Il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano è stato chiaro: non toccate i partiti politici,
sono insostituibili. Prima di lui, nell’Ottocento, lo statista Francesco Crispi disse che “i partiti ci debbono essere e se non ci fossero bisognerebbe
inventarli”. Queste esternazioni mi ricordano la famosa invocazione: “Nessuno
tocchi Caino” – la quale, tra l’altro, è il nome di una ONG italiana affiliata
al Partito Radicale Transnazionale e a un tempo il titolo di una canzone di
Enrico Ruggeri. Già, il garantismo va di moda, per cui non è elegante sparare
sui partiti, ma ad Abele chi ci pensa? Chi pensa ai milioni di italiani vittime
del cainismo dei partiti truffaldini e della politica inetta? La verità è che
in questi giorni in cui il malcontento è all’apice e il disgusto assoluto, s’odono
curiosi squilli di tromba e suoni di campana a destra e manca che pare
annuncino una nuova stagione politica, in cui la logica degli affari potrebbe
abdicare in favore di quella delle emergenze e della ricostruzione del tessuto
socio-economico-culturale, in cui la stessa parola “partito” debba scomparire,
sostituita da termini nuovi come “movimento”, “lista” o “patto” se non
addirittura da fantasiosi neologismi. È forse giunta l’ora del De Profundis per la partitocrazia e i
privilegi dei califfi? Una rivoluzione, insomma, nella forma come nei
contenuti, dettata dalla crisi fisiologica irreversibile delle compagini
politiche della seconda Repubblica? L’ha ventilata il delfino di Berlusconi,
l’ex ministro Alfano. Pare che il demiurgo Silvio stia lavorando per
rivoluzionare lo scenario politico nazionale varando una nuova formula
politica, un nuovo modello di schieramento politico che dovrebbe stupirci e
rilanciare la vita politica. Gli altri non tarderanno a imitarlo se la formula
dovesse convincere. Ci piace pensarlo, poiché è nei nostri voti (la fine della
partitocrazia, sia chiaro, non il ritorno dei morti viventi), ma è difficile
che ciò avvenga realmente. È anche difficile mantenersi calmi di fronte
all’attuale, squallida pantomima della politica italiana, il cui camaleontismo
è tale da indurci a credere piuttosto che i mascalzoni trasversali che ci hanno
ridotto in brache di tela vogliano semplicemente riciclarsi, rifarsi una
verginità per continuare a rubare, travestirsi da pecore pur avendo l’animo del
lupo. I “galantuomini” hanno capito di averla fatta grossa, di essere invisi al
popolo, di avere perso credibilità e consenso. Rischiano che le prossime
elezioni politiche sanciscano la rivolta civile degli italiani, che potrebbero
astenersi dal voto o votare in modo nuovo, imprevedibile. E allora cosa fanno?
Annunciano una trasformazione dell’assetto politico nella speranza che i pesci abbocchino.
Pia illusione! Si sa che pur cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia,
come recita la proprietà commutativa. La situazione non è solo imbarazzante ma
indecente, tale da suscitare il prurito alle mani. Per lo meno nelle persone
che le mani le usano per lavorare. Purtroppo, noi italiani non siamo capaci di
fare le rivoluzioni né siamo determinati come altri popoli, sicché non butteremo
giù i nostri politici dalla rupe Tarpea. Meriterebbero di peggio, una morte più
lenta e dolorosa, ma sarebbe meritorio controbilanciare il loro tentativo di
restare in sella con un coup de théâtre.
Ipotizziamo come...
Fatti salvi i giusti, se ci sono, potremmo organizzare una vasta
retata nottetempo, come facevano i fascisti nel Ventennio, tirare giù dai letti
i feudatari della politica coi loro vassalli, valvassori e valvassini,
caricarli sui cargo della FedEx e della UPS Airlines e paracadutare codesto
carico di scorie radioattive in Brasile, nel cuore della più grande discarica
del mondo: Jardim Gramacho, periferia di Rio de Janeiro. L’alternativa potrebbe
scaricare la casta in Sud Africa, a Kimberley Big Hole, obbligandola ai lavori
forzati per almeno un anno nel più grande buco mai scavato sulla terra (1.097
m. di profondità). Scenari degni di Dante Alighieri e del suo Inferno, dove si
applica la legge del contrappasso. Ecco altre idee. Dal momento che i nostri
politici sono incollati al cadreghino col Bostik, potremmo regalare loro la
poltrona di Nesso, che non ha niente a che vedere con la comoda poltrona Frau.
Cos’è? È la versione moderna della mitica camicia intrisa di sangue avvelenato del
centauro Nesso che Ercole indossò, patendo le pene dell’inferno. La poltrona di
Nesso costringerebbe gli amanti del cadreghino a friggere come patatine e
impazzire di dolore. Un’altra ipotesi potrebbe prendere spunto dal fatto che il
bravissimo Gian Antonio Stella, nel suoi pamphlet
“La Casta” ha giustamente denunciato che i politici alimentano un “circolo
vizioso micidiale”. Ebbene, a quale contro-circolo potremmo condannarli? Mi
viene in mente il calcinculo del Luna Park. Costruiamone uno immenso, con
migliaia di seggiolini. Leghiamo i politici sui seggiolini e diamo inizio alla
giostra. Sai che goduria sarebbe vedere Casini che da calci nel sedere a Fini o
viceversa, Bossi che fa altrettanto con Bersani, Formigoni con Rutelli, Rosy
Bindi con la Minetti e via di seguito, senza eccezioni. Sarebbe uno spettacolo
divertente ed è chiaro che la corsa del calcinculo dovrebbe durare per almeno
un mandato.
Va da sé che molti italiani, in questo momento, s’ingegnerebbero a
fare la festa ai partiti e agli uomini politici del nostro Paese, dimostrando
ancora una volta che la fantasia non ci manca. Purtroppo, tutto ciò rientra nel
campo dell’utopia. Tuttavia, una cosa possiamo farla. Sì, possiamo dare loro
una lezione. Come? Fra sette giorni molti di noi saranno chiamati alle urne per
rinnovare circa 1.000 giunte comunali. A Como, la città in cui sono nato e
vivo, sono in lizza ben sedici candidati al ruolo di Sindaco. L’incertezza è
totale e il clima avvelenato. Penso che andrò a votare e sulla scheda scriverò
la prima spiritosaggine che mi viene in mente. Non mi limiterò a ciò. Mentre
deporrò la scheda nell’urna farò una pernacchia. Spero che non me ne vorrà lo
scrutinatore del seggio. Non sarà rivolta a lui, ovviamente, ma alla casta. Ora,
i meno giovani ricorderanno che nel Sessantotto era di moda uno slogan che
diceva: una risata vi seppellirà. Beh, io non ho voglia di ridere, non ce n’è
motivo. Ma di spernacchiare quelli che ci governano o vorrebbero governarci
promettendoci mari e monti, sì, ho una voglia matta. Anche se fra i candidati
alle cariche amministrative locali ci sono anche persone serie, che vorrebbero
cambiare le cose. Altra pia illusione! Che bello, invece, se gli italiani trovassero
il coraggio di esprimere in modo plateale il proprio sentimento! Inoltre, se a
seppellire le aspirazioni dei saltimbanchi romani o locali fosse una fragorosa,
collettiva pernacchia modello Alberto Sordi che risuoni dalle Alpi fino a
Lampedusa, sarebbe lecito affermare che “l’Italia s’è desta”. E che non ne può più dell'infame corte dei miracoli in cui ingrassano gli uomini politici senza ideali ma pieni di interessi e i partiti, il cui finanziamento pubblico ci costa un quotidiano travaso di bile.






