venerdì 12 ottobre 2012

Dobbiamo fare la rivoluzione ma ci serve un leader.

Si narra che il re di Francia Luigi XVI, alla caduta della Bastiglia, domandò al duca di Liancourt: “C’est une révolte?”. Il duca gli rispose: “No, Sire, c’est une révolution”. C’è una bella differenza fra le due cose. Ed è chiaro che di fronte all’ennesimo, triste scandalo politico – l’ennesimo ma non l’ultimo, perché l’elenco dei mascalzoni che hanno approfittato delle loro cariche pubbliche per rubare e truffarci è destinato ad allungarsi ulteriormente – viene voglia di ribellarsi, di scendere in piazza e dare vita a una rivolta spazzatutto. In fondo, siamo o non siamo il paese di Masaniello e Balilla? Non sarebbe così difficile assecondare qualche arruffapopolo e seguirlo sul sentiero che conduce al ripulisti generale. Attenzione, però, bisogna distinguere fra rivolta e rivoluzione. La prima non ci serve, della seconda abbiamo un bisogno immediato, disperato. Le rivolte non mi piacciono perché scorre troppa adrenalina e ci vanno di mezzo gli innocenti. Confesso che sono fra quelli che sognano di dare l’assalto al Palazzo e bruciarlo fino alla fondamenta, prendere a calci negli stinchi i politici e i cattivi amministratori pubblici, impalare (sì, come faceva il conte Dracula) i ciccioni untuosi e i falsi galantuomini che ci sfottono dopo averci derubati. Salvo poi pensare che la foga è cattiva consigliera e piena di effetti collaterali. Non sono l’unico, tuttavia, ad avvertire il prurito nelle mani. Gratta gratta, siamo tutti arrabbiati e dunque aspiranti giacobini, giustizieri della notte in nuce, soprattutto se l’esasperazione diventa incontrollabile. Ma è la strada giusta fare un quarantotto? Tiziano Terzani ha riconosciuto che “le rivoluzioni costano carissime, richiedono immensi sacrifici e perlopiù finiscono in spaventose delusioni”. Come dargli torto? Se consideriamo la storia delle grandi rivoluzioni emerge una costante: sfuggono di mano e conducono quasi sempre alla tirannia. La Rivoluzione francese produsse riforme giuste ma anche il periodo del terrore e ancora oggi, a ben guardare, resta una vergogna del genere umano. Della Rivoluzione russa è meglio tacere. Gli ideali comunisti che ne informarono l’azione hanno fatto più vittime di tutti i terremoti, alluvioni ed eruzioni vulcaniche mai registrati sul pianeta. Idem per la Rivoluzione culturale cinese. Se poi prendiamo in considerazione le grandi rivoluzioni religiose della storia, è lecito domandarsi se ne valeva la pena. Quante morti hanno provocato le grandi riforme e le guerre di religione? Nel suo trattato di Politica, Aristotele riconosce che “gli inferiori si ribellano per poter essere uguali e gli uguali per poter essere superiori. È questo lo stato d’animo da cui nascono le rivoluzioni”. È vero o Aristotele si sbaglia? Quando parlo con la gente e ne raccolgo le giuste lamentele perché la pressione fiscale è abnorme e i partiti politici sono diventati accolite di masnadieri, individuo una sorta di intenzione inconfessata dal retrogusto sgradevole. A volte mi chiedo: volete abbattere i ladri e i malvagi perché è giusto farlo o volete ribellarvi al sistema perché non ne fate parte? In sostanza, qual è la vera motivazione che ci spinge a caldeggiare la testa di chi ci tiene per il coppino? Abbiamo solo sete di giustizia e benessere o vogliamo soprattutto dare sfogo alla frustrazione e all’invidia? Se un attimo prima di appiccare il fuoco ci offrissero una carica statale con uno stipendio da nababbi, come reagiremmo? Siamo certi che rifiuteremmo sdegnati di salire sul carrozzone dorato dei furbi, degli arroganti, degli approfittatori? La verità è che ogni rivolta, ogni ribellione, persino ogni rivoluzione asseconda il primo e inconfessato desiderio umano: essere potente. Ovvero, essere come Dio. Non fu forse dettata dal subdolo invito di Satana – “Sarete come Dio se coglierete questa mela” – la rivoluzione primigenia del genere umano? È la formula segreta di ogni rivoluzione e come riconosceva Kafka, “ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia”. È stato così anche al tempo del Duce, che prometteva una grande rivoluzione sociale e un posto al sole, per cui la maggioranza degli italiani confidò nel fascismo. Ed è stato così quando Berlusconi scese nell’arena politica e promise agli italiani, attoniti di fronte alla caduta della Prima Repubblica, una grande rivoluzione, una sorta di rinascimento per tutti. Sappiamo com’è andata a finire. In realtà non è ancora finita. Vorremmo che terminasse la cena delle beffe, lo spaccio della bestia trionfante, l’oscena pantomima. Vorremmo che il sipario calasse su tutti gli squallidi figuranti della commedia dell’arte messa in scena dalla Seconda Repubblica. Vorremmo cambiare le cose e offrire il potere solo a chi lo merita, a chi è onesto e capace, a chi ha dignità e coraggio. C’è un solo modo per farlo e si chiama rivoluzione. Peccato che l’unica rivoluzione laica vincente che mi venga in mente sia quella di Gandhi, che fece fuori l’impero britannico con l’ahimsa, la non violenza. È praticabile, oggi? Forse sì, ma ci vogliono gli uomini giusti, che non abbiano precedenti politici ma riconosciute virtù umane. Uomini meritevoli, indipendenti, disposti a servire la patria senza lauti stipendi, accontentandosi di un minimo sindacale più il rimborso spese. Perché la Politica non dev’essere un pozzo a cui attingere a pieni palmenti. Fosse ancora in vita, il grande Indro Montanelli ribadirebbe che “le rivoluzioni vincono non in forza delle loro idee ma quando riescono a confezionare una classe dirigente migliore di quella precedente”. Ora, non dovrebbe essere difficile trovare gente migliore di quella che si è riempita le tasche mettendoci in mutande. La vera difficoltà è convincere i buoni e i giusti a entrare in politica, e a farlo con la mentalità che ha reso grande il volontariato in Italia. Vale a dire con un fine preciso: donare il meglio di se stessi per il bene comune, rinunciando a prebende e privilegi. La vera rivoluzione cui dovremmo dare corpo in questi tempi di sfacelo è cambiare radicalmente la politica (considerata un trampolino di lancio sociale e una scorciatoia verso la ricchezza) e le sue regole obsolete e inique. Occorre scendere in piazza, non per bruciare i cassonetti e dare l’assalto alle camionette delle forze dell’ordine, ma per formare uno tsunami oceanico e trasversale che spazzi via il vecchio regime a colpi di protesta civile, referendum, class action, boati e fischi da assordare anche le stelle e non solo i quaquaraqua della politica italiana. Bisogna usare gli strumenti della democrazia, su tutti il voto. L’anno prossimo avremo la possibilità di esprimere le nostre preferenze, di bocciare chi ha fallito, chi ha tradito, chi ha rubato. Personalmente, sogno che nessuno degli uomini politici che oggi pontificano in televisione e sui giornali, si giustificano goffamente, si avvinghiano alle poltrone come l’edera sul muro, sia rieletto. Che vadano tutti in malora, da Fini a Casini, da Formigoni a D’Alema, dai coristi della Berlusconi’s band a Di Pietro, da Bersani a Bossi. Tutti, anche quelli che cercano di abbindolarci dicendo “ma io sono diverso, sono il nuovo” oppure “ma io non sapevo”. Sei diverso? Non sapevi che il gioco preferito dei partiti è rubamazzetto? Non hai visto né sentito mentre i predoni assalivano la carovana? La rivoluzione che dovremmo avere il coraggio di fare è impedire ai cialtroni con la tessera di riciclarsi, alle prostitute sculettanti di indossare il saio per fingersi monache, alle volpi di travestirsi da agnelli. La vera rivoluzione a cui vorrei partecipare dovrebbe unire tutti gli uomini e le donne di buona volontà nel cui cuore arde il desiderio di cambiare veramente il nostro paese, di bonificare l’Italia, derattizzarla, renderla vivida e vivibile com’era un tempo, prima che ci dimenticassimo che la vera forza di coesione e propulsione di una società civile non è il potere o la ricchezza, ma l’amore. Quand’ero piccolo (mi pare fosse il 1967) Gianni Pettenati cantava: “Ci sarà la rivoluzione, nemmeno un cannone però suonerà. Ci sarà la rivoluzione e l’amore alla fine trionferà”. Non so se è la nostalgia di quegli anni a farmi sembrare belle queste semplici parole e la musica che le accompagnava, ma giuro che in questo momento vorrei essere un adolescente per compierla quella rivoluzione che è rimasta incompiuta e di cui oggi abbiamo un bisogno immediato. Ci vorrebbe… Un mio conoscente continua a ripetere che ci vorrebbe un uomo forte. Non credo, gli uomini della provvidenza mettono a dimora il seme della dittatura. Ci vorrebbe piuttosto un uomo onesto e carismatico. Un autentico rivoluzionario, un leader capace di infondere la speranza. Uno come Gesù Cristo, insomma, ma non quello falsificato dalla Chiesa. Penso che lui saprebbe risvegliarci dal torpore e guidarci verso la via, la verità e la vita. 

PS: È di pochi minuti fa la notizia che Nicole Minetti potrà andare in pensione all’età di 27 anni, cioè il 21 ottobre p.v. Ogni commento è superfluo e avverto i primi conati di vomito. Il disgusto pervade ogni cellula del mio corpo, improvvisamente sento il desiderio che la giornata finisca e mi rimbalzano nella mente le parole di una canzone di Francesco Guccini: “Oh sera scendi presto, oh mondo nuovo arriva. Rivoluzione, cambia qualche cosa. Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa, mia stanca civiltà che si trascina”.

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