martedì 28 agosto 2012

L'Afghanistan è a Como

Nessuno è profeta in patria, ci ricorda il Vangelo. Eppure, io ci provo. 
Lunedì 3 settembre, alle ore 17,00 presenterò il libro L’inferno chiamato Afghanistan a Como, nella splendida cornice di Villa Olmo, nellambito della rassegna letteraria Parolario. È la terza presentazione ufficiale del mio ultimo libro, segue infatti quelle di Sondrio e Bormio. Ne ho in programma molte altre in autunno. Confesso che presentarlo nella mia città un po’ mi preoccupa. Sono un comasco atipico ma conosco troppo bene i comaschi, poco inclini alla benevolenza verso i propri concittadini. Di più, sono un cittadino del mondo e ignoro se e quali soddisfazione potrà darmi la Como che amo ma che a volte non riconosco da quanto mi sembra chiusa, così da farmi pensare che le sue mura siano una sorta di cintura di castità in uso nel Medio Evo. 
È sempre un rischio fare i profeti in casa propria. Ma tu non sei un profeta, obietterà qualcuno. Giusto, per quanto a suo tempo abbia scritto un libro che pone a confronto le profezie sulla “fine del mondo” con gli scenari ambientali, sociali, antropologici, economici e politici del mondo in cui viviamo. Anche L’inferno chiamato Afghanistan è a suo modo profetico e sfiora il tema che Parolario ha scelto quest’anno: “Leggere il futuro”. Nel mio libro, infatti, il futuro è come il convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart. È una presenza che incombe inquietante e minacciosa. Va da sé che il futuro dell’Afghanistan un Paese dove ho vissuto per tre mesi come un viaggiatore d’altri tempi, privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata – condizionerà non solo i delicati equilibri geo-politici di una regione del pianeta che gorgoglia come una pentola a pressione, ma la politica delle nazioni del Patto Atlantico e di quelle (Russia, Cina, ecc) che hanno mire espansionistiche. In questo momento, dal punto di vista mediatico, l’Afghanistan non è up to date, cioè di moda. Sembra che alla gente non importi più sapere cosa accade laggiù e i mass-media siano stanchi di raccontarlo. Quando se ne scrive o parla, infatti è come se venisse servito un piatto di minestra riscaldata. Eppure, io scommetto che l’Afghanistan tornerà prepotentemente al centro dell’attenzione e per questa ragione il mio libro può essere considerato una fonte di ispirazione, un utile vademecum per sapere cosa ci aspetta. 
Un po’ profeta lo sono, forse, perché nell’offrire al lettore le chiavi di accesso di un inferno rutilante e misterioso, suggerisco anche come potrà evolversi la situazione. Per fare ciò ho vissuto esperienze estreme, per molti aspetti avventurose. Sono stato creduto un agente segreto o un pazzo. Sono stato arrestato e ho corso diversi pericoli. Ho colto il genius loci e l’ho raccontato senza reticenze, schierandomi dalla parte della verità e denunciando gli intrighi del potere. Ho dipinto l’affresco di una realtà che conosciamo solo attraverso i reportage dei giornalisti embedded e perciò la conosciamo poco e  male. La mia non vuole essere una critica agli inviati dei grandi giornali e delle televisioni. È una constatazione; raramente trova chi cerca in fretta. Io non avevo fretta a Kabul né ho avuto fretta a Herat. Ho avuto il tempo di raccogliere centinaia di piccole tessere smaltate e di metterle insieme, formando un intenso mosaico. Il mio libro è un’illustrazione incisiva, documentata, piena di passione, ma è anche un racconto minimalista e chi l’ha già letto sostiene che è pieno di poesia. Ho voluto mostrare la vita e la morte e di entrambe sono stato testimone oculare. Ho messo a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace del nostro contingente militare, il business degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Probabilmente ho saputo cogliere anche gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. Non so se le parole possono squarciare l’omertà e scuotere le coscienze ma so che ne L’Inferno chiamato Afghanistan, esse si agitano come un plettro. La lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. Sicché il lettore si trova obbligato a una scelta: odiare o amare. In alternativa, potrà sempre tacciarmi di presunzione. 
In realtà, per descrivere il mio libro ho usato le parole di chi l’ha letto e l’ha apprezzato. Dovrebbe essere letto nelle scuole superiori! – ha scritto un mio fan. Sta di fatto che anche in Afghanistan, come altrove, ho assecondato il mio istinto, che è quello di osservare in maniera disincantata ma partecipe la commedia umana e di fissare gli aspetti più intimi e particolari. 
Il 3 settembre, sfidando il detto che nessuno è profeta in patria, giocherò finalmente in casa. Dialogherà con me Bruno Profazio, il vicedirettore del quotidiano La Provincia, che mi incoraggiò a scrivere dei pezzi giornalistici e a inviarli dall’Afghanistan. Sarà come tornare all’inizio del mio viaggio, quando molti mi chiedevano stupiti e un poco preoccupati: “Cosa ci vai a fare laggiù?”. 
Adesso sono in grado di rispondere.

domenica 26 agosto 2012

Ciao Neil, uomo della Luna. Ci mancherai

Non potrò mai dimenticare la notte del 20 luglio 1969. La passai in bianco, come almeno altri 600 milioni di individui di ogni età in ogni parte del mondo. Io avevo tredici anni e la ragione per cui quella notte non dormii era che il genere umano stava per compiere una grandissima impresa: la conquista della Luna. Fu una notte estenuante. Non mi staccavo dal vecchio televisore Grundig con tubo a raggi catodici che avevamo nella casa di campagna e fissavo lo schermo come ipnotizzato. Allora le immagini erano in bianco e nero e non c’era il telecomando. Sul Primo canale della Rai andava in onda lo speciale dedicato alla missione dell’Apollo XI, il vettore della Nasa che era stato lanciato da Cape Kennedy il 16 luglio, destinazione Luna, distanza media dalla Terra 384.403 km. Ad un certo punto, il modulo lunare Eagle fu separato dal modulo di comando chiamato Columbia, su cui rimase l’astronauta Michael Collins, e iniziò la sua discesa sul nostro misterioso satellite. Negli studi della Rai, un emozionatissimo Tito Stagno trasmetteva a chiunque fosse incollato davanti al televisore l’importanza ma che dico, la sacralità – del momento. Anch’io mi sentivo partecipe del fatto che in quelle ore veniva scritta la Storia dell’umanità. L’allunaggio avvenne alle ore 22:17:40 italiane. La notizia che l’Aquila aveva toccato il suolo della Luna in un punto chiamato Mare della Tranquillità suscitò in me ogni tipo di sensazione, fuorché la tranquillità. Adesso escono, fra poco scendono! – pensavo. Intanto immaginavo in quali imprevisti potessero imbattersi i due argonauti lunari – Neil Armstrong e Buzz Aldrin – il momento in cui, aperto il portellone dell’Eagle, avessero iniziato l’esplorazione della Luna. Mi chiedevo soprattutto se la loro passeggiata sarebbe stata serena o disturbata da qualche inconveniente, tipo l’apparizione di un Ufo o di una vedetta aliena, magari un’auto della Polizia lunatica i cui agenti avrebbero contestato ai nostri astronauti che non avevano il visto o che avevano parcheggiato in sosta vietata. Occorsero sei ore da quando il Lem era allunato perché gli eroi della conquista dello spazio potessero compiere l’effettiva discesa sulla superficie della Luna. Dopo un’attesa spasmodica, resistendo al sonno, vissi in diretta l’annuncio che alle ore 4,57 italiane il primo uomo aveva calpestato il suolo lunare. Si chiamava Neil Armstrong e le prime parole che pronunciò furono: “Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità”. Ricordo che piansi di gioia dopo avere trattenuto a lungo il fiato. Scaricai la tensione accumulata, nemmeno fossi uno scienziato di Cape Kennedy della Missione Apollo XI. 
Il comandante Neil Armstrong non c’è più. L’uomo della Luna se n’è andato per sempre ieri, a 82 anni, 18 giorni dopo avere subito un intervento chirurgico al cuore. Se n’è andato senza clamore, com’era nelle sue corde. È scomparso un grande uomo e tutti dovremmo dedicargli idealmente un minuto di silenzio e un lungo applauso finale. Neil era un tipo che dopo avere conquistato la Luna s’era rifiutato di vivere di rendita, di campare sul fatto d’essere un personaggio mitico, un eroe dei tempi moderni, paragonabile a Cristoforo Colombo visto che ha dato la stura a una nuova era. Ma Neil era così schivo, riservato e semplice che non solo non ha voluto salire sul piedistallo e approfittare dei benefici derivanti dalla sua impresa. No, egli ha vissuto il resto della sua vita come un uomo qualunque, negandosi ostinatamente ai giornalisti e rifuggendo la ribalta. Ha insegnato ingegneria all’Università di Cincinnati e ha partecipato ad alcuni programmi di divulgazione aeronautica. Tutto qui. A chi gli chiedeva di raccontare gli attimi che lo hanno consegnato alla storia, rispondeva che aveva solo fatto il suo dovere. Non è diventato ricco né ha fatto impazzire le masse. Il suo dovere! Per molto meno, c’è gente che crede di essere Dio. Beh, evidentemente gli mancava qualcosa rispetto ai Vip odierni. Non aveva l’appeal di Brad Pitt, Usain Bolt o Lady Gaga! Neil Armstrong mi ha fatto sognare e fantasticare più di quanto non riesca a Bolt vincendo le Olimpiadi o a quella poverina il cui vero nome, Angelina Germanotta, dovrebbe farci capire l’artificiosità del successo. Credo che molti la pensino come me, certamente quelli che hanno avuto la fortuna di vivere la notte del 20 luglio 1969 e sono ancora qui per dire “Io c’ero!”. Perché c’eravamo in tanti sul Lem e in tanti abbiamo accompagnato i primi passi di Neil sulla Luna. Per questo mancherà a molti. Ci mancheranno di lui tante cose, non solo l’impresa immortale che ha compiuto. Ci mancherà l’ottimismo di quegli anni. Ci mancherà la forza interiore associata alla semplicità dei modi degli uomini di un’era in cui pensavamo che il futuro ci appartenesse. Ci mancherà quel modo di fare garbato ma volitivo, una via di mezzo fra i cliché di James Stewart e John Wayne, che è venuto meno con la fine dei gentiluomini. Per quanto mi concerne, va da sé che la scomparsa di Neil corrisponde alla perdita di un amico che non ho mai conosciuto personalmente ma di cui possedevo la spilla e il cappellino in stile baseball. Come tutte le preziose figurine da collezione di cui ho perso le tracce (da Mazzola a Gimondi), anche la figurina di Neil finirà nel dimenticatoio. Ma in questo momento, è quanto meno doveroso che lo ringrazi con un velo di commozione. 
Questa sera, volgerò lo sguardo verso la Luna. Sarà il mio modo di salutarlo e rimpiangerlo. Quando ci lascia uno che ha indicato la via, è come se la via diventasse più stretta. Un giorno torneremo sulla Luna e fonderemo colonie umane su Marte e su altri mondi. Tuttavia dubito che le generazioni future proveranno le stesse, ingenue ed esaltanti emozioni che ci ha offerto Neil Armstrong. Perché mai? L’uomo del XXI secolo è così disincantato e incapace di distinguere fra realtà e fiction, rigorosamente in HD, che nessuno e nulla è più in grado di riportarlo alla dimensione del sogno ad occhi aperti. 
Nemmeno i film come Avatar, molto più spettacolari di un allunaggio.

venerdì 24 agosto 2012

La civiltà dello spreco e quella auspicabile dell'ecosostenibilità

Se gli extraterrestri, che ci osservano da anni, dovessero riassumere la quintessenza dell’odierno modus cogitandi et operandi del genere umano, dovrebbero correggere il tiro. Un analista alieno che a suo tempo avesse definito “civiltà dei consumi” la realtà che stava studiando, oggi relazionerebbe ai suoi superiori che i terrestri hanno fatto un balzo esponenziale, per cui vivono nella “civiltà dello spreco” e non si preoccupano affatto del depauperamento del pianeta. Come dargli torto? Per me, che sono nato nella metà degli anni Cinquanta, e perciò appartengo a una generazione che fu educata alla parsimonia e al risparmio, perché soldi ce n’erano pochi e bisognava ricostruire un Paese uscito malconcio dalla guerra, la sola idea di sprecare qualcosa mi fa accapponare la pelle. Ma i tempi sono cambiati. Oggi la regola socio-economica non scritta ma imperante è: sprecare, sciupare, dilapidare. 
Viviamo in un mondo che a partire dalla fine degli anni Settanta ha prima indotto e poi legittimato il consumo di beni di cui prima non si sentiva la necessità. Alcuni utili e necessari per migliorare la qualità della vita, sia chiaro, ma molti inutili, effimeri, negativi perché forieri di dipendenza. Gradualmente, in nome di un regime produttivo sempre più famelico, si è affermata la cultura del consumo ad ogni costo. Il modello di sviluppo capitalistico ha imposto i falsi bisogni e il consumo compulsivo. Compriamo di tutto e più del necessario, siamo suggestionati da pubblicità ingannevoli, promozioni irrinunciabili, stimoli artificiali, modelli sbagliati e ricatti artati. Mentre prima le cose si facevano durare il più possibile e quelle rotte si aggiustavano, nel rispetto di una cultura conservativa – dove l’essere ancora prevaleva sull’apparire, e quindi sull’avere – la Non-cultura in cui conta solo ciò che possiedi (e più possiedi più vali) ha creato nuove e scellerate abitudini. Le cose non sono fatte per durare, devono essere consumate in fretta per non frenare l’attività produttiva. 
Le televisioni commerciali, all’inizio degli anni Ottanta, hanno creato falsi miti, necessari per lo sviluppo del sistema. Forse, qualcuno dei miei lettori ricorda il jingle televisivo di Canale 5 con cui fummo bombardati ai primordi del fenomeno: “Corri a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che ti aspetta!”. Pensavamo ci aspettassero programmi d’intrattenimento e film che sancissero la fine del noioso regime della Rai. Era in parte vero, ma in realtà ci aspettava su Canale 5 il bombardamento degli spot pubblicitari che ha dato avvio al consumismo. Il segnale delle TV commerciali è entrato nelle nostre case allo stesso modo in cui il cavallo di legno pensato da Ulisse è entrato nella città di Troia. Il passo verso lo spreco era solo questione di tempo. Si acquistavano elettrodomestici inutili (ricordate la pastamatic che aveva la forza di cento braccia?) e li si usava poco, il tempo necessario per comprare nuovi balocchi. Il passaggio dalla società dei consumi a quella degli sprechi è avvenuto con facilità, con entusiasmo finché la pacchia è durata. Sta di fatto che oggi viviamo in un mondo che ha fatto dello spreco una liturgia laica. Il paradosso è che non ci limitiamo a sprecare i beni materiali, su tutti il cibo e le risorse naturali. No, sprechiamo il tempo. E in ultima analisi, sprechiamo la nostra vita. Insomma, viviamo facendo dello spreco una regola personale oltre che universale, tanto, così facendo, siamo uniformati. Chi può accusarci di agire in modo sbagliato se tutto il mondo agisce come noi?
Errore! Occorre arrestare l’emorragia e invertire la rotta prima che sia troppo tardi, ammesso e non concesso che si faccia ancora in tempo. Perché il depauperamento del pianeta, effetto primario e collaterale degli sprechi, è tale da farci prospettare un futuro in cui il soprannominato analista alieno si vedrebbe costretto a una nuova rettifica, definendoci “civiltà della sopravvivenza”. Come in una sinusoide, raggiunto l’apice, la curva rappresentata dal seno precipita verso il basso. L’eccesso di consumi e di sprechi ci condurrà dapprima verso la penuria e in seguito verso l’esaurimento delle risorse naturali e di conseguenza alla lotta per accaparrarsi quelle rimaste. 
Basta fare alcune semplici considerazioni up to date per rabbrividire. Cominciamo con gli sprechi alimentari. Ieri ho letto sul Corriere della Sera che negli Stati Uniti d’America finisce nell’immondizia il 40% del cibo acquistato o cucinato. Ogni anno, la spazzatura fagocita 165 miliardi di dollari soltanto negli USA! L’industria dello spreco non conosce la crisi, anzi continua a crescere. Gli americani sprecano dieci volte di più di quanto non facciano le popolazioni del Sud-Est asiatico. In Africa, invece, c’è poco da sprecare e i bambini del Niger farebbero i salti di gioia se potessero frugare nei cassonetti degli americani. Nemmeno in Europa si scherza. Lo scialo è enorme, ogni anno i paesi dell’Unione Europea buttano via 90 milioni di tonnellate di cibo. Va però sottolineato che il Parlamento europeo si è impegnato a dimezzare la quantità di cibo sprecato entro il 2020 e che il 2014 è stato scelto come l’anno europeo contro lo spreco alimentare. E l’Italia? Ogni anno, nel Bel Paese finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari per un valore di 37 miliardi di euro. Con questi “scarti” si potrebbero sfamare 44 milioni di persone! Alla base di tutto questo sperpero cosa c’è? In primo luogo i difetti della filiera agro-alimentare. Ma anche l’ignoranza, la non-coscienza civica, l’ingordigia e la stupidità del consumatore, che non è necessariamente così ricco da permettersi di buttare via il cibo. Conosco una famiglia composta da cinque persone (genitori + tre figli) che pur facendo fatica a pagare l’affitto di casa e non riuscendo a far quadrare i conti, consuma solo cibi precotti (i più cari) e regolarmente butta più della metà del cibo cucinato. Non c’è modo di fargli capire che tre cose impoveriscono, come dicevano i vecchi: ozio, ingiustizia e spreco. Non si spreca solo il cibo, ovviamente. Si sprecano le risorse, a cominciare dalle più preziose, come l’acqua o l’energia. La famigliola che ho preso come esempio da non imitare ha l’abitudine di fare scorrere l’acqua dal rubinetto o lasciare accesa la luce quando si esce da una stanza, ma anche la radio, il televisore e il computer quando esce di casa. "Così i ladri pensano che ci siamo!" Nemmeno se ci fosse un Pantalone che paga per me lo farei. E qui il discorso si fa lungo e complesso. Da noi, gli sprechi sono un male incurabile. Basti pensare agli sprechi della politica (900.000 euro la scorta dell’ex-ministro Calderoli! E quella di Fini?), del sistema sanitario, gli sprechi ambientali, sulle opere pubbliche e dell’amministrazione pubblica, gli sprechi legati al clientelismo e alla corruzione, quelli legati alla gestione finanziaria e tanti altri sprechi che hanno fatto balzare alle stelle il debito pubblico e hanno impoverito le famiglie. Tutto ciò accade perché la Non-cultura ha preso il sopravvento sulla cultura. È come dire che la lezione della cicala ha messo a tacere la formica. Ricordo che per i miei nonni il pane era sacro. Si poteva anche buttare via la carne se era andata a male, ma il pane no, lo si mangiava anche raffermo e lo si grattugiava. Magari tornasse la coscienza che il pane è sacro mentre non serve a nulla possedere tre telefonini. Già, ma oggi, ogni anno l’Unione Europea butta via 3 milioni di tonnellate di pane, quanto ne consuma la Spagna. È l’indice che abbiamo smarrito il buon senso. 
Qual è il rimedio, sperando che ce sia almeno uno? Il mio punto di vista è semplice: bisogna consumare di meno e meglio. Ai bambini bisogna insegnare che devono svuotare il piatto perché nel mondo c’è troppa gente che muore di fame e solo in Italia il 24,5% della popolazione rasenta la povertà. Bisognerebbe anche insegnare (agli adulti e non solo ai bambini) che per ottenere 1 kg. di riso occorrono 2.500 l. di acqua e ci vogliono addirittura 15.500 l. di acqua per avere 1 kg. di carne di manzo. Sprecare non è inevitabile. Possiamo vivere senza sprecare, impedendo il depauperamento del pianeta. È solo una questione di cultura ma la cultura, per essere formativa, non può fare a meno della sana educazione. Chiunque ha figli o nipoti in tenera età non ha giustificazioni, a meno che sia un menefreghista. Genitori e nonni hanno il dovere di educare le nuove generazioni a non sprecare le risorse e i beni, dal cibo all’energia, dal tempo libero alla vita. 
Il mio sogno è che fra vent’anni, lanalista alieno possa dichiarare ai suoi capi che sulla Terra si è affermata la civiltà dell’ecosostenibilità, capace di rinnegare la Non-cultura.

lunedì 20 agosto 2012

Bisogna essere come l'acqua

La canicola di questi giorni estivi è insopportabile. Sta provocando una  siccità di cui - ahinoi! - pagheremo le gravissime conseguenze. L’agricoltura, infatti, è in ginocchio. Il vero problema è che in atto una lenta ma progressiva desertificazione del nostro Paese i cui effetti sono visibili da tempo: dallo scioglimento dei ghiacciai delle Alpi (fra trent’anni saranno scomparsi!) all’abbassamento dei livelli dei fiumi e dei bacini idrografici. Come se non bastasse, un recente rapporto di Legambiente evidenzia che il 42% dell’acqua veicolata dagli acquedotti italiani va perduta nei 291.000 km. di una rete idrica nazionale che è troppo vecchia. Magari fossero ancora in vita gli antichi romani, maestri insuperabili nel costruire acquedotti! Insomma, siamo qui a sperare che piova e a desiderare l’acqua come fosse la manna. Già, l’acqua, il bene più prezioso sulla Terra ma anche il bene più sottovalutato (quanta poca importanza gli diamo e come lo sprechiamo!) e insieme conteso. A questo argomento, ho dedicato un post che svela gli interessi e le prospettive che si celano dietro l’oro blu. Il post s’intitola http://www.giuseppebresciani.com/2011/05/la-guerra-per-loro-blu.html ed è pubblicato in questo blog. Ho dunque già affrontato la tematica e non la riproporrei oggi, afosa giornata d’agosto, se non fosse che vorrei parlare dell’acqua in modo nuovo, diverso. Ora, confesso che non la penso come il buon Carlo Porta, che diceva: “Per me l’acqua, se è buona, serve solo per lavare i piatti”. Sono agli antipodi del poeta milanese: mi considero un gran bevitore d’acqua, di più, un intenditore, e posso rinunciare a tutto, nella vita, salvo che a un bel bicchiere d’acqua fresca (meglio ghiacciata) quando ci vuole. Ogni giorno lodo il Signore per averci dato “sor’acqua” – come la chiamava San Francesco – e lo rassicuro che sono disposto a morire secondo la sua volontà, ma non di sete. Eh no, di sete mai. Mi farebbe un torto immenso lasciandomi senza un filo d’acqua nell’ora del congedo. Aveva ragioni da vendere quel bambino di Arzano il cui maestro elementare, autore del gustoso Io speriamo che me la cavo, riportò questa frase colorita: “Se Gesù non mandasse l’acqua, un guaio. Le piante si arrognerebbero, gli alberi mosci, la terra ha sete, gli animali morissero, io morissi”. Insomma, è fin troppo banale tessere le lodi dell’acqua, soprattutto quando il clima è tropicale, e dunque ne farò a meno. Il motivo per cui ne parlo è un altro. 
Ho appena bevuto un bicchierozzo di Perrier freddissima e grazie alle bollicine mi sento come se avessi raggiunto l’Empireo su un razzo. Aldilà della soddisfazione fisica, ho speso una breve riflessione sul valore simbolico dell’acqua. Voglio dire che l’acqua non è solo un bene primario, è un simbolo potente e universale. È sorgente di vita, mezzo di purificazione e centro di rigenerazione. Scusate se è poco. In India è considerata la materia prima, la Prakriti. E non è forse vero che nella Genesi lo spirito di Dio aleggia sull’acqua? Per i cinesi, è il Wu-chi, il Senza Culmine, il Caos primitivo. In quasi tutte le culture e civiltà del pianeta si riconosce all’acqua lo statuto di origine e veicolo di ogni forma di vita. Per quanto riguarda la sua seconda e terza prerogativa, va da sé che l’abluzione e l’aspersione dell’acqua, insieme all’immersione in essa, rappresentano i più potenti metodi di purificazione. Dal battesimo in poi, l’acqua è lo strumento per purificare e rigenerare l’essere umano. L’argomento è affascinante e complesso, meriterebbe la stesura di un trattato. Ma tranquillizzo i miei lettori, accaldati come me. Il concetto che oggi voglio esprimere e rimarcare è specifico. Eccolo: dovremmo essere come l’acqua. Sì, bisognerebbe che i nostri pensieri e il nostro comportamento facessero il verso all’acqua. Fateci caso… L’acqua scorre e quando s’immerge una mano in essa (avete mai provato a farlo in un torrente di montagna?) si sente come una carezza. L’acqua non oppone resistenza eppure non le si può resistere. L’acqua va dove vuole. L’acqua è infinitamente paziente e perseverante. L’acqua consuma anche la pietra e quando non può superare un ostacolo lo aggira. L’acqua rinfresca e dona sollievo. Non è facile vivere emulando l’acqua, lo riconosco, ma non è neppure un’impresa impossibile. In fondo, a pensarci bene, abbiamo un’affinità enorme con essa. Il nostro organismo è infatti composto in grandissima parte di acqua, da una media del 75% nel bambino piccolo fino al 50% minimo nella terza età. Per analogia, dovremmo essere come l’acqua, della quale il filosofo cinese Lao-Tze ha tessuto un elogio profondo. “Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli, essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia, quando cade al suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei”. Belle parole, vero? A sapere cogliere le metafore e le allegorie, ci si può sbizzarrire nelle interpretazioni, per altro facili. Ma c’è un aspetto della similitudine che mi incuriosisce particolarmente: l’adattabilità. È una virtù dell’acqua, ma può essere considerata tale se riferita all’essere umano? Certo, purché non la si consideri nell’accezione meno nobile, ossia l’attitudine a ogni tipo di compromesso se non alla politica del voltagabbana. La vera adattabilità consiste nell’adeguarsi alle situazioni e alle persone con cui ci relazioniamo in modo da incontrarsi, senza svilirsi però e senza rinunciare alla propria natura ed essenza. L’acqua può essere liquida, solida (ghiaccio) o gassosa (vapore acqueo) ma aldilà della forma conseguente al suo adattamento resta pur sempre H2O, cioè un elemento in cui due atomi di idrogeno sono legati a un atomo di ossigeno. Così dovrebbe essere per noi. Dovremmo adattarci alla realtà ma senza mistificazioni o snaturamenti, rimanendo fedeli a noi stessi. Dovremmo, certo, ma è difficile imitare l’acqua!
Continua a fare caldo e la temperatura pomeridiana è salita a 35°C. Quasi quasi mi faccio un’altra sana e abbondante bevuta d’acqua, questa volta non effervescente. È un gesto antico e quotidiano, che siamo soliti compiere senza dargli peso. Beh, questa volta berrò a garganella pensando che l’acqua può essere maestra di vita e non solo fonte di refrigerio. Sono certo che ne apprezzerò maggiormente il valore e che riderò del vecchio detto che l’acqua fa venire le rane nella pancia. A me fa venire voglia di scorrere nella vita come un ruscello limpido e fiducioso di essere accolto nel mare al termine del suo viaggio.

sabato 11 agosto 2012

Citius! Altius! Fortius!


Citius! Altius! Fortius!” (Henri Didon, 1894)  

“Più veloce! Più alto! Più forte!” – recita il motto olimpico. Fu ideato dal predicatore domenicano Henri Didon e subito adottato dal barone Pierre de Coubertin, l’uomo che ha voluto i Giochi Olimpici moderni. Il Comitato Olimpico Internazionale lo fece suo nell’anno della sua fondazione, il 1894, ma lo utilizzò solo a partire dalle Olimpiadi di Parigi del 1924. Non è difficile riconoscere in questa espressione latina il fine ideale delle competizioni olimpiche, cioè il superamento dei propri limiti. Tant’è che De Coubertin ha voluto precisare che “l’importante non è vincere ma partecipare”. In questi giorni, le Olimpiadi di Londra stanno catalizzando l’attenzione del mondo intero, sono l’evento clou dell’estate, ed è inevitabile riflettere sul senso reale di un motto che oscilla fra l’esortazione e l’imperativo, fra lo sprone e il comando. Pare che il famoso retore e filosofo greco Gorgia abbia dichiarato che “la parola, come l’araldo in Olimpia, chiama chi ha volontà ma incorona chi ha forza”. Va da sé che non basta volere essere più veloci, più alti e più forti degli altri. Per riuscirci occorrono la forza, il talento e un po’ di fortuna.
Ma non è questo il punto su cui voglio meditare. Mi pongo invece un’altra domanda: in che misura il motto olimpico riflette le aspirazioni umane? E quali sono le vere, profonde e più intime aspirazioni del genere umano? Una prima, superficiale risposta potrebbe essere quasi ovvia. Gli uomini desiderano la gloria, il successo, il denaro, il potere, l’amore  e la felicità. Ho citato queste sei aspirazioni in ordine sparso e si potrebbe discutere  a lungo sulle priorità. Quali di questi sei valori salirebbero sul podio? A chi andrebbe la medaglia d’oro? Ma poi, siamo certi che “Citius! Altius! Fortius!” sia l’epitome di questi desideri o non rappresenti piuttosto la quintessenza di un settimo e più celato bisogno dell’essere umano? Il lettore si chiederà a cos’altro mi riferisco e non esito ad affermare che nell’animo umano fermenta come nel tino un anelito superiore, un’ambizione che prevarica il desiderio di affermazione e riconoscimento personale. Le tante letture e gli studi che hanno segnato la mia crescita culturale oltre che umana mi aiutano a riscontrare nelle opere dei grandi pensatori le tracce del vero, intimo afflato umano. Platone pensava che la vita sia il continuo sforzo dell’anima per salire dal mondo transeunte e corruttibile del fenomeno al mondo puro delle idee. Detto così, sembra un concetto difficile da comprendere. In realtà, il suo pensiero è luminoso: l’uomo è depositario dell’ansia di eterno e divino. Ciò che ci distingue dalle bestie è proprio la capacità di intuire che siamo frammenti del divino in viaggio nel tempo e nello spazio. Ritroviamo questo concetto in un altro grande pensatore, Giordano Bruno. Il grande filosofo e frate domenicano che l’inquisizione della Chiesa romana condannò al rogo per eresia, ha ribadito nell’omonimo dialogo che l’animo umano è reso febbricitante dagli “eroici furori”. Il nostro spirito ha l’esigenza di attingere a mete sempre più alte (“Altius!”), in uno slancio che ci conduca ritrovare e affermare il divino che è in noi.  Molti sono gli autori che hanno riassunto metaforicamente nelle loro opere l’anelito a correre più veloci, salire più in alto ed essere più forti. Mi vengono in mente i drammi di Vittorio Alfieri e i romanzi di Kafka, che trasudano della segreta aspirazione a incontrarsi con Dio. Aspirazione insopprimibile che secondo Malraux è la causa primaria della misera “condizione umana”. L’uomo vorrebbe essere come Dio mentre in realtà non riesce ad essere nemmeno se stesso. Nel XX secolo, coloro che più di altri colsero il misterioso appetito dell’animo umano furono i grandi della psicologia. Jung diceva che nell’uomo c’è un anelito di universalità, un ardente desiderio di completezza e di rinascita. Fromm credeva che l’uomo ha tra i suoi bisogni primari la trascendenza, che altro non è se non il bisogno di elevarsi al di sopra della propria natura per divenire creatore da semplice creatura che è. Anche per Adler l’uomo aspira alla perfezione e alla superiorità. 
Ce n’è abbastanza per rileggere il motto olimpico nella sua accezione esoterica. Essere più veloci, più alti e più forti è solo apparentemente la conditio sine qua non per eccellere (nello sport come in ogni altro settore della vita) mentre in realtà indica un bisogno inconscio più complesso. Vincendo i 100 m. e i 200 m., Usain Bolt non ha dimostrato solo d’essere l’essere umano più veloce del pianeta, ottenendo fama e denaro. Mentre il suo corpo scultoreo sfidava i limiti della fisica, la sua anima esprimeva un bisogno di infinito e di eternità che lo accomuna a qualunque altro essere umano, anche il meno dotato fisicamente. È questo il vero principio motore dell’umanità e della storia, grazie al quale nel corso dei millenni sono state fatte scoperte e conquiste che hanno sancito il progresso della civiltà. “Citius! Altius! Fortius!” non dovrebbe essere solo il motto degli atleti che partecipano alle Olimpiadi ma l’aforisma paradigmatico dell’immensa pletora di scienziati, esploratori, pensatori, costruttori e innovatori che hanno contribuito a far progredire la razza umana in virtù del loro anelito di trascendenza. Ecco perché, in queste ore, dovremmo sentirci tutti partecipi dello spirito olimpico. Siamo tutti atleti che competono. Non per una medaglia ma più semplicemente per migliorare la nostra vita e quella degli altri. Ognuno come può, compatibilmente col proprio DNA e col proprio ruolo. Ma guai se pensassimo di non poter superare i nostri limiti. Il mondo ci chiede di farlo. Ha bisogno anche del nostro contributo e poco importa se non ci sarà SKY HD a riprendere le nostre piccole-grandi performances. Basterà un “bravo” detto da chi ci ama per sentire ardere nel nostro petto il fuoco di Olimpia.

venerdì 3 agosto 2012

La Francia di Hollande? Chapeau!


Lo confesso, amo la Francia ma detesto i francesi. La “douce France” è bella, coi suoi castelli medievali, le foreste incontaminate, i fiumi navigabili, le sue montagne e le ricchezze artistiche, tant’è che appena posso ci faccio un salto di tre o quattro giorni per gustare i sapori e i profumi seducenti d’oltralpe. Ma non solo. Per vivere sans souci, senza l’affanno che in Italia ha ormai contaminato anche la vita in provincia. Amo follemente la Provenza e tutto il Midi, la regione della Loira, la Normandia. E naturalmente Parigi. Ci vivrei in Francia, naturalmente se non ci fossero i francesi, che vanno presi a dosi omeopatiche.
Cos’hanno i transalpini che non mi va? Beh, pur riconoscendo che in fondo sono gioviali, semplici e patriottici, che parlano una lingua splendida (sono francofono) e conoscono l’arte del savoir vivre, non riesco proprio a digerire i loro difetti. Sono così pieni di sé che nel suo Dizionario dei luoghi comuni, Gustave Flaubert scrisse che i francesi “sono il primo popolo dell’universo”. Lo giustifico, era francese. Non era francese, invece, Scott Fitzgerald, che disse: “Mi piace la Francia, dove tutti si sentono Napoleone Bonaparte”. In effetti, in Francia la boria e l’arroganza vengono diluiti nel latte al posto del caffè fin dalla più tenera età. Già da piccoli, i francesi pensano d’essere i migliori del mondo e irridono gli altri. Da grandi, rendendosi conto che il mondo è cambiato, si consolano illudendosi che la grandeur non sia mai finita. Cos’altro non sopporto dei francesi? Sono vanitosi e fanno la ruota come i pavoni, non si lavano, sono pignoli come speziali e suscettibili come ricci. Inoltre, fanno delle smorfie con gli occhi e con la bocca che pare siano usciti tutti da una scuola di recitazione. Il ché fece dire al filosofo Schopenhauer che “le altre parti del mondo hanno le scimmie, l’Europa ha i francesi”. Vabbé, lo dico senza avere l’intenzione di offenderli, perché tutto sommato i francesi mi sono simpatici. Per lo meno finché non fanno i guasconi e tu non ricordi loro che Giulio Cesare sconfisse Vercingetorice e Materazzi provocò Zidane ad arte. Se poi sostieni che la loro cucina sarà anche la più raffinata ma la nostra è più buona e che dovrebbero restituirci non tanto la Gioconda (che Francesco I acquistò regolarmente) quanto il patrimonio artistico che i funzionari di Napoleone trafugarono dai palazzi e dai musei italiani, si scaldano come pentoloni di rame colmi di quel liquido druidico che serviva ad Asterix per diventare un supereroe. Eppure… 
Eppure, oggi scrivo per lodare la Francia e i francesi, non per biasimarli come avrei fatto fino a poco tempo fa, quando a Parigi regnavano il piccolo Sarkozy e la rinnegata Carlà. Oggi, la Francia è guidata da François Hollande, un normanno che pare sappia quel che deve fare e sa farlo presto e bene. I fatti parlano da soli. In soli 63 giorni di governo, Hollande ha varato provvedimenti che fanno gridare al miracolo. Quali? Ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta, destinando il ricavato delle vendite al fondo welfare. Singolare e coraggioso è il mondo con cui ha comunicato questa decisione agli enti statali, sfidando gli alti funzionari. Ha scritto loro che se “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. Coi 345 milioni di euro incassati ha creato al volo 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia, assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati. Leggo da un post che circola in rete firmato da Claudio Aldieri, che Hollande "ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito socialmente immorale) e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione di tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all'anno. Con quei soldi, rispettando quindi il fiscal compact, senza intaccare il bilancio di un euro, ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio 2012, e poi altri 12.500 ndal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euroche finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato con quei soldi un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha istituito il bonus cultura presidenziale, un dispositivo che consente di pagare le tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente, assumendo almeno due laureati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all'occupazione  erilanciare dei nuovi status sociale. Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazione e case editrici, sostituite da comitati di imprenditori statali che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione); chi ofre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800.000 euro all'anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a donne mamme singole in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durta di cinqu anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio". 
Sapete qual è il risultato delle magie di Hollande? Ha fatto scendere lo spread e ha fermato l’inflazione. Ha dato un segnale forte al Paese, sicché la produttività dei nostri cugini e la loro competitività sui mercati internazionali è cresciuta. A metà strada fra il Platini degli anni d’oro e Bernard Hinault, il Presidente Hollande ha ricordato ai suoi connazionali che la parola “impossibile” non fa parte del vocabolario francese. Il mio commento è doverosamente nella lingua di Moliere, Victor Hugo e Proust. “Chapeau!”. Sì, tanto di cappello alla Francia per come sta affrontando la crisi e guarda al futuro. 
E noi? La casta (ndr: quella politico-economica-culturale della bella Italia, non la modella e attrice francese Laetitia) non rinuncia ad alcuno dei suoi privilegi e i plutocrati non fanno sacrifici. Come sono lontani i tempi della disfida di Barletta e della vittoria di Bartali al Tour de France! Per quanto Monti e la sua combriccola di tecnici al governo stiano lavorando seriamente, è lecito chiedersi perché noi stiamo a guardare mentre gli altri fanno. Perché non seguiamo l’esempio francese? Perché non ghigliottiniamo i ladri, i fannulloni, i disonesti, gli sciacalli e i mafiosi che impediscono alla nostra patria ferita a morte dai Maramaldo locali e stranieri di risorgere, nonostante gli sforzi e i sacrifici della gente comune? Perché non riusciamo a voltare pagina e fare il salto di qualità che occorre nei momenti difficili, segnati dai grandi cambiamenti? Forse perché siamo italiani e non francesi? Sarebbe tristissimo arrivare a questa conclusione. Sarebbe avvilente.
È singolare il fatto che noi chiamiamo i francesi “mangiarane” o “mangialumache” e loro ci chiamano “macarons” o “ritals”. Ci può stare in un rapporto di amore-odio. Ma più facilmente, parlando in francese con un francese, ho sentito spesso questa frase: “Ah, les italiens, pfff…”. Forse il nocciolo della questione è proprio in quel “pfff” coi puntini, un’espressione più eloquente di tante possibili risposte. Sogno il giorno in cui i cugini smetteranno di usarla e potranno dire di noi: “Bravo!” (rigorosamente con l’accento sulla o.)

PS: Un paio d'ore dopo avere pubblicato questo articolo, un amico mi ha informato che le notizie cui faccio riferimento e che ho riportato in assoluta buona fede, non hanno trovato conferma e potrebbero addirittura essere una "bufala". O meglio, Hollande avrebbe l'intenzione di fare ciò di cui ho parlato. Per il momento, sospendo il giudizio e qualora fossimo ancora nel campo delle buone intenzioni, non posso che augurare al Presidente francese di realizzare ciò che ha in pectore. Naturalmente, restano valide tutte le considerazioni che ho fatto e l'auspicio che l'Italia possa attuare le riforme e i tagli sostanziali all'amministrazione pubblica che tutti gli italiani invocano.