lunedì 10 settembre 2012

L'Afghanistan è a Monza, mettete l'elmetto

Dopo Sondrio, Bormio e Como, tocca a Monza. Il tour promozionale del mio libro L’inferno chiamato Afghanistan continua nel cuore della Brianza, l’antica Insubria. Giovedì 20 settembre 2012, alle ore 21:00, anche il pubblico di Monza e dintorni potrà conoscere un Afghanistan sorprendente, diverso da come viene raccontato dai mass-media. Il mio Afghanistan, come hanno avuto modo di scoprirlo le persone che hanno assistito alle precedenti presentazioni, è impietoso, drammatico, privo di speranza. Nello stesso tempo, però, è colmo di poesia e umanità. Nella città che fu residenza estiva dei Longobardi nel VII secolo e che conserva la famosa Corona Ferrea, con cui furono incoronati i re d’Italia nell’Alto Medioevo e alcuni imperatori del Sacro Romano Impero, sarò ospite nella Sala Congressi del giornale Il Cittadino di Monza e Brianza, in via Longhi 3 e avrò al mio fianco come moderatore Giorgio Bardaglio, direttore del Cittadino. Ho conosciuto Giorgio quand’era un redattore del quotidiano La Provincia e ne ho subito apprezzato la sensibilità oltre che la valenza professionale. E di sensibilità ne occorre non poca per digerire alcune immagini durissime che mostro nel video introduttivo alla presentazione. In Afghanistan ho infatti realizzato moltissime fotografie che raccontano la verità di quel Paese in maniera così cruda da non concedere spazio ai dubbi e alle recriminazioni. Giuseppe Ungaretti sosteneva che la parola è impotente, non riesce a dare il segreto che è in noi o nelle cose, tutt’al più lo avvicina. In effetti, dopo quaranta secoli di civiltà orale, oggi le parole possono sembrare monete inflazionate, insufficienti come merce di scambio per acquisire la realtà. Non so se nel mio libro sono riuscito a cogliere e trasmettere il segreto dell’Afghanistan, la triste realtà di un Paese dilaniato dall’odio. Ma credo di essermi avvicinato alla verità e di essa sono testimoni irrefutabili proprio le immagini che introducono il mio racconto. 
Naturalmente, anche il racconto è sincero e suggestivo, “ti cattura e non ti lascia più”, come ha detto un mio lettore entusiasta. Sì, il mio Afghanistan  avvince in virtù del fatto che suscita emozioni viscerali. In occasione della mia ultima presentazione, a Parolario, ho citato questa frase: “Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto. In modo chiaro perché sia capito. In modo pittoresco perché sia ricordato. E, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce”. Queste parole furono scritte da un grande giornalista americano, Joseph Pulitzer, e forse ho rispettato i dettami da lui suggeriti. Ma io non sono un giornalista, sono un narratore, un affabulatore che ha colto la magia esotica e l’incanto violento e insieme lirico di un Paese che ho giustamente definito “inferno” ma che potrebbe essere un paradiso, se i suoi abitanti smettessero di dilaniarsi come lupi impazziti. Perché il vero problema dell’Afghanistan non è l’occupazione straniera. Oggi gli americani e le truppe dell’Alleanza Atlantica, ieri i sovietici e ancor prima i britannici. Il vero problema è la ritrosia degli afghani a vivere pacificamente, senza opprimersi e fronteggiarsi in continue lotte di potere intestino, faide tribali, guerre civili alimentate da pretesti religiosi. A Monza racconterò questo e altro. Mi introdussi nel Paese dei talebani privo di credenziali, senza mansioni e scorta armata. Per tre mesi ho goduto di una libertà di manovra che ancora oggi non so spiegarmi, salvo pensare che in certi momenti fossi l’uomo invisibile. Ciò mi ha permesso di andare ovunque e cogliere il genius loci, raccontarlo senza reticenze, schierandomi dalla parte degli umili e denunciando gli intrighi del potere. Ho fuso nel crogiolo della scrittura le lamine di ferro e le pietre preziose che ho raccolto sulla strada. Ho composto un mosaico narrativo che prende forma grazie alle tessere vivaci di cui è composto e su cui sono fissati come sullo smalto le condizioni disperate e i rari attimi sereni che scandiscono la vita del popolo afghano. Ho mostrato la vita e la morte nelle loro sfumature e di entrambe sono stato testimone oculare. Ho messo a nudo la condizione femminile e quella non meno drammatica dei bambini, la quotidianità nelle carceri e nei campi per sfollati, i retroscena delle operazioni di guerra e di pace a un tempo del nostro contingente militare e degli aiuti umanitari, il fenomeno dilagante della droga, il vuoto sanitario, la corruzione politica. Ma ho anche colto gli aspetti poetici e spirituali di un popolo condannato all’inferno pur amando la vita. 
Chi ha letto il libro riconosce che la lettura solletica le corde del cuore e le fa vibrare, ora con vigore ora dolcemente, suscitando sentimenti di segno opposto: sdegno, rabbia e disgusto accanto alla commozione, all’empatia e al sentire più intimo, permeabile al fascino dell’Oriente misterioso e del sogno infranto. E ammette che non è possibile restare indifferenti, per quanto della guerra in Afghanistan si parli sempre meno e in modo superficiale. Eppure, chi avrà la bontà di partecipare all’incontro di Monza si renderà conto che il dramma afghano è ancora attuale e ci riguarda da vicino. Non servirà calzare l’elmetto, ma è bene sapere che le parole possono esplodere, come le bombe e le mine.

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