giovedì 18 ottobre 2012

Le anime morte e l'esercito di terracotta.

Non riesco più a fare quattro passi nelle strade della mia città. Mi viene subito voglia di tornare a casa, di rifugiarmi nella mia oasi domestica. In realtà, faccio fatica a stare in mezzo alla gente, ovunque mi trovi. Voglio precisare che non mi sono iscritto al club dei misantropi. Più semplicemente, la gente mi mette a disagio. Mi rattrista vedere tanti volti stanchi, tante anime avvilite perse in pensieri di colore nerofumo. Chi mi legge avrà notato che le persone sono diventate cupe, non sorridono e non salutano più, sembrano tormentate dal monologo interiore, disturbate da chiunque si avvicini loro. La preoccupazione è scavata sui visi, sugli omeri stanchi, sul passo incerto e frettoloso. In sostanza, le persone sono alienate e depresse. Non tutte s’intende, ma certamente quelle che la crisi globale ha messo in ginocchio. Quelle che percepiscono una pensione da fame o non hanno lavoro o hanno paura di perderlo. Quelle che non riescono a pagare il mutuo e si chiedono com’è possibile che i nuovi poveri aumentino al pari delle tasse e in misura esponenziale aumentino anche i ricchi e i furbi. È come se qualcuno o qualcosa avesse risucchiato la linfa vitale alle persone cosiddette “normali”, a chi ha sempre fatto il suo dovere con dignità, a chi ha seminato ma non raccoglie, a chi dispera ed è colpito dal male oscuro dei nostri tempi: la sperequazione sociale. La rassegnazione, ahimè, la fa da padrona. E come si legge nelle Illusioni perdute di Honoré de Balzac, “la rassegnazione è un suicidio quotidiano”. A proposito di suicidi, non è certo casuale che in Italia siano in forte aumento dal 2008, come afferma il secondo Rapporto Eures (sono circa 3.000 all’anno). Colpa della recessione, della perdita o mancanza di lavoro, della grande depressione in cui siamo caduti e che è peggiore di quella del 1929. Allora, si trattò di una depressione finanziario-economica, oggi ha anche enormi ripercussioni istituzionali, culturali e morali. 
Basta entrare in una libreria, in un ufficio postale, in banca o in un centro commerciale per rendersi conto che siamo circondati da individui così apatici, abbacchiati e assenti da suggerire che sia tornata l’epoca delle “anime morte” di cui parla Gogol nel suo omonimo, famoso racconto. Le anime morte erano i servi della gleba defunti dall’ultimo censimento ma per i quali i proprietari continuavano a pagare il testatico. È come dire che viviamo in mezzo a gente che è già morta ma non lo sa. Eppure, se ci fate caso, queste stesse persone sono capaci di reazioni improvvise, scomposte, violente. Sono, in potenza, acque chete pronte a rompere i ponti. Un recentissimo sondaggio Demoskopea effettuato su un panel di mille persone intervistate, indica che 9 italiani su 10 sono arrabbiati. Proprio così, spenti e abulici ma irritabili, anime morte ma inviperite. Incrociare i loro sguardi è come toccare i fili dell’alta tensione. “Non avvicinarti che mordo!”, pare che dicano al semaforo, quando il tuo sguardo si posa su di loro o la loro auto, oppure quando si mettono in fila ai botteghini della burocrazia. Come il risorto Gesù sembrano mansueti ma ci lanciano un chiaro avvertimento “Noli me tangere!”. E chi li tocca? Non è necessario toccarli per beccarsi una valanga di epiteti o un semplice vaffa per motivi futili. Di questi tempi, è meglio non relazionarsi perché può succedere di tutto. La rabbia cova nei cuori disastrati e può esplodere per un nonnulla. Uomo affamato, uomo arrabbiato, diceva Joyce. È normale che la gente sia affamata e perciò adirata. Ha una fame inappagata di giustizia, serenità e amore che la rende quasi cattiva. In effetti, le anime morte sono lontane parenti dei walking dead o zombies, i morti viventi che vanno così di moda al cinema. Meglio non fidarsi. 
L’altro giorno, camminando nella “vasca” pedonale di una prospera città del Nord, ho come notato per la prima volta che la folla sciamava in silenzio, disordinata ma allo stesso tempo compatta. Le formichine avevano tutte la stessa postura, la medesima curvatura, come se portassero un gravoso peso comune. Le preoccupazioni? Le delusioni? La paura del futuro? Naturalmente, ma c’era qualcos’altro. Vale a dire la frustrazione e la rabbia, gemelle bastarde della nostra società disumana. Ebbene, per un attimo, l’immagine dei passanti mi ha fatto pensare all’esercito di terracotta. Immagino che tutti sappiano di cosa parlo, ma per chi fosse all’oscuro voglio precisare che mi riferisco all’armata di oltre 6.000 statue di guerrieri in terracotta vestiti con corazze in pietra e dotati di armi che furono rinvenuti a partire dal 1974 nello scavo archeologico di Xi’an, in Cina. Queste statue facevano la guardia alla tomba del primo imperatore cinese, Qin Shi Huang, il costruttore della Grande Muraglia, e sono un replica fedele dell’armata che unificò la Cina. Ciò che stupisce, nei guerrieri di terracotta di Xi’an in grandezza naturale, non è solo l’impressionante realismo ma il fatto che sono ognuno diverso dall’altro eppure terribilmente simili, uniti da un tacito e comune sentire, da un’espressione severa che concilia l’acquiescenza e il furore pronto ad esplodere. La gente che sfila nelle strade o si trascina a fari spenti nelle corsie di un supermercato non ha la disciplina dei fanti di terracotta ma custodisce nell’animo una furia inespressa di cui dovrebbero tenere conto coloro che ci governano. E maggiormente quelli che continuano imperterriti a prenderci per i fondelli e ci vessano con sadica determinazione, dalla casta politica e partitica a Equitalia, dai boss della finanza criminale agli squali di vario genere che mietono vittime nell’acquario dalle acque divenute torbide in cui noi, i pesciolini indifesi, nuotiamo disperatamente, senza ripari o speranza. Ecco cosa manca negli sguardi delle anime morte che fissano il domani come l’armata di Xi’an: la speranza. 
Che tristezza! Non ci hanno tolto solo il sonno e la fiducia, sono riusciti a rubarci il sorriso. Fateci caso: sorridere è sempre più difficile. I miserabili che giocano con le nostre vite come se fossimo biglie o tappi di bottiglia ci hanno tolto anche la voglia di reagire, di cambiare l’inerzia della vita. Ma non è mai troppo tardi. Voglio credere che le anime non siano morte ma solo sedate, in rianimazione. E forse l’armata di terracotta, stanca di fare la guardia al nulla, aspetta che qualcuno compia un incantesimo, gli fornisca l’energia vitale perché diventi un movimento tellurico. Sì, voglio credere che la gente si ribellerà a chi sta trasformando il giardino Italia in un deserto. 
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera.

lunedì 15 ottobre 2012

Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù.

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho vissuto in diretta su Internet l’incredibile impresa del 43enne paracadutista e base jumper Felix Baumgartner, l’austriaco volante. A chi, distratto da altre incombenze, si fosse perso il suo tuffo nel vuoto dalla stratosfera (ovvero da 39.068 m.), vorrei dire che è stata un’impresa emozionante e insieme incoraggiante. Emozionante perché vedere un uomo che dopo avere raggiunto i 39 km. di altezza in una mini-capsula spaziale trainata da un gigantesco pallone a elio, si lancia nel blu dipinto di blu e precipita verso il suolo terrestre raggiungendo la velocità di 1.342 km/h, è qualcosa che lascia senza fiato chi sta comodamente seduto in poltrona. Figuriamoci chi rimane in caduta libera per 4’19” e si permette di infrangere il muro del suono senza disintegrarsi. Baumgartner si era prefissato di battere il precedente record di caduta libera, che apparteneva all’83enne colonnello Joe Kittiger e resisteva dal 1960, ma in realtà non ce l’ha fatta. Ha tuttavia battuto il limite di velocità (1,24 mach) e di altezza mai raggiunti da un essere umano. Straordinario, poi, il fatto che Baumgartner si sia ripreso da un momento di difficoltà (il suo corpo ha cominciato ad avvitarsi su se stesso come una trottola impazzita) e sia poi riuscito, una volta aperto il paracadute, ad atterrare sulla superficie del New Mexico con la disinvoltura con cui noi scendiamo dal letto. In Italia erano le 20,18. Baumgartner ha corso rischi estremi pur di riuscire nella sua impresa. Durante la caduta, il vento avrebbe potuto causare un’onda d’urto letale. Nel caso in cui la sua tuta pressurizzata si fosse rotta, il suo corpo sarebbe rimasto esposto a una temperatura di 57 gradi Celsius. La perdita dei sensi non gli avrebbe permesso di aprire il paracadute e un eventuale malore avrebbe compromesso il suo atterraggio. Insomma, Baumgartner è riuscito a compiere un’impresa da supereroe della Marvel e tutto il genere umano deve andare fiero del suo successo. 
Già, ma a che serve? – si chiederanno i soliti bastiani contrari. Ho la risposta pronta, che è poi una domanda di rimbalzo. A cosa è servito andare sulla Luna, scalare le vette dell’Himalaya, raggiungere il Polo Nord, fare il primo volo transoceanico o la prima regata in solitaria? Si potrebbe pensare che queste belle e decantate imprese servano a poco, e comunque non abbiano risolto il problema della fame del mondo o della vecchiaia. È vero, ma hanno arricchito il genere umano, hanno migliorato la conoscenza, saggiato le potenzialità e i limiti, aiutato la scienza. Ufficialmente, anche l’esperimento di Baumgartner aveva questo fine. Serviva a testare le condizioni estreme in cui può trovarsi un uomo solo, valutarne le reazioni. Grazie alla sua performance, l’austriaco volante potrà fornire informazioni preziose alla ricerca scientifica e tecnologica. Ufficialmente, dicevo. In realtà, credo che l’impresa di Baumgartner serva ad altro. E qui entra in gioco il retro della medaglia, non meno luccicante del davanti. Ho affermato che si è trattato di un’impresa emozionante, per quanto siamo abituati a tutto e non distinguiamo più fra realtà e fiction. Ma ho anche detto che è stata incoraggiante. Perché?  Adesso ve lo spiego...
C’è una vecchia storiella che parla di tre persone che erano al lavoro in un cantiere edile. Avevano le stesse mansioni ma quando chiesero loro di cosa si occupassero, il primo rispose “spacco pietre”, il secondo disse “mi guadagno da vivere” e il terzo affermò: “partecipo alla costruzione di una cattedrale”. La morale è trasparente. La maggior parte degli uomini vive senza indagare il fine ultimo dell’esistenza, senza intuirne la bellezza e la sacralità, senza osare né vedere aldilà del proprio naso. Vegeta, rinunciando alle sfide e alla crescita, soffocando le proprie ambizioni, rinunciando ai sogni, tacitando la voce interiore che ci dice. “Vai, puoi farcela!”. Ma esistono uomini nelle cui fibre palpitano gli “eroici furori” di cui parlava Giordano Bruno. Costoro aspirano a mete più alte, in uno slancio continuo che li porta ad affermare la divinità che è in ogni uomo. Baumgartner appartiene a questa schiera. E non venitemi a dire che ha fatto ciò che ha fatto per denaro e importanza personale, che la sua vera motivazione era quella che gli psicologi chiamano “autoefficacia”, cioè sapere di saper fare, associata al desiderio del riconoscimento del nostro valore da parte degli altri, il ché porta a un accrescimento dell’autostima e della fama. La verità è che Baumgartner, come Charles Lindbergh o Edmund Hillary, il vincitore del Monte Everest, non cercavano il successo, la gratificazione, la fama. Cercavano lo stato di grazia. “Bisogna andare in alto per vedere come siamo piccoli” ha dichiarato con sincera umiltà Baumgartner. Chissà quali straordinarie emozioni deve avere provato mentre osservava la Terra dalla stratosfera. E quale indicibile groppo alla gola, quale terribile scarica di adrenalina lo ha fatto fremere mentre si lanciava come un angelo nell’etere. Nessuno saprà mai cos’ha provato veramente ma credo che abbia vissuto un momento di grazia. Immagino anche che nel corso dei quattro, lunghissimi minuti della discesa in cui si appellava alla sua forza fisica, mentale e spirituale, abbia sperimentato la verità che solo gli uomini illuminati conoscono. Quale? La grazia di Dio risiede in tutte le cellule del nostro corpo, che possiedono la consapevolezza. Ma è solo nei momenti in cui le nostre vibrazioni sono alte, in cui la frequenza ci eleva, che riconosciamo d’essere parte integrante di quell’Uno cosmico al quale vorremmo riunirci. E per ciò cerchiamo di raggiungere le stelle, scaliamo le montagne ed esploriamo gli oceani, colti dall’irrefrenabile bisogno di agire. Non perché serva veramente ma perché soddisfa la nostra sete di ricerca, il nostro afflato di trascendenza, il nostro bisogno di distogliere lo sguardo dal quotidiano, così deludente con le sue miserie, per sognare ad occhi aperti, come quando eravamo bambini. Gli uomini che hanno capito il valore del sogno, che assecondano gli eroici furori, hanno anche imparato che gli ostacoli sono barriere costruite dalla nostra mente. Non esiste l’impossibile e la scienza ci ricorda che è l’osservatore a creare la realtà, il futuro, il destino. Leonardo da Vinci annotò questa frase in uno dei suoi taccuini: “Gli ostacoli non ci fermano. Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione. Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idee”. Quale fosse l’idea di Leonardo è noto: ambiva alla conoscenza per raggiungere la perfezione. Anche Baumgartner aveva un’idea in testa: dimostrare che gli ostacoli e i limiti esistono perché siano superati. La sua riuscita dev’essere per tutti noi, che tremiamo di fronte a un esame o all’idea di tuffarci in acqua di testa da un trampolino di 10 m., uno sprone e un motivo di incoraggiamento. Se lui è riuscito a vincere la legge di gravità, noi possiamo quanto meno vincere le nostre paure d’ogni giorno. Noi non siamo diversi da Baumgartner, siamo solo meno coraggiosi e talentuosi. Ma ognuno di noi possiede fin dalla nascita un coraggio che attende solo d’essere risvegliato e un talento particolare, di cui magari ci siamo dimenticati per pigrizia. Ognuno di noi deve prendere esempio dall’austriaco volante e da oggi può porsi nuovi obiettivi. È indispensabile fissare degli obiettivi e lavorare duro per raggiungerli. Ma occorre vivere con lo sguardo rivolto verso le stelle, non verso le stalle. E chissà che un giorno, raggiunta la maturità, la consapevolezza ce la convinzione che rendono possibile l’impossibile, non ci riuscirà di fare una piccola-grande impresa per la quale saremo amati, apprezzati, ricordati. Personalmente, ritengo che la conditio sine qua non per riuscirci sia vivere senza porsi limiti, ignorando gli insuccessi e l’opinione altrui, fedeli all’impegno di migliorarsi continuamente. 
Guai a credersi arrivati. Guai se rinunciassimo al sogno meraviglioso di volare nel cielo infinito. Ogni essere umano ha la possibilità di volteggiare nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù.

venerdì 12 ottobre 2012

Dobbiamo fare la rivoluzione ma ci serve un leader.

Si narra che il re di Francia Luigi XVI, alla caduta della Bastiglia, domandò al duca di Liancourt: “C’est une révolte?”. Il duca gli rispose: “No, Sire, c’est une révolution”. C’è una bella differenza fra le due cose. Ed è chiaro che di fronte all’ennesimo, triste scandalo politico – l’ennesimo ma non l’ultimo, perché l’elenco dei mascalzoni che hanno approfittato delle loro cariche pubbliche per rubare e truffarci è destinato ad allungarsi ulteriormente – viene voglia di ribellarsi, di scendere in piazza e dare vita a una rivolta spazzatutto. In fondo, siamo o non siamo il paese di Masaniello e Balilla? Non sarebbe così difficile assecondare qualche arruffapopolo e seguirlo sul sentiero che conduce al ripulisti generale. Attenzione, però, bisogna distinguere fra rivolta e rivoluzione. La prima non ci serve, della seconda abbiamo un bisogno immediato, disperato. Le rivolte non mi piacciono perché scorre troppa adrenalina e ci vanno di mezzo gli innocenti. Confesso che sono fra quelli che sognano di dare l’assalto al Palazzo e bruciarlo fino alla fondamenta, prendere a calci negli stinchi i politici e i cattivi amministratori pubblici, impalare (sì, come faceva il conte Dracula) i ciccioni untuosi e i falsi galantuomini che ci sfottono dopo averci derubati. Salvo poi pensare che la foga è cattiva consigliera e piena di effetti collaterali. Non sono l’unico, tuttavia, ad avvertire il prurito nelle mani. Gratta gratta, siamo tutti arrabbiati e dunque aspiranti giacobini, giustizieri della notte in nuce, soprattutto se l’esasperazione diventa incontrollabile. Ma è la strada giusta fare un quarantotto? Tiziano Terzani ha riconosciuto che “le rivoluzioni costano carissime, richiedono immensi sacrifici e perlopiù finiscono in spaventose delusioni”. Come dargli torto? Se consideriamo la storia delle grandi rivoluzioni emerge una costante: sfuggono di mano e conducono quasi sempre alla tirannia. La Rivoluzione francese produsse riforme giuste ma anche il periodo del terrore e ancora oggi, a ben guardare, resta una vergogna del genere umano. Della Rivoluzione russa è meglio tacere. Gli ideali comunisti che ne informarono l’azione hanno fatto più vittime di tutti i terremoti, alluvioni ed eruzioni vulcaniche mai registrati sul pianeta. Idem per la Rivoluzione culturale cinese. Se poi prendiamo in considerazione le grandi rivoluzioni religiose della storia, è lecito domandarsi se ne valeva la pena. Quante morti hanno provocato le grandi riforme e le guerre di religione? Nel suo trattato di Politica, Aristotele riconosce che “gli inferiori si ribellano per poter essere uguali e gli uguali per poter essere superiori. È questo lo stato d’animo da cui nascono le rivoluzioni”. È vero o Aristotele si sbaglia? Quando parlo con la gente e ne raccolgo le giuste lamentele perché la pressione fiscale è abnorme e i partiti politici sono diventati accolite di masnadieri, individuo una sorta di intenzione inconfessata dal retrogusto sgradevole. A volte mi chiedo: volete abbattere i ladri e i malvagi perché è giusto farlo o volete ribellarvi al sistema perché non ne fate parte? In sostanza, qual è la vera motivazione che ci spinge a caldeggiare la testa di chi ci tiene per il coppino? Abbiamo solo sete di giustizia e benessere o vogliamo soprattutto dare sfogo alla frustrazione e all’invidia? Se un attimo prima di appiccare il fuoco ci offrissero una carica statale con uno stipendio da nababbi, come reagiremmo? Siamo certi che rifiuteremmo sdegnati di salire sul carrozzone dorato dei furbi, degli arroganti, degli approfittatori? La verità è che ogni rivolta, ogni ribellione, persino ogni rivoluzione asseconda il primo e inconfessato desiderio umano: essere potente. Ovvero, essere come Dio. Non fu forse dettata dal subdolo invito di Satana – “Sarete come Dio se coglierete questa mela” – la rivoluzione primigenia del genere umano? È la formula segreta di ogni rivoluzione e come riconosceva Kafka, “ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia”. È stato così anche al tempo del Duce, che prometteva una grande rivoluzione sociale e un posto al sole, per cui la maggioranza degli italiani confidò nel fascismo. Ed è stato così quando Berlusconi scese nell’arena politica e promise agli italiani, attoniti di fronte alla caduta della Prima Repubblica, una grande rivoluzione, una sorta di rinascimento per tutti. Sappiamo com’è andata a finire. In realtà non è ancora finita. Vorremmo che terminasse la cena delle beffe, lo spaccio della bestia trionfante, l’oscena pantomima. Vorremmo che il sipario calasse su tutti gli squallidi figuranti della commedia dell’arte messa in scena dalla Seconda Repubblica. Vorremmo cambiare le cose e offrire il potere solo a chi lo merita, a chi è onesto e capace, a chi ha dignità e coraggio. C’è un solo modo per farlo e si chiama rivoluzione. Peccato che l’unica rivoluzione laica vincente che mi venga in mente sia quella di Gandhi, che fece fuori l’impero britannico con l’ahimsa, la non violenza. È praticabile, oggi? Forse sì, ma ci vogliono gli uomini giusti, che non abbiano precedenti politici ma riconosciute virtù umane. Uomini meritevoli, indipendenti, disposti a servire la patria senza lauti stipendi, accontentandosi di un minimo sindacale più il rimborso spese. Perché la Politica non dev’essere un pozzo a cui attingere a pieni palmenti. Fosse ancora in vita, il grande Indro Montanelli ribadirebbe che “le rivoluzioni vincono non in forza delle loro idee ma quando riescono a confezionare una classe dirigente migliore di quella precedente”. Ora, non dovrebbe essere difficile trovare gente migliore di quella che si è riempita le tasche mettendoci in mutande. La vera difficoltà è convincere i buoni e i giusti a entrare in politica, e a farlo con la mentalità che ha reso grande il volontariato in Italia. Vale a dire con un fine preciso: donare il meglio di se stessi per il bene comune, rinunciando a prebende e privilegi. La vera rivoluzione cui dovremmo dare corpo in questi tempi di sfacelo è cambiare radicalmente la politica (considerata un trampolino di lancio sociale e una scorciatoia verso la ricchezza) e le sue regole obsolete e inique. Occorre scendere in piazza, non per bruciare i cassonetti e dare l’assalto alle camionette delle forze dell’ordine, ma per formare uno tsunami oceanico e trasversale che spazzi via il vecchio regime a colpi di protesta civile, referendum, class action, boati e fischi da assordare anche le stelle e non solo i quaquaraqua della politica italiana. Bisogna usare gli strumenti della democrazia, su tutti il voto. L’anno prossimo avremo la possibilità di esprimere le nostre preferenze, di bocciare chi ha fallito, chi ha tradito, chi ha rubato. Personalmente, sogno che nessuno degli uomini politici che oggi pontificano in televisione e sui giornali, si giustificano goffamente, si avvinghiano alle poltrone come l’edera sul muro, sia rieletto. Che vadano tutti in malora, da Fini a Casini, da Formigoni a D’Alema, dai coristi della Berlusconi’s band a Di Pietro, da Bersani a Bossi. Tutti, anche quelli che cercano di abbindolarci dicendo “ma io sono diverso, sono il nuovo” oppure “ma io non sapevo”. Sei diverso? Non sapevi che il gioco preferito dei partiti è rubamazzetto? Non hai visto né sentito mentre i predoni assalivano la carovana? La rivoluzione che dovremmo avere il coraggio di fare è impedire ai cialtroni con la tessera di riciclarsi, alle prostitute sculettanti di indossare il saio per fingersi monache, alle volpi di travestirsi da agnelli. La vera rivoluzione a cui vorrei partecipare dovrebbe unire tutti gli uomini e le donne di buona volontà nel cui cuore arde il desiderio di cambiare veramente il nostro paese, di bonificare l’Italia, derattizzarla, renderla vivida e vivibile com’era un tempo, prima che ci dimenticassimo che la vera forza di coesione e propulsione di una società civile non è il potere o la ricchezza, ma l’amore. Quand’ero piccolo (mi pare fosse il 1967) Gianni Pettenati cantava: “Ci sarà la rivoluzione, nemmeno un cannone però suonerà. Ci sarà la rivoluzione e l’amore alla fine trionferà”. Non so se è la nostalgia di quegli anni a farmi sembrare belle queste semplici parole e la musica che le accompagnava, ma giuro che in questo momento vorrei essere un adolescente per compierla quella rivoluzione che è rimasta incompiuta e di cui oggi abbiamo un bisogno immediato. Ci vorrebbe… Un mio conoscente continua a ripetere che ci vorrebbe un uomo forte. Non credo, gli uomini della provvidenza mettono a dimora il seme della dittatura. Ci vorrebbe piuttosto un uomo onesto e carismatico. Un autentico rivoluzionario, un leader capace di infondere la speranza. Uno come Gesù Cristo, insomma, ma non quello falsificato dalla Chiesa. Penso che lui saprebbe risvegliarci dal torpore e guidarci verso la via, la verità e la vita. 

PS: È di pochi minuti fa la notizia che Nicole Minetti potrà andare in pensione all’età di 27 anni, cioè il 21 ottobre p.v. Ogni commento è superfluo e avverto i primi conati di vomito. Il disgusto pervade ogni cellula del mio corpo, improvvisamente sento il desiderio che la giornata finisca e mi rimbalzano nella mente le parole di una canzone di Francesco Guccini: “Oh sera scendi presto, oh mondo nuovo arriva. Rivoluzione, cambia qualche cosa. Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa, mia stanca civiltà che si trascina”.