lunedì 15 ottobre 2012

Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù.

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho vissuto in diretta su Internet l’incredibile impresa del 43enne paracadutista e base jumper Felix Baumgartner, l’austriaco volante. A chi, distratto da altre incombenze, si fosse perso il suo tuffo nel vuoto dalla stratosfera (ovvero da 39.068 m.), vorrei dire che è stata un’impresa emozionante e insieme incoraggiante. Emozionante perché vedere un uomo che dopo avere raggiunto i 39 km. di altezza in una mini-capsula spaziale trainata da un gigantesco pallone a elio, si lancia nel blu dipinto di blu e precipita verso il suolo terrestre raggiungendo la velocità di 1.342 km/h, è qualcosa che lascia senza fiato chi sta comodamente seduto in poltrona. Figuriamoci chi rimane in caduta libera per 4’19” e si permette di infrangere il muro del suono senza disintegrarsi. Baumgartner si era prefissato di battere il precedente record di caduta libera, che apparteneva all’83enne colonnello Joe Kittiger e resisteva dal 1960, ma in realtà non ce l’ha fatta. Ha tuttavia battuto il limite di velocità (1,24 mach) e di altezza mai raggiunti da un essere umano. Straordinario, poi, il fatto che Baumgartner si sia ripreso da un momento di difficoltà (il suo corpo ha cominciato ad avvitarsi su se stesso come una trottola impazzita) e sia poi riuscito, una volta aperto il paracadute, ad atterrare sulla superficie del New Mexico con la disinvoltura con cui noi scendiamo dal letto. In Italia erano le 20,18. Baumgartner ha corso rischi estremi pur di riuscire nella sua impresa. Durante la caduta, il vento avrebbe potuto causare un’onda d’urto letale. Nel caso in cui la sua tuta pressurizzata si fosse rotta, il suo corpo sarebbe rimasto esposto a una temperatura di 57 gradi Celsius. La perdita dei sensi non gli avrebbe permesso di aprire il paracadute e un eventuale malore avrebbe compromesso il suo atterraggio. Insomma, Baumgartner è riuscito a compiere un’impresa da supereroe della Marvel e tutto il genere umano deve andare fiero del suo successo. 
Già, ma a che serve? – si chiederanno i soliti bastiani contrari. Ho la risposta pronta, che è poi una domanda di rimbalzo. A cosa è servito andare sulla Luna, scalare le vette dell’Himalaya, raggiungere il Polo Nord, fare il primo volo transoceanico o la prima regata in solitaria? Si potrebbe pensare che queste belle e decantate imprese servano a poco, e comunque non abbiano risolto il problema della fame del mondo o della vecchiaia. È vero, ma hanno arricchito il genere umano, hanno migliorato la conoscenza, saggiato le potenzialità e i limiti, aiutato la scienza. Ufficialmente, anche l’esperimento di Baumgartner aveva questo fine. Serviva a testare le condizioni estreme in cui può trovarsi un uomo solo, valutarne le reazioni. Grazie alla sua performance, l’austriaco volante potrà fornire informazioni preziose alla ricerca scientifica e tecnologica. Ufficialmente, dicevo. In realtà, credo che l’impresa di Baumgartner serva ad altro. E qui entra in gioco il retro della medaglia, non meno luccicante del davanti. Ho affermato che si è trattato di un’impresa emozionante, per quanto siamo abituati a tutto e non distinguiamo più fra realtà e fiction. Ma ho anche detto che è stata incoraggiante. Perché?  Adesso ve lo spiego...
C’è una vecchia storiella che parla di tre persone che erano al lavoro in un cantiere edile. Avevano le stesse mansioni ma quando chiesero loro di cosa si occupassero, il primo rispose “spacco pietre”, il secondo disse “mi guadagno da vivere” e il terzo affermò: “partecipo alla costruzione di una cattedrale”. La morale è trasparente. La maggior parte degli uomini vive senza indagare il fine ultimo dell’esistenza, senza intuirne la bellezza e la sacralità, senza osare né vedere aldilà del proprio naso. Vegeta, rinunciando alle sfide e alla crescita, soffocando le proprie ambizioni, rinunciando ai sogni, tacitando la voce interiore che ci dice. “Vai, puoi farcela!”. Ma esistono uomini nelle cui fibre palpitano gli “eroici furori” di cui parlava Giordano Bruno. Costoro aspirano a mete più alte, in uno slancio continuo che li porta ad affermare la divinità che è in ogni uomo. Baumgartner appartiene a questa schiera. E non venitemi a dire che ha fatto ciò che ha fatto per denaro e importanza personale, che la sua vera motivazione era quella che gli psicologi chiamano “autoefficacia”, cioè sapere di saper fare, associata al desiderio del riconoscimento del nostro valore da parte degli altri, il ché porta a un accrescimento dell’autostima e della fama. La verità è che Baumgartner, come Charles Lindbergh o Edmund Hillary, il vincitore del Monte Everest, non cercavano il successo, la gratificazione, la fama. Cercavano lo stato di grazia. “Bisogna andare in alto per vedere come siamo piccoli” ha dichiarato con sincera umiltà Baumgartner. Chissà quali straordinarie emozioni deve avere provato mentre osservava la Terra dalla stratosfera. E quale indicibile groppo alla gola, quale terribile scarica di adrenalina lo ha fatto fremere mentre si lanciava come un angelo nell’etere. Nessuno saprà mai cos’ha provato veramente ma credo che abbia vissuto un momento di grazia. Immagino anche che nel corso dei quattro, lunghissimi minuti della discesa in cui si appellava alla sua forza fisica, mentale e spirituale, abbia sperimentato la verità che solo gli uomini illuminati conoscono. Quale? La grazia di Dio risiede in tutte le cellule del nostro corpo, che possiedono la consapevolezza. Ma è solo nei momenti in cui le nostre vibrazioni sono alte, in cui la frequenza ci eleva, che riconosciamo d’essere parte integrante di quell’Uno cosmico al quale vorremmo riunirci. E per ciò cerchiamo di raggiungere le stelle, scaliamo le montagne ed esploriamo gli oceani, colti dall’irrefrenabile bisogno di agire. Non perché serva veramente ma perché soddisfa la nostra sete di ricerca, il nostro afflato di trascendenza, il nostro bisogno di distogliere lo sguardo dal quotidiano, così deludente con le sue miserie, per sognare ad occhi aperti, come quando eravamo bambini. Gli uomini che hanno capito il valore del sogno, che assecondano gli eroici furori, hanno anche imparato che gli ostacoli sono barriere costruite dalla nostra mente. Non esiste l’impossibile e la scienza ci ricorda che è l’osservatore a creare la realtà, il futuro, il destino. Leonardo da Vinci annotò questa frase in uno dei suoi taccuini: “Gli ostacoli non ci fermano. Ogni ostacolo si sottomette alla rigida determinazione. Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idee”. Quale fosse l’idea di Leonardo è noto: ambiva alla conoscenza per raggiungere la perfezione. Anche Baumgartner aveva un’idea in testa: dimostrare che gli ostacoli e i limiti esistono perché siano superati. La sua riuscita dev’essere per tutti noi, che tremiamo di fronte a un esame o all’idea di tuffarci in acqua di testa da un trampolino di 10 m., uno sprone e un motivo di incoraggiamento. Se lui è riuscito a vincere la legge di gravità, noi possiamo quanto meno vincere le nostre paure d’ogni giorno. Noi non siamo diversi da Baumgartner, siamo solo meno coraggiosi e talentuosi. Ma ognuno di noi possiede fin dalla nascita un coraggio che attende solo d’essere risvegliato e un talento particolare, di cui magari ci siamo dimenticati per pigrizia. Ognuno di noi deve prendere esempio dall’austriaco volante e da oggi può porsi nuovi obiettivi. È indispensabile fissare degli obiettivi e lavorare duro per raggiungerli. Ma occorre vivere con lo sguardo rivolto verso le stelle, non verso le stalle. E chissà che un giorno, raggiunta la maturità, la consapevolezza ce la convinzione che rendono possibile l’impossibile, non ci riuscirà di fare una piccola-grande impresa per la quale saremo amati, apprezzati, ricordati. Personalmente, ritengo che la conditio sine qua non per riuscirci sia vivere senza porsi limiti, ignorando gli insuccessi e l’opinione altrui, fedeli all’impegno di migliorarsi continuamente. 
Guai a credersi arrivati. Guai se rinunciassimo al sogno meraviglioso di volare nel cielo infinito. Ogni essere umano ha la possibilità di volteggiare nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù.

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