sabato 14 luglio 2012

La letteratura non è morta, è solo impotente

Non è facile, e tantopiù appropriato, parlare di un libro che non si è letto. L’aggravante è che non intendo proprio leggerlo. Non mi interessa farlo. Pur tuttavia ne voglio parlare perché mi interessa il suo corollario e ancora di più fare alcune brevi riflessioni che pur lasciando il tempo che trovano, potrebbero servire a evitare che i miei lettori spendano i loro soldi per comprare libri che dovrebbero finire nel cassonetto della spazzatura anziché sugli scaffali della biblioteca domestica. 
Il libro in questione è Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, pseudonimo dell’autrice Erika Leonard. In realtà, è solo il primo tomo di una trilogia che comprende Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso. Comune denominatore dei tre libri è il tema erotico trasgressivo. Vi si narrano, infatti, le avventure di Anastasia Steele, una giovane studentessa universitaria che si fa coinvolgere in una relazione sentimentale con Christian Gray basata sull’erotismo e le perversioni sessuali. Tutto qui. Ebbene, la saga erotica della goffa protagonista è già un caso letterario eclatante. Pochi giorni fa, si è diffusa la notizia che negli Usa, in solo sei settimane sono state vendute dieci milioni di copie! In Inghilterra, il primo libro della saga ha già superato in uscita il record di vendite del Codice da Vinci e dell’epopea del maghetto Harry Potter. Anche in Italia è balzato in testa alla classifica dei libri più venduti. Ancora più significativo, però, è l’effetto collaterale della lettura di un libro che pare sia più efficace del Viagra: nella fredda Gran Bretagna si è infatti riaccesa la passione amorosa e si prevede per l’anno prossimo un boom di nascite. È improbabile che Mommy Porn (è il nomignolo con cui è stata ribattezzata l’autrice) possa entrare nell’albo d’oro della Letteratura in lingua inglese ma certamente le verrà riconosciuto lo status di promotrice demografica. 
Ripeto, non ho letto il libro e dovrei astenermi da ogni giudizio. Mi bastano i commenti di alcuni lettori di palato medio-fine – che definiscono il libro “pietoso”, “scritto male”, “ripetitivo con scene di sesso stereotipate”, “banale”, “nauseabondo”, “semplicistico”, “ridicolo nei dialoghi, nelle persone e nelle descrizioni”, “pieno di luoghi comuni” – per capire l’antifona. Insomma, Cinquanta sfumature di grigio è un libro mediocre che si acquista e si legge solo per morbosità e perché se ne parla. Critiche e commenti a quello che è solo merce scadente dell’ennesima, riuscita operazione di marketing di un’editoria che se ne infischia della letteratura avendo scelto da tempo di creare prodotti usa e getta, mi inducono a pensare che saper scrivere bene e, soprattutto, scrivere cose importanti e utili al miglioramento di un essere umano, oggi sia del tutto ininfluente. Le regole del mercato e del successo suggeriscono altre direzioni. Per scrivere un bestseller e venderlo occorre fiutare il vento che tira e mirare dritto alle pulsioni umane, facendo leva su istinti primordiali o bestiali. Lo aveva già capito Oscar Wilde, che si lasciò scappare queste parole profetiche: “Chiunque può scrivere un romanzo in tre volumi: ciò richiede semplicemente una totale ignoranza della vita e della letteratura”. Ma forse, il paradosso è proprio che bisogna essere ignoranti per fare centro. Bisogna colmare il vuoto col vuoto.
Sembrerebbe il caso di Mommy Porn, che ha costruito il suo improvvisato e clamoroso successo editoriale ispirandosi alla televisione (Desperate Housewives) e al cinema (Twilight), cavalcando le tendenze umane meno nobili:  la perfidia, la libidine priva di freni morali, il sadomasochismo, l’edonismo ad libitum. Ma possiamo stupirci di ciò? No, è logico e coerente coi nostri tempi che una casalinga britannica abbia successo scrivendo di sesso e che Anastasia Steele, l’eroina del bondage, diventi la protagonista di un film che riempirà le sale cinematografiche. Era già successo con Emmanuelle e l’Ultimo tango a Parigi. E recentemente con Cento colpi di spazzola di Melissa P. Non mi scandalizza il fatto che in spiaggia, sotto gli ombrelloni, decine di migliaia di donne (ma anche uomini) leggeranno avidamente il libro della Leonard, cercandovi ispirazione. Né mi sento di giudicare le “casalinghe disperate” che vorranno imitare Anastasia Steele e, complice l’estate, si concederanno avventure extraconiugali o estemporanee derive sessuali. Ognuno si costruisce il proprio altare, nella vita, e si affida ai valori in cui crede. Ad essere onesto, mi scandalizza il modo con cui si sfornano i successi editoriali, programmandoli in totale disprezzo dell’arte, del merito e del reale valore delle cose. Mi scandalizza il fatto che da tempo l’industria editoriale ha sacrificato la letteratura in nome del profitto. Mi scandalizza la stupidità della gente, che non compra i buoni libri ma i libri soggetti a doping, cioè i libri gonfiati dalla pubblicità o resi appetibili da temi che solleticano i lati umani peggiori o più disarmanti. Infine, mi scandalizza che nella classifica dei libri più venduti in Italia compaiano titoli e autori indegni di definirsi “scrittori”. 
E già, perché ci vuole ben altro che pubblicare un libro con la Mondadori o un’altra importante Casa Editrice per essere tali. Oggi, pubblicano a frotte i cantanti, gli uomini politici, i comici, le mezze calzette della televisione, i calciatori, i protagonisti della cronaca nera e via di seguito. Non serve saper scrivere. A quello ci pensano gli editori, che hanno inventato la figura del ghost writer. Chi è? Lo scrittore fantasma, un povero diavolo (spesso laureato in Lettere o Filosofia) che scrive a cottimo rinunciando al suo nome. Scrive per l’editore, per chi firma il libro e finge di averlo scritto. È una pratica comune e consente a chiunque, fosse anche analfabeta, di approdare in libreria spacciandosi per autore. Succede quando il contenitore è più importante del contenuto. Per questa ragione, non mi stupirei se quest’autunno uscissero il memoriale del comandante Schettino, le confessioni del Trota Bossi, il manuale di Sara Tommasi o un saggio filosofico di SuperMario Balotelli. In fondo, contraddico me stesso. Perché scandalizzarmi o stupirmi di ciò che è prevedibile e ineludibile? Bisogna dare in pasto alla gente quello che la gente chiede, questa è la regola del business system. Ma veramente il popolo è bue e chiede di nutrire la mente con le raffinate tecniche sadomasochistiche, le più banali ricette fast food e le storie melense di Federico Moccia? Se così fosse, dovremmo recitare il de profundis della letteratura, che certamente non gode di buona salute ma è ancora viva. 
Il momento è delicato, sarebbe il caso di dire parafrasando il titolo dell’ultimo libro di Niccolò Ammaniti. Però non è disperato, nonostante la crisi dell’editoria e la decadenza del cervello umano. Fortunatamente, esistono ancora i buoni libri e i bravi scrittori. Solo che fanno fatica ad emergere, soffocati dal marasma in cui devono competere, cacciati fuori dalle librerie per fare posto ai libri spazzatura e spesso nemmeno ammessi. Credo che la letteratura non sia morta, per quanto, almeno in Italia, si regga sui prodotti preconfezionati e gli autori sopravvalutati. Diciamo, piuttosto, che cerca di sopravvivere in una società che avendo sacrificato l’umanesimo, appiattisce e livella verso il basso, affossa le idee, le aspirazioni, lo spirito che nutre la vera arte. 
Purtroppo, la letteratura è impotente e non sarà una trilogia erotica a ridarle vigore.

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