venerdì 30 novembre 2012

Lo Zen e l'essenza del Ping Pong

Negli ultimi tempi ho riscoperto due discipline che mi erano già familiari, una spirituale e l’altra sportiva. Mi riferisco allo Zen e al Ping Pong, oggi più conosciuto come Tennis da tavolo. L’aspetto più sorprendente della mia riscoperta è constatare che queste due realtà in apparenza così diverse hanno molti punti in comune. Si potrebbe quasi affermare che siano due Do (vie) simili. D’altra parte, una delle mie letture di molti anni fa, quando fagocitavo lo scibile nel campo spirituale, fu proprio il bellissimo libro del professore universitario tedesco Eugen Herrigel “Lo Zen e il tiro con l’arco”, un illuminante racconto di come un occidentale possa avvicinarsi allo Zen e comprenderlo attraverso una delle pratiche sportive con cui esso si esprime: il Tiro con l’arco. Cosa unisca lo Zen e il Tiro con l’arco è presto detto: occorre scrollarsi di dosso ogni abitudine, convinzione, intenzione e idea creando il vuoto dentro di noi. La volontà e il desiderio devono tacere. Solo il vuoto può permetterci di raggiungere l’obiettivo, di fare centro, nello Zen come nel Tiro con l’arco. Questa similitudine è valida anche per il Ping Pong. Ma vediamo di approfondire i due referenti e trovare le affinità. 
Lo Zen, per chi non lo sapesse, è una disciplina orientale buddhista nata in India ma poi introdotta in Cina e sviluppatasi in Giappone, dove divenne la religione dei samurai. Di fatto, il Giappone è la culla e la fonte dello Zen che è kyu shin ryu, cioè l’arte di dirigere lo spirito. Si tratta di una concetto profondo e fondamentale per comprenderlo. Lo Zen non può essere reso attraverso un pensiero, può essere solo praticato e costituisce un’esperienza di vita che è a un tempo ferra disciplina spirituale, tirocinio della coscienza e formazione silenziosa indirizzata alla realizzazione del Sé. In sostanza, è la nobile arte di penetrare la natura del proprio essere e armonizzarla con l’universo. Come avviene ciò? Attraverso l’unificazione della forza e della saggezza, che si realizza con lo za-zen (una meditazione severa che può condurre l’essere umano all’illuminazione) e svariate applicazioni. Del Ping Pong è superfluo che parli. Tutti, più o meno, almeno una volta nella vita abbiamo impugnato una racchetta e abbiamo provato a buttare la pallina di cellulosa aldilà della rete, sul tavolo di legno. Ma veniamo al dunque. Lo Zen e il Ping Pong sono simili per quanto opposti, basandosi il primo sullo za-zen, cioè lo “stare seduti assorti” (Bodhidharma ci riuscì continuativamente per nove anni di fronte a un muro del monastero di Shao-Lin) e l’altro faccia del movimento il suo credo. Eppure, praticandoli entrambi, mi sono accorto che entrambi funzionano solo se il praticante fa il vuoto dentro di sé e coglie l’essenza che li accomuna: Qui e ora. Il segreto e l’obiettivo dello Zen è proprio il Ku, il vuoto, che non significa ritiro dal mondo ma al contrario implica la partecipazione attiva alle attività quotidiane ma senza quel carico imposto dal mondo che ci condiziona. Come? Praticando l’autodisciplina, la semplicità di vita, il disprezzo per il formalismo, la pace, la devozione per il proprio lavoro, l’amore per il bello, il silenzio. Il Ku ci permette di concentrarci su quello che facciamo, qui e ora, senza essere disturbati dalla mente. Lo stesso vale per il Ping Pong, uno sport dove il successo non dipende solo dalla precisione e dalla forza dei colpi inferti alla pallina ma ancor più dalla capacità di concentrarsi sul tiro, dirigendolo con lo spirito. “Non calcolare, non pensare” è una delle nozioni chiave dello Zen. Potrebbe esserlo del Ping Pong, dove calcolare e pensare vanno a scapito della perfezione del tiro. Anche nel Ping Pong conta solo il “Qui e ora”. Conta fare il vuoto. Come nel Tiro con l’arco, in effetti, dove restare vuoti comporta accogliere senza quasi accorgersene la sapienza dell’unico gesto giusto, quello che fa centro. Gli arcieri Zen dicono “Un colpo, una vita” e in quel colpo arco, freccia, bersaglio e tiratore si intrecciano e fondono. Anche nel Ping Pong la racchetta, la pallina e il giocatore devono fondersi per ottenere il tiro giusto. Se la mente interviene, il tiro difficilmente finisce là dove è opportuno piazzarlo. Se la mente si fa condizionare dalle emozioni è facile che il tiro finisca fuori. È chiaro che nel gioco del Ping pong sono fondamentali la tecnica e l’allenamento. Ma lo sono anche nello Zen. È attraverso il corretto e costante esercizio che si diventa bravi. Inoltre, come avviene nella applicazioni marziali dello Zen, il Ping Pong offre a chi lo pratica la duplice possibilità di attaccare o difendersi. Ognuno deve scoprire qual è la più congeniale per lui e deve capire quando è il momento di attaccare e quando è meglio restare su posizioni difensive, lasciando che l’avversario sbagli per eccesso di zelo o troppo impeto. Deve anche imparare la pazienza e la versatilità, cioè i cambi di tattica che disorientano l’avversario. Gli appassionati di Ping Pong, uno sport in cui eccellono gli orientali, soprattutto i cinesi, dicono che “il tennis da tavolo è giocare a scacchi correndo i centro metri”. Mi sembra una metafora splendida, che ci aiuta a capire l’importanza di fare il vuoto dentro di noi per armonizzare la mente e il corpo e prepararli al gesto ottimale. 
Non diversamente, io credo, è la vita. Solo quando riusciamo a fare il vuoto dentro di noi, a tacitare i desideri, le paure, le emozioni, riusciamo a dare il meglio di noi stessi. Solo quando applichiamo l’essenza dello Zen e del Ping Pong, il “Qui e ora”, realizziamo il nostro potenziale. È quando abbiamo la mente sgombra oppure non abbiamo niente da perdere che sappiamo mostrare il nostro reale valore, sorprendere gli altri e riscattarci. Troppo spesso, invece, i pensieri, le preoccupazioni, la concentrazione che ci allontana dal centro anziché avvicinarci ad esso, condiziona le nostre prestazioni. Fa di noi dei perdenti laddove potremmo essere vincenti. Certo, non è facile fare il vuoto e concentrarsi sul “Qui e ora”. Non è facile restare calmi. Abitualmente siamo distratti, pigri, nervosi, rigidi, inabili alla perseveranza. Ecco perché lo Zen e il Ping Pong possono aiutarci.  Possono renderci più fluidi, più elastici.
Confesso che mi piace praticarli entrambi. Mi piace vedere i progressi che faccio e poco importa se, vox populi, non ho più l’età per giocare a scacchi correndo i cento metri e mi fanno male i muscoli se sto seduto sullo zafu, in posizione rigida come un baccalà, per più di mezz’ora. Mi sono accorto che il mio vuoto è preferibile al vuoto a perdere di tanta gente che non saprà mai osservare la pietra che cresce. Né potrà mai rispondere alla domanda: “Se non puoi fare niente, che cosa puoi fare?”

giovedì 22 novembre 2012

Presto reggeremo l'anima coi denti?

Sono cresciuto mai dimentico del mito del cocchio alato di Platone, noto anche come mito del carro e dell’auriga. Il grande filosofo ateniese sosteneva che l’anima svolge tre attività distintive. Lanima intellettiva (logistikòn) è come l’auriga; è l’elemento razionale. Il carro è trainato da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero, i quali rappresentano gli impulsi. Il cavallo bianco è l’anima irascibile (thymeidès), cioè generosa, il cui impulso tende all’iperuranio, il mondo delle idee. Il cavallo nero, rozzo e indomabile, è l’anima concupiscibile (epithmetikòn) e rappresenta l’impulso basso, volto verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per le briglia dall’auriga, che ha il compito di guidarli verso la stessa direzione, cosa tutt’altro che facile. Questo mito spiega la reminiscenza e la reincarnazione ed è forse per questo motivo che mi è sempre stato caro. Naturalmente, ho dell’anima un’idea meno retorica e poetica. So d’essere un’anima incarnata, non di averne una, tanto per cominciare. So anche che quella che noi chiamiamo anima è il nostro corpo divino, l’elemento che connota ciascuno di noi come frammento cosmico facente parte del tutto ma dal tutto distinto finché al tutto non farà ritorno. Un frammento che l’imperatore-filosofo Adriano definì poeticamente “animula vagula blandula”, piccola anima smarrita e soave. Un altro grande pensatore, il filosofo-matematico-scienziato-giurista-storico Leibniz sosteneva che “l’anima è lo specchio di un universo indistruttibile”. Insomma, non è difficile credere all’esistenza dell’anima e al fatto che essa non abbia una data di scadenza. Francamente faccio fatica a comprendere chi ritiene che l’anima non esista e tanto più nega che sia immortale.
Ma c’è una novità. Pare che la Fisica quantistica sia in grado di spiegare l’esistenza dell’anima, ponendo fine a secoli e secoli di speculazioni e discussioni sull’argomento. Ho letto di una nuova teoria, decisamente rivoluzionaria, secondo la quale l’anima umana sarebbe una delle strutture fondamentali dell’universo. La sua esistenza sarebbe infatti dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica. In sostanza, due fisici di fama mondiale, mica due visionari alle prime armi, l’americano Stuart Hameroff e l’inglese Sir Roger Penrose, hanno elaborato una teoria chiamata “Teoria quantistica della Coscienza” secondo la quale l’anima umana sarebbe inserita all’interno di microstrutture dette “microtubuli” che si trovano dentro le nostre cellule cerebrali. Secondo i due scienziati, nel nostro cervello – di cui, lo ricordo, si sa ben poco, salvo che è una sorta di computer biologico infrastrutturato con una rete di informazioni sinaptiche composte da oltre 100 miliardi di neuroni – interagiscono informazioni quantistiche e microtubuli con un processo che Hameroff e Penrose hanno chiamato Orch-Or (Orchestrated Objective Reduction). Nel momento in cui cessiamo di vivere, i microtubuli perderebbero il loro stato quantico ma le informazioni in esse contenute non andrebbero perse. La coscienza e le sue esperienza esistenziali, frutto per l’appunto del processo Orch-Or, non svaniscono. In pratica, l’anima non muore, fa semplicemente ritorno alla sua sorgente energetica, il cosmo. Se la teoria di Hameroff e Penrose trovasse conferma, avremmo la certezza che l’anima esiste ed è un’informazione quantistica che sopravvive alla dissoluzione del corpo fisico per continuare a vivere a tempo indeterminato nell’universo. Personalmente non sentivo il bisogno di questa teoria, non aggiunge nulla alla mia consapevolezza d’essere eterno. Ho smesso di pormi le questioni metafisiche che arrovellano i cultori delle domande impossibili: chi ha creato l’anima individuale? Perché e quando? In questo momento, se mai, mi pongo un’altra domanda. Cosa accadrebbe se la scienza riuscisse a dimostrare con assoluta certezza che tutti noi abbiamo (o meglio, siamo) un’anima? Può sembrare una domanda sciocca, una proiezione olografica fine a se stessa. Sant’Agostino mi riprenderebbe con queste parole: “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso, la verità sta nell’interno dell’anima umana”. La verità, certo, non la doxa, cioè l’opinione. E si sa che le opinioni sono spesso demenziali. Temo infatti che di fronte all’assioma “l’anima c’è” qualcuno potrebbe obiettare che essendo l’anima un bene prezioso oltre che concreto e mobile, andrebbe tassata. Sì, avete capito bene.
Immagino già i ragionamenti dei solerti funzionari del Ministero delle Finanze e dell’Agenzia delle Entrate. Se gli italiani possiedono l’anima devono renderne conto al fisco. Non pagano forse le tasse sul reddito e infinite altre gabelle? Non pagano forse l’IVA, l’imposta sul valore aggiunto? Non versano forse l’IMU, l’imposta municipale unica sulle proprietà immobili? Va da sé che devono pagare anche il giusto tributo spirituale: l’IAP. Cos’è? Trattasi dell’Imposta sull’Anima in Pena. Questo nuovo balzello ci rovisterebbe l’anima fino in fondo e naturalmente sarebbe retroattivo. In fondo possediamo l’anima fin dalla nascita e di fatto siamo tutti evasori fiscali perché non abbiamo mai dichiarato di averne una. Ve la immaginate la Guardia di Finanza che fa irruzione nelle vostre case per accertare quante anime ci sono? E gli inquisitori di Equitalia che vi sottopongono al supplizio della ruota e a subdole ispezioni spirituali per scoprire lo spessore e la dimensione della vostra anima? E già, perché la tassa sull’anima non potrebbe essere generica e uniforme. Ma scherziamo? C’è anima e anima. Le anime antiche, nobili e grandi pagherebbero di più rispetto alle animelle, com’è giusto che sia. Alle anime gemelle verrebbe praticato un piccolo sconto. Una dilazione del pagamento verrebbe invece riconosciuta alle anime che si raccomandano (non a Dio, s’intende, ma a qualche uomo politico influente). Solo le anime nere godrebbero dell’esenzione. Infine, sarebbe illegale rendere lanima a Dio senza avere chiuso i contenziosi tributari.
Certo, sto facendo dell’ironia dopo avere esordito con erudizione citando Platone. Ma coi chiari di luna di questi ultimi tempi, e considerato il fatto che il governo non ha ancora varato una legge per tassare l’umorismo, non ci resta che metterla sul ridere. Una cosa è certa, non dobbiamo stuzzicare il Tesoro. Perciò spero ardentemente che Hameroff e Penrose si sbaglino e che la Fisica quantistica non possa mai dimostrare l’esistenza dell’anima. Se ciò accadesse la pressione fiscale aumenterebbe. Scherzi a parte, non è fantascientifico ipotizzare che Monti possa varare nuove misure tali da costringerci a reggere l’anima coi denti. Manca poco, in fondo. E so di qualcuno che preventivamente sta cercando di vendere l’anima al diavolo per non doverla dichiarare allErario pubblico.

lunedì 19 novembre 2012

Dall'Afghanistan a Brescia: Hic sunt leones

Non potevo esimermi dal presentare l’Inferno chiamato Afghanistan anche a Brescia. Avrei tradito le mie origini bresciane, chiaramente rivelate dal cognome che porto. Sabato 1 dicembre, alle ore 18:00, racconterò il mio Afghanistan al pubblico bresciano che avrà la compiacenza di ascoltarmi presso la Libreria Feltrinelli in Corso Zanardelli 3. Come è già accaduto col mio post dedicato a Pavia, ho cercato anche per Brescia il trait-d’union con l’Afghanistan. L’ho trovato subito, facilmente. Sono due mondi distanti che posti su una metaforica carta geografica antropologica si avvicinano e meriterebbero d’essere segnalati, come nei tempi antichi, con la dicitura topografica Hic sunt leones
Cominciano con Brescia. Tutti sanno che è detta la leonessa d’Italia e che è “beverata nel sangue nemico”, come recita l’ode Alla Vittoria di Giosuè Carducci. Ma non fu lui il primo a immaginare Brescia come una leonessa. Il merito è di un poeta veronese, Aleardo Aleardi, che vent’anni prima, nel 1857, nei suoi Canti patrii scrisse “leonessa d’Italia, Brescia grande e infelice”. È noto che Brescia meritò questo titolo per via dell’eroico comportamento dei suoi fieri abitanti, che dal 23 marzo al 1 aprile 1849 insorsero contro gli austriaci. Ben prima delle “Dieci giornate di Brescia”, uno dei momenti più alti della prima guerra d’indipendenza, il leone, che oggi compare rampante e di colore azzurro su fondo argento nello stemma della città, era già familiare ai bresciani. Parlo del leone di San Marco, che indicava come la città facesse parte della Serenissima Repubblica di Venezia. Pur tuttavia, il leone era presente a Brescia ancor prima del dominio veneziano. 
E l’Afghanistan? A tale proposito, mi sembra esaustivo il capitolo del mio libro dal titolo Le iene ridono dove regnarono i leoni. Eccone uno stralcio. 
All’ingresso dello zoo di Kabul – un luogo fatiscente e triste che ho visitato col cuore pesante – fa bella mostra di sé una statua di bronzo raffigurante un leone. La targa posta sul basamento riporta: Marjam. Era il leone più famoso del mondo.  Marjam non era un leone qualsiasi bensì l’infelice sovrano dello zoo di Kabul. Era il simbolo di un Paese capace di resistere a tutto, fuorché al proprio degrado. La sua storia merita di essere conosciuta. Marjam era nato nel 1976 e fu donato allo zoo di Kabul da quello tedesco di Colonia. Accolto come attrattiva, divenne suo malgrado un testimone della follia afghana. Sopravvisse dapprima all’omicidio del re Zahir Shah, all’ascesa al trono di suo fratello Daoud, al colpo di stato dei comunisti, all’invasione sovietica, alla guerra civile scatenata dai mujaheddin, alla distruzione di Kabul fino alla presa di potere da parte dei talebani e alla loro cacciata, a seguito dell’arrivo degli americani. Morì malconcio il 25 gennaio 2002, lasciando costernati gli abitanti di Kabul e il mondo intero, che si era affezionato a questo felino coraggioso, ormai ridotto a un patetico, grosso pupazzo di panno lenci. Si dice avesse quarant’anni e lo si credeva immortale. Marjam era sopravvissuto a molti dei bambini che erano impazziti per lui, a molte mamme morte sotto le bombe, a tanti papà scomparsi nel nulla e persino a un attentato. Andò così. Nel 1993, un mujaheddin entrò nella gabbia per mostrare il suo coraggio. La leonessa Chucha non lo degnò di un solo sguardo ma Marjam reagì. Lo assalì e lo uccise. Il giorno dopo, il fratello della vittima lanciò una granata nella fossa dei leoni. Chucha morì e Marjam perse un occhio, i denti e parte di un arto. Però salvò la pelle e da quel momento in poi divenne un eroe, un mito vivente la cui celebrità varcò i confini dell’Afghanistan. Orbo, costretto a cibarsi di carne disossata, claudicante ma pur sempre fiero, Marjam ha fatto in tempo a salutare con una certa pigrizia i soldati stranieri venuti da molto lontano per riportare la pace e la libertà. La sua morte è stata una liberazione dalla cattività che non meritava. Il posto di Marjam è stato preso da due leoni che la Cina offrì alla città per riempire il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. L’anno scorso, un pazzo è entrato nella loro gabbia con cattive intenzioni, proclamandosi l’unico, vero leone dell’Afghanistan.  Va da sé che il leone Akon non era d’accordo, perciò gli si è avventato contro. L’uomo, subito soccorso, è stato portato in fin di vita all’ospedale di Emergency, dove è stato operato d’urgenza. Presentava più di quaranta ferite e gli sono stati applicati cento punti di sutura. Si è salvato, nonostante la sua incoscienza. Nell’estate 2009, un tenente veterinario della Folgore ha invece strappato alla morte Akon, che non se la passava granché bene. Anche se le bombe non piovono più dal cielo né esplodono granate nelle gabbie, i leoni non possono stare bene a Kabul. Il loro tempo è finito. Ci fu un’epoca in cui sulla mappa della terra degli afghani – un territorio chiamato Bactriana, Aracosia, Ariana, Gandhara – si poteva leggere Hic sunt leones. Nell’antichità, il leone asiatico era molto diffuso. Curzio Rufo narra che ai tempi di Alessandro il Grande, nel regno bactriano, il re e la sua corte potevano cacciare moltissime fiere, fra cui i leoni asiatici, in apposite, grandi riserve cintate dotate di torri. Era una delle espressioni del fasto orientale. Gli ultimi leoni selvatici, fatti oggetto di ossessive battute di caccia, sopravvissero in Afghanistan, Pakistan e India fino alla seconda metà del XIX secolo. In Iraq, gli ultimi due leoni furono catturati nei primi anni del ’900 lungo il fiume Khabur. In Persia, l’ultimo leone fu osservato nel 1942. Oggi, i leoni asiatici sono estinti ma per vederne un paio non comuni basta recarsi ad alcuni chilometri da Kandahar, ai piedi della località detta Chihil Zina, i Quaranta Gradini che conducono a una nicchia scolpita in uno sperone roccioso. Da cinque secoli due leoni che nessuno oserebbe smuovere montano la guardia al piccolo complesso monumentale voluto da Babur, il fondatore dell’impero Moghul. Ovviamente, sono di pietra. Era invece umano l’ultimo, leggendario eroe afghano erede dei tanti condottieri dal cuore di leone che fecero grande il Paese al tempo degli imperi islamici e dei regni afghani. Il suo nome suscita ancora oggi orgoglio, ammirazione e commozione. Mi riferisco al comandante Ahmad Shah Massoud, il leader dell’Alleanza del Nord che durante la guerra partigiana contro i sovietici seppe respingere le nove offensive che l’Armata Rossa scatenò nella Valle del Panjshir. La resistenza messa in atto dai mujaheddin tagiki della valle costò ai sovietici il 60% delle perdite umane dell’intera guerra in Afghanistan (1979-1989). Il Panjshir – la regione il cui nome significa cinque leoni – consacrò l’abile stratega Massoud, il cui valore in battaglia gli valse il titolo di Leone del Panjshir. Il ritratto di Massoud (1953-2001) campeggia ovunque a Kabul e in molte altre città e province dell’Afghanistan. La sua effige fa bella mostra di sé sulle facciate dei palazzi, sui parabrezza delle automobili, nelle vetrine delle botteghe. È un eroe nazionale molto amato e avvolto in un alone di leggenda a causa della sua drammatica e inopinata uscita di scena. Il Che Guevara afghano ha combattuto anche contro i talebani ma era inviso a chi lo invidiava e temeva. Il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attentato alle torri gemelle di New York, Massoud trovò la morte per mano di due arabi vili che si finsero giornalisti. I mandanti dell’assassinio non sono mai stati scoperti. I sospetti, però, gravitano sui talebani e su Al-Qaida. Gli si voleva impedire di liberare l’Afghanistan dal gioco dei fondamentalisti. Uccidendolo, lo si è reso immortale…”  
A questo punto, nel mio libro, a pag. 74, racconto dell’omaggio che ho voluto fare al Leone del Panjshir e quello che mi accadde in quella valle un tempo piena di leoni e oggi di mine. Ne parlerò certamente a Brescia e insieme racconterò altri aneddoti che aiuteranno il pubblico della Feltrinelli a conoscere un Afghanistan quasi intimo, diverso da quello frettoloso e stereotipato che ci viene presentato dagli inviati speciali dei giornali e delle televisioni, vincolati dal tempo che è tiranno e dall’impossibilità di visitare il Paese dei Talebani a briglia sciolte, senza vincoli e condizionamenti, come invece feci io.

lunedì 12 novembre 2012

C'è un nesso tra l'Afghanistan, la poesia e Pavia

Lunedì 19 novembre 2012, alle ore 21:00, presenterò il libro “L’inferno chiamato Afghanistan” a Pavia, presso il Collegio universitario Senatore, un istituto canossiano il cui edificio risale niente meno che ai tempi del re longobardo Liutprando. Sono stato invitato dalla vulcanica direttrice, Madre Antonella Rocca, che ho conosciuto il giorno in cui partiva per il Congo insieme a mia figlia e ad altri volontari. L’evento è stato inserito nel “Festival dei Diritti”, iniziativa promossa dal CSV di Pavia e giunta alla XII edizione. Dialogherà con me il Prof. Marco Dotti, docente di Professione dell’editoria della facoltà di CIM (Comunicazione, Innovazione e Multimedialità) dell’Università degli studi di Pavia. L’incontro è aperto alla cittadinanza. Sono felice di presentare il libro a Pavia e maggiormente di farlo dialogando con un docente dell’Alma Ticinensis Universitas. Pavia è una città che ho nel cuore; lì feci i miei studi universitari e mi laureai nel 1980. Ci ritorno dopo tanti anni con un po’ di emozione e una domanda in nuce
Hanno qualcosa in comune l’Afghanistan, la poesia e Pavia? Il lettore si chiederà perché accosto in qualità di comune denominatore due realtà così lontane come l’Afghanistan e Pavia. Intanto, perché mi sono laureato in Lettere Moderne e ripensando ai miei trascorsi sulle rive del Ticino mi è venuto in mente un episodio che in qualche modo si presta a fare da liaison. Era il 1975 (o 1976?) e Alfonso Gatto, il grande poeta ermetico nativo di Salerno, venne a Pavia, invitato dall’Università, per incontrare gli studenti che frequentavano i corsi di Lettere e Filosofia nell’aula magna della facoltà. Partecipai a quell’incontro e rimasi folgorato dalle parole e dallo sguardo di quell’uomo inquieto e avventuroso che sarebbe morto di lì a poco, il 6 marzo 1976. Gatto usava la parola “cuore” con una certa frequenza e ricordo che disse “quando si nasce poeti, l’amore e la morte si fanno compagnia!”. D’un tratto, ripensando a quel giorno, e riflettendo che dopo 32 anni farò ritorno nell’ambiente universitario che mi ha formato, mi è apparso il nesso fino a pochi istanti prima invisibile tra Pavia e l’Afghanistan. È la poesia. Ma come, hai definito l’Afghanistan un “inferno” e parli di poesia? Lo so, potrà sembrare strano a molti che io colleghi la terra dei talebani a Euterpe (poesia lirica), Calliope (poesia epica) ed Erato (poesia amorosa), tuttavia queste tre Muse hanno frequentato Pavia e insieme l’Afghanistan, dove conservano una piccola dimora nonostante i cannoni, le bombe e le mine. A conferma di ciò, cioè del fatto che in Afghanistan fu coltivata la poesia (in lingua persiana e pashtu) voglio riportare un brano del mio libro tratto dal capitolo Gli afghani avrebbero amato il Leopardi, il cui titolo è paradigmatico. 
Gli afghani avrebbero amato Giacomo Leopardi, ma non perché siano degli inguaribili pessimisti. Credo che ne avrebbero apprezzato la malinconia e la profonda sensibilità poetica che costituisce una cifra fondamentale della loro stessa natura. È strano che un popolo che si sente vivo solo se impugna un fucile abbia un debole per la poesia. Non la poesia in generale, ma quella latrice di sofferte emozioni, gravida di pianto come le nuvole che ricoprono le alti vallate del Panjshir. Forse, ciò dipende dal fatto che amano la libertà e vivono di ricordi. Khushhal Khan, il padre della lingua e della poesia afghana vissuto nel XVII secolo, ha dettato queste parole: “la grazia più vera che può darci il Signore è darci una lunghissima pazienza, sì che noi ci s’adatti, rinunciando a morire di dolore”. La pazienza pare essere un’altra virtù degli afghani. Altrimenti come potrebbero conservare quel lume di speranza in un futuro migliore che ancora hanno? Ma più che a causa del dolore, gli afghani continuano a morire per l’esplosione delle mine e delle bombe, per malattia, fame e privazioni. Tornando alla loro sensibilità poetica, non posso che essere d’accordo con quello che dice Andrea Busfield nel suo struggente romanzo Il bambino che corre nel vento: Certi uomini sparerebbero in testa a qualcuno senza pensarci due volte, certe famiglie si venderebbero le figlie per un secchio di sabbia, e tutti cacherebbero sul cadavere dei propri nemici; ma a sentir recitare un verso ben scritto, l’uomo afghano diventa vulnerabile quanto una donna. Quando una poesia finisce, scrollano il capo e restano seduti immobili per un lungo momento, lo sguardo perso nel vuoto o fisso a terra, come se vedessero il proprio cuore spaccato in due dalle parole, vergogna e dolore messi a nudo agli occhi del mondo. 
Gialal al-Din Rumi, forse il più grande poeta mistico della letteratura persiana e fondatore dei dervisci rotanti, è afghano di nascita; venne al mondo nell’Afghanistan del Nord, a Balkh, l’antico centro dello zoroastrismo. A Herat, la splendida città dove non si poteva stendere una gamba senza dare una pedata a un poeta, come ha scritto Khaled Hosseini, ho visitato il santuario di Gazar Gah in cui è sepolto il poeta-sufi Ansari, vissuto nell’XI secolo. È uno dei luoghi più sacri dell’Afghanistan ed è visitato tutti i giorni da migliaia di pellegrini. Sempre a Herat, ho reso omaggio alla tomba del grande poeta Jami, autore di opere contemplative sul divino. Sheikh Ahmad-e Jami morì nel 1492, l’anno in cui Colombo scopriva l’America. Da allora, la sua tomba è meta di devoti che siedono ai lati per pregare e meditare. I venti di guerra non hanno spazzato via l’albero di pistacchio che si è fatto strada nel marmo bianco né le bandiere verdi che circondano il sacello. L’amore per la poesia ha resistito ai cannoni e ai missili”. 
Credo avesse ragione Alfonso Gatto. Sì, la poesia e la morte possono convivere. L’Afghanistan ne è la prova più convincente e di ciò renderò testimonianza con le parole e le immagini a Pavia, nel ricordo del tempo e dei grandi uomini che ormai vivono nel ricordo.