiamo spiare il vicino di casa o guardare le terga della Minetti dal buco della serratura. Tornando ai miei conoscenti che non hanno saputo mettere insieme due concetti sulla Siria, devo purtroppo constatare che non sono l’eccezione ma la norma. Per questo motivo, associo la crisi siriana alla sindrome delle quattro “i” che pare abbia colpito la maggioranza della popolazione italiana e, forse, mondiale. 
Quali sono queste quattro “i”? L’ignoranza, l’indifferenza, l’ipocrisia e l’incoscienza. Ormai fanno parte della way of life nazionale, sono controvalori radicati. 
Cominciamo con l’ignoranza. Sebbene viviamo in una società globalizzata e i mass media fanno entrare il mondo nelle nostre case ogni giorno, siamo più ignoranti di cinquant’anni fa. Il nostro sapere si è ridotto ai minimi termini e spesso è confuso ed errato. Goethe metteva in guardia che “nulla è più terribile dell’ignoranza attiva”. Viviamo nell’era dell’ignoranza attiva, in cui a parlare e dettare legge sono proprio gli ignoranti. Quello che mi ha stupito maggiormente, nominando la Siria, è che molti non sanno nemmeno collocare geograficamente questa nazione né sanno che Damasco è la sua capitale. Figuriamoci il resto. Per estensione, mi è capitato di notare che i giovani in particolare sono così ignoranti da sommare i tre tipi di ignoranza: saper niente, saper male e sapere ciò che non serve sapere. Fateci caso e poi ditemi se non è così. Naturalmente le sommosse in Siria sono solo un esempio, un indice minimo dell’ignoranza con cui ci si relaziona col mondo nell’era di internet e dei Social Network. Forse perché il mondo siamo noi e degli altri ci interessiamo solo nella misura in cui possiamo parlargli di noi? Non lo so, ma so che la gente non brama di imparare ed evolversi, è ignorante a 360° e, cosa ancora più grave, si bea della propria ignoranza. Le palestre e i centri estetici sono pieni, le librerie vuote. Vorrà pure dire qualcosa? A che serve coltivare la conoscenza se ciò che conta, in un mondo sempre più edonistico e meschino, è la cura del corpo? 
Ma l’ignoranza è solo il primo fattore critico negativo. Fa il paio con l’indifferenza. Nicolas de Chamfort ci ha lasciato questo splendido aforisma su cui riflettere: “Soltanto l’inutilità del primo diluvio trattiene Dio dal mandarne un secondo”. Come dargli torto. A Dio, naturalmente. I nostri tempi sembrano segnati in modo indelebile dall’indifferenza quasi generale. Siamo talmente concentrati su noi stessi e i nostri bisogni, così innamorati del nostro Ego da considerare con sufficienza tutto ciò che è esterno a noi. L’indifferenza è figlia dell’abitudine, dell’egoismo, della superficialità. Guarda caso, tre prerogative dell’uomo del XXI secolo. Attenzione, però, siamo indifferenti a compartimenti stagni. Ci interessano le cose che ci fanno stare bene, ci fanno divertire, ci fanno sentire importanti. Una donna non sarà mai indifferente a una borsa di Gucci e un uomo alla Ferrari rossofuoco. Però siamo indifferenti al vuoto pneumatico che ci circonda e in cui galleggiamo, anzi ci stiamo bene perché ci assolve da incombenze fastidiose: pensare, agire, creare. Per contro, siamo indifferenti a tutto ciò che non può appagare l’Ego ma se mai richiamarlo a una lezione di umiltà. C’è la guerra civile in Siria? Chissenefrega. I bambini muoiono di fame e di sete in Africa? Peggio per loro. Le donne vengono mutilate e violentate sistematicamente in molte parti del mondo? Non dovevano uscire di casa. L’indifferenza è una piaga planetaria ma in Italia sta diventando insopportabile. Non ci fermiamo a soccorrere una persona che ha avuto un incidente (al massimo, ci godiamo lo spettacolo dei soccorsi in posizione di sicurezza) né interveniamo per mettere in fuga un ladro o uno stupratore, figuriamoci cosa ce ne importa se in un anno muoiono 19.000 persone in Siria!  Ignoranza e indifferenza spiegano solo in parte la nostra viltà, figlia di una alienazione inarrestabile. 
La terza “i” è quella di cui facciamo sfoggio con maggiore disinvoltura: l’ipocrisia. Siamo diventati come il coccodrillo, che piange dopo avere divorato la sua preda. Ci scandalizziamo e facciamo un quarantotto per Green Hill e i beagles sottratti alla vivisezione (e sono totalmente d’accordo) ma siamo insensibili davanti ai morti di Damasco, bambini compresi. Come mai? Perché ci scaldiamo se i giapponesi fanno strage di balene ma non alziamo un dito per impedire la mutilazione delle donne musulmane? E perché ci movimentiamo per i diritti dei gay e ce ne infischiamo di quelli dei curdi o delle altre minoranze etniche in pericolo? Perché siamo ipocriti. Siamo così ipocriti da prendere posizione solo a favore di ciò che pensiamo sia “politicamente corretto”. Non siamo più in grado di decidere con la nostra testa cosa sia giusto o ingiusto. Il nostro giudizio è dettato da fattori come la convenienza e la conformità. 
La quarta “I”, infine. Mi riferisco all’incoscienza, intesa come non-coscienza, mancanza di consapevolezza. Dall’osservazione dei comportamenti antropologici si evince il male sottile dell’umanità: l’inconsapevolezza. E come se non sapessimo più chi siamo. Ho spesso riscontrato che a determinare gli atteggiamenti ottusi e le decisioni sbagliate è proprio la défaillance dello spirito. O meglio, il fatto che la nostra coscienza sia sotto l’effetto dei barbiturici. Siamo manipolabili, assenti, corpi estranei al mondo e alla natura pur facendone parte. Quanto meno, ci comportiamo da tali. La nostra società è piena di walking dead che si limitano a soddisfare i bisogni fisiologici naturali e a cercare disperatamente il denaro e il divertimento (che spesso si trasforma in annichilimento). Non si pongono nemmeno uno dei famosi interrogativi esistenziali: Chi sono? Dove vado? Cosa voglio? – e via di seguito. Mancano di quella consapevolezza che dovrebbe guidarli nella vita e indicare loro non solo la direzione giusta ma anche il viatico da portare seco. Ma qui il discorso si amplia e si fa arduo. Non è possibile prendere coscienza di sé e del proprio ruolo nel mondo se si sceglie di vivere come gli umanoidi e rinnegare i valori immortali che da sempre guidano l’umanità verso la vera evoluzione, quella interiore. La consapevolezza non è un dono ma una conquista faticosa. E la fatica, oggidì, viene elusa come se fosse contagiosa. Si fa fatica a imparare e conoscere, l’ignoranza è più rassicurante. Si fa fatica a interessarsi delle cose e partecipare, condividendo le emozioni, i sacrifici, l’ansia. Meglio mostrarsi indifferenti, che tanto chi ce lo fa fare di cercare rogne. Si fa fatica ad essere onesti e sinceri, meglio proteggersi dietro lo scudo dell’ipocrisia che assicura l’approvazione sociale. Infine, si fa fatica a crescere. Non dal punto di vista ormonale, che basta mangiare a più non posso succulenti cadaveri di animali farciti di estrogeni e fare uso di beveroni, bensì intellettualmente, moralmente, spiritualmente. Si fa fatica a prendere coscienza di noi stessi, figuriamoci il resto. 
Ecco perché non mi stupisco che ieri un ragazzo di ventiquattro anni mi abbia chiesto se i siriani vengono da Sirio, la Stella del cane, la più brillante del cielo notturno. Non ho avuto il coraggio di dirgli la verità. E poi, chi può affermare con certezza quali siano le origini dell’antica, fiorente civiltà di Ebla?

mercoledì 25 luglio 2012

A Denver hanno fatto un patto col diavolo?

La strage dell’Aurora Century Movie Theater, in cui il ventiquattrenne James Holmes ha ucciso 12 persone e ne ha ferite 58 in occasione dell’anteprima del film The Dark Knight Rises, potrebbe essere catalogata come l’ultima follia apparentemente senza senso di cui un killer si rende protagonista. In sé, suscita la doverosa compassione per le vittime innocenti e un ribrezzo che però dura poco, il tempo di cedere ad altre suggestioni. Siamo così abituati ai comportamenti demenziali che nulla ci può più sorprendere se non ad interim
Eppure, l’episodio in questione ha dei risvolti interessanti. È accaduto nell’area di Denver, un dettaglio fondamentale. Perché mai? Per chi non lo sapesse, Denver è una città posta nel cuore degli Stati Uniti d’America, ai piedi delle Montagne Rocciose, e oltre ad essere la capitale del Colorado può vantarsi di essere un distretto tecnologico fra i più evoluti degli USA, insieme alla Silicon Valley e a Seattle. Ha un’altra caratteristica che a posteriori, una volta considerati i fatti di cui sto per scrivere, può essere considerata un indizio. Denver è sede primaria dell’industria aerospaziale e della Difesa americana, oltre che di aziende famigerate come la Lockheed. A parte questo, la strage alla “prima” di Batman richiama alla memoria un precedente. Il 20 aprile 1999, due studenti fecero fuoco nei locali della Columbina High School, facendo una strage incomprensibile. Il bilancio fu di 13 morti (12 studenti e un insegnante) e 24 feriti. Il Liceo Columbina si trova a 20 km. dal cinema Aurora Century, cioè nel comprensorio di Denver. È solo una coincidenza? Potremmo pensarlo se non fosse che Denver ha un altro, inquietante primato che dà adito a un grave sospetto. 
Non è che a Denver hanno fatto un patto col diavolo? A farcelo pensare non sono le due stragi ma quello che può essere considerato il vero vanto della città: il DIA. Questa sigla corrisponde all’Aeroporto Internazionale di Denver, un autentico must le cui stranezze sono tante e tali che Dan Brown o Ken Follett potrebbero scriverci un romanzo. 
In primis, è l’aeroporto commerciale più vasto degli USA (140 km² di area aeroportuale) e il terzo del mondo. Non è un fatto normale. Denver è solo al 25° posto per numero di abitanti nella classifica delle metropoli statunitensi. Come può avere l’aeroporto più grande? Tanto per fare un paragone, è come se Ravenna (che è la venticinquesima città nella graduatoria nazionale) avesse un aeroporto più grande di Roma Fiumicino e Malpensa. Illogico, no? L’aeroporto di Denver è una mega struttura costata 4,8 miliardi di USD, attorno alla quale aleggiano misteri, dicerie e teorie cospirazionistiche, tant’è che taluni l’hanno ribattezzato “La porta degli inferi” e giurano che non sia solo un aeroporto commerciale. 
Parlavo di stranezze. Ebbene, sono palesi e nessuno sa spiegarle. Fu costruito nel 1995 e bizzarrie e anomalie affiorarono già nel cantiere. Fu deciso a priori che il quadro generale dell’aeroporto (la sua completa ed effettiva anatomia) non fosse conosciuta da nessuno e perciò i lavori furono divisi in piccoli lotti affidati a molte imprese. A posteriori, i numeri suscitarono sospetti fondati sulla consistenza reale dei lavori effettuati. Furono infatti spostati 110 milioni di m³ di terra, una abnormità rispetto al necessario. Subito corse voce che al di sotto dell’aeroporto era stata scavata un’immensa voragine destinata ad accogliere una base militare segreta. Inoltre, per rendere funzionale l’aeroporto, furono utilizzati 5.300 miglia di fibre ottiche. A che scopo? Per farsi un’idea dell’assurdità di questo numero basti pensare che la distanze fra la due coste degli Usa è di circa 3.000 miglia! Terza stranezza: l’aeroporto dispone di una rete sotterranea di metropolitane e tunnel enormi mai usati. A che servono? Forse l’aeroporto ha una seconda funzione tenuta segreta dalla Casa Bianca. Già, perché oltre ad accogliere ogni anno 50 milioni di viaggiatori, fa il verso a una cattedrale new age, o meglio a un tempio pagano il cui stile induce a pensare inequivocabilmente alle derive sataniche e alla massoneria. È infatti innegabile che l’aeroporto di Denver sia un concentrato di strani elementi architettonici e simboli esoterici che non ti aspetti di vedere in un aeroporto. Quali? Cominciamo col famigerato Blue Horse, che svetta con orgoglio all’ingresso. Si tratta di una cavallo in fibra di vetro di colore blu cobalto, alto 12 m., con gli occhi demoniaci rosso brillante.  Il suo progettista, lo scultore messicano Luis Jimenez, si ispirò a uno dei quattro cavalli dell’Apocalisse, la “Morte”. Perché mai? Sta di fatto che il povero Jimenez è morto nel 2006, durante la costruzione del cavallo, schiacciato dalla testa della statua, che si staccò all’improvviso spappolandolo. Vabbé, sarà stato un caso. Sono un caso anche i quattro murales profetici dipinti da Leo Tanguma che solo a vederli ti prende l’angoscia e se hai sonno resti sveglio per la paura di avere un incubo? Eh sì, perché i famosi murales di Denver sono un omaggio alle forze del male. Nel primo è raffigurata una cerimonia blasfema che ha come sfondo una città in fiamme e in primo piano alcune bambine morte. Nel secondo si ammira un soldato mostruoso che uccide una colomba bianca in mezzo a una montagna di macerie e cadaveri. Il terzo raffigura un soldato morto circondato da bambini, uno dei quali brandisce con un guanto metallico un martello. Nel quarto murales, infine, alcuni bambini si raccolgono intorno a un santone mistico che pare possa guidarli verso una nuova era. Roba da far venire i brividi! Non meno bizzarra (anche se giustificata da una mostra sull’Egitto che si è tenuta a Denver) è la presenza di una statua alta 8 m. raffigurante Anubis, il dio egizio dell’Oltretomba, che accoglie i viaggiatori. Del tutto incomprensibile, invece, è la presenza dei gargoyles, le inquiete figure di pietra che fanno la guardia a Notre-Dame, in quel di Parigi, e che non si capisce affatto cosa ci stiano a fare in un aeroporto avveniristico. Non sono certo l’unica presenza scomoda e inquietante. L’aeroporto vanta infatti strane parole e simboli incassati nel pavimento, fra cui una pietra angolare massonica al di sotto della quale è stata sepolta la capsula del tempo, che verrà dissotterrata nel 2094. Perché è lì e perché proprio nel 2094? Mistero. Il mistero aleggia anche intorno alla pianta dell’aeroporto. Visto dall’alto, è riconoscibile il disegno della svastica nazista. Non può essere casuale che le piste di atterraggio e decollo s’intreccino in questo modo.  
Tantum satis, direbbero i latini. Tanto basterebbe per accreditare l’ipotesi che c’è qualcosa di strano nell’aria o nell’acqua, a Denver. In effetti, non è normale progettare e arredare un aeroporto come se fosse il tempio di una setta pagana. Ma da chi era formata la commissione che vagliava i progetti? O erano ubriachi dalla mattina alla sera, oppure sapevano il fatto loro. Secondo i sostenitori del complotto mondiale, la seconda ipotesi è più credibile e perciò non dobbiamo stupirci. L’asse Denver-Atlanta è una delle principali vie della corrente esoterica-massonica americana e l’aeroporto del Colorado riflette la lucida follia, la filosofia e gli obiettivi delle élites globali, fautrici del Nuovo Ordine Mondiale, alle quali piace rifarsi alla simbologia satanica e occultista. Non c’è da stupirsi che ciò accada. La storia di Faust e Mefistofele è sempre attuale, chi è innamorato del potere non ha remore a stringere un patto con Satana. Del Nuovo Ordine Mondiale ho parlato con dovizia di informazioni in un mio precedente post e non mi dilungherò. Voglio solo precisare che i plutocrati che vorrebbero imporre un governo unico mondiale e asservirci, conoscono bene la psiche umana. Ciò spiegherebbe la messinscena dell’aeroporto di Denver. Secondo gli occultisti, il cavallo di Satana piuttosto che i murales, su cui è impossibile per chiunque non gettare l’occhio, sono aggregatori di energia psichica negativa. Producono nei passeggeri che ogni giorni transitano a Denver emozioni e sentimenti che rafforzano l’inquietudine, la paura, la fragilità e la tendenza verso il male. Asseconderebbero il gioco di chi trama perché l’umanità sia così debole e impaurita da invocare un ordine nuovo, una tirannia del NWO come minore dei mali. Qualcuno ipotizza addirittura che gli immensi sotterranei dell’aeroporto di Denver ospitino i rettiliani, gli extraterrestri “cattivi” con cui si sarebbe alleato il governo degli USA, e che in futuro verranno usati come campi di concentramento per i dissidenti. Ma questa, forse, è fantascienza. 
Personalmente, non credendo alle coincidenze ma alla legge di analogia, mi chiedo cosa passava nella testa di James Holmes. Il fatto di vivere a Denver lo ha in qualche modo condizionato? Nel dubbio, io che ho viaggiato moltissimo, anche negli USA, mi rallegro di non essere mai stato a Denver. Non si sa mai. Nello stesso tempo, confesso che mi piacerebbe farci scalo. 
Senza impegno. Così, tanto per annusare l’aria che tira.

venerdì 20 luglio 2012

L'estate dà i numeri e ci induce a riflettere

Viviamo in una società che si regge sul precariato, la vacuità e la menzogna. Per fortuna ci sono i numeri, che quanto meno non mentono. Tutto è numero, diceva Pitagora. Mentre il poeta latino Giovenale cantava che “nei numeri è la sicurezza”. Magari fosse vero! Non contesto l’importanza dei numeri, anzi. Contesto il fatto che ci diano sicurezza. Mi pare che ultimamente ci diano solo grattacapi e buoni motivi per preoccuparci. Prendiamo l’estate in corso, ad esempio. Ho stralciato alcuni numeri dei tanti apparsi sui giornali in queste ultime ore e ho pensato di ricamarci su alcune riflessioni in formato bonsai. I numeri ai quali dedicare questo post estivo, che scrivo in giardino, all’ombra di un grande acero, lo sguardo che oscilla fra l’azzurro del cielo e quello del lago, mi richiamano a un esercizio doveroso, che la bellezza del creato rischia a volta di allentare. Mi riferisco allo sdegno quotidiano. Quali sono in numeri che devono suscitare in noi sentimenti di sdegno? Eccoli. 
Primo numero: 1.966,3. Sono i miliardi del debito pubblico italiano al maggio 2012. Rispetto al mese precedente è aumentato di 17,061 milioni di euro. Bankitalia ha infatti rilevato questo nuovo record negativo che rende ancora più difficile il tentativo del governo di abbattere il debito dell’amministrazione pubblica. Ma come, il debito aumenta anziché arrestarsi? L’impresa di Monti e del governo dei tecnici è come lo sforzo di Sisifo e la questione è seriosa (definirla seria in un Paese di buffoni e cialtroni è fuori luogo). Il debito pubblico continua infatti a crescere nonostante le contromisure adottate per ridurlo. Già, ma le contromisure sono efficaci e bastanti? Certo che no, lo capiscono anche i miei cani, ai quali non posso imporre di mangiare meno crocchette perché lo spread sale e intanto io mi diverto a buttare via il cibo. Per dirla ancora più chiaramente, non esiste che il peso della crisi economica globale e gli errori di chi ci ha ridotto sul lastrico siano a carico dei soliti fessi, alla cui categoria appartengo visto che dichiaro tutto quello che guadagno e pago le tasse fino all’ultimo centesimo. Non si risolve l’endemico vizio dell’amministrazione pubblica italiana a scialare e rubare allegramente aumentando la pressione fiscale. 
E qui entra in gioco il secondo numero: 55.  È l’indice della reale entità delle tasse in Italia. Mediamente, paghiamo l’aliquota del 55% su quello che guadagniamo. Una percentuale assurda, un altro record europeo negativo. Significa che lo Stato italiano è diventato progressivamente un taglieggiatore autorizzato, un bandito di strada certificato, un socio di maggioranza prepotente e avido. Ne consegue che oggi l’Agenzia delle Entrate sia vista come un leviatano. E non è un caso che la riscossione dei tributi sia affidata alla famigerata Equitalia, un’entità che evoca i “bravi” di Don Rodrigo per i modi in cui agisce. Siamo tutti “servi”, per non dire “schiavi”, di un sistema bulimico, arrogante e corrotto che considera il cittadino una povera e indifesa mucca da mungere. Tempi e modi della mungitura sono tali da deprimere la povera mucca, che tra un po’ non sarà più in grado di dare latte e assomiglierà alla smilza vacca indiana. 
Ecco il terzo numero dell’estate: 8. È salito a 8 milioni il numero dei poveri in Italia. È un dato assurdo, impietoso, angosciante. Mi rifiuto, invece, di conoscere il numero dei nuovi ricchi, quelli che speculando senza scrupoli morali in tempi di crisi accrescono il loro patrimonio. A che pro guastarmi l’umore? E poi, che se ne faranno dei milioni o miliardi di euro che hanno accumulato gli Scrooge nazionali quando verrà l’ora in cui mancherà loro il fiato? Quel che è certo è che la forbice della povertà/ricchezza si sta ampliando a dismisura. La nostra società sta diventando sempre più iniqua, cinica e scellerata. È una società di miserabili, prossima a implodere. Tornando al discorso del debito pubblico, va da sé che non esiste proprio che molti debbano lavorare di più, fino all’esaurimento fisico e psichico, per mantenere gli apparati e i bagordi statali, mentre altri (quelli che stanno sotto il manto statale, più protettivo di quello della Madonna) si godano gli ozi di Capua. Il debito pubblico continuerà a crescere fin quando non verrà imposto un principio che è alla basa di ogni sana economia domestica: non ci si può permettere di spendere più di quello che si guadagna, sprecare e mantenere in vita il parassitismo come se fosse un’istituzione sacra. Bisogna tagliare i costi del grande baraccone pubblico, ma non con la cesoia per le unghie. Ci vogliono tagli drastici, epocali. Tagli cesarei, vorrei dire, per liberarci del mostro che portiamo in grembo. Perché di un mostro si tratta, viziato e invasivo. Avremo mai la fortuna, un giorno, di leggere sui giornali che i fannulloni e i ladri e sono stati licenziati e che al loro posto sono stati assunti i giovani che hanno voglia di lavorare (non quelli interessati solo al posto di lavoro e allo stipendio fisso)? Potremo mai esultare alla notizia che sono stati decurtati con la scure gli stipendi dei politici e degli amministratori pubblici, che sono state abolite le pensioni d’oro e le auto blu, cancellati gli enti inutili, dismesse le proprietà inutilizzate, risparmiato il denaro che confluisce nelle tasche della Mafia e degli avvoltoi attraverso le opere pubbliche? Diventeremo mai un Paese agile, onesto, moderno? Dubito che la mia generazione assisterà a una palingenesi di questa portata. Non ci sarà mai l’agognata giustizia sociale finché l’egoismo e l’avidità, cioè gli interessi, detteranno le regole del gioco, finché le mosche cocchiere della politica, della cultura e dell’economia ci guideranno senza averne i meriti e la capacità. 
E a proposito di meriti e capacità, nessuno nega che Zlatan Ibrahimovic abbia una certa confidenza col pallone. Ma da qui a giustificare il quarto numero estivo: 14, ce ne corre. Lo zingaro del calcio ha appena firmato un nuovo ingaggio col PSG di Parigi, una squadra rilevata dai petromiliardari arabi. Guadagnerà 14 milioni di euro netti all’anno. È una cifra pazzesca, novanta volta superiore allo stipendio del Presidente della Repubblica Francese Hollande, tant’è che il Ministro del Bilancio francese l’ha subito definita “indecente”. Come dargli torto? Effettivamente è un indecenza che un calciatore percepisca uno stipendio così alto, soprattutto in un momento difficile come questo. Ma definirla indecenza evidenzia solo un aspetto del problema. Personalmente trovo che Ibrahimovic e l’antipatico Raiola, il suo manager, siano persone odiose ma naturalmente hanno fatto solo il loro interesse. Business is business. La legge della domanda e dell’offerta non ha nulla a che spartire con l’Etica. Non possiamo biasimarli, dunque, anche perché temo che al loro posto ci saremmo comportati nello stesso modo. Scagli la prima pietra chi si sarebbe accontentato di percepire lo stipendio di un operaio specializzato della Renault per danzare, palla al piede, sul prato del Parc des Princes. Il vero scandalo è che ci sia gente che dà un valore distorto al denaro e contribuisce con la propria, gretta insensibilità, a rendere il mondo sempre più assurdo, sperequativo e immorale. Perché meravigliarsi, in fondo? Chi è nato col deretano sui barili di petrolio non può avere la forma mentis né la visione del mondo di chi, invece, deve sudare in fabbrica o sui campi di grano per guadagnarsi la pagnotta e, magari, fare sacrifici per permettersi l’abbonamento alla pay-tv grazie alla quale godersi i funambolismi del signor Ibrahimovic, altresì famoso per i suoi mal di pancia. 
Che numeri, però! Non quelli dell’esoso mercenario del calcio, sia chiaro, che è meglio per tutti noi che abbia tolto il disturbo, bensì quelli che l’estate ci sta propinando. E siamo solo a luglio. Già si mormora che ad agosto la Borsa subirà un attacco speculativo, unitamente al nostro Paese, la cui strenua resistenza dà fastidio a molti. È facile che presto leggeremo altri numeri da far paura, tali da andarci di traverso. Si salvi chi può, dunque. E chiedo venia se ho dato libero sfogo al mio sdegno, senza una tesi o una proposta, in attesa dei temporali estivi. Mi auguro che l’aria si rinfreschi e il tarlo che mi rode dentro si rilassi. Tanto è inutile prendersela. 
I giocatori dicono che i numeri si cavano dopo che sono usciti. Chissà quali numeri usciranno prossimamente sulla ruota che gira, indifferente ai casi di un’umanità sempre più umiliata e offesa?

sabato 14 luglio 2012

La letteratura non è morta, è solo impotente

Non è facile, e tantopiù appropriato, parlare di un libro che non si è letto. L’aggravante è che non intendo proprio leggerlo. Non mi interessa farlo. Pur tuttavia ne voglio parlare perché mi interessa il suo corollario e ancora di più fare alcune brevi riflessioni che pur lasciando il tempo che trovano, potrebbero servire a evitare che i miei lettori spendano i loro soldi per comprare libri che dovrebbero finire nel cassonetto della spazzatura anziché sugli scaffali della biblioteca domestica. 
Il libro in questione è Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, pseudonimo dell’autrice Erika Leonard. In realtà, è solo il primo tomo di una trilogia che comprende Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso. Comune denominatore dei tre libri è il tema erotico trasgressivo. Vi si narrano, infatti, le avventure di Anastasia Steele, una giovane studentessa universitaria che si fa coinvolgere in una relazione sentimentale con Christian Gray basata sull’erotismo e le perversioni sessuali. Tutto qui. Ebbene, la saga erotica della goffa protagonista è già un caso letterario eclatante. Pochi giorni fa, si è diffusa la notizia che negli Usa, in solo sei settimane sono state vendute dieci milioni di copie! In Inghilterra, il primo libro della saga ha già superato in uscita il record di vendite del Codice da Vinci e dell’epopea del maghetto Harry Potter. Anche in Italia è balzato in testa alla classifica dei libri più venduti. Ancora più significativo, però, è l’effetto collaterale della lettura di un libro che pare sia più efficace del Viagra: nella fredda Gran Bretagna si è infatti riaccesa la passione amorosa e si prevede per l’anno prossimo un boom di nascite. È improbabile che Mommy Porn (è il nomignolo con cui è stata ribattezzata l’autrice) possa entrare nell’albo d’oro della Letteratura in lingua inglese ma certamente le verrà riconosciuto lo status di promotrice demografica. 
Ripeto, non ho letto il libro e dovrei astenermi da ogni giudizio. Mi bastano i commenti di alcuni lettori di palato medio-fine – che definiscono il libro “pietoso”, “scritto male”, “ripetitivo con scene di sesso stereotipate”, “banale”, “nauseabondo”, “semplicistico”, “ridicolo nei dialoghi, nelle persone e nelle descrizioni”, “pieno di luoghi comuni” – per capire l’antifona. Insomma, Cinquanta sfumature di grigio è un libro mediocre che si acquista e si legge solo per morbosità e perché se ne parla. Critiche e commenti a quello che è solo merce scadente dell’ennesima, riuscita operazione di marketing di un’editoria che se ne infischia della letteratura avendo scelto da tempo di creare prodotti usa e getta, mi inducono a pensare che saper scrivere bene e, soprattutto, scrivere cose importanti e utili al miglioramento di un essere umano, oggi sia del tutto ininfluente. Le regole del mercato e del successo suggeriscono altre direzioni. Per scrivere un bestseller e venderlo occorre fiutare il vento che tira e mirare dritto alle pulsioni umane, facendo leva su istinti primordiali o bestiali. Lo aveva già capito Oscar Wilde, che si lasciò scappare queste parole profetiche: “Chiunque può scrivere un romanzo in tre volumi: ciò richiede semplicemente una totale ignoranza della vita e della letteratura”. Ma forse, il paradosso è proprio che bisogna essere ignoranti per fare centro. Bisogna colmare il vuoto col vuoto.
Sembrerebbe il caso di Mommy Porn, che ha costruito il suo improvvisato e clamoroso successo editoriale ispirandosi alla televisione (Desperate Housewives) e al cinema (Twilight), cavalcando le tendenze umane meno nobili:  la perfidia, la libidine priva di freni morali, il sadomasochismo, l’edonismo ad libitum. Ma possiamo stupirci di ciò? No, è logico e coerente coi nostri tempi che una casalinga britannica abbia successo scrivendo di sesso e che Anastasia Steele, l’eroina del bondage, diventi la protagonista di un film che riempirà le sale cinematografiche. Era già successo con Emmanuelle e l’Ultimo tango a Parigi. E recentemente con Cento colpi di spazzola di Melissa P. Non mi scandalizza il fatto che in spiaggia, sotto gli ombrelloni, decine di migliaia di donne (ma anche uomini) leggeranno avidamente il libro della Leonard, cercandovi ispirazione. Né mi sento di giudicare le “casalinghe disperate” che vorranno imitare Anastasia Steele e, complice l’estate, si concederanno avventure extraconiugali o estemporanee derive sessuali. Ognuno si costruisce il proprio altare, nella vita, e si affida ai valori in cui crede. Ad essere onesto, mi scandalizza il modo con cui si sfornano i successi editoriali, programmandoli in totale disprezzo dell’arte, del merito e del reale valore delle cose. Mi scandalizza il fatto che da tempo l’industria editoriale ha sacrificato la letteratura in nome del profitto. Mi scandalizza la stupidità della gente, che non compra i buoni libri ma i libri soggetti a doping, cioè i libri gonfiati dalla pubblicità o resi appetibili da temi che solleticano i lati umani peggiori o più disarmanti. Infine, mi scandalizza che nella classifica dei libri più venduti in Italia compaiano titoli e autori indegni di definirsi “scrittori”. 
E già, perché ci vuole ben altro che pubblicare un libro con la Mondadori o un’altra importante Casa Editrice per essere tali. Oggi, pubblicano a frotte i cantanti, gli uomini politici, i comici, le mezze calzette della televisione, i calciatori, i protagonisti della cronaca nera e via di seguito. Non serve saper scrivere. A quello ci pensano gli editori, che hanno inventato la figura del ghost writer. Chi è? Lo scrittore fantasma, un povero diavolo (spesso laureato in Lettere o Filosofia) che scrive a cottimo rinunciando al suo nome. Scrive per l’editore, per chi firma il libro e finge di averlo scritto. È una pratica comune e consente a chiunque, fosse anche analfabeta, di approdare in libreria spacciandosi per autore. Succede quando il contenitore è più importante del contenuto. Per questa ragione, non mi stupirei se quest’autunno uscissero il memoriale del comandante Schettino, le confessioni del Trota Bossi, il manuale di Sara Tommasi o un saggio filosofico di SuperMario Balotelli. In fondo, contraddico me stesso. Perché scandalizzarmi o stupirmi di ciò che è prevedibile e ineludibile? Bisogna dare in pasto alla gente quello che la gente chiede, questa è la regola del business system. Ma veramente il popolo è bue e chiede di nutrire la mente con le raffinate tecniche sadomasochistiche, le più banali ricette fast food e le storie melense di Federico Moccia? Se così fosse, dovremmo recitare il de profundis della letteratura, che certamente non gode di buona salute ma è ancora viva. 
Il momento è delicato, sarebbe il caso di dire parafrasando il titolo dell’ultimo libro di Niccolò Ammaniti. Però non è disperato, nonostante la crisi dell’editoria e la decadenza del cervello umano. Fortunatamente, esistono ancora i buoni libri e i bravi scrittori. Solo che fanno fatica ad emergere, soffocati dal marasma in cui devono competere, cacciati fuori dalle librerie per fare posto ai libri spazzatura e spesso nemmeno ammessi. Credo che la letteratura non sia morta, per quanto, almeno in Italia, si regga sui prodotti preconfezionati e gli autori sopravvalutati. Diciamo, piuttosto, che cerca di sopravvivere in una società che avendo sacrificato l’umanesimo, appiattisce e livella verso il basso, affossa le idee, le aspirazioni, lo spirito che nutre la vera arte. 
Purtroppo, la letteratura è impotente e non sarà una trilogia erotica a ridarle vigore.

domenica 8 luglio 2012

Siamo certi che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza?

La ricerca scientifica, e per estensione la conoscenza umana, ha compiuto un altro passo avanti. Riproducendo le condizioni dell’universo una frazione di secondo dopo la sua nascita (Big Bang), il superacceleratore Lhc (Large Hadron Collider) del Cern di Ginevra ha catturato la cosiddetta “Particella di Dio”, cioè il bosone di Higgs, la cui esistenza era stata ipotizzata nel 1964 dal fisico scozzese da cui prende il nome. La scienza ha così trovato il tassello mancante del Modello Standard, la teoria fisica che spiega l’architettura di base della Natura. Ora sappiamo qualcosa di più sull’universo. Ma cos’è esattamente il bosone di Higgs, noto come particella di Dio? È la particella subatomica che assicura la massa a tutte le altre particelle elementari che compongono la materia di cui ogni cosa, anche l’essere umano, è composta. La sua importanza è basilare perché la massa è la sorgente della forza di gravità, senza la quale non ci sarebbe attrazione fra gli atomi, le molecole, i corpi celesti e gli esseri viventi. La sua funzione è aggregare i mattoni della materia. È dunque un collante dell’universo, il pezzo mancante da cui il tutto ha avuto origine e la pietra angolare senza la quale le parti non starebbero insieme. Per questa ragione la si associa a Dio. L’entusiasmo è giustificato, pur tuttavia la scoperta avvenuta nel grande tunnel sotterraneo lungo 27 km. dove dal 2008 miliardi di protoni si scontrano furiosamente in una sorta di battaglia epica, non ha fornito le risposte esaustive di cui andiamo in cerca. Al contrario, ha solo reso ancora più forti i nostri dubbi e accresciuto la nostra sete di sapere. Intanto, va detto che abbiamo fatto luce sui segreti della materia ma la materia costituisce solo il 4% dell’universo conosciuto. Il restante 96% è fatto di energia e materia oscura, antimateria. Ci si augura che la particella di Dio possa essere l’anello di congiunzione o quanto meno una chiave per capire l’universo ancora ignoto. 
È stato scritto che adesso l’universo è un luogo più stabile. Come se bastasse scoprire una particella per consolidarlo! La verità è forse di segno opposto: il bosone di Higgs ha lasciato un’impronta che ha disatteso le aspettative, presenta infatti alcune anomalie. Non entro nello specifico ma gli addetti ai lavori già si interrogano sul fatto che questa particella definita “fragilissima e sensibilissima” interagisca in modo strano coi fotoni e con alcune famiglie di quark. Aldilà del fatto che qualcuno si è subito chiesto se è la vera particella di Dio o un suo simile, ai credenti è sfuggita un’affermazione trionfante: il bosone di Higgs è la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio. La vera scoperta avvenuta al Cern sarebbe dunque che Dio esiste in barba allo scientismo e ai miscredenti. Va da sé che non c’è bisogno di dimostrare l’esistenza di Dio. L’universo è la prova tangibile e inoppugnabile che esiste un Pancreatore, e poco importa se lo chiamiamo Dio Padre, Allah, Brahma o con altri nomi. Le leggi dell’universo sono la dimostrazione che all’origine di ogni cosa non c’è il caso ma un disegno intelligente, elaborato da una mente matematica divina, assoluta, perfetta. 
Fu proprio Einstein a riconoscere che “Dio non gioca ai dadi con l’universo”. Avere scoperto che il bosone di Higgs esiste veramente significa solo avere corroborato l’assioma che Dio è imprescindibile, infallibile, fuori discussione. Nel suo saggio Dio esiste, ecco le prove, il teologo Laurentin si chiede: “Perché esiste tutto quello che esiste, anziché esserci il nulla? E chi dà l’impronta alla vita, così capaci di autoregolarsi e di rinnovarsi? La scienza ha indagato il come, ma non dice nulla sul perché”. È vero. Il Cern ha dimostrato che non ci sarebbe la massa senza il bosone di Higgs ma non può spiegarci perché l’universo ha bisogno della particella di Dio per stare insieme e tanto più come essa si sia formata. Già, da dove arriva? Il punto è sempre quello: chi ha schiacciato il bottone che ha prodotto il big bang e cosa c’era prima del big bang? Credo che il fascino della fisica contemporanea stia proprio nella sua capacità di riavvicinare l’uomo al mistero insondabile dell’universo, della vita. Ogni risposta che essa fornisce spinge l’uomo indagatore a cercare l’energia onnipotente e onnisciente che ha dato origine al tutto ed esisteva prima del tutto ed è il tutto. Colui (o colei) che per convenzione chiamiamo Dio, ma che sarebbe più coerente definire “Intelligenza cosmica”. Personalmente amo considerarlo il “Demiurgo”, alla maniera di Platone, o chiamarlo “Sommo Motore”, come faceva Leonardo da Vinci. Ma, ripeto, non è questione di appellativi e tanto più tassonomica: credere all’esistenza di un Dio uno e ineffabile (monoteismo) o baloccarsi all’idea che esistano diverse divinità ci allontana dal cuore del problema, che è un altro. 
Dovremmo infatti porci questa domanda: chi è Dio e perché ha avuto bisogno di creare l’universo, i mondi, le dimensioni visibili e invisibili, le creature viventi? Naturalmente non siamo in grado di rispondere a questa domanda, al massimo possiamo dilettarci con la metafisica, che è forse meno facile del gioco degli scacchi ma altrettanto riflessiva. È possibile, invece, correggere il tiro e affrancarci da una visione atavica di Dio alimentata non solo dalle religioni ma anche da un immaginario collettivo che affonda nella notte dei tempi. Cosa intendo dire? Il Dio o gli dei in cui gli uomini credono altro non è se non la proiezione di se stessi sublimata. Crediamo in un Dio antropomorfo, che in realtà non esiste. Non è mai esistito. Ci piace credere che Dio ci assomigli, o meglio assomigli a un ideale umanistico difficile da raggiungere: sia pensante, buono e misericordioso, potente, simile a noi nelle sue sembianze. Un uomo alla milionesima potenza cui nulla sfugge. Un creatore supervisore capace di tenere sotto controllo il moto delle galassie e insieme anche il pensiero di una formica, che notoriamente sale in cielo. Ma è veramente così? Siamo veramente fatti a immagine e somiglianza di Dio, come afferma la Bibbia? O non è vero il contrario, piuttosto? 
C’è una frase di Antoine de Saint-Exupery che alimenta il sospetto: “Dio è vero ma forse creato da noi”. Fa riflettere. Pur non mettendo in dubbio l’esistenza di quello che abitualmente chiamiamo Dio, mi è più facile credere che siamo noi ad averlo creato e adattato ai nostri gusti, la nostra intelligenza, i nostri bisogni, che ovviamente variano a secondo delle epoche e delle latitudini. Il Dio degli antichi egizi è effettivamente diverso da quello dei seguaci di Maometto ma non credo che Akhenaton fosse meno religioso del bravo muslim che s’inchina cinque volte al giorno verso la Mecca. Né credo che Jahvé vantasse più credenziali di Zeus. Parimenti, il Padre nostro che sta nei cieli e al quale ci rivolgiamo come se fosse un bravo papà che può proteggerci, concederci le sue grazie e guidarci verso il bene in attesa di ricongiungerci a lui, probabilmente esiste solo nella nostra mente. Dio è ben aldilà delle nostre puerili astrazioni. E sarebbe meglio, come sosteneva il filosofo Bacone, non avere alcuna opinione su di lui che nutrirne una indegna di lui. E di opinioni indegne, l’essere umano ne ha fabbricate tante. Ancora oggi, impera il Dio degli eserciti e dei popoli, il Dio che salva a determinate condizioni, il Dio che pur essendo maschio ragiona in modo uterino. Balle cosmiche! Mi chiedo com’è il Dio di chi vive sulle Pleiadi o su Sirio. È simile al nostro o diverso? Eppure, siamo tutti fratelli cosmici, figli della sete di vita dell’universo e della fonte da cui scaturisce l’acqua della vita. Ho smesso di credere a un Dio bipede e con la barba bianca da quando ho capito che Dio è amore, energia, intelligenza ineguagliabile. Non mi interessa immaginarlo fisicamente. Dio non ha bisogno di un corpo né di attributi che ci rassicurino sulle sue buone intenzioni. 
C’è un libro che tutti dovrebbero leggere. Si intitola Io sono ed è una splendida canalizzazione di una delle figure umane più misteriose apparse sulla terra: il Conte di Saint Germain. Questo libro è l’espressione dell’illuminismo del cuore e contiene un insegnamento rivelatore: non esiste un Dio antropomorfo che sta da qualche parte, fuori e al di sopra di noi, ma solo il Dio interiore. Noi siamo Dio. Il vero, unico Dio è il Sé che vibra all’unisono con la danza cosmica degli atomi dentro di noi, perché noi siamo fatti della stessa sostanza dell’universo. Noi siamo frammenti dell’Uno dispersi nell’universo ma collegati al Tutto di cui torneremo a fare parte quando la nostra configurazione atomica (con la morte fisica) muterà. È così semplice! 
Il bosone di Higgs o particella di Dio determina la massa di Orione nello stesso modo in cui fa sì che i miei atomi mi configurino così come appaio in questa vita e dimensione, altrimenti sarei solo polvere stellare che fluttua nello spazio. Mi piace credere, tuttavia, che in qualche remota torre di controllo, in una dimensione insondabile, ci sia una mente infinita ed eterna che conduce la danza cosmica. Senza emozioni umane, però, salvo “l’amore che move il sole e l’altre stelle”, come immagina Dante nell’ultimo verso del Paradiso.

giovedì 5 luglio 2012

Se uccidere una donna è come uccidere un passero


Testo dell’intervista pubblicata mercoledì 4 luglio 2012 su La Provincia di Sondrio, in occasione dell'incontro-presentazione a Castel Masegra.

Se uccidere una donna è come uccidere un passero. Succede ne “L’inferno chiamato Afghanistan”, dove Giuseppe Bresciani ha vissuto per tre mesi. Un’esperienza limite tradotta nei capitoli del libro che questa sera presenterà al pubblico di Sondrio.
di Sara Baldini

L’avventura in quell’inferno che è al centro del primo libro che firma con il suo nome, senza pseudonimi, per Giuseppe Bresciani è iniziata quasi per caso. Rappresenta un po’ il “terzo tempo” dell’esistenza, a propria volta da romanzo (“ancora da scrivere, me lo dicono in tanti, magari prima o poi mi ci metterò”) di questo ex “imprenditore umanista”, così si definisce, che parla come scrive: affascinando. Potenza delle parole, parole che ci portano dritti in un mondo di polvere, rassegnazione, miserie illuminate da lampi di poesia, brevi flash di umanità. Flash, appunto. Niente di più. È l’inferno. L’inferno dove Bresciani ha scelto di vivere per tre mesi. Cacciando il naso dappertutto, senza scorta ma senz’altro con un angelo custode che ha pensato bene di non distrarsi, questo si direbbe proprio di sì. Infatti, dall’inferno è tornato. E lo ha voluto raccontare.

Facciamo un passo indietro. Perché ha deciso di partire? 
Mi piace definire il mio viaggio-soggiorno in Afghanistan una “lucida follia”. Mia figlia, che è giurista e si occupa di diritto umanitario, aveva in animo di partire per l’Afghanistan, dove avrebbe collaborato con una onlus afghana per la tutela dei diritti delle donne e dei minori. Decisi di accompagnarla perché temevo per la sua incolumità. Lo feci ottenendo un visto turistico, circostanza unica più che rara. Partii senza sapere esattamente cosa fare, con la voglia di esplorare l’Afghanistan alla maniera dei viaggiatori d’altri tempi e di raccontare le verità che sono taciute per calcolo o interesse.  

Che cosa l'ha spinta a rimanere? 
La sete di conoscenza. In primo luogo. Poi, il gusto della vita inimitabile, alla D’Annunzio, fuori da ogni schema o routine. Per un occidentale privo di credenziali, scorta armata e incarichi ufficiali, - insomma, una sorta di cane sciolto che la stessa ambasciata italiana a Kabul guardava con diffidenza, immaginando potesse creare seri problemi – restare lì tre mesi è stata una sfida. Difficile ma vinta.  

Talebani o no, le donne afghane continuano a non passarsela bene.  
Ci vorrà molto tempo perché le cose cambino. Il paradosso è che l’articolo 22 della Costituzione sancisce la parità dei diritti e dei doveri di fronte alla Legge da parte di uomini e donne, ma poi, nella realtà, è facile che l’esistenza di una donna dipenda dalla Sharia (la legge islamica) o dalle leggi tribali più che dal codice civile e penale. Ovvero da norme che equiparano la donna a una bestia, per cui, in Afghanistan, uccidere una donna è come uccidere un passero. In ogni caso, le donne subiscono ogni sorta di angheria in una società che non è solo maschilista ma misogina. L’infelice condizione femminile è illustrata pienamente dal burqa, una sorta di gabbia di tessuto azzurro che toglie la dignità oltre a negare l’identità. Attualmente, molte donne afghane, per lo più giovani, cercano di ribellarsi alle ingiustizie e scelgono la via estrema: il martirio. Per sfuggire a un’esistenza grama, fatta di violenza, sopraffazione e dolore, si danno fuoco.  

Descrive in modo efficace anche la situazione schizofrenica della sanità afghana. Cliniche specializzate convivono con medici del villaggio che si comportano al pari di stregoni e fattucchiere.  
Dal punto di vista sanitario, l’Afghanistan oscilla fra il Medioevo e la modernità che gli occidentali stanno imponendo con fatica. Ci sono molti ospedali nelle città importanti del Paese ma nessuno di noi si farebbe ricoverare. Fanno paura. Le uniche eccezioni sono alcune cliniche europee o americane, l’ospedale di Emergency e gli ospedali italiani; l’Esteqlal di Kabul, l’ospedale regionale e quello pediatrico di Herat. La verità, è che moltissimi afghani continuano a curarsi con rimedi sciamanici. Basti pensare che le donne curano i bambini soffiando loro addosso il fumo dell’oppio. Inoltre, è naturale morire presto in un Paese dove l’aspettativa di vita è di 48 anni e dove il 70% dei parti avviene in casa. Ogni anno, 18.000 donne muoiono dando alla luce la loro creatura. L’Afghanistan è al penultimo posto al mondo per la mortalità infantile. Solo l’Angola è messo peggio. I bambini muoiono ancora più facilmente, a causa delle bombe e delle mine, di morbillo, parotite, tubercolosi, malaria, diarrea per un semplice raffreddore.  

È riuscito a scorgere spunti di poesia in un’esperienza che per intensità e orrori è destinata a restare insuperabile.  
Nel capitolo “Dieci lapislazzuli per non dimenticare” ho riassunto i dieci ricordi più suggestivi. Forse, l’immagine più bella è quella dell’Afghanistan visto dal cielo, mentre ero in volo sulla “balena verde”, un elicottero Boeing CH47 dell’Esercito Italiano. Dall’alto, l’Afghanistan è una terra magica, ancestrale. Il deserto, le montagne, i fiumi, le oasi, i villaggi antichi… tutto riporta al tempo delle Mille e una notte e ancora più indietro, alla marcia dell’esercito di Alessandro Magno l’India. I paesaggi sono ammalianti e blandiscono il cuore.  

Molte di più le immagini scioccanti che le sono rimaste nel cuore. 
Tantissime. Ma forse, la più imprevedibile è il braccio di un talebano dilaniato dall’esplosione di una bomba. Lo vidi nel quartiere Taimani di Kabul, dove mi recai appena avuto notizia di un attentato. Fui l’unico occidentale ad avventurarmi lì, e proprio mentre le ambasciate diramavano sms invitando i connazionali a stare alla larga da Taimani. Fui circondato dagli afghani inferociti che tuttavia non mi fecero nulla di male poiché rispettarono la mia audacia. Per finire, c’è un’immagine che non dimenticherò mai. È quella di un mio piccolo amico senza braccia di nome Faizullah. Viveva chiedendo l’elemosina nei pressi delle macerie del palazzo reale di Kabul. Mi affezionai a lui e soffrivo per il suo pianto disperato. Ogni volta che gli regalavo soldi o cibo, veniva regolarmente picchiato e derubato da altri bambini di strada. I suoi occhi supplicanti sono ancora oggi lame conficcate nella mia mente.  

Ci sono alcune bellissime pagine in cui con trasporto e orgoglio descrive l'attività dei nostri soldati in Afghanistan.  
Io ero fiero di essere italiano mentre ero in Afghanistan. Certi luoghi comuni andrebbero sfatati, gli italiani sono veramente “brava gente”. Assolvono il loro dovere con dedizione. Ho apprezzato in particolar modo l’umanità dei nostri soldati nei confronti della popolazione locale. Diverso sarebbe il discorso sul governo e la politica. Il nostro paese è come Giano bifronte. Gli italiani che lavorano e ci mettono la faccia sono persone per bene. Ma dietro, ci sono troppi interessi economici e giochi di potere. Beh, gli alpini e i carabinieri che ho conosciuto in Afghanistan sono l’espressione di un’Italia virile, laboriosa e leale di cui essere fieri.  

"Il nemico peggiore dell'Afghanistan è lo stesso Afghanistan", quale futuro politico per questo Paese, se e quando il controllo occidentale dovesse anche soltanto allentarsi? 
 Temo che l’Afghanistan abbia un grande futuro alle spalle. La vedo male. Quando l’Alleanza Atlantica e la stessa Onu allenteranno la morsa, insomma quando il destino dell’Afghanistan dipenderà dagli afghani, il caos avrà ragione della pace e minerà il bene comune. Esploderà una nuova guerra civile perché il vero problema è che l’Afghanistan è un coacervo di razze e tribù che si odiano e che da sempre combattono per il potere. La religione è una scusa, anche se una minoranza vorrebbe imporre la teocrazia come in Iran. Ci si ammazza perché è radicato nell’animo degli uomini afghani, soprattutto i pashtun, il codice d’onore della forza. I prepotenti devono prevalere sui deboli e asservirli. Tutto ciò comporterà che l’Afghanistan non smetterà mai di essere un cockpit (il recinto dei polli da combattimento), come nell’Ottocento, cioè lo scenario di una sottile fida geopolitica e militare. Chi saranno i protagonisti? Gli americani, i russi e i i cinesi. A Herat, una sera, alla mensa ufficiali della base militare italiana, il capo dei servizi segreti tedeschi, ubriaco di birra, si lasciò scappare una frase enigmatica. “È qui, a Kabul, che avrà inizio Armageddon”. Non so se ha ragione ma di una cosa sono certo: si parlerà dell’Afghanistan ancora per molto tempo. L’inferno non è che il paradiso capovolto, scrisse Giovanni Papini. È improbabile che l’Afghanistan torni ad essere un paradiso.