sabato 6 ottobre 2012

Cambiare per non morire

O grande Spirito dammi il coraggio per cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza per sopportare le cose che non posso cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre” (Preghiera Sioux)  

Questa antica e bellissima invocazione attribuita ai Pellerossa ci invita a riflettere sulla necessità di aprirci ai cambiamenti, premessa vera e indispensabile per un futuro migliore, sia in ambito individuale che collettivo. È anche la lezione basilare del Taoismo, il cui testo più famoso, l’I-Ching, è altrimenti noto come “Libro dei Mutamenti”. Il mutamento è l’essenza stessa della vita, la sua forza motrice. Cambiare, tuttavia, è forse la cosa più difficile del mondo. Richiede impegno, coraggio, fiducia. A meno che non sia la disperazione a fomentare la volontà di farlo, a indurci a lasciare la strada vecchia per la nuova. Nella canzone Come si cambia, Fiorella Mannoia ci ricorda che bisogna cambiare per non morire. In questi ultimi giorni, segnati dagli scandali politici, dalla confusione dei cuori e dall’incertezza economica e culturale, molti hanno parafrasato le parole della Mannoia per sottolineare che il cambiamento nel nostro Paese non è più differibile. Bisogna attuarlo, immediatamente, senza indugi. Ciò non vale tuttavia solo per la realtà esteriore, per la povera Italia presa a sberle dai politici truffaldini, dall’inedia di stato, dal trionfo dei lupi sugli agnelli e via di seguito, ma riguarda ognuno di noi. Vale soprattutto nella sfera privata, intima. Giustamente il guerriero Sioux chiedeva al grande Spirito di aiutarlo, d’infondergli il coraggio necessario per cambiare. Ripeto, non è facile distruggere le cattive abitudini, vincere la pigrizia, mettersi in gioco e ricominciare da capo. Soprattutto in una società allo sbando, disumanizzata, cinica, egoista e forse giunta al suo capolinea. Eppure, urge provarci. Occorre iniziare da noi stessi. Il Mahatma Gandhi disse: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Parole inequivocabili, sacrosante. Ma come possiamo cambiare la nostra vita e in seguito la realtà in cui viviamo? Prima di tutto, dobbiamo formulare la reale, granitica intenzione di cambiare. Non basta vagheggiare il cambiamento, dobbiamo realizzarlo col pensiero intenzionale dentro di noi. Dobbiamo essere certi, convinti, determinati a cambiare le cose. Altrimenti, il mutamento non avverrà o nella migliore delle ipotesi sarà effimero, transitorio. Torneremo a indossare i panni vecchi alle prime difficoltà. Dobbiamo cambiare le cose che possiamo cambiare e non basta il proposito, ci vuole la ferma intenzione che diventa azione. Al resto penseremo dopo. Come chiedeva il guerriero Sioux, ci serve anche la pazienza per sopportare le cose che al momento non siamo in grado di sopportare e il discernimento. Bisogna saper riconoscere i nostri limiti e dosare gli sforzi. Possiamo certamente cambiare il nostro atteggiamento verso la politica o l’economia ma al momento non siamo in grado di cambiare una classe politica marcia e il sistema bancario. Non abbiamo il potere di “scuoiarli vivi”, come diceva Anna, il capo dei Visitors nell’omonimo sceneggiato televisivo. Ogni cosa a suo tempo, magari. Può però confortarci il consiglio di San Francesco, che cambiò se stesso prima di cercare di trasformare la sua città e la Chiesa. Il poverello di Assisi suggeriva: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Non sono semplici parole, belle da leggere ma difficili da mettere in pratica. Io ho sperimentato più volte e con sorpresa che le nostre reali intenzioni, quando sono energiche e associate all’azione, possono produrre risultati inaspettati, cambiamenti profondi. È chiaro che la pazienza e la saggezza invocate dal guerriero Sioux sono ingredienti fondamentali della ricetta. La prima è il lievito, la seconda è la farina. Ma perché questa materia prima il guerriero Sioux la chiedeva al grande Spirito? Ne era forse sprovvisto? Siamo forse manchevoli di forza, pazienza e saggezza, per cui dobbiamo farne richiesta? Il filosofo greco Eraclito sosteneva che non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare. In effetti, questa esigenza la percepiamo tutti, ne siamo condizionati al punto di essere perennemente insoddisfatti, inquieti, delusi. Il problema, purtroppo, è che il nostro desiderio impellente di cambiare noi stessi e le cose intorno a noi si scontra col lato B della natura umana, fatto di paura, pigrizia, comodità, interessi. Siamo dunque noi che spesso impediamo quel cambiamento radicale che a parole vorremmo attuare. Vorremmo essere migliori, è ovvio, invece peggioriamo. Vorremmo elevarci invece ci abbassiamo. Lo riscontriamo nel quotidiano, dove siamo risucchiati nel vortice della mediocrità, nell’attendismo sterile, nellapatia. Sono tante le ragioni per cui la nostra intenzione di cambiare va a monte: la fatica e il rischio sopra ogni altra cosa l’annacquano. In realtà, credo che a rendere complicato il cambiamento sia soprattutto il timore di ritrovarsi soli, incompresi, giudicati dagli altri. Abbiamo paura degli effetti collaterali più che del salto nel vuoto. Fateci caso, a impaurirci sono soprattutto il giudizio negativo e la possibilità di perdere il consenso, le amicizie, gli affetti e quant’altro. Cambiare è un’incognita, un attentato alla nostra sicurezza. Di più, è un’onda che può strapparci violentemente dallo scoglio al quale siamo ancorati come mitili. Chi ce lo fa fare? Nondimeno, stiamo vivendo tempi duri in cui appare indispensabile cambiare. Dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, il nostro modo di vivere. Dobbiamo cambiare i nostri pensieri per produrre un’energia nuova, diversa, positiva, conditio sine qua non per modificare le cose intorno a noi, per rinnovare la società e rilanciarla verso nuovi orizzonti che al momento sono velati dalla nebbia. Va da sé che il cambiamento è figlio dell’apprendimento e perciò dobbiamo imparare di nuovo ciò che un tempo faceva parte del nostro codice etico, socio-culturale e comportamentale. Di cosa parlo? Basta sfogliare l’elenco dei valori perduti per rendersi conto di quello a cui abbiamo rinunciato: la buona educazione, il buon senso, il rispetto, la capacità di sognare, l’intraprendenza, l’onesta morale, il pudore, il timor di Dio, la virtù nelle sue molteplici sfaccettature. Per ultima, ma non ultima, l’umiltà. Dobbiamo essere umili per confidare nel rinnovamento. È l’umiltà che induceva il guerriero Sioux a levare gli occhi verso il Cielo, a impetrare il cambiamento associato alla sopportazione e alla saggezza. Pur sapendo di avere in sé la potenzialità per cambiare, l’uomo delle praterie chiedeva aiuto, umilmente, a chi stava sopra di lui. Dobbiamo imitarlo. Non è indispensabile supplicare Dio Padre, Gesù, Buddha, Jahvè o Allah di concederci l’aiuto che ci serve per cambiare le cose che vorremmo fossero diverse da come sono. Possiamo rivolgerci al nostro Io, alla divinità che è in noi, allo Spirito eterno che dimora nel nostro animo e a un tempo nel cielo, nel mare, nelle stelle del firmamento. Facciamo parte del tutto, la potenza e l’intelligenza del Cosmo sono dentro di noi. Ciò che conta veramente è formulare la nostra intenzione e lanciarla nell’universo come fosse una bottiglia di vetro affidata all’Oceano. Qualcuno la troverà e il resto verrà da sé, purché l’intenzione sia forte e sincera e alimentata dalla coerenza.

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