domenica 29 dicembre 2013

New York e i paradossi dei sensi

È difficile raccontare New York con parole inedite. Voglio provarci dopo esserci stato ancora una volta. A mio parere, la Grande Mela non è solo la metropoli planetaria per eccellenza, la caput mundi contemporanea, ma il luogo che normalizza i paradossi dei sensi. Li avete presenti? Nelle neuroscienze si riscontrano diversi paradossi causati dai limiti sensoriali o della mente. L’esempio più noto è quello delle illusioni ottiche. Ma ce ne sono altri. Esistono suoni che sembrano crescere mentre in realtà sono ciclici. Se prendiamo un compasso con due punte e lo puntiamo sul polpastrello, percepiamo due punte distanti pochi millimetri. Ma se lo puntiamo sulla schiena, avremo l’impressione di sentire una punta sola. Ecco un altro esempio: se immergiamo le mani in due bacinelle, una colma di acqua fredda e l’altra calda e dopo qualche minuto le immergiamo entrambe in una bacinella piena di acqua tiepida, avremo sensazioni contrastanti di freddo e caldo. Fate la prova. Allo stesso modo, visitare New York significa vivere esperienze sensoriali che confondono ed esaltano le nostre capacità percettive. La città – “un diavolo di città”, come cantava Frank Sinatra – risucchia ogni forma di vita in una vortiginosa (e vertiginosa) sbornia dei sensi, dove illusioni e paradossi fanno parte della realtà. Per quanto ciò che vedremo e faremo sia meravigliosamente concreto, avremo sempre il dubbio che i nostri sensi siano stati alterati da un fattore X impalpabile. Avvertiremo un’euforia e insieme una sorta di capogiro che imputeremo al jet lag, non riconoscendo d’essere sotto l’effetto della locale perturbazione sensoriale. Un semplice esperimento lo conferma: fermatevi nel mezzo di Times Square, nell’ora di punta. Tappatevi le orecchie e chiudete gli occhi per qualche secondo. Poi riapritevi alla realtà. Sarete scossi violentemente come in uno shaker. 
Si dice che George Gershwin e Woody Allen siano i personaggi che meglio rappresentano New York, la sua unicità, la sua essenza. In effetti, le melodie del compositore statunitense che ha fondato il musical americano, sono le colonne sonore ideali di questa città trasversale, sofisticata, parossistica, elettrizzante. Nello stesso modo, l’humor cerebrale di Woody Allen esprime perfettamente l’animus e la forma mentis degli abitanti di New York, che sono diversi dai comuni mortali, tant’è che si considerano semidei. La loro peculiarità, infatti, è pensare in grande o come si dice oggi “out of the box”. Come dare loro torto? La famosissima e ineguagliabile skyline di Manhattan non è solo il monumento ineguagliabile dei tempi moderni, è l’espressione di questa capacità straordinaria di uscire dagli schemi e di farlo con determinazione unica. Basti pensare che i grattacieli di New York non sono stati costruiti con fondi pubblici né con finalità pubbliche. Sono il frutto dell’iniziativa privata, dell’energia di individui che hanno ritenuto possibile l’impossibile. Alla fine del 2012 erano 5.818! A proposito di grattacieli, il grande architetto Le Corbusier definì New York “la città verticale”, considerandola “una bella e apprezzabile catastrofe”. In effetti, si cammina per Manhattan con il naso all’insù e ciò comporta il rischio per lo meno di una catastrofe personale. Non è tanto il rischio d’essere travolti da un’auto quando quello di slogarsi un piede a minare il pedestrian, giacché i marciapiedi sono alti e infidi. Ovviamente, il mondo migliore per godersi questa città in piedi è salire sul mitico Empire State Building (381 m.) e abbracciare con lo sguardo un panorama che è ugualmente seducente di giorno e di notte. L’alternativa oggi di gran moda è ascendere all’osservatorio Top of the Rock, la vetta del Rockefeller Center. Il General Electric Building (259 m.) è più basso dell’Empire ma il suo panorama lo comprende. Resta escluso solo un altro gigante dai tratti inconfondibili: il Chrysler Building (319 m.), il più bel skyscraper di New York.

Sempre in tema di grattacieli, è finalmente finita la costruzione del più alto, l’Old World Trade Center, noto come “Freedom Tower”. Raggiunge i 1776 piedi di altezza (541 m.) e questo numero non è casuale; corrisponde all’anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Non è casuale nemmeno il punto in cui è stato eretto a Lower Manhattan. Si trova nel New World Trade Center e ha preso il posto delle Twin Towers crollate dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. La Torre della Libertà, inaugurata il 23/11/2013, è impressionante ma confesso che è ancora più impressionante il 9/11 Memorial, che sorge dove svettavano le torri gemelle ed è dedicato alle quasi 3.000 vittime di quell’orribile strage. Visitando il memoriale, costituito da un parco dominato da due immense fontane quadrate, è impossibile non avvertire una forte emozione, unita a un senso di pietà e di pace che esalta la spiritualità del luogo. Sembra impossibile che appena usciti da un’enclave quasi mistica, risparmiata dai rumori assordanti di una città che non dorme mai, come cantava Liza Minelli, il mondo continui. Ma è questa la forza propellente di New York e dei suoi abitanti, capaci di risorgere malgrado le avversità e migliorare. E se dovessi scegliere il newyorker ideale, il più meritevole ed eroico, non avrei dubbi. È quello che indossa l’uniforme del NYFDP. Furono 341 i vigili del fuoco di NY (+ 2 paramedici) che morirono mentre prestavano soccorso l’11 settembre. Sono loro il monumento vivente di una città che non di dà mai per vinta.

Avvengono tanti miracoli a Manhattan, ma uno di essi non ha soluzione di continuità. Mi riferisco a Central Park, un immenso santuario verde di 843 acri (340 ettari) che costituisce il polmone della città. E che polmone! Attraversarlo e perdersi fra le montagnole, i boschetti, i prati e i laghi che ne fanno parte, è un’avventura cui non si può rinunciare. Vi si coglie lo stesso respiro panico della “Pastorale” di Beethoven, un afflato che concilia la quiete della natura con la frenesia urbana che cinge il perimetro del parco. Sono tanti gli spunti di riflessione che il visitatore può ricavare (sia che circoli a piedi, su una carrozza trainata da un cavallo o su un risciò). Ne propongo due. Vorresti portarti a casa uno scoiattolo di Central Park. Sono quasi domestici, quasi umani. Ti aspetti da un momento all’altro che ti rivolgano la parola. Che li abbia creati Walt Disney? La seconda riflessione è culturale. Non puoi muoverti senza riconoscere un luogo o un palazzone dei tanti che si affacciano ai limiti del parco che non evochi un film famoso. Central Park è uno splendido set cinematografico e basta socchiudere gli occhi per immaginarsi protagonisti di scene filmiche passate alla storia. Basta scegliere: Il Maratoneta, Colazione da Tiffany, Harry ti presento Sally, Love Story, ecc.

Ma come, scrivi di New York senza parlare della Statua della Libertà e di Ellis Island, della Fifth Avenue, del Metropolitan Museum, di Broadway con i suoi teatri, del ponte di Brooklyn? Ne parlerai con piacere ma è già stato scritto di tutto e di più. Mi limito, invece, a ricordare il quartiere di Harlem. L’ho rivisitato dopo la bonifica e non l’ho riconosciuto. I palazzi sono stati ristrutturati e le vie sono pulite. La Harlem afroamericana, malfamata e decadente, non esiste più. Il rinascimento che ha avuto inizio a partire dalla metà degli anni Novanta del XX secolo ha riqualificato la sua parte sud, migliorando la vita dei suoi abitanti. Non ho incontrato nelle strade bande di criminali né i rapper neri di strada con le immense radio sulla spalla onnipresenti nei telefilm polizieschi degli anni Settanta e Ottanta. Tuttavia, Harlem conserva i suoi miti: il jazz e il gospel.  Si può fare anche questo, in una città che esaspera i paradossi dei sensi: immergersi nell’atmosfera dei Blues Brothers in una piccola, anonima chiesetta battista, o evocare i fantasmi del proibizionismo al Cotton Club o quello di Ella Fitzgerald all’Apollo Theater. New York sa come inebriare i sensi.

martedì 17 dicembre 2013

L'alfabeto della politica in Italia

A come AMBIZIONE, ovviamente personale. È la vera, inconfessabile motivazione che spinge un essere umano a entrare in politica nel nostro Paese. Chi afferma di avere fini umanitari e di volere il bene della nazione è un bugiardo o un idealista. La prima specie è dominante e prolifica. Ricorda il mus musculus, il topo comune. La seconda è in via di estinzione, come la lince europea e l’aquila reale.

B come BENEFICI, ovvero privilegi, immunità, vantaggi, concessioni, ecc. Qualsiasi sia la domanda, un vero uomo politico italiano risponde “Cosa ci guadagno?”. Del bene comune non gliene frega niente. Finge di occuparsi degli interessi del partito di appartenenza ma si scalda solo per il proprio tornaconto. Ogni politico degno di questo nome tiene nel suo portafogli il santino di Cicerone su cui campeggia la didascalia Cicero pro domo sua.

C come CORRUZIONE. Corrompere e farsi corrompere è il gioco preferito dai politici, cui sono invitati banchieri, ecclesiastici, funzionari pubblici, imprenditori, sindacalisti, ecc. Montanelli sosteneva che la corruzione “ci deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue e di cui non abbiamo mai trovato il vaccino”. Se così fosse, i politici potrebbero invocare il morbo per discolparsi. Il fatto grave, però, è che per ogni esemplare politico contagiato ce ne sono almeno due che di nascosto esercitano il mestiere di untore.

D come DELITTO E CASTIGO. In Dostoevskij sono consequenziali, strettamente associati. In Italia, invece, i delitti dei nostri politici soggiacciono alla legge del relativismo. La pena dipende dal colore politico. Se sei di destra, troverai sempre un magistrato di sinistra che ti scuoia vivo. Se sei si sinistra, troverai sempre un magistrato di sinistra che chiude un occhio e spesso tutti e due.

E come ETICA. Nel film Io e Annie, Woody Allen ci regala una battuta memorabile: “Conosciamo l’etica dei politici: è una tacca più sotto di quella del molestatore di bambini”.  Non capisco questo pregiudizio. Mica possiamo chiedere a un uomo politico italiano di rispettare i valori e i principi morali! Sarebbe come chiedere a un serial killer di limitarsi a tagliuzzare le foto delle donne nude anziché squartarle o a un pedofilo di provare piacere guardando un documentario del National Geographic sulla spedizione al Polo Nord.

F come FUTURO. Per quanto parlino spesso e a vanvera del futuro, i politici vivono il “qui e ora” ma facilmente sono ancorati al passato. Non si spiegherebbe in altro modo la ragione per cui vada ancora di moda l’antifascismo e la Sinistra non riesca a liberarsi dei fantasmi del comunismo. Chiedere ai politici di programmare, cioè pensare alle generazioni future, non ha senso. Al massimo possono concentrarsi sulla prossima tornata elettorale, ai trucchi da inventare per fare fessi ancora una volta gli italiani.

G come GENITALI. Giusto per non essere volgare, non sono fra coloro che vorrebbero prendere i politici che ci hanno mandato in rovina a calci nel culo. Personalmente punterei all’inguine. Confesso che mi piacerebbe vederli piegati in due per il dolore. Questo vale per il genere maschile, sia chiaro. Con le nobildonne della politica casereccia – e non faccio nomi perché non serve – sarei più gentile. Le manderei a lavorare gratis a Calcutta, nei ricoveri di Madre Teresa, in mezzo alle piaghe e agli escrementi dei moribondi.

H come HABITUS, cioè il comportamento, la mentalità, il contegno, le abitudini. Si potrebbe scrivere un trattato sul malcostume della politica italiana. È un sistema che va rottamato. L’idea potrebbe essere aprire agli stranieri, come nel calcio. Hanno un habitus diverso. Perché non acquistiamo o affittiamo politici nelle nazioni dove la politica è una cosa seria? Sono certo che l’andazzo cambierebbe e ne guadagnerebbe la nostra credibilità. Ops! Dimenticavo che già oggi, in Italia, comanda la Merkel…

I come IMBECILLI. A volte mi chiedo quali attributi si debbano possedere per diventare politici di successo. Le due camere sono piene di imbecilli, dislessici, ignoranti, incapaci e rincoglioniti. Anche nelle regioni, nelle province e nelle amministrazioni comunali è un trionfo di ebeti. È normale che il Paese vada male.  Da che mondo e mondo, se il potere è nelle mani di chi non è all’altezza della situazione, il risultato è catastrofico.

J come J’ACCUSE. Sogno che la casta politica si svegli una mattina e oda una voce che proviene dal cielo e annuncia: “Alle diciotto comincia il giudizio universale”, come nel bellissimo film del 1961 diretto da Vittorio De Sica. Sai che strizza! Sarebbe un corri e fuggi per evitare l’inevitabile j’accuse del magistrato divino. Io non c’entro, io non c’ero, io non sapevo, io ero malato, io sono stato ingannato… Quanti galantuomini e prime donne della politica avrebbero il coraggio e l’umiltà di riconoscersi colpevoli? Quanti ammetterebbero di avere distrutto una nazione a causa della loro cronica avidità, stupidità e arroganza?

K come KAFKA. Forse Kafka era italiano. Nella sua opera più ambiziosa, Il castello, parla di alienazione, burocrazia e frustrazione. Nell’incompiuto Il processo racconta di come il potere possa perseguitare e distruggere un cittadino. Nel racconto La metamorfosi parla della mutazione di un uomo in insetto parassita. Rileggendo Kafka mi sono convinto che i suoi libri descrivono perfettamente l’aberrante sistema politico italiano.

L come LADROCINIO. Affermare che i politici siano dei ladri è una tautologia ingenua. Si sa, infatti, che quando un politico si inchina a baciare un bambino è per rubargli le caramelle. Per altro, il politico italiano, per nulla impressionato dal terremoto provocato a suo tempo da “Mani pulite” e dalla caduta della Prima Repubblica, ha modificato il modus operandi. Prima rubava con professionalità, quasi con discrezione. Adesso, il ladrocinio lo si fa alla luce del sole, maldestramente, gonfiando i rimborsi e senza nascondere le mazzette, con la spavalderia di un Diabolik che sa di poter contare su complicità e connivenze trasversali.

M come MANGIARE. Mi correggo, devono pur mangiare i poveri politici. Ve lo ricordate il film Fifa e Arena del grande Totò. C’è una battuta pertinente: “A proposito di politica, non si potrebbe mangiare qualche cosarellina?”. Beh, detto così, fa quasi tenerezza il politico che cerca di arrangiarsi… Peccato che a causa della loro ingordigia, le cavallette della politica abbiano scarnificato l’Italia.

N come NEGOZIO. La politica è fatta di affari, faccende, traffici, commerci, compravendite, smerci e scambi di voti. In effetti, non sarebbe il caso di nominare Presidente della Repubblica un commercialista e di eleggere come ministri solo notai e ragionieri?

O come ODIO. Mi sa che li odio, i politici. E voi?

P come PONTI, cioè promesse. Da sempre, in Italia, i politici, a qualunque schieramento appartengono,  promettono mari e monti e poi disattendono le aspettative degli elettori. Le loro promesse sono così false che ormai non ci crede più nessuno. Eppure, ogni tanto ci tocca andare alle urne, tapparci il naso, e indicare una preferenza. Ricordo una bella frase di Nikita Kruscev: “Gli uomini politici sono uguali dappertutto. Promettono di costruire ponti anche dove non ci sono fiumi”. Chissà se alla prossima tornata elettorale, Silvio prometterà di costruire un ponte che collegherà direttamente la sua villa di Arcore a Roma.

R come REALISMO. Un altro figlio della Santa Madre Russia che ho avuto l’onore di conoscere personalmente, Michail Gorbaciov, ha detto che “il realismo è il tratto obbligatorio di ogni politico”. Eccetto l’uomo politico italiano, lo voglio correggere. A me pare che la casta viva in una realtà immaginaria, surreale. Un mondo parallelo divenuto assurdo e irritante per chi sta fuori e assiste esterrefatto alla danza dei folli.

S come SOLDI. La politica ci costa una fortuna. Ci vorrebbe una mannaia affilatissima, degna del vecchio boia della torre di Londra, per tagliare gli sprechi, gli stipendi, le pensioni d’oro e i gravami di una baraccone ignobile. E magari, per tagliare le mani a chi è colto in flagranza di reato e persino qualche testa, come ai tempi di Robespierre.

T come TRADIMENTO. Che grande uomo politico sarebbe stato Giuda! I politici sanno tradire come nessun altro al mondo. Sono camaleonti con la faccia di piombo. Il loro sport preferito è saltare sul carro del vincitore o presunto tale (adesso è il momento di Renzi). Con altrettanto aplomb abbandonano la nave in procinto di affondare. Meno male che non sempre comportarsi da voltagabbana paga.

U come ULCERA. In questi ultimi anni è venuta a milioni di italiani.

V come VOLTASTOMACO. In questi ultimi mesi ha colpito milioni di italiani, increduli di fronte alla disinvoltura con cui i signori al potere, i partiti, le istituzioni manovrate dalle forze politiche e la magistratura calpestano la Costituzione e le leggi, prevaricano il diritto del cittadino ad essere libero e felice, giocano con il destino della nazione.

W come WATER CLOSET. Il posto giusto per una classe politica infame, alla quale è legittimo augurare la dissenteria. Sedetevi, fate un respiro profondo e tirate lo sciacquone gridando “Non son degno di te!”. Poi fatevi risucchiare nelle fogne perché è lì che dovreste sguazzare, inseguiti da fameliche pantegane transgeniche.

X come X-FACTOR. Ci vogliono determinate qualità per fare politica in Italia. Berlusconi aveva un incommensurabile X-Factor e nessuno può negarlo, nemmeno i suoi detrattori. Chissà chi sarà il prossimo a cantarcele?

Y come YES-MAN. La maggior parte dei politici che siedono nelle aule delle camere sono dei signorsì. Molti non erano nessuno prima di essere eletti e non saranno nessuno (salvo trasformarsi in pensionati d’oro a vita) quando torneranno nell’anonimato. Ma la domanda è: come mai ad ogni tornata elettorale aumenta la percentuale degli amebici yes-man?

Z come ZANNE. Mi rivolgo alle mamme e ai papà. Controllate la dentatura del vostro bambino. Se notate la presenza di uno o più dentini anomali, non preoccupatevi. Si tratta delle zanne e vostro figlio farà politica. Non so se è il caso di rallegrarsi o dolersi. Fate vobis.

giovedì 12 dicembre 2013

Sette buoni motivi per non smettere di scrivere

Ultimamente – intendo dire dopo la pubblicazione del libro “Il cantico del pesce persico” – le attestazioni di stima nei miei confronti sono cresciute in maniera esponenziale. Molte persone, bontà loro, mi hanno gratificato con parole più che lusinghiere. Sostengono che il libro è bellissimo e che io sono bravissimo. Bontà loro, ripeto, il mondo è alla mercé del relativismo. Ancora più significativa, però, è l’indifferenza dei più (soprattutto i conoscenti e gli addetti ai lavori) verso le mie opere. È un buon segno; potrebbe significare che qualcosa valgono. Quando vali dai fastidio e diventi trasparente, è il prezzo da pagare nella società italiana, che non è meritocratica. Non è forse vero che il silenzio è l’arma più efficace per castigare chi può offuscarci con la sua luce? Lo si riscontra in ogni campo umano ma in ambito artistico è quasi una regola. Per uno scrittore bravo che emerge ce ne sono molti altri che un tacito ostracismo condanna all’anonimato. Per tacere di quelli che non riescono nemmeno a trovare un editore serio che dia loro fiducia e devono accontentarsi di pubblicare con editori marginali che chiedono un contributo economico, o con il sistema on demand. Per contro, l’editoria italiana non smette di osannare autori mediocri e sopravvalutati, meteore senza talento, furbetti che i libri se li fanno scrivere dai ghost writer, volti noti della TV o dello star system che non c’entrano nulla con la letteratura. Quanta spazzatura! Per quanto mi riguarda, pur avendo raggiunto una maturità stilistica che rende ancora ancora più esplosiva la mia creatività – scusate l’immodestia, ma a furia di essere elogiato comincio a credere di sapere scrivere e di poter vendere – non sono ancora riuscito a trovare un agente letterario e tanto più un editore importante che scommetta su di me. Uno su mille ce la fa, direbbe Gianni Morandi. È vero, ma non dispero, sono tenace come un ramarro e confido che il tempo si comporti da galantuomo. Non solo, il tempo affina i metalli preziosi. Nel frattempo, non mastico dubbi amletici. Non smetto di scrivere e di rimpinguare la scorta di manoscritti inediti che ho nel cassetto. Sono il mio tesoretto. Saranno la mia pensione?
Ogni tanto, forse per provocarmi, qualcuno mi chiede con un velo di commiserazione perché perda tempo a scrivere, cosa mi spinga a farlo laddove potrei fare altro, come giocare a bocce o in Borsa. Ecco, oggi mi va di spiegare perché non smetterò mai di scrivere sebbene sia un autore per il momento poco visibile, in attesa del mio talent scout. 
Primo motivo. Scrivo perché è un bisogno fisiologico. Non posso farne a meno. Smettere di scrivere significherebbe per me smettere di respirare. Ma anche smettere di creare, che considero un’esigenza primaria. È la mia cifra umana, lo dimostra il cammino che ho compiuto nella vita, le tante cose originali e innovative che ho costruito partendo da zero, delegando all’immaginazione il potere esecutivo. Scrivo perché non posso né voglio soffocare il mio estro. 
Secondo motivo. Scrivo perché la generosità è un altro dei miei tratti distintivi. Quando vivo un’esperienza significativa provo il desiderio di condividerla, e non solo con chi amo. Considero i miei lettori membri di una famiglia allargata. Provo piacere a offrire loro le mie emozioni, i miei pensieri, il mio intimo sentire, la mia conoscenza e le mie avventure esistenziali (come ne “L’inferno chiamato Afghanistan”). Sono un altruista. Credo che un uomo sia ciò che dona agli altri più che ciò che riceve. Scrivo perché anche dare è un bisogno fisiologico che devo espletare per sentirmi a posto con la mia coscienza. 
Terzo motivo. Scrivo perché sono un sognatore. La realtà fisica non mi basta, non mi appaga. Avverto gli “eroici furori” che furono fatali a Giordano Bruno. Aspiro ai mondi sconosciuti. Come rimarcò Marguerite Duras, “la scrittura è l’ignoto”. L’ignoto mi affascina e solo attraverso il sogno ad occhi aperti, una pratica che mi è familiare fin da bambino, ho sentore di potere accedere alle dimensioni sottili, quelle in cui il nostro corpo astrale esercita la licenza di viaggiare durante il sonno e dove il nostro Sé superiore trae la linfa che sublima l’esistenza. Scrivo perché sono fatto della stessa materia dei sogni e quando invento personaggi e storie costruisco una realtà parallela che da quel momento avrà una sua autonomia nell’universo e che ogni lettore potrà fare sua e trasformare.  
Quarto motivo. Scrivo perché è il mio karma. Veniamo al mondo con un compito specifico e dei talenti potenziali da riscoprire. Credo che il viatico dipenda dalle nostre vite precedenti. Sta di fatto che io ho sentito il bisogno di scrivere fin dalla prima elementare. E pensare che nei temi prendevo mediamente fra il sei e il sette. Mai assaporato un voto alto che mi portasse a credere che avrei potuto diventare uno scrittore o un giornalista. Beh, anche Verdi fu bocciato al Conservatorio! Non posso oppormi al mio karma. Chissà, forse sono stato Guy de Maupassant o più semplicemente un cantastorie. 
Quinto motivo. Scrivo per dare voce alla mia onestà morale. Ho molte cose da dire. La mia vita è stata fino ad oggi un magnifica avventura. Ho accumulato esperienze preziose e voglio raccontare ciò che ho visto, ciò che ho fatto, ciò che ho compreso. Non ho mai smesso di studiare, cercare, sperimentare. Scrivere, per me, è il modo più naturale per produrre vibrazioni positive e veicolare l’energia dell’universo di cui sono un frammento. 
Sesto motivo. Scrivo per amore. Se non amassi la vita non sentirei il bisogno di descrivere la bellezza del creato, raccontare il mio incanto di fronte al Sublime, esaltare l’humanitas e rimpiangere i valori perduti, la bellezza tradita, la nobiltà d’animo rinnegata e vilipesa. Scrivo per illudermi di potere aiutare chi ancora spera nel genere umano, nella sua straordinaria capacità di vedere uno spicchio di cielo anche dal fondo di un pozzo. Siamo caduti in quel pozzo e mi sforzo di descrivere il cielo limpido e la notte stellata. Scrivo perché amo mia moglie, le mie figlie, le mie nipotine e credo nel futuro. 
Infine, il settimo e ultimo motivo. Scrivo perché scrivere mi fa stare bene. Ho la fortuna di poter fare le cose che mi piacciono e nulla mi piace quanto mettermi davanti a una tastiera e rinnovare quella che Vittorini definì “fede in una magia”. Scrivere è la mia magia ancestrale. Mi appaga dare forma e sostanza ai miei pensieri, governare i miei voli pindarici, costruire una realtà virtuale dove potermi rifugiare per dimenticare le miserie del mondo. Mi piace così tanto e mi fa stare così bene da mettere in secondo piano i benefici che potrei ricavarne. 
Spero che il lettore mi perdonerà questo sfogo intimista. Ogni tanto ho bisogno di pensare a voce alta, ho anch’io i miei momenti di debolezza per quanto sia fatto di roccia basaltica. I miei lettori possono stare tranquilli: donerò loro molti altri scritti, altre emozioni, nuovi sogni da vivere abbandonandosi al flusso delle parole. Ho almeno sette buoni motivi per farlo. Gli stessi, immagino, che spingono altri come me a non mollare.

sabato 7 dicembre 2013

Non dobbiamo avere paura

Quando le mie figlie erano piccole, amavano ascoltare le fiabe e guardare i cartoni animati, come tutti i bambini. Impazzivano quando raccontavo loro la storiella di Giovannin senza paura, che Italo Calvino ha raccolto in Fiabe italiane. Penso che molti la conoscano. Racconta di un ragazzino che non aveva paura di nulla e che accettò di passare la notte in un palazzo abbandonato da cui nessuno era mai uscito vivo. La notte trascorse senza che Giovannino cedesse allo spavento provocato da una serie di eventi, fra cui la caduta di gambe e braccia dal camino, la vista di un uomo senza testa e l’incontro con la compagnia della bara. Le mie bimbe si appiccicavano a me come sanguisughe, si nascondevano sotto una coperta e squittivano. Era esilarante vedere come reagivano alle mie parole, ai miei bruschi movimenti e ai versacci con cui simulavo svariati pericoli alle nostre spalle. Risparmiavo loro il finale. A che pro sapere che Giovannino, scampato alla paura, morì comunque di paura dopo avere visto la propria ombra? Il risultato è che ho tre figlie coraggiose. 
Paura e coraggio sono due elementi essenziali per comprendere l’Italia di oggi. Aldilà di ogni considerazione e analisi sulla terribile situazione che sta paralizzando la nostra patria, rendendola irriconoscibile non solo agli occhi del mondo ma soprattutto ai nostri, credo si possa affermare che di tutti i mali che soffriamo, il peggiore è la paura. Cos’è e cosa la determina? È semplicemente una intensa emozione dettata dalla percezione di un pericolo, reale o immaginario. Di fatto, la paura altro non è se una reazione neurochimica. Ne è responsabile l’amigdala, quella parte del cervello che gestisce le emozioni. Fra le reazioni del sistema limbico del cervello c’è la produzione dell’ormone noto come adrenalina o epinefrina. Studi recenti avrebbero individuato in una proteina chiamata beta-catenina la base chimica della paura. Può darsi, ma aldilà delle argomentazioni scientifiche, del sapere i come e i perché, è evidente che la paura è il vero nemico di un essere umano, il pericolo pubblico numero uno. Avere paura è la causa primaria dei nostri mali, dei nostri fallimenti, della nostra infelicità.
Il problema è che oggi abbiamo tutti paura e perciò dovremmo ricordarci delle parole di Paolo Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Parole, a dire il vero, la cui paternità risale a Giulio Cesare, un impavido convinto che “i paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta sola”. La verità è che non abbiamo paura di morire, oggi abbiamo paura di non farcela, di fallire, di assistere impotenti al crollo delle nostre sicurezze e non solo economiche. Il problema è che viviamo in una società che ha ucciso la fiducia, la speranza, l’intraprendenza, la creatività, i valori. Abbiamo paura di uno Stato che assomiglia sempre più a un orco e di un sistema di vita sempre più cinico e incomprensibile. Abbiamo paura del futuro perché non vediamo prospettive, non crediamo più nelle parole vuote dei politici, non ci riconosciamo più in un sistema che fagocita le risorse, misconosce il merito, procede per forza d’inerzia verso il baratro. È normale avere paura in Italia. Altrove non è così. In altre nazioni si fa fatica ma si procede senza paura verso la soluzione dei problemi. Noi siamo ingessati, paralizzati, terrorizzati da una pressione fiscale abnorme, da una mancanza di idee e forse di volontà. E come se fossimo sotto l’incantesimo di una strega cattiva. Gautama Buddha ammoniva che vivere nella paura significa non vivere. Difatti, abbiamo smesso di vivere, in questo momento sopravviviamo. Se consideriamo la percentuale in costante crescita dei poveri e dei disoccupati, ma anche i numeri del flusso migratorio e i dati delle delinquenza, non possiamo fare a meno di ribadire che per tanta gente la vita si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza. 
Non serve che mi chieda perché e di chi è la colpa. La risposta è complessa ma fin troppo facile. Voglio invece considerare che la paura non è una maledizione di cui non possiamo liberarci e che abbiamo una via di uscita: smettere di avere paura. È ciò che disse il Presidente Franklin D. Roosevelt alla nazione americana nel suo discorso inaugurale del 4 marzo 1933. “Sono convinto che se qualcosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Gli Stati Uniti d’America erano ancora sotto gli effetti del crollo finanziario del 1929 e Roosevelt fu colui che con la politica dei “cento giorni” e una serie di leggi e decreti fece uscire il popolo americano dalla “grande depressione”. Avremmo bisogno di un Roosevelt, ma non ne vedo in giro. Ergo, dobbiamo fare da soli. Non possiamo illuderci di abbattere il Moloch le cui tenaglie fiscali, burocratiche e politiche ci stanno letteralmente facendo a pezzi, né pensare di guarire un Paese allo sbando anche dal punto di vista morale e culturale con un colpo di bacchetta magica. Ci vorranno due generazioni per risollevarci. Pur tuttavia, noi dobbiamo cominciare subito e la priorità è cambiare ciò che abbiamo la facoltà di cambiare, ossia noi stessi. Ecco perché ci serve vincere la paura, il che comporta toglierci di dosso la tristezza, l’inedia e l’indifferenza oltre che i tanti timori che ci attanagliano. Occorre smettere di avere paura del domani e smettere di piangerci addosso, per quanto la cosa sia giustificabile almeno quanto la rabbia e la voglia di spaccare tutto. Voglio scoprire un altarino. Quando ero piccolo avevo paura del buio ma non accettavo l’idea che la paura fosse più forte di me. In estate, andavo in villeggiatura in un’antica e grande dimora di campagna dotata di sotterranei e piena di rumori notturni. Temevo fosse infestata dai fantasmi. In realtà, i rumori che sentivo erano provocati dai topi nei solai. Un giorno, decisi di vincere la mia paura. Cosa feci? È semplice, mi alzai nel cuore della notte e senza accendere la luce, armato di una candela, vagai da solo per le immense stanze e i corridoi della casa. Da quel giorno smisi di avere paura dei fantasmi, dei topi e del buio. Credo di avere smesso di avere paura di qualsiasi cosa e chi mi conosce sa che sono una sorta di braveheart. Se sono diventato temerario è perché ho vinto la mia paura ricorrendo al sistema più vecchio del mondo. A questo punto chi mi legge si domanderà di che si tratta. 
Canta che ti passa la paura, suggerisce un vecchio brano musicale del 1965, interpretato da Giorgio Gaber. Magari bastasse! No, il trucco è un altro. Fai sempre quello che hai paura di fare. È questa la mia regola, da quando avevo sei anni. L’ho applicata per buona parte della vita, compresi i tre mesi all’insegna della follia che ho trascorso in Afghanistan. Non dobbiamo avere paura, soprattutto della nostra ombra. Ciò che ci serve, ora più che mai, è seguire i passi dei nostri padri e dei nostri nonni. In molte famiglie, chi ci ha preceduto ha conosciuto gli orrori della guerra e la miseria. Ha conosciuto la paura ma ha saputo vincerla e gettare le basi di una vita migliore. Ci ha indicato la via da seguire.