venerdì 28 settembre 2012

L'i-Phone è come la coperta di Linus

Confesso che non capisco proprio la i-Phonemania né la condivido. Premetto che non possiedo un i-Phone e se mai un giorno ne avrò uno non farò i salti di gioia. Sì, insomma, dubito che proverò l’ebbrezza che milioni di persone pare stiano assaporando in queste ore dopo avere acquistato l’ultimo modello, il melafonino n°5. I giornali riportano la notizia che code incredibili e feste hanno segnato l’inizio delle vendite anche in Italia, il Paese in cui l’i-Phone 5 ha il prezzo più alto. Un particolare che non ha inibito gli Apple-fan nostrani, indifferenti alla grave crisi economica ma quanto meno onesti nel dichiarare che per loro il melafonino è come un vizio. Beh, sempre meglio del gioco d’azzardo o della tossicodipendenza, che prosperano malgrado lo spread. Certamente è un fenomeno unico e stupefacente ma a mio modo di vedere preoccupante. Perché? Perché non soddisfa un reale bisogno, tutt’al più supplisce a un’assenza, una mancanza, un vuoto a perdere. Tra poco mi spiegherò meglio. Non voglio entrare nel merito tecnico della questione, non mi interessa disquisire sulle qualità e i difetti dell’i-Phone né confrontarlo con altri telefonini di moda. Mi preme, invece, capire le ragioni per cui l’I-Phone è l’oggetto del desiderio di un numero esagerato di persone, molte delle quali fanno dolorose rinunce e persino debiti pur di averlo.  
Ho già dedicato all'argomento “telefonia” il post Digito ergo sum. Gli schiavi del telefonino, pubblicato il 28/3/2010, dove ho espresso le mie opinioni in merito. Qui voglio andare oltre e fare alcune considerazioni socio-antropologiche. Ho parlato di assenza, mancanza, vuoto. Ebbene, mi riferisco al fatto che il melafonino è per molti dei suoi possessori-fruitori l’equivalente della coperta di Linus. Il piccolo Linus, fratello di Charlie Brown, è uno dei Peanuts, i personaggi dei fumetti inventati nel 1950 dal disegnatore americano Charles Schulz. Come ben sanno coloro che conoscono e amano i Peanuts, Linus è un bambino precoce ma pieno di complessi e insicurezze.  Per ovviare a ciò, per acquisire fiducia e autostima, non può fare meno di stringere a sé una coperta di flanella e succhiarsi il pollice. La sua è una sindrome che dipende dalla paura di essere giudicato dagli altri, di essere considerato incapace se non imbranato, di non essere “in” per usare un’espressione moderna. In effetti, senza la sua coperta, che lo conforta e normalizza, Linus è “out”. Nello stesso modo, l’i-Phone si è imposto come panacea di una patologia contemporanea diffusissima, la convulsione dell’Ego. Si tratta di un disturbo ufficioso complesso, caratterizzato dall’incapacità di relazionarsi nel modo corretto con gli altri e con la vita, per cui ci si agita alla stregua di anguille nella rete pur di farsi accettare. È una sindrome determinata dal bisogno di gridare al mondo “Io esisto” alla quale fa da contraltare un’avvilente impotenza. Ne conseguono le contrazioni involontarie cui ricorriamo per affermare che ci siamo, siamo vivi e vegeti. Le aggravanti sono le assenze (i veri valori, le certezze) e le mancanze (affettive e culturali). L’Ego, trovandosi spesso a galleggiare nel marasma esistenziale, nel vuoto pneumatico, nell’anonimato che assorda e annichilisce, necessita di infrastrutture esterne cui aggrapparsi. Il denaro, un’automobile veloce, un partner affascinante, un orologio costoso, un paio di scarpe di moda, un telefonino che vada oltre il vecchio concetto di “status symbol” per trasformarsi in emblema di modernità, aggregazione e successo. L’i-Phone soddisfa questi bisogni nutriti dal falso mito che è importante apparire piuttosto che essere. Esso comunica agli altri che siamo “in”.   
Ed io che pensavo fosse solo un telefonino multifunzionale! – potrebbe obiettare qualcuno. No, non è solo un telefonino, è molto di più. È la coperta di Linus, ripeto, così come la sigaretta è il surrogato del ciuccio. Nel primo caso, il bisogno del supporto esterno è determinato dalla paura di non essere accettato e dal desiderio di approvazione sociale, mentre nel secondo emerge un altro “trauma”, l’incapacità del distacco, il bisogno della dipendenza. Naturalmente è il modo in cui si usano le cose che connota il loro significato, variabile da soggetto a soggetto. Tuttavia, ci sono costanti comportamentali inequivocabili. Il modo in cui tanti fruitori ostentano l’i-Phone, lo portano a spasso o tirano fuori dalla borsetta come fosse un chihuahua, lo brandiscono come se assolvesse la funzione di scettro del comando, sottolinea una valenza aggiunta specifica del melafonino. Il gioiellino della Apple non è più uno strumento tecnologico ma una credenziale sociale per cui si discosta anche dalla coperta di Linus. A Linus bastava una modesta coperta di flanella per vincere le sue insicurezze. A noi serve la coperta di cashmere. Forse, ci accomuna a Linus il dito pollice succhiato con avidità. Quel dito si è evoluto, si è adattato a governare il display con maestria, si è trasformato nell’auricolare o nello stesso orecchio che è diventato un tutt’uno col nostro prezioso i-Phone, senza il quale ci si sente perduti, vulnerabili, disconnessi.
Ma quando mai? E perché dovremmo preoccuparci di non essere in connessione col prossimo? Bisognerebbe preoccuparsi di connettere il cervello, di essere in sintonia con la nostra coscienza, il nostro Io divino, anziché preoccuparsi delle tacche e della carica di un banale (per quanto utile) utensile-giocattolo. Va da sé che molti usano l’i-Phone con garbo e intelligenza, non ne diventano succubi né lo utilizzano per fingersi persone realizzate. Per costoro, l’i-Phone non è la coperta di Linus ma solo un oggetto per comunicare, informare ed essere informati, oltre che divertirsi. Il ché dovrebbe essere per tutti ma non è. Altrimenti non ci sarebbero code né feste. 
Povera umanità! Chi l’avrebbe detto, trent’anni fa, che il genere umano si sarebbe evoluto a tal punto da rivoluzionare il concetto di “felicità”. Già, perché “felicità” è la parola più adeguata per definire lo stato d’animo di chi, dopo avere fatto la veglia e la coda, è riuscito ad acquistare l’i-Phone 5 e in queste ore lo sta mostrando a tutti come fosse un trofeo, una medaglia d’oro al valore civile, un diploma di laurea ad Harvard. Sarà, ma per me, l’i-Phone 5 resta un semplice giocattolo e la felicità è qualcos’altro. A proposito, mi viene in menta una scena di Luci della Ribalta, un bellissimo film che fa ridere e commuove ancora oggi. Quando la ballerina Claire Boom chiede della felicità, Charlie Chaplin risponde “Esiste, le dico”. “Dove?”. “Senta. Da ragazzo mi lamentavo sempre con mio padre perché non avevo giocattoli. Lui mi diceva: questo (si indica la testa) è il più grande giocattolo del creato, è qui il segreto della felicità”.   
Giusto, ma vai a fargliela capire a certa gente che Dio non ha dato la testa all’uomo perché ci incollasse il telefonino.

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