domenica 26 agosto 2012

Ciao Neil, uomo della Luna. Ci mancherai

Non potrò mai dimenticare la notte del 20 luglio 1969. La passai in bianco, come almeno altri 600 milioni di individui di ogni età in ogni parte del mondo. Io avevo tredici anni e la ragione per cui quella notte non dormii era che il genere umano stava per compiere una grandissima impresa: la conquista della Luna. Fu una notte estenuante. Non mi staccavo dal vecchio televisore Grundig con tubo a raggi catodici che avevamo nella casa di campagna e fissavo lo schermo come ipnotizzato. Allora le immagini erano in bianco e nero e non c’era il telecomando. Sul Primo canale della Rai andava in onda lo speciale dedicato alla missione dell’Apollo XI, il vettore della Nasa che era stato lanciato da Cape Kennedy il 16 luglio, destinazione Luna, distanza media dalla Terra 384.403 km. Ad un certo punto, il modulo lunare Eagle fu separato dal modulo di comando chiamato Columbia, su cui rimase l’astronauta Michael Collins, e iniziò la sua discesa sul nostro misterioso satellite. Negli studi della Rai, un emozionatissimo Tito Stagno trasmetteva a chiunque fosse incollato davanti al televisore l’importanza ma che dico, la sacralità – del momento. Anch’io mi sentivo partecipe del fatto che in quelle ore veniva scritta la Storia dell’umanità. L’allunaggio avvenne alle ore 22:17:40 italiane. La notizia che l’Aquila aveva toccato il suolo della Luna in un punto chiamato Mare della Tranquillità suscitò in me ogni tipo di sensazione, fuorché la tranquillità. Adesso escono, fra poco scendono! – pensavo. Intanto immaginavo in quali imprevisti potessero imbattersi i due argonauti lunari – Neil Armstrong e Buzz Aldrin – il momento in cui, aperto il portellone dell’Eagle, avessero iniziato l’esplorazione della Luna. Mi chiedevo soprattutto se la loro passeggiata sarebbe stata serena o disturbata da qualche inconveniente, tipo l’apparizione di un Ufo o di una vedetta aliena, magari un’auto della Polizia lunatica i cui agenti avrebbero contestato ai nostri astronauti che non avevano il visto o che avevano parcheggiato in sosta vietata. Occorsero sei ore da quando il Lem era allunato perché gli eroi della conquista dello spazio potessero compiere l’effettiva discesa sulla superficie della Luna. Dopo un’attesa spasmodica, resistendo al sonno, vissi in diretta l’annuncio che alle ore 4,57 italiane il primo uomo aveva calpestato il suolo lunare. Si chiamava Neil Armstrong e le prime parole che pronunciò furono: “Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità”. Ricordo che piansi di gioia dopo avere trattenuto a lungo il fiato. Scaricai la tensione accumulata, nemmeno fossi uno scienziato di Cape Kennedy della Missione Apollo XI. 
Il comandante Neil Armstrong non c’è più. L’uomo della Luna se n’è andato per sempre ieri, a 82 anni, 18 giorni dopo avere subito un intervento chirurgico al cuore. Se n’è andato senza clamore, com’era nelle sue corde. È scomparso un grande uomo e tutti dovremmo dedicargli idealmente un minuto di silenzio e un lungo applauso finale. Neil era un tipo che dopo avere conquistato la Luna s’era rifiutato di vivere di rendita, di campare sul fatto d’essere un personaggio mitico, un eroe dei tempi moderni, paragonabile a Cristoforo Colombo visto che ha dato la stura a una nuova era. Ma Neil era così schivo, riservato e semplice che non solo non ha voluto salire sul piedistallo e approfittare dei benefici derivanti dalla sua impresa. No, egli ha vissuto il resto della sua vita come un uomo qualunque, negandosi ostinatamente ai giornalisti e rifuggendo la ribalta. Ha insegnato ingegneria all’Università di Cincinnati e ha partecipato ad alcuni programmi di divulgazione aeronautica. Tutto qui. A chi gli chiedeva di raccontare gli attimi che lo hanno consegnato alla storia, rispondeva che aveva solo fatto il suo dovere. Non è diventato ricco né ha fatto impazzire le masse. Il suo dovere! Per molto meno, c’è gente che crede di essere Dio. Beh, evidentemente gli mancava qualcosa rispetto ai Vip odierni. Non aveva l’appeal di Brad Pitt, Usain Bolt o Lady Gaga! Neil Armstrong mi ha fatto sognare e fantasticare più di quanto non riesca a Bolt vincendo le Olimpiadi o a quella poverina il cui vero nome, Angelina Germanotta, dovrebbe farci capire l’artificiosità del successo. Credo che molti la pensino come me, certamente quelli che hanno avuto la fortuna di vivere la notte del 20 luglio 1969 e sono ancora qui per dire “Io c’ero!”. Perché c’eravamo in tanti sul Lem e in tanti abbiamo accompagnato i primi passi di Neil sulla Luna. Per questo mancherà a molti. Ci mancheranno di lui tante cose, non solo l’impresa immortale che ha compiuto. Ci mancherà l’ottimismo di quegli anni. Ci mancherà la forza interiore associata alla semplicità dei modi degli uomini di un’era in cui pensavamo che il futuro ci appartenesse. Ci mancherà quel modo di fare garbato ma volitivo, una via di mezzo fra i cliché di James Stewart e John Wayne, che è venuto meno con la fine dei gentiluomini. Per quanto mi concerne, va da sé che la scomparsa di Neil corrisponde alla perdita di un amico che non ho mai conosciuto personalmente ma di cui possedevo la spilla e il cappellino in stile baseball. Come tutte le preziose figurine da collezione di cui ho perso le tracce (da Mazzola a Gimondi), anche la figurina di Neil finirà nel dimenticatoio. Ma in questo momento, è quanto meno doveroso che lo ringrazi con un velo di commozione. 
Questa sera, volgerò lo sguardo verso la Luna. Sarà il mio modo di salutarlo e rimpiangerlo. Quando ci lascia uno che ha indicato la via, è come se la via diventasse più stretta. Un giorno torneremo sulla Luna e fonderemo colonie umane su Marte e su altri mondi. Tuttavia dubito che le generazioni future proveranno le stesse, ingenue ed esaltanti emozioni che ci ha offerto Neil Armstrong. Perché mai? L’uomo del XXI secolo è così disincantato e incapace di distinguere fra realtà e fiction, rigorosamente in HD, che nessuno e nulla è più in grado di riportarlo alla dimensione del sogno ad occhi aperti. 
Nemmeno i film come Avatar, molto più spettacolari di un allunaggio.

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