lunedì 8 ottobre 2012

La Terra è avvelenata dalle scorie radioattive ma forse la salveranno i microbi.

La Terra non è come Mitridate VI, il re del Ponto passato alla storia non tanto perché fu uno dei più acerrimi avversari della Repubblica Romana ma per una sua curiosa caratteristica. Aveva infatti l’abitudine di assumere ogni giorno dosi crescenti di veleno e ciò lo portò ad essere immune ad esso. Benché il nostro pianeta “assuma” ogni giorno dosi sbalorditive di veleni, non raggiungerà mai l’assuefazione. Anzi, arriverà il giorno in cui non ne potrà più di ingerire schifezze obtorto collo e produrrà reazioni terrificanti, secondo la legge di causa-effetto. Sto parlando del continuo, sistematico stoccaggio in superficie e riversamento nel sottosuolo e nelle acque di sostanze tossiche e scorie radioattive. Sostanze, sia detto per inciso, il cui “tempo di dimezzamento” (cioè il tempo necessario perché si dimezzi la loro radioattività) è abnorme. Basti pensare che il plutonio necessita di 240.000 anni di isolamento, una sciocchezza rispetto ai 710 milioni di anni dell’uranio 235 e i 4,5 miliardi di anni dell’uranio 238! 
Abbiamo un grosso problema: non sappiamo come neutralizzare gli scarti di combustibile nucleare esausto derivante dalla fissione nucleare del nocciolo dei reattori nucleari, né sappiamo come rendere innocui i prodotti e materiali contaminati o inquinanti (pensiamo, ad esempio, all’amianto), e i rifiuti radiologici di tipo nucleare, industriale e radioterapico. È un problema che pare irrisolvibile, tant’è che ci limitiamo a immagazzinare e nascondere le sostanze radiotossiche che andrebbero distrutte e rese innocue. Le scorie vengono depositate in superficie in aree protette o destinate a depositi geologici. Ma lo stoccaggio in bunker sotterranei profondi e schermati o nelle miniere di sale (come quella di Asse in Germania) ha dato grossi problemi a causa dell’infiltrazione dell’acqua che intacca i contenitori. La terza via, quella che prevede la separazione e trasmutazione delle sostanze tossiche, è quasi impraticabile. Per la cronaca, ogni anno il consorzio umano deve “eliminare” almeno 200.000 m³ di veleni e al momento, pare che ne abbiamo accumulate oltre 300.000 t.. L’ulteriore problema è di questo angusto problema non ce ne frega niente. Come se l’avvelenamento del suolo e delle acque non ci riguardasse, come se il cancro, la leucemia e le nuove malattie senza nome non fossero in aumento a causa della nostra incoscienza e indifferenza. Non è nascondendo la sporcizia sotto il tappeto che possiamo pulire la nostra casa. Purtroppo i veleni sono stoccati ovunque e stanno enfiando il corpo della terra, lo stanno intossicando gravemente.  
È di questi giorni la notizia diffusa dall’Olympic Delivery Authority che 7.500 t. di scorie radioattive (per lo più rifiuti tossici e nucleari) sono stati seppellite fra il 2007 e il 2008 nel parco olimpico di Londra 2012, a 250 m. dallo stadio olimpico, non lontano dalla stazione internazionale di Stratford. Poco tempo fa mi aveva colpito la notizia che l’Andra, l’agenzia pubblica francese che si occupa di scorie radioattive, ha rivelato che a partire dal 1983 sono stati scaricati nel fondali marini oltre 14.000 t. di rifiuti radioattivi. Presumo che “in fondo al mar” non ci sia più posto per la Sirenetta, sfrattata complessivamente da oltre 100.000. t. di rifiuti tossici in barile. Sempre in Francia, a Le Hague, sorge uno dei due più grandi centri di stoccaggio di scorie d’Europa. L’altro si trova in Inghilterra, a Sellafield. Al momento, sul podio dei paesi leader nello stoccaggio dei veleni ci sono gli Stati Uniti d’America, la Francia e il Giappone. E l’Italia? Noi siamo messi un tantino meglio, salvo deprecare il fatto che anche nel nostro Paese esistano troppi siti a rischio. Le scorie radioattive si trovano stipate nelle aree dove sorgono le quattro centrali elettronucleari in disuso (Caorso, Latina, Trino Vercellese e Garigliano) e presso tante altre località, fra cui i centri ricerche dell’ENEA a Casaccia, Saluggia e Bosco Marengo, le basi americane di Ghedi e Aviana, Salto di Quirra in Sardegna, il centro nucleare di Ispra, la Val di Susa ecc. Siamo circondati dalle scorie radioattive e il peggio è che aldilà dei dati e delle informazioni ufficiali si paventano le situazioni tenute segrete, le realtà nascoste dai governi, gli smaltimenti illegali che possiamo definire crimini contro l’umanità. Va da sé che nei luoghi dove è più alta la concentrazione della monnezza nucleare, i disturbi psicofisici e le malattie sono in crescita esponenziale.
Che fare? Si dice che non è possibile rendere innocue le scorie nucleari, che possiamo solo nasconderle e incrociare le dita. Ma è vero? No, non è affatto vero, ci stanno mentendo. Possiamo neutralizzare i veleni, la nostra tecnologia è in grado di farlo in modo semplice e immediato. Come? Ricorrendo alla biologia. Esistono infatti microrganismi che sono in grado di divorare le sostanze attive delle scorie e renderle innocue. Parlo dei batteri aerobici ipertermofili. La ricerca scientifica ha individuato uno di questi microrganismi fin dagli anni Cinquanta del XX secolo e l’ha “riscoperto” nel 1998, quando ne parlarono per prime le rivista americane Science News (volume n°154, 12/12/1998) e Nature Biotechnology (ottobre 1998). Si tratta del Deinococcus radiodurans, il cui nome significa “strana bacca che resiste alle radiazioni”. Questo batterio estremofilo sarebbe in grado non solo di difendersi dalla radioattività e fagocitare i prodotti radiotossici ma di riparare i danni genetici. È stato addirittura inserito nel Guinness dei primati come “la forma di vita più resistente alle radiazioni del mondo”. Le sue applicazioni mediate dall’utilizzo di tecniche di ingegneria genetica potrebbero risolvere il problema delle scorie nucleari. Già oggi, il Deinococcus radiodurans è usato a fini ambientali per eliminare, tramite digestione batterica, i solventi e i metalli pesanti. I ricercatori hanno poi sviluppato un suo ceppo capace di detossificare e bonificare il mercurio e il toluene contenuto nei depositi di scorie radioattive miste. Nel 2003, poi, alcuni ricercatori americani del The Institute for Genomic Research e dell’Università del Massachusetts hanno sequenziato il genoma del Geobacter sulfurreducens, che è in grado di metabolizzare i metalli radioattivi come l’uranio. Esistono altri batteri idonei al trattamento biologico delle scorie radioattive che attendono di essere studiati e sperimentati. La possibilità di usare i microbi come “forza di pulizia” ha dato vita a quella che viene chiamata bioremediation (o biodecontaminazione). Le prospettive sono molto interessanti e forse qualche laboratorio ha già trovato il modo per debellare i veleni a cui la Terra, a differenza di Mitridate, non ha intenzione di abituarsi. Molto più probabile, invece, che prima o poi li vomiti. A questo punto, è lecito domandarsi perché i governi non finanziano la ricerca al fine di affrontare il problema delle scorie radioattive in modo nuovo, diverso. E tanto più, perché non adottino le soluzioni se sono efficaci e poco costose. Non ho in serbo la risposta, ovviamente, posso solo formulare un’ipotesi. Forse le logiche di potere ed economiche escludono le soluzioni ai gravi problemi ambientali dei nostri tempi, soprattutto se sono poco costose o poco redditizie. Paradossalmente, c’è chi preferisce tenere in vita i problemi per non perdere il controllo delle masse, basato da sempre sul denaro, l’informazione falsa o taciuta, la strategia della paura o della rassicurazione a secondo dei casi. È la stessa logica che inibisce l’uso delle risorse rinnovabili al posto del petrolio, che non vuole risolvere il problema della fame nel mondo ma lo acuisce, che nasconde la verità perché la verità rende liberi. Credo, tuttavia, che prima o poi i nodi verranno al pettine. A meno che io non mi sbagli e mi preoccupi senza averne il motivo. 
Mi sembra paradigmatico citare le parole che Umberto Veronesi, uomo intelligente ma capace di contraddizioni strabilianti, disse quando assunse la presidenza dell’Agenzia per la sicurezza nucleare (che fu creata da Berlusconi nel 2009 e abolita da Monti nel 2011). Il famoso oncologo dichiarò infatti: “le scorie  non sono un problema di salute. Io potrei dormire in camera con le scorie nucleari, non esce neanche una minima quantità di radiazioni”. Veronesi, ci sei o ci fai? 
Nel dubbio, sorrido all’idea che potrebbero essere i batteri, la forma di vita più antica e diffusa sulla Terra, oltre che la più umile, a indicarci come guarire dal delirio di onnipotenza che obnubila le menti umane. Capita che i microbi la sappiano più lunga dei giganti.

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