venerdì 24 agosto 2012

La civiltà dello spreco e quella auspicabile dell'ecosostenibilità

Se gli extraterrestri, che ci osservano da anni, dovessero riassumere la quintessenza dell’odierno modus cogitandi et operandi del genere umano, dovrebbero correggere il tiro. Un analista alieno che a suo tempo avesse definito “civiltà dei consumi” la realtà che stava studiando, oggi relazionerebbe ai suoi superiori che i terrestri hanno fatto un balzo esponenziale, per cui vivono nella “civiltà dello spreco” e non si preoccupano affatto del depauperamento del pianeta. Come dargli torto? Per me, che sono nato nella metà degli anni Cinquanta, e perciò appartengo a una generazione che fu educata alla parsimonia e al risparmio, perché soldi ce n’erano pochi e bisognava ricostruire un Paese uscito malconcio dalla guerra, la sola idea di sprecare qualcosa mi fa accapponare la pelle. Ma i tempi sono cambiati. Oggi la regola socio-economica non scritta ma imperante è: sprecare, sciupare, dilapidare. 
Viviamo in un mondo che a partire dalla fine degli anni Settanta ha prima indotto e poi legittimato il consumo di beni di cui prima non si sentiva la necessità. Alcuni utili e necessari per migliorare la qualità della vita, sia chiaro, ma molti inutili, effimeri, negativi perché forieri di dipendenza. Gradualmente, in nome di un regime produttivo sempre più famelico, si è affermata la cultura del consumo ad ogni costo. Il modello di sviluppo capitalistico ha imposto i falsi bisogni e il consumo compulsivo. Compriamo di tutto e più del necessario, siamo suggestionati da pubblicità ingannevoli, promozioni irrinunciabili, stimoli artificiali, modelli sbagliati e ricatti artati. Mentre prima le cose si facevano durare il più possibile e quelle rotte si aggiustavano, nel rispetto di una cultura conservativa – dove l’essere ancora prevaleva sull’apparire, e quindi sull’avere – la Non-cultura in cui conta solo ciò che possiedi (e più possiedi più vali) ha creato nuove e scellerate abitudini. Le cose non sono fatte per durare, devono essere consumate in fretta per non frenare l’attività produttiva. 
Le televisioni commerciali, all’inizio degli anni Ottanta, hanno creato falsi miti, necessari per lo sviluppo del sistema. Forse, qualcuno dei miei lettori ricorda il jingle televisivo di Canale 5 con cui fummo bombardati ai primordi del fenomeno: “Corri a casa in tutta fretta, c’è un Biscione che ti aspetta!”. Pensavamo ci aspettassero programmi d’intrattenimento e film che sancissero la fine del noioso regime della Rai. Era in parte vero, ma in realtà ci aspettava su Canale 5 il bombardamento degli spot pubblicitari che ha dato avvio al consumismo. Il segnale delle TV commerciali è entrato nelle nostre case allo stesso modo in cui il cavallo di legno pensato da Ulisse è entrato nella città di Troia. Il passo verso lo spreco era solo questione di tempo. Si acquistavano elettrodomestici inutili (ricordate la pastamatic che aveva la forza di cento braccia?) e li si usava poco, il tempo necessario per comprare nuovi balocchi. Il passaggio dalla società dei consumi a quella degli sprechi è avvenuto con facilità, con entusiasmo finché la pacchia è durata. Sta di fatto che oggi viviamo in un mondo che ha fatto dello spreco una liturgia laica. Il paradosso è che non ci limitiamo a sprecare i beni materiali, su tutti il cibo e le risorse naturali. No, sprechiamo il tempo. E in ultima analisi, sprechiamo la nostra vita. Insomma, viviamo facendo dello spreco una regola personale oltre che universale, tanto, così facendo, siamo uniformati. Chi può accusarci di agire in modo sbagliato se tutto il mondo agisce come noi?
Errore! Occorre arrestare l’emorragia e invertire la rotta prima che sia troppo tardi, ammesso e non concesso che si faccia ancora in tempo. Perché il depauperamento del pianeta, effetto primario e collaterale degli sprechi, è tale da farci prospettare un futuro in cui il soprannominato analista alieno si vedrebbe costretto a una nuova rettifica, definendoci “civiltà della sopravvivenza”. Come in una sinusoide, raggiunto l’apice, la curva rappresentata dal seno precipita verso il basso. L’eccesso di consumi e di sprechi ci condurrà dapprima verso la penuria e in seguito verso l’esaurimento delle risorse naturali e di conseguenza alla lotta per accaparrarsi quelle rimaste. 
Basta fare alcune semplici considerazioni up to date per rabbrividire. Cominciamo con gli sprechi alimentari. Ieri ho letto sul Corriere della Sera che negli Stati Uniti d’America finisce nell’immondizia il 40% del cibo acquistato o cucinato. Ogni anno, la spazzatura fagocita 165 miliardi di dollari soltanto negli USA! L’industria dello spreco non conosce la crisi, anzi continua a crescere. Gli americani sprecano dieci volte di più di quanto non facciano le popolazioni del Sud-Est asiatico. In Africa, invece, c’è poco da sprecare e i bambini del Niger farebbero i salti di gioia se potessero frugare nei cassonetti degli americani. Nemmeno in Europa si scherza. Lo scialo è enorme, ogni anno i paesi dell’Unione Europea buttano via 90 milioni di tonnellate di cibo. Va però sottolineato che il Parlamento europeo si è impegnato a dimezzare la quantità di cibo sprecato entro il 2020 e che il 2014 è stato scelto come l’anno europeo contro lo spreco alimentare. E l’Italia? Ogni anno, nel Bel Paese finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari per un valore di 37 miliardi di euro. Con questi “scarti” si potrebbero sfamare 44 milioni di persone! Alla base di tutto questo sperpero cosa c’è? In primo luogo i difetti della filiera agro-alimentare. Ma anche l’ignoranza, la non-coscienza civica, l’ingordigia e la stupidità del consumatore, che non è necessariamente così ricco da permettersi di buttare via il cibo. Conosco una famiglia composta da cinque persone (genitori + tre figli) che pur facendo fatica a pagare l’affitto di casa e non riuscendo a far quadrare i conti, consuma solo cibi precotti (i più cari) e regolarmente butta più della metà del cibo cucinato. Non c’è modo di fargli capire che tre cose impoveriscono, come dicevano i vecchi: ozio, ingiustizia e spreco. Non si spreca solo il cibo, ovviamente. Si sprecano le risorse, a cominciare dalle più preziose, come l’acqua o l’energia. La famigliola che ho preso come esempio da non imitare ha l’abitudine di fare scorrere l’acqua dal rubinetto o lasciare accesa la luce quando si esce da una stanza, ma anche la radio, il televisore e il computer quando esce di casa. "Così i ladri pensano che ci siamo!" Nemmeno se ci fosse un Pantalone che paga per me lo farei. E qui il discorso si fa lungo e complesso. Da noi, gli sprechi sono un male incurabile. Basti pensare agli sprechi della politica (900.000 euro la scorta dell’ex-ministro Calderoli! E quella di Fini?), del sistema sanitario, gli sprechi ambientali, sulle opere pubbliche e dell’amministrazione pubblica, gli sprechi legati al clientelismo e alla corruzione, quelli legati alla gestione finanziaria e tanti altri sprechi che hanno fatto balzare alle stelle il debito pubblico e hanno impoverito le famiglie. Tutto ciò accade perché la Non-cultura ha preso il sopravvento sulla cultura. È come dire che la lezione della cicala ha messo a tacere la formica. Ricordo che per i miei nonni il pane era sacro. Si poteva anche buttare via la carne se era andata a male, ma il pane no, lo si mangiava anche raffermo e lo si grattugiava. Magari tornasse la coscienza che il pane è sacro mentre non serve a nulla possedere tre telefonini. Già, ma oggi, ogni anno l’Unione Europea butta via 3 milioni di tonnellate di pane, quanto ne consuma la Spagna. È l’indice che abbiamo smarrito il buon senso. 
Qual è il rimedio, sperando che ce sia almeno uno? Il mio punto di vista è semplice: bisogna consumare di meno e meglio. Ai bambini bisogna insegnare che devono svuotare il piatto perché nel mondo c’è troppa gente che muore di fame e solo in Italia il 24,5% della popolazione rasenta la povertà. Bisognerebbe anche insegnare (agli adulti e non solo ai bambini) che per ottenere 1 kg. di riso occorrono 2.500 l. di acqua e ci vogliono addirittura 15.500 l. di acqua per avere 1 kg. di carne di manzo. Sprecare non è inevitabile. Possiamo vivere senza sprecare, impedendo il depauperamento del pianeta. È solo una questione di cultura ma la cultura, per essere formativa, non può fare a meno della sana educazione. Chiunque ha figli o nipoti in tenera età non ha giustificazioni, a meno che sia un menefreghista. Genitori e nonni hanno il dovere di educare le nuove generazioni a non sprecare le risorse e i beni, dal cibo all’energia, dal tempo libero alla vita. 
Il mio sogno è che fra vent’anni, lanalista alieno possa dichiarare ai suoi capi che sulla Terra si è affermata la civiltà dell’ecosostenibilità, capace di rinnegare la Non-cultura.

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