venerdì 20 luglio 2012

L'estate dà i numeri e ci induce a riflettere

Viviamo in una società che si regge sul precariato, la vacuità e la menzogna. Per fortuna ci sono i numeri, che quanto meno non mentono. Tutto è numero, diceva Pitagora. Mentre il poeta latino Giovenale cantava che “nei numeri è la sicurezza”. Magari fosse vero! Non contesto l’importanza dei numeri, anzi. Contesto il fatto che ci diano sicurezza. Mi pare che ultimamente ci diano solo grattacapi e buoni motivi per preoccuparci. Prendiamo l’estate in corso, ad esempio. Ho stralciato alcuni numeri dei tanti apparsi sui giornali in queste ultime ore e ho pensato di ricamarci su alcune riflessioni in formato bonsai. I numeri ai quali dedicare questo post estivo, che scrivo in giardino, all’ombra di un grande acero, lo sguardo che oscilla fra l’azzurro del cielo e quello del lago, mi richiamano a un esercizio doveroso, che la bellezza del creato rischia a volta di allentare. Mi riferisco allo sdegno quotidiano. Quali sono in numeri che devono suscitare in noi sentimenti di sdegno? Eccoli. 
Primo numero: 1.966,3. Sono i miliardi del debito pubblico italiano al maggio 2012. Rispetto al mese precedente è aumentato di 17,061 milioni di euro. Bankitalia ha infatti rilevato questo nuovo record negativo che rende ancora più difficile il tentativo del governo di abbattere il debito dell’amministrazione pubblica. Ma come, il debito aumenta anziché arrestarsi? L’impresa di Monti e del governo dei tecnici è come lo sforzo di Sisifo e la questione è seriosa (definirla seria in un Paese di buffoni e cialtroni è fuori luogo). Il debito pubblico continua infatti a crescere nonostante le contromisure adottate per ridurlo. Già, ma le contromisure sono efficaci e bastanti? Certo che no, lo capiscono anche i miei cani, ai quali non posso imporre di mangiare meno crocchette perché lo spread sale e intanto io mi diverto a buttare via il cibo. Per dirla ancora più chiaramente, non esiste che il peso della crisi economica globale e gli errori di chi ci ha ridotto sul lastrico siano a carico dei soliti fessi, alla cui categoria appartengo visto che dichiaro tutto quello che guadagno e pago le tasse fino all’ultimo centesimo. Non si risolve l’endemico vizio dell’amministrazione pubblica italiana a scialare e rubare allegramente aumentando la pressione fiscale. 
E qui entra in gioco il secondo numero: 55.  È l’indice della reale entità delle tasse in Italia. Mediamente, paghiamo l’aliquota del 55% su quello che guadagniamo. Una percentuale assurda, un altro record europeo negativo. Significa che lo Stato italiano è diventato progressivamente un taglieggiatore autorizzato, un bandito di strada certificato, un socio di maggioranza prepotente e avido. Ne consegue che oggi l’Agenzia delle Entrate sia vista come un leviatano. E non è un caso che la riscossione dei tributi sia affidata alla famigerata Equitalia, un’entità che evoca i “bravi” di Don Rodrigo per i modi in cui agisce. Siamo tutti “servi”, per non dire “schiavi”, di un sistema bulimico, arrogante e corrotto che considera il cittadino una povera e indifesa mucca da mungere. Tempi e modi della mungitura sono tali da deprimere la povera mucca, che tra un po’ non sarà più in grado di dare latte e assomiglierà alla smilza vacca indiana. 
Ecco il terzo numero dell’estate: 8. È salito a 8 milioni il numero dei poveri in Italia. È un dato assurdo, impietoso, angosciante. Mi rifiuto, invece, di conoscere il numero dei nuovi ricchi, quelli che speculando senza scrupoli morali in tempi di crisi accrescono il loro patrimonio. A che pro guastarmi l’umore? E poi, che se ne faranno dei milioni o miliardi di euro che hanno accumulato gli Scrooge nazionali quando verrà l’ora in cui mancherà loro il fiato? Quel che è certo è che la forbice della povertà/ricchezza si sta ampliando a dismisura. La nostra società sta diventando sempre più iniqua, cinica e scellerata. È una società di miserabili, prossima a implodere. Tornando al discorso del debito pubblico, va da sé che non esiste proprio che molti debbano lavorare di più, fino all’esaurimento fisico e psichico, per mantenere gli apparati e i bagordi statali, mentre altri (quelli che stanno sotto il manto statale, più protettivo di quello della Madonna) si godano gli ozi di Capua. Il debito pubblico continuerà a crescere fin quando non verrà imposto un principio che è alla basa di ogni sana economia domestica: non ci si può permettere di spendere più di quello che si guadagna, sprecare e mantenere in vita il parassitismo come se fosse un’istituzione sacra. Bisogna tagliare i costi del grande baraccone pubblico, ma non con la cesoia per le unghie. Ci vogliono tagli drastici, epocali. Tagli cesarei, vorrei dire, per liberarci del mostro che portiamo in grembo. Perché di un mostro si tratta, viziato e invasivo. Avremo mai la fortuna, un giorno, di leggere sui giornali che i fannulloni e i ladri e sono stati licenziati e che al loro posto sono stati assunti i giovani che hanno voglia di lavorare (non quelli interessati solo al posto di lavoro e allo stipendio fisso)? Potremo mai esultare alla notizia che sono stati decurtati con la scure gli stipendi dei politici e degli amministratori pubblici, che sono state abolite le pensioni d’oro e le auto blu, cancellati gli enti inutili, dismesse le proprietà inutilizzate, risparmiato il denaro che confluisce nelle tasche della Mafia e degli avvoltoi attraverso le opere pubbliche? Diventeremo mai un Paese agile, onesto, moderno? Dubito che la mia generazione assisterà a una palingenesi di questa portata. Non ci sarà mai l’agognata giustizia sociale finché l’egoismo e l’avidità, cioè gli interessi, detteranno le regole del gioco, finché le mosche cocchiere della politica, della cultura e dell’economia ci guideranno senza averne i meriti e la capacità. 
E a proposito di meriti e capacità, nessuno nega che Zlatan Ibrahimovic abbia una certa confidenza col pallone. Ma da qui a giustificare il quarto numero estivo: 14, ce ne corre. Lo zingaro del calcio ha appena firmato un nuovo ingaggio col PSG di Parigi, una squadra rilevata dai petromiliardari arabi. Guadagnerà 14 milioni di euro netti all’anno. È una cifra pazzesca, novanta volta superiore allo stipendio del Presidente della Repubblica Francese Hollande, tant’è che il Ministro del Bilancio francese l’ha subito definita “indecente”. Come dargli torto? Effettivamente è un indecenza che un calciatore percepisca uno stipendio così alto, soprattutto in un momento difficile come questo. Ma definirla indecenza evidenzia solo un aspetto del problema. Personalmente trovo che Ibrahimovic e l’antipatico Raiola, il suo manager, siano persone odiose ma naturalmente hanno fatto solo il loro interesse. Business is business. La legge della domanda e dell’offerta non ha nulla a che spartire con l’Etica. Non possiamo biasimarli, dunque, anche perché temo che al loro posto ci saremmo comportati nello stesso modo. Scagli la prima pietra chi si sarebbe accontentato di percepire lo stipendio di un operaio specializzato della Renault per danzare, palla al piede, sul prato del Parc des Princes. Il vero scandalo è che ci sia gente che dà un valore distorto al denaro e contribuisce con la propria, gretta insensibilità, a rendere il mondo sempre più assurdo, sperequativo e immorale. Perché meravigliarsi, in fondo? Chi è nato col deretano sui barili di petrolio non può avere la forma mentis né la visione del mondo di chi, invece, deve sudare in fabbrica o sui campi di grano per guadagnarsi la pagnotta e, magari, fare sacrifici per permettersi l’abbonamento alla pay-tv grazie alla quale godersi i funambolismi del signor Ibrahimovic, altresì famoso per i suoi mal di pancia. 
Che numeri, però! Non quelli dell’esoso mercenario del calcio, sia chiaro, che è meglio per tutti noi che abbia tolto il disturbo, bensì quelli che l’estate ci sta propinando. E siamo solo a luglio. Già si mormora che ad agosto la Borsa subirà un attacco speculativo, unitamente al nostro Paese, la cui strenua resistenza dà fastidio a molti. È facile che presto leggeremo altri numeri da far paura, tali da andarci di traverso. Si salvi chi può, dunque. E chiedo venia se ho dato libero sfogo al mio sdegno, senza una tesi o una proposta, in attesa dei temporali estivi. Mi auguro che l’aria si rinfreschi e il tarlo che mi rode dentro si rilassi. Tanto è inutile prendersela. 
I giocatori dicono che i numeri si cavano dopo che sono usciti. Chissà quali numeri usciranno prossimamente sulla ruota che gira, indifferente ai casi di un’umanità sempre più umiliata e offesa?

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