giovedì 1 novembre 2012

La caccia non è uno sport ma un crimine contro la vita

Sono contro la caccia e vorrei che fosse abolita. Sarebbe un grande segno di civiltà e progresso. Mi rendo conto che il mio punto di vista non può essere condiviso dai cacciatori ma lor signori dovrebbero rendersi conto che la caccia non è uno sport. In uno sport entrambi gli avversari sanno di giocare e lo fanno in condizioni paritarie. La caccia, invece, è il contrario di una sfida paritetica: la vittima è inerme mentre il carnefice è armato. Credo che “sarebbe uno sport più interessante se anche gli animali avessero il fucile”, come disse Groucho Marx, le cui battute erano fulminanti come una carabina. La verità è che la caccia è un vile sopruso, un abominio e un crimine contro la vita. Quando la si giustifica affermando che è nata con l’uomo e non morirà se non con l’uomo, mi sorge il dubbio che la parola evoluzione non abbia alcun senso per i cacciatori. Anche la schiavitù e la violenza sessuale sono nate con l’uomo delle caverne ma solo un deficiente può legittimarle. La caccia era logica quando l’Homo sapiens non conosceva altri mezzi di sostentamento se non la carne e il pesce. Ancora oggi è giustificabile dove non esistono risorse alimentari alternative. Ma da quando l’essere umano ha scoperto l’agricoltura e gli alimenti alternativi, la caccia (ma anche l’allevamento intensivo dei capi di bestiame) è solo un atto di prevaricazione condita di crudeltà del più forte sul più debole. Di più, è un gesto di odio verso la natura e il creato. 
Il grande scrittore russo Tolstoj ha scritto un libro dal titolo Contro la caccia e il mangiar carne che andrebbe letto per aprire gli occhi. In esso, la caccia è definita “un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e col grado di sviluppo a cui noi ci crediamo arrivati”. Queste parole furono scritte nel 1895, quando lo sviluppo del genere umano non era paragonabile all’attuale. Dobbiamo forse dedurre che in realtà non c’è stato alcuno sviluppo? In effetti, non siamo “arrivati” da nessuna parte se continuiamo ad uccidere gli animali per puro divertimento oltre che per nutrirci dei loro cadaveri. La nostra consapevolezza non è cresciuta, la nostra coscienza fatica ad aprirsi verso le grandi verità, la più alta delle quali è che siamo tutti (uomini e animali) frammenti di Dio. Tolstoj scrive anche che “la caccia era un’occupazione naturale per l’uomo primitivo, mentre questa occupazione nell’uomo moderno civilizzato non fa che esercitare e sviluppare in lui istinti bestiali”. 
Concordo, naturalmente. La caccia – come la corrida, la mattanza, i combattimenti organizzati fra animali in cattività e altri momenti ludici in cui l’uomo diventa la bestia trionfante sulla bestia innocente – è un retaggio vergognoso di ciò che eravamo un tempo, fiere assetate di sangue e affamate di violenza. Lo siamo ancora? Forse, anche se, fortunatamente, i cacciatori stanno diminuendo progressivamente, quanto meno in Italia. E questa, lasciatemelo dire, è un’ottima notizia. Nel nostro Paese, erano 1.701.853 nel 1980 (il 3% della popolazione) e sono scesi a 751.876 nel 2007 (con un calo netto del 55,8%). La tendenza al ribasso è irreversibile. Perché i cacciatori praticanti sono in forte calo? Le ragioni sono molte. La caccia ha perso il suo appeal, non attrae le nuove generazioni. Molti giovani sono attenti alle tematiche ambientaliste e animaliste, il che rende inaccettabile per loro andare a caccia. Oltre tutto, attualmente la maggior parte dei cacciatori ha un’età compresa tra il 65 e i 78 anni e dispera perché non c’è ricambio. Meno male! La caccia è una pratica odiosa in via di estinzione. Da tempo, l’opinione pubblica è contro la caccia, vorrebbe abolirla o quanto meno penalizzarla con ulteriori restrizioni. Inoltre, la selvaggina è in forte diminuzione. Immagino che fra trent’anni l’ars venatoria (arte?) non sarà più praticata, ma potrei sbagliarmi. Potrebbe accadere prima. 
Ora, a sentire le ragioni di un cacciatore c’è da stupirsi. Afferma con candore e totale indifferenza alla sofferenza degli animali, che la caccia è necessaria per l’equilibrio ambientale, giacché regola la consistenza numerica delle specie animali erbivore (soprattutto gli ungulati) e limita lo sviluppo di specie molto prolifiche e pericolose come il cinghiale. Queste argomentazioni non tengono in alcuno conto che ogni anno, solo in Italia, vengono massacrati almeno 17 milioni di volatili, fra cui uccellini come i pettirosso, i tordi, le allodole, i fringuelli, gli scriccioli, i passeri, che notoriamente sono animali pericolosissimi. Né tiene in conto che i cacciatori odierni non sono diversi dagli ominidi, salvo che per l’uso di differenti strumenti di caccia. Difatti, si comportano secondo la legge del più forte, godendo di privilegi e di una immunità che nessuno ha concesso loro. Il cacciatore, essendo armato, per sua natura si crede forte e al di sopra delle leggi, atto a prevaricare i diritti altrui. Non diversamente si spiega il fatto che le leggi e le regole dello Stato vengano disattese da molti, troppi cacciatori, oltre che dai bracconieri. La legge impedisce infatti ai cacciatori di sparare verso case e strade a una distanza inferiore ai 150 m., di transitare con l’auto o parcheggiare fuori dalla sede stradale, di transitare nelle aree boschive percorse dal fuoco, entrare con l’auto in comprensori o strade private, di arrecare minaccia diretta o indiretta alla sicurezza delle persone, di cacciare di notte, di detenere e usare reti da uccellagione e/o uccisione di fauna selvatica. Certo, un cacciatore rispettoso delle leggi non fa nulla di tutto ciò. Ma quanti sono i cacciatori che rispettano queste regole? Qualcuno penserà che voglio demonizzare chi va a caccia. No, ci sono brave persone che amano cacciare. Il problema è un altro: queste persone non sono consapevoli dei danni che producono per assecondare la loro passione. Non sanno o fingono di non sapere ad esempio che la caccia è la causa principale di estinzione di molte specie animali, come la starna, la quaglia, la pernice, la coturnice, il gallo cedrone e le lepre, e che il ripopolamento a scopo venatorio inquina gravemente la genetica delle specie italiane. Chissà se ignorano che si spara con frenesia a tutto ciò che si muove (e spesso ne fa le spese lo stesso cacciatore, impallinato per sbaglio), fra cui i rapaci, le cicogne, i cani e i gatti? E si rendono conto che la caccia inquina e deturpa l’ambiente? Ogni anno, quintali di piombo si depositano negli stagni e nei laghi provocando il saturnismo, cioè l’avvelenamento del ciclo biologico. 
Fin qui, ho parlato degli effetti negativi di natura materiale. Ma esiste un’altra, ancor più grave ripercussione di natura etico-spirituale insita nella caccia, che è utile ricordarlo è un assassinio legalizzato. Quale? Lo spiego con una storiella. Un cacciatore muore e va in cielo. Dio, per punirlo dei delitti venatori, lo rimanda sulla terra con le sembianze di una lepre. Un giorno, si ritrova davanti a un cacciatore che sta per impallinarlo: «Non mi spari, la scongiuro! So che lei non mi crederà, ma io, una volta, non ero una lepre ma un cacciatore come lei!» Il cacciatore lo guarda e, puntandogli la canna del fucile tra gli occhi, dice: «No, guardi che le credo, per davvero! Il problema è che io, prima, ero una lepre».
La morale è semplice. Uccidere un animale per diletto o per cibarsene genera un cattivo karma. Togliere la vita senza averne la necessità a una creatura innocente e indifesa significa creare vibrazioni energetiche negative che torneranno indietro come un boomerang secondo la legge di causa-effetto. Provocare la sofferenza e la morte non è solo un atto crudele ma un gesto sconsiderato che si ripercuote nell’intero universo e genera infelicità. Chi ama andare a caccia non ha ancora una coscienza cosmica e perciò non riesce a capire che non c’è passione o piacere che possa giustificare l’uccisione di una creatura vivente. Crede di amare la natura perché va nei boschi, intanto la oltraggia. Non è in grado di comprendere che non c’è differenza fra assassinare un essere umano e un animale. È per l’appunto una questione di coscienza, e quindi di consapevolezza. O la possiedi o continui a osservare il mondo da una specola deformante. Uccidere è sempre e comunque un esercizio ignobile che nega la vita ed esalta la morte.
Per questa ragione non posso esimermi dall’esprimere il mio biasimo verso le associazioni venatorie che cercano di edulcorare la realtà diffondendo slogan del tipo “la caccia, se la conosci, la rispetti”. Come si può rispettare la cultura della morte? Mi piacerebbe che gli oltranzisti della doppietta riflettessero piuttosto sul fatto che “la vita, se la conosci, la rispetti”. Va da sé che mi riferisco alla vita di ogni essere vivente.

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