giovedì 22 novembre 2012

Presto reggeremo l'anima coi denti?

Sono cresciuto mai dimentico del mito del cocchio alato di Platone, noto anche come mito del carro e dell’auriga. Il grande filosofo ateniese sosteneva che l’anima svolge tre attività distintive. Lanima intellettiva (logistikòn) è come l’auriga; è l’elemento razionale. Il carro è trainato da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero, i quali rappresentano gli impulsi. Il cavallo bianco è l’anima irascibile (thymeidès), cioè generosa, il cui impulso tende all’iperuranio, il mondo delle idee. Il cavallo nero, rozzo e indomabile, è l’anima concupiscibile (epithmetikòn) e rappresenta l’impulso basso, volto verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per le briglia dall’auriga, che ha il compito di guidarli verso la stessa direzione, cosa tutt’altro che facile. Questo mito spiega la reminiscenza e la reincarnazione ed è forse per questo motivo che mi è sempre stato caro. Naturalmente, ho dell’anima un’idea meno retorica e poetica. So d’essere un’anima incarnata, non di averne una, tanto per cominciare. So anche che quella che noi chiamiamo anima è il nostro corpo divino, l’elemento che connota ciascuno di noi come frammento cosmico facente parte del tutto ma dal tutto distinto finché al tutto non farà ritorno. Un frammento che l’imperatore-filosofo Adriano definì poeticamente “animula vagula blandula”, piccola anima smarrita e soave. Un altro grande pensatore, il filosofo-matematico-scienziato-giurista-storico Leibniz sosteneva che “l’anima è lo specchio di un universo indistruttibile”. Insomma, non è difficile credere all’esistenza dell’anima e al fatto che essa non abbia una data di scadenza. Francamente faccio fatica a comprendere chi ritiene che l’anima non esista e tanto più nega che sia immortale.
Ma c’è una novità. Pare che la Fisica quantistica sia in grado di spiegare l’esistenza dell’anima, ponendo fine a secoli e secoli di speculazioni e discussioni sull’argomento. Ho letto di una nuova teoria, decisamente rivoluzionaria, secondo la quale l’anima umana sarebbe una delle strutture fondamentali dell’universo. La sua esistenza sarebbe infatti dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica. In sostanza, due fisici di fama mondiale, mica due visionari alle prime armi, l’americano Stuart Hameroff e l’inglese Sir Roger Penrose, hanno elaborato una teoria chiamata “Teoria quantistica della Coscienza” secondo la quale l’anima umana sarebbe inserita all’interno di microstrutture dette “microtubuli” che si trovano dentro le nostre cellule cerebrali. Secondo i due scienziati, nel nostro cervello – di cui, lo ricordo, si sa ben poco, salvo che è una sorta di computer biologico infrastrutturato con una rete di informazioni sinaptiche composte da oltre 100 miliardi di neuroni – interagiscono informazioni quantistiche e microtubuli con un processo che Hameroff e Penrose hanno chiamato Orch-Or (Orchestrated Objective Reduction). Nel momento in cui cessiamo di vivere, i microtubuli perderebbero il loro stato quantico ma le informazioni in esse contenute non andrebbero perse. La coscienza e le sue esperienza esistenziali, frutto per l’appunto del processo Orch-Or, non svaniscono. In pratica, l’anima non muore, fa semplicemente ritorno alla sua sorgente energetica, il cosmo. Se la teoria di Hameroff e Penrose trovasse conferma, avremmo la certezza che l’anima esiste ed è un’informazione quantistica che sopravvive alla dissoluzione del corpo fisico per continuare a vivere a tempo indeterminato nell’universo. Personalmente non sentivo il bisogno di questa teoria, non aggiunge nulla alla mia consapevolezza d’essere eterno. Ho smesso di pormi le questioni metafisiche che arrovellano i cultori delle domande impossibili: chi ha creato l’anima individuale? Perché e quando? In questo momento, se mai, mi pongo un’altra domanda. Cosa accadrebbe se la scienza riuscisse a dimostrare con assoluta certezza che tutti noi abbiamo (o meglio, siamo) un’anima? Può sembrare una domanda sciocca, una proiezione olografica fine a se stessa. Sant’Agostino mi riprenderebbe con queste parole: “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso, la verità sta nell’interno dell’anima umana”. La verità, certo, non la doxa, cioè l’opinione. E si sa che le opinioni sono spesso demenziali. Temo infatti che di fronte all’assioma “l’anima c’è” qualcuno potrebbe obiettare che essendo l’anima un bene prezioso oltre che concreto e mobile, andrebbe tassata. Sì, avete capito bene.
Immagino già i ragionamenti dei solerti funzionari del Ministero delle Finanze e dell’Agenzia delle Entrate. Se gli italiani possiedono l’anima devono renderne conto al fisco. Non pagano forse le tasse sul reddito e infinite altre gabelle? Non pagano forse l’IVA, l’imposta sul valore aggiunto? Non versano forse l’IMU, l’imposta municipale unica sulle proprietà immobili? Va da sé che devono pagare anche il giusto tributo spirituale: l’IAP. Cos’è? Trattasi dell’Imposta sull’Anima in Pena. Questo nuovo balzello ci rovisterebbe l’anima fino in fondo e naturalmente sarebbe retroattivo. In fondo possediamo l’anima fin dalla nascita e di fatto siamo tutti evasori fiscali perché non abbiamo mai dichiarato di averne una. Ve la immaginate la Guardia di Finanza che fa irruzione nelle vostre case per accertare quante anime ci sono? E gli inquisitori di Equitalia che vi sottopongono al supplizio della ruota e a subdole ispezioni spirituali per scoprire lo spessore e la dimensione della vostra anima? E già, perché la tassa sull’anima non potrebbe essere generica e uniforme. Ma scherziamo? C’è anima e anima. Le anime antiche, nobili e grandi pagherebbero di più rispetto alle animelle, com’è giusto che sia. Alle anime gemelle verrebbe praticato un piccolo sconto. Una dilazione del pagamento verrebbe invece riconosciuta alle anime che si raccomandano (non a Dio, s’intende, ma a qualche uomo politico influente). Solo le anime nere godrebbero dell’esenzione. Infine, sarebbe illegale rendere lanima a Dio senza avere chiuso i contenziosi tributari.
Certo, sto facendo dell’ironia dopo avere esordito con erudizione citando Platone. Ma coi chiari di luna di questi ultimi tempi, e considerato il fatto che il governo non ha ancora varato una legge per tassare l’umorismo, non ci resta che metterla sul ridere. Una cosa è certa, non dobbiamo stuzzicare il Tesoro. Perciò spero ardentemente che Hameroff e Penrose si sbaglino e che la Fisica quantistica non possa mai dimostrare l’esistenza dell’anima. Se ciò accadesse la pressione fiscale aumenterebbe. Scherzi a parte, non è fantascientifico ipotizzare che Monti possa varare nuove misure tali da costringerci a reggere l’anima coi denti. Manca poco, in fondo. E so di qualcuno che preventivamente sta cercando di vendere l’anima al diavolo per non doverla dichiarare allErario pubblico.

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