venerdì 30 novembre 2012

Lo Zen e l'essenza del Ping Pong

Negli ultimi tempi ho riscoperto due discipline che mi erano già familiari, una spirituale e l’altra sportiva. Mi riferisco allo Zen e al Ping Pong, oggi più conosciuto come Tennis da tavolo. L’aspetto più sorprendente della mia riscoperta è constatare che queste due realtà in apparenza così diverse hanno molti punti in comune. Si potrebbe quasi affermare che siano due Do (vie) simili. D’altra parte, una delle mie letture di molti anni fa, quando fagocitavo lo scibile nel campo spirituale, fu proprio il bellissimo libro del professore universitario tedesco Eugen Herrigel “Lo Zen e il tiro con l’arco”, un illuminante racconto di come un occidentale possa avvicinarsi allo Zen e comprenderlo attraverso una delle pratiche sportive con cui esso si esprime: il Tiro con l’arco. Cosa unisca lo Zen e il Tiro con l’arco è presto detto: occorre scrollarsi di dosso ogni abitudine, convinzione, intenzione e idea creando il vuoto dentro di noi. La volontà e il desiderio devono tacere. Solo il vuoto può permetterci di raggiungere l’obiettivo, di fare centro, nello Zen come nel Tiro con l’arco. Questa similitudine è valida anche per il Ping Pong. Ma vediamo di approfondire i due referenti e trovare le affinità. 
Lo Zen, per chi non lo sapesse, è una disciplina orientale buddhista nata in India ma poi introdotta in Cina e sviluppatasi in Giappone, dove divenne la religione dei samurai. Di fatto, il Giappone è la culla e la fonte dello Zen che è kyu shin ryu, cioè l’arte di dirigere lo spirito. Si tratta di una concetto profondo e fondamentale per comprenderlo. Lo Zen non può essere reso attraverso un pensiero, può essere solo praticato e costituisce un’esperienza di vita che è a un tempo ferra disciplina spirituale, tirocinio della coscienza e formazione silenziosa indirizzata alla realizzazione del Sé. In sostanza, è la nobile arte di penetrare la natura del proprio essere e armonizzarla con l’universo. Come avviene ciò? Attraverso l’unificazione della forza e della saggezza, che si realizza con lo za-zen (una meditazione severa che può condurre l’essere umano all’illuminazione) e svariate applicazioni. Del Ping Pong è superfluo che parli. Tutti, più o meno, almeno una volta nella vita abbiamo impugnato una racchetta e abbiamo provato a buttare la pallina di cellulosa aldilà della rete, sul tavolo di legno. Ma veniamo al dunque. Lo Zen e il Ping Pong sono simili per quanto opposti, basandosi il primo sullo za-zen, cioè lo “stare seduti assorti” (Bodhidharma ci riuscì continuativamente per nove anni di fronte a un muro del monastero di Shao-Lin) e l’altro faccia del movimento il suo credo. Eppure, praticandoli entrambi, mi sono accorto che entrambi funzionano solo se il praticante fa il vuoto dentro di sé e coglie l’essenza che li accomuna: Qui e ora. Il segreto e l’obiettivo dello Zen è proprio il Ku, il vuoto, che non significa ritiro dal mondo ma al contrario implica la partecipazione attiva alle attività quotidiane ma senza quel carico imposto dal mondo che ci condiziona. Come? Praticando l’autodisciplina, la semplicità di vita, il disprezzo per il formalismo, la pace, la devozione per il proprio lavoro, l’amore per il bello, il silenzio. Il Ku ci permette di concentrarci su quello che facciamo, qui e ora, senza essere disturbati dalla mente. Lo stesso vale per il Ping Pong, uno sport dove il successo non dipende solo dalla precisione e dalla forza dei colpi inferti alla pallina ma ancor più dalla capacità di concentrarsi sul tiro, dirigendolo con lo spirito. “Non calcolare, non pensare” è una delle nozioni chiave dello Zen. Potrebbe esserlo del Ping Pong, dove calcolare e pensare vanno a scapito della perfezione del tiro. Anche nel Ping Pong conta solo il “Qui e ora”. Conta fare il vuoto. Come nel Tiro con l’arco, in effetti, dove restare vuoti comporta accogliere senza quasi accorgersene la sapienza dell’unico gesto giusto, quello che fa centro. Gli arcieri Zen dicono “Un colpo, una vita” e in quel colpo arco, freccia, bersaglio e tiratore si intrecciano e fondono. Anche nel Ping Pong la racchetta, la pallina e il giocatore devono fondersi per ottenere il tiro giusto. Se la mente interviene, il tiro difficilmente finisce là dove è opportuno piazzarlo. Se la mente si fa condizionare dalle emozioni è facile che il tiro finisca fuori. È chiaro che nel gioco del Ping pong sono fondamentali la tecnica e l’allenamento. Ma lo sono anche nello Zen. È attraverso il corretto e costante esercizio che si diventa bravi. Inoltre, come avviene nella applicazioni marziali dello Zen, il Ping Pong offre a chi lo pratica la duplice possibilità di attaccare o difendersi. Ognuno deve scoprire qual è la più congeniale per lui e deve capire quando è il momento di attaccare e quando è meglio restare su posizioni difensive, lasciando che l’avversario sbagli per eccesso di zelo o troppo impeto. Deve anche imparare la pazienza e la versatilità, cioè i cambi di tattica che disorientano l’avversario. Gli appassionati di Ping Pong, uno sport in cui eccellono gli orientali, soprattutto i cinesi, dicono che “il tennis da tavolo è giocare a scacchi correndo i centro metri”. Mi sembra una metafora splendida, che ci aiuta a capire l’importanza di fare il vuoto dentro di noi per armonizzare la mente e il corpo e prepararli al gesto ottimale. 
Non diversamente, io credo, è la vita. Solo quando riusciamo a fare il vuoto dentro di noi, a tacitare i desideri, le paure, le emozioni, riusciamo a dare il meglio di noi stessi. Solo quando applichiamo l’essenza dello Zen e del Ping Pong, il “Qui e ora”, realizziamo il nostro potenziale. È quando abbiamo la mente sgombra oppure non abbiamo niente da perdere che sappiamo mostrare il nostro reale valore, sorprendere gli altri e riscattarci. Troppo spesso, invece, i pensieri, le preoccupazioni, la concentrazione che ci allontana dal centro anziché avvicinarci ad esso, condiziona le nostre prestazioni. Fa di noi dei perdenti laddove potremmo essere vincenti. Certo, non è facile fare il vuoto e concentrarsi sul “Qui e ora”. Non è facile restare calmi. Abitualmente siamo distratti, pigri, nervosi, rigidi, inabili alla perseveranza. Ecco perché lo Zen e il Ping Pong possono aiutarci.  Possono renderci più fluidi, più elastici.
Confesso che mi piace praticarli entrambi. Mi piace vedere i progressi che faccio e poco importa se, vox populi, non ho più l’età per giocare a scacchi correndo i cento metri e mi fanno male i muscoli se sto seduto sullo zafu, in posizione rigida come un baccalà, per più di mezz’ora. Mi sono accorto che il mio vuoto è preferibile al vuoto a perdere di tanta gente che non saprà mai osservare la pietra che cresce. Né potrà mai rispondere alla domanda: “Se non puoi fare niente, che cosa puoi fare?”

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